toponimi e personaggi

Moltissimi nomi di città derivano dai nomi propri dei fondatori, dei signori del luogo, dei proprietari del fondo agricolo su cui sorse l’insediamento. Aosta (Augusta Praetoria) e Torino (Iulia Augusta Taurinorum) derivano il nome dall’imperatore Ottaviano Augusto, mentre Forlì era la romana Forum Livii da ricondursi alla gens Livia e Forlimpopoli era l’antico Forum Popilii il luogo di mercato in cui resiedeva la gens Popilia. Anche Friuli deriva da Forum Iulii.

Torino

Molti toponimi di origine romana terminano in –ano sono derivati da formazioni prediali, cioè indicano proprietà dei fondi, così Aquino deriva dal nome di persona Acuvius, Attigliano da Attilius, Alviano da Albius, Bassano e Bassiano da Bassus, Bolzano da Baudius, Contigliano da Quintilius o Contilius, Cornegliano da Cornelius, Genzano da Gentius, Gallicano da Gallicanus, Magliano da Mallius, Manciano da Mancius, Marciano e Marciana da Marcius, Marano e Maranello da Marius, Mazzano da Matius, Oristano forse da Aristius, Paliano da Pallius, Pomigliano da Pomelianus, Passignano da Passinius, Pitigliano da Petillius, Ponzano da Pontius, Rutigliano Rutilius, Sarnano da Sarnus, Savignano da Sabinius, Semproniano da Sempronius, Soriano da Surius, Torano da Thorus, Trevignano da Trebinius, Vezzano da Vettius, Zuglio e Zugliano da Iulius e Iulianus. Marcianise, Foglianise, Grazzanise invece derivano da un suffisso –ensis che esprime sempre appartenenza. I toponimi prediali sono veramente tanti, soprattutto in alcune regioni come Lazio, Toscana, Campania.

 

Alviano, il castello

In area celtica gli stessi toponimi di origine latina hanno a volte suffisso in –acus come Bellinzago dal gentilizio latino Bellicius o Grezzago da Gratius, o in –ascus come Grugliasco o Garlasco  o ancora in –ate come Azzate e Sulbiate.

Sempre di origine latina sono Patrica, Paderno, Paternò che si riferiscono a terreni ereditati dal padre.

Alcuni toponimi sono di derivazione etrusca come Tarquinia che ha però assunto questo nome solo nel 1922 in ricordo della potente città etrusca che sorgeva nei pressi, Bibbiena e Bibbona da un personale etrusco, Rufina, da Ruffni, Arezzo forse dal nome etrusco Arnth.

Molti toponimi risalgono invece al medioevo, epoca di arroccamenti in castelli, torri, possedimenti feudali. Ecco allora i numerosi castelli con i rispettivi castellani: Castel Gandolfo, Castelfidardo, Castelguidone, Castel Focognano, Castel Guglielmo, Castel Giorgio, Casteldelfino, Castel Goffredo e molti altri. A questi si aggiungono le torri: Torre Cajetani, Torre de’ Busi, Torre Boldone e le rocche: Rocca de’ Giorgi, Rocca de’ Baldi, Rocca Grimalda, Roccasinibalda, Roccamandolfi. Frequenti sono anche le ville: Villalfonsina, Villa Faraldi, Villa Cortese, le valli Valledoria, Vallecorsa,  i monti: Monteleone, Montepulciano, Montegrimano, Montegridolfo, Monte Porzio, Monzambano, Monterchi, i poggi: Poggibonsi, Poggio a Caiano, Poggio Berni, Poggiorsini. Ci sono anche i “pesco” (dal termine osco che significava altura) come Pescocostanzo e  le “sala” (forse di origine longobarda con il significato di dimora) come in Salaparuta e Salbertrand. Anche GiffoneGiulianova, Marcellina e Gualtieri darivano dal nome del feudatario.

