il parco urbano di Monte Mario

Roma è una città ricca di verde urbano e anche a poche centinaia di metri dal traffico congestionato è possibile fare belle e tranquille passeggiate nel verde. Uno di questi luoghi è il Parco Urbano di Monte Mario gestito dall’Ente Regionale Roma Natura.

Monte Mario è il rilievo più alto della città con i suoi 139 metri. La sua natura geologica è diversa dai famosi sette colli che furono originati dal materiale eruttato dal vulcani dei Colli Albani. Fino a un milione di anni fa l’area su cui sorge Roma era completamente sommersa dal mare che arrivava a lambire i Monti Sabini. Dopo l’abbassamento del livello del mare l’attività vulcanica ricoprì i sedimenti marini, ma nelle zone più distanti, oltre il Tevere, questi sedimenti sono rimasti con le loro testimonianze di fossili marini. Monte Mario è infatti un importante giacimento fossilifero di cui parlò perfino Leonardo da Vinci.

Il Monte Mario nell’antichità rimase fuori dal perimetro della città, ma nobili e ricchi romani al tempo dell’impero vi fecero costruire le loro ville.

Nel Medioevo vi passava la via Francigena che veniva percorsa dai pellegrini provenienti dalla Francia. Attualmente si sono recuperati molti chilometri di questa via, che arriva a San Pietro.

Le entrate al Parco sono numerose, noi siamo entrati da quella di via Teulada. Altre entrate sono su via Triofale. Oltre che passeggiare nel parco si può accedere con le biciclette.

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Da lì il percorso si svolge in salita fra boschi di lecci, sughere, querce, ornielli, con cespugli tipici della macchia mediterranea e piante ombrofile come l’acanto o il capelvenere.

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Salendo la vista si apre sullo splendido panorama di Roma, con il cupolone sullo sfondo.

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La strada porta a Villa Mazzanti, fatta costruire nella seconda metà del 1800, che conserva decorazioni con scene allegoriche e motivi ornamentali. Attualmente è sede dell’Ente Regionale Roma Natura che gestisce il sistema di Aree Naturali Protette del Comune di Roma.

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Fuori dal recinto del Parco è possibile raggiungere l’Osservatorio Astronomico e Meteorologico di Roma.

la nuova vigna

Grandi lavori nel nostro terreno questo inverno per impiantare una nuova vigna ad integrazione di quella che piantammo più di venti anni fa: poche decine di viti per fare il vino per la nostra famiglia. Una grande fatica, ma anche una grande soddisfazione!

La nostra zona ha una tradizione vinicola antichissima, che risale al tempo degli Etruschi e dei vicini Umbri, i vigneti crescono su terreni argillosi ricchi di gusci di conchiglie fossili, rimuovendo il terreno se ne trovano in quantità. Sono testimoni della presenza di un mare antico quasi tre milioni di anni che arrivava a lambire la catena dei Monti Amerini.

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Gli Etruschi erano buoni viticoltori, esperti nell’arte dell’innesto e nella disposizione degli impianti; erano apprezzati per questa loro abilità in tutto il bacino del Mediterraneo. Coltivavano con la tecnica della “vite maritata” in cui il tutore era un albero, ne rimangono ancora esempi nel territorio.

vite maritata

Ora si preferisce la tecnica “a tutore morto” come facevano gli antichi Greci: le viti sono sorrette da pali che nel nostro territorio devono essere alti per evitare che i numerosi cinghiali facciano scempio dei grappoli maturi.

Noi non siamo degli esperti, impariamo facendo e quindi abbiamo impiegato più tempo del normale a misurare il terreno per piantare i picchetti di riferimento per fare le buche, poi abbiamo dovuto bruciare esternamente la punta dei pali che andrà sottoterra per indurirla ed evitare che marcisca. Mi ha fatto venire in mente Ulisse che intrappolato nell’antro di Polifemo, indurisce sul fuoco un palo con cui accecare il ciclope. Anche per noi è stato un lavoro veramente “ciclopico”!

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Il lavoro meno gravoso è stato comprare le barbatelle, le talee di vite radicate, provviste perciò di “barba”.

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Per fortuna le buche le ha fatte la pala meccanica, ma il lavoro non è mancato comunque, fra sostenere i pali nel giusto punto, misurare di nuovo le distanze e collocarli in maniera perfettamente verticale.

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Alla fine il risultato è questo: tre filari di pali vicino ai quali piantare le barbatelle.

impianto vigna

A questo punto l’ultima fatica: mettere a dimora le piantine con attenzione e cura perché ognuna sia posta nella posizione più favorevole a ricevere il sole e abbia la terra ben aderente alle radici, affinché fra qualche settimana, al momento del risveglio vegetativo, possa svilupparsi nel migliore dei modi.

E così  il vino che verrà porterà in sè una geografia di milioni di anni, una storia millenaria, oltre che la nostra fatica.

 

 

 

 

portavaso da appendere

Ecco un portavaso da appendere semplice da fare e economico, occorrerà un gomitolo di spago e un uncinetto n. 3,5.

Iniziare con un cerchio magico, all’interno lavorare:

1° giro: 2 catenelle (al posto della prima m.alta e 15 m. alte, chiudere il giro con 1 mezza m. bassa sulla seconda catenella d’inizio.

2° giro: 4 cat, *saltare 1 maglia, 1 m.alta, 2 cat. Ripetere da * fino alla fine del giro, chiudere con 1 mezza m. bassa sulla seconda cat. d’inizio.

3° giro: 7 cat, * 1 m.a. sulla m.a. del giro precedente, 5 cat. Ripetere da * fino alla fine del giro, chiudere con 1 mezza m. bassa sulla seconda cat. d’inizio.

portavaso corda

4° giro: 9 cat. * 1 m.a. sulla m.a. del giro precedente, 7 cat. Ripetere da * fino alla fine del giro, chiudere con 1 mezza m. bassa sulla seconda cat. d’inizio.

5° giro: 11 cat. 1 m.a. sulla m.a. del giro precedente, 9 cat. Ripetere da * fino alla fine del giro, chiudere con 1 mezza m. bassa sulla seconda cat. d’inizio.

6° giro: 8 cat. *1 m.a. sulla 5° cat delle 9 del giro prec., 5 cat., 1 m.a. sulla m.a. del giro prec. 5 cat. Ripetere da * fino alla fine del giro, chiudere con 1 mezza m.bassa.

7° giro: come il 6° giro.

8° giro: 6 cat.,  1 m.a. sulla prima m.a. del giro prec., *5 cat., 1 m.a. sulla m.a. successiva. Ripetere da* fino alla fine del giro, chiudere con 1 mezza m.bassa.

9° giro: come l’8° giro.

10°giro: con 2 mezze m. basse arrivare al centro delle 5 cat del giro prec, *1 m.bassa sulla terza cat, 7 cat., ripetere da*. Chiudere con 1 mezza m.b.

11° e 12° giro: come il 10°.

Continuare facendo una catenella della lunghezza sufficiente a ottenere il doppio dell’altezza voluta per appenderlo, fissarla al punto opposto dell’ultimo giro, lavorare tutta la catenella a m. bassa, tagliare il filo e affrancare. Fare una seconda catenella della stessa lunghezza in modo che si incroci con la prima e lavorare anche questa a m. bassa, fissarla e rompere il filo.

Per appendere il portavasi ho cucito all’incrocio delle due bretelle a m.bassa un anello rivestito di spago.

portavaso di spago

crema di ceci

Una buona zuppa che richiede un po’ di pazienza perché deve essere mescolata spesso durante la cottura. Se si ha tempo vale la pena farla perché è saporita e digeribile.

Per due persone:

  • 100 g di farina di ceci
  • 1/2 litro di acqua
  • sale,
  • foglie di salvia
  • olio e.v.o.

Stemperare la farina di ceci con l’acqua aggiungendola poco per volta mescolando per evitare la formazione di grumi e schiacciandoli se si formano.

Mettere sul fuoco moderato e far cuocere per 20-30 minuti, mescolando spesso.

Spegnere il fuoco, salare, aggiungere 2 cucchiai di olio, le foglie di salvia tritate e una macinata di pepe se piace.

Servire bella calda con l’aggiunta di crostini tostati al forno.

crema-di-ceci

La stessa zuppa è buona anche tiepida o fredda d’estate.

cortecce

olmo

La corteccia degli alberi è un po’ come la loro pelle, protegge le parti interne del tronco, dei rami e delle radici, le più delicate e vitali. Inoltre dà sostegno alla pianta che a volte è veramente imponente e grazie a questo rivestimento solido e resistente riesce a puntare diritto verso il cielo anche per decine di metri sfidando la forza di gravità e si mantiene eretta e ben salda al suolo.

pini

La sua consistenza varia molto, esistono cortecce rugose e fessurate ed altre lisce e perfino soffici al tatto. Gli alberi più vecchi ne hanno una spessa e estremamente contorta.

castagno

Variano anche lo spessore e il  colore che va dal bianco candido della betulla, ai diversi toni del marrone e del rosso.

betulle

olivo

Fra le sue fessure si installa tutto un mondo, dai licheni

lichene

 agli insetti che spesso svernano sotto i suoi strati, ai funghi del legno,

vecchi tronchi

all’edera che riesce così a crescere vigorosa e grazie al sostegno dell’albero tende sempre più in alto,

edera

a piante come il vischio i cui semi appiccicosi sono trasportati sugli alberi dagli uccelli e in qualche fessura della corteccia riescono a germinare così che la pianta si sviluppa a spese dell’albero parassitato.

vischio

In alcuni alberi come il platano gli strati superficiali si staccano in placche, portando via parassiti e sostanze nocive. È forse per questo che il platano resiste bene all’inquinamento tanto da essere spesso usato nelle alberature stradali.

platano

Incidere la corteccia o strapparla danneggia la pianta perché da quella ferita possono penetrare parassiti di ogni genere. Gli esseri umani tuttavia la hanno utilizzata nei millenni della loro storia per gli usi più diversi, quello più conosciuto è quello del sughero.

La quercia da sughero ha una corteccia elastica, spessa e porosa, utilizzata per fare tappi, rivestimenti isolanti, galleggianti e ogni sorta di oggetto diverso. Si può perfino tagliare in fogli tanto sottili da farne una stoffa per abiti, simile a pellame morbido. Si può levare senza far morire l’albero, a condizione che ciò avvenga  solo ogni 7-10 anni. Gli alberi così denudati hanno un aspetto impressionante, di un rosso sanguigno, sembrano uomini cui sia stata tolta la pelle.

quercia da sughero

Anche le cortecce di altri alberi come quelle del tiglio e del tasso, in passato sono servite per confezionare abiti, corde e altri manufatti, perché fibrose, elastiche e resistenti.

Dalla corteccia dei castagni, e da quella delle querce, si estraeva il tannino per la concia delle pelli e per usi farmaceutici.

castagni

Ancora oggi nella dehesa della meseta spagnola i lecci vengono potati drasticamente per utilizzare il legname a questo scopo o come combustibile.

lecci

La corteccia interna della betulla è commestibile e quella esterna. che è impermeabile, è sempre stata usata dalle popolazioni nordiche per fare scarpe, canoe e contenitori.

La corteccia del salice contiene l’acido salicilico che preserva i cibi conservati dalle muffe ed è il principio attivo di molti farmaci antinfiammatori come l’aspirina. Da quella dell’albero tropicale di china si estrae invece il chinino usato contro la malaria.

La corteccia dei rami più sottili del Cinnamomum zeylanicum, un piccolo albero di origine orientale, è quella che noi conosciamo come cannella che profuma cibi e bevande e dà loro un sapore inconfondibile.

 

lavori e lavoretti con le granny

Le granny che passione! Da qualche anno sono tornate di moda e tutti le utilizzano, i grandi sarti e le donne di ogni età che sanno tenere in mano un uncinetto ed anche molti uomini!

borsa patch clara (3)

Sono allegre, colorate, versatili, utili per riciclare avanzi di filato. Con loro si possono fare plaid, coperte e copertine, ma anche borse, astucci, maglie e sciarpe.

Sul web ci si può divertire a scoprirne le infinite versioni, dalle più semplici alle più complesse, per tutte l’imperativo è usare la fantasia!

Queste sono alcuni dei miei lavori con le granny square, che poi sarebbero  i “quadrati della nonna”, cliccando su alcune delle foto ci si collega al post in cui ho scritto la spiegazione.

La cosa più semplice e rapida da fare con le granny è un braccialetto-polsino colorato,

braccialetto-polsino 004

occorre solo poco filo colorato e qualche perlina.

Semplice è anche l’astuccio per gli occhiali, che diventa più impegnativo se lo si vuole foderare. Bastano 4 granny e un bottone.

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Anche il cuscino si fa in breve tempo: è un’unica maxi granny colorata su un lato, mentre una granny tinta unita è il retro.

cuscino crochet2 001

Rispetto alle spiegazioni ho aumentato il numero di giri per adattarlo a un cuscino dalle dimensioni 40×40 cm.

Anche l’astuccio per il lettore e-book è fatto con una granny-fiore africano.

custodia kindle 003

Poi ci sono le borse e qui ci si può veramente sbizzarrire e io mi sono divertita a fare borse di granny sia con la lana che con il cotone.

Possono essere quadrati tinta unita, ma di tanti colori diversi come questi,

borsa crochet

o questi

borsa patch arancione uncinetto 003

oppure multicolori come questi

varie 005 - Copia

e questi

borsa con granny

Si possono anche lavorare quadrati misti a  forme varie.

borsa lana uncinetto patch 003

Con le granny si può fare una fodera per un vecchio poggiapiedi

lavori uncinetto 004 - Copia

o una sciarpa.

sciarpa tricolore2 010

Si può anche dare un tocco di colore a un cappotto grigio.

maniche cappotto2 003

Non sono quadrati, ma piccoli cerchi quelli che ho lavorato per questo top.

top marrone e turchese 002

Infine i plaid che fece mia nonna tanti anni fa

lavorivari 013 - Copia

plaid

e un top con le granny che risale agli anni ’60 del secolo scorso! Sempre opera delle mie nonne, è più che giustificato il termine granny!

golf fiori

fuochi e focolari

In inverno è piacevole leggere, chiacchierare o semplicemente oziare vicino al focolare. Un tempo era il centro della vita familiare, nell’unica stanza che serviva da cucina, soggiorno, stanza da pranzo, tanto che in italiano si usava la parola fuoco o focolare per indicare un nucleo familiare. Termine che per noi è ora desueto, ma viene ancora utilizzato dagli spagnoli per i quali hogar significa ancora casa intesa sia come appartamento che come luogo di residenza del nucleo familiare.

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Oltre che questo significato il fuoco ne aveva anche altri legati a riti di purificazione e rinnovamento intesi a propiziare una nuova annata agricola ricca di messi. In periodi diversi della stagione invernale alcune di queste manifestazioni si sono conservate, in molte zone d’Italia si accendono falò la sera dell’Epifania, a volte bruciando un fantoccio che rappresenta una vecchia strega. In altre zone i falò si accendono per Sant’Antonio Abate il 17 gennaio, in altri a Carnevale.

Questo grande valore simbolico ha il suo significato anche ai nostri giorni, se tante feste che li vede protagonisti continuano a essere celebrate. Con il fuoco si distrugge simbolicamente ciò che è vecchio e si traggono auspici per i raccolti futuri. ma soprattutto il fuoco mette allegria soprattutto se si è in compagnia.

torta al cacao e succo d’arancia

Una torta da fare in pochissimo tempo, senza uova, senza grassi, senza latte, ma morbida e buona, cosa volere di più?

Ecco la mia ricetta:

  • 200 g di farina
  • 250 g di zucchero
  • 100 g di cacao
  • raschiatura di un’arancia
  • 1 pizzico di cannella
  • mezza bustina di lievito in polvere
  • 300 ml di succo d’arancia

Imburrare e infarinare una teglia e accendere il forno a 180°.

Mescolare con cura la farina, lo zucchero, il cacao, la raschiatura di arancia, la cannella e il lievito; aggiungere poco per volta il succo d’arancia mescolando per ottenere una pastella omogenea, schiacciando con un mestolo di legno gli eventuali grumi, cercando però di non lavorarla troppo.

Mettere in forno caldo per mezz’ora circa, prima di sfornarla saggiare la giusta cottura con uno stecchino di legno (se è cotta lo stecchino deve uscire asciutto).

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la Riserva del Monte Orlando a Gaeta

Il Monte Orlando è un promontorio roccioso che domina la città di Gaeta e la divide a metà. Immerso nella macchia mediterranea è diventato parte del Parco della Riviera d’Ulisse, che già dal nome suggerisce una storia antichissima che affonda le sue radici nella leggenda.

È una bellissima passeggiata piacevole in ogni stagione, anche in inverno perché il clima resta mite e la vegetazione mediterranea conserva il suo verde. In estate poi il bosco di lecci che copre gran parte della sua superficie insieme a pini e roverelle offre refrigerio e tranquillità dopo la vita di spiaggia.

Il promontorio termina con una impressionante falesia a picco sul mare, che da decenni è diventata palestra di roccia attrezzata dal Club Alpino Italiano.

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Sulla falesia crescono aggrappati alle rocce e affacciati sullo strapiombo pini d’Aleppo, palme nane e malvoni delle rupi.

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Impressionante è anche la cosiddetta Montagna Spaccata, una stretta e profonda fenditura nella roccia nelle vicinanze della quale sorse il Santuario della Santissima Trinità,

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e la Grotta del Turco che si apre direttamente sul mare e alla quale si accede attraverso una scala scavata nella roccia.

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Le rocce calcaree che formano il promontorio si sono formate nel Cretacico, in un ambiente di mare caldo e poco profondo, la piattaforma sottomarina si è poi sollevata emergendo durante il processo di formazione dell’Appennino.

I gusci calcarei degli organismi che la popolavano si sono fossilizzati e molti di questi fossili sono ben riconoscibili come queste rudiste, molluschi che vissero fra i 150 e i 65 milioni di anni fa e la cui presenza nelle rocce contribuisce a determinarne l’ antichità.

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Il comodo sentiero nel bosco e nella macchia profumata di allori, viburni, lentischi e mirti, si affaccia spesso sulle falesie a picco sul mare, all’orizzonte si possono vedere le Isole Ponziane. Da alcuni punti si vede invece la città di Gaeta e il suo golfo che il Monte Orlando taglia in due, con la bella spiaggia di Serapo da un lato

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e il porto e la città medioevale dall’altro.

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Gaeta ha una storia millenaria, l’ampio golfo fu scalo degli antichi navigatori come ci cantano Omero nell’Odissea e Virgilio nell’Eneide (secondo Virgilio il nome della città risalirebbe a Caieta, nutrice di Enea che qui fu sepolta). In epoca romana fu porto e la bellezza della costa indusse molti ricchi romani e gli stessi imperatori a farvi costruire splendide ville.

Sulla cima del promontorio sorge il Mausoleo di Lucio Munazio Planco che fu uno dei più noti generali di Cesare, fondatore delle città di Lugdunum (Lione) e Augusta Raurica (Augst) presso Basilea.

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Durante la passeggiata si incontrano testimonianze della storia più recente della città che fu porto strategico del Regno dei Borbone: bastioni, piazzole di sparo e polveriere utilizzate fino alla seconda guerra mondiale e ora trasformate in musei. Gli orari di apertura si possono trovare sul sito dei Parchi del Lazio.

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I sentieri sono ben segnalati, con indicazioni e pannelli informativi. Sono percorribili anche in mountain bike o a cavallo. In estate è possibile anche aggiungere itinerari subacquei negli splendidi fondali profondi fino a 40 metri.

riprodursi senza seme

Molte piante si riproducono anche per via non sessuale, cioè senza fiori, impollinazione e semi, in questo modo le piante figlie sono geneticamente identiche alla madre.

La riproduzione asessuale ha l’indubbio vantaggio di consentire di riprodursi anche senza un partner, e poiché le piante non sono mobili ciò rende la riproduzione possibile anche per individui che crescono isolati. Questo tipo di riproduzione però non consente un rimescolamento dei geni e quindi una diversità nell’ambito della specie. In genere però la stessa pianta è in grado di riprodursi sia sessualmente che vegetativamente, in questo modo ottiene un doppio vantaggio.

Ci sono moltissimi sistemi di riproduzione per via vegetativa, ad esempio la fragola e il rovo si riproducono oltre che con fiori e semi anche per stoloni, i loro lunghi rami flessibili strisciano sul terreno ed emettono delle radici che penetrano nel terreno e generano piante indipendenti. I rovi infatti possono diventare piante decisamente infestanti!

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Anche i rizomi generano nuove piante, sono fusti orizzontali che si espandono sottoterra per poi emergere a una certa distanza dalla pianta madre generando nuovi individui. È il caso degli iris, degli asparagi, dello stracciabraghe,

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Smilax asper, Stracciabraghe

ma anche della gramigna e dei convolvoli che proprio grazie a questa loro proprietà diventano fastidiose infestanti dei campi coltivati.

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Le talee sono ben conosciute da chi cerca di propagare le proprie piante da giardino, sono rametti, foglie o radici che interrate generano nuove piante. Si ottengono talee dai gerani, dalle rose, dalle violette africane, dei pothos, ma anche dalle viti.

Anche i bulbi di tante Liliacee sono un modo per riprodursi asessualmente, gli spicchi di una testa d’aglio ne sono un esempio ben conosciuto.

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Come ben conosciuti sono i tuberi, fusti carnoso sotterranei ricchi di sostanze di riserva che vengono utilizzate per produrre nuove radici e un nuovo fusto. le patate ne sono un esempio conosciuto da tutti, come conosciuta è la loro tendenza a “cicciare”, cioè a emettere i germogli delle nuove radici.

Alcuni alberi emettono polloni, rami che si sviluppano direttamente sul tronco o sulle radici. Sono tipici dell’olivo e dei prugni; l’olivicoltore ha il suo daffare per toglierli periodicamente perché le piante se devono allevare troppa vegetazione  producono meno frutti.

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Un curioso modo di riproduzione vegetativa è quello della Kalanchoe che porta sui margini delle foglie numerosissime minuscole piantine provviste anche di una piccolissima radice. Le piantine cadono sul terreno e radicano crescendo poi in poco tempo.

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