Marche

Sarnano

Altri, sempre in epoca medioevale, furono chiamati in onore di qualche personaggio come Alessandria, così chiamata nel 1170 in onore di papa Alessandro III o Gualdo Cattaneo che ricorda il fondatore.

Molti toponimi settentrionali che terminano in –engo sono ugualmente da nomi propri, il suffisso è l’equivalente germanico del latino –anus e indica allo stesso modo proprietà. Hanno questa origine Bussolengo, Pastrengo, Casalpusterlengo, altri si rifanno a nomi propri germanici come Visso da Wiso, Radda in Chianti, Radicofani, Radicondoli da un nome di persona germanico. Rovigo da Hrodico, Rottofreno da Hrodfrid, Mormanno da Marimannus.

In Sicilia dove molti toponimi hanno origine araba, Marsala deriva da marsa Ali, porto di Alì. In Calabria invece molti toponimi hanno origine greca, troviamo Sinopoli da un cognome xenopoulos (figlio di straniero), Papasidero dal greco bizantino papas Isidoros (prete Isidoro), Rosarno dal nome di persona Rhousares.

Alcuni paesi hanno aggiunto in tempi recenti al proprio nome quello dei loro concittadini celebri, è il caso di San Mauro Pascoli, Castagneto Carducci, Arquà Petrarca, Virgilio, Caprese Michelangelo, Grinzane Cavour, Morra De SanctisPorto Empedocle, altri hanno mutato il proprio nome in onore di personaggi della casa regnante: Margherita di Savoia, Jolanda di Savoia, Savoia di Lucania, Mafalda, Vittorio Veneto, altri ancora come Guidonia denominata così in onore dell’aviatore Guidoni caduto nel vicino aeroporto.

Saline di Margherita di Savoia

il chilometro zero

Oggi parlare di chilometro zero ci fa venire in mente i prodotti alimentari che provengono da molto vicino e che non hanno dovuto percorrere grandi distanze per arrivare sulle nostre tavole, ma esiste un altro chilometro zero, di antica origine, è il punto di partenza convenzionale della misura delle distanze delle strade statali e delle ferrovie.

Nell’antica Roma era chiamato Miliarum aureum, era indicato da una colonna i cui resti si trovano al Foro Romano a est del Tempio di Saturno, di fronte a quel che resta della sua scalinata.

Ancora oggi è rimasto l’uso un po’ in tutto il mondo di fissare il punto d’inizio convenzionale della misura delle distanze delle strade statali e ferrovie e di indicarlo con un segnale.

In Italia il chilometro zero si trova a Roma, al Campidoglio ed è rappresentato da un tondino di ottone del diametro di 2 cm incastonato nella cornice di travertino davanti al piedistallo della statua di Marco Aurelio, a circa 50 cm da questo. Centinaia di migliaia di romani e turisti lo calpestano senza notarlo e senza saperne il significato.

In altri Paesi è più evidente, per esempio in Spagna è una lapide semicircolare a Madrid, al centro della Puerta del Sol, sull’iscrizione è inciso: “Origen de las carreteras radiales”. In Francia è una stella a otto punte nella piazza della cattedrale Notre Dame.

Non sarebbe il caso che il Comune di Roma provvedesse a renderlo più evidente e a valorizzarlo?

 

obelischi a Roma

Obelisco del Quirinale

La presenza di obelischi a Roma è antichissima.

Augusto volle trasportare a Roma due enormi obelischi per ornare la spina centrale del Circo Massimo, il primo era stato fatto erigere davanti al tempio di Ammone a Karnak dai faraoni Tutmose III e Tutmose IV nel XV secolo a. C. ed era alto 47 metri, il secondo era stato eretto da Ramesse II nel 1232 a. C. Augusto riuscì a far arrivare a Roma solo il secondo, per il primo l’impresa si rivelò impossibile per le dimensioni eccezionali. Raggiungerà il compagno al Circo Massimo solo tre secoli dopo sotto l’imperatore Costanzo. Per trasportarlo fu costruita una enorme nave che arrivata alle foci del Tevere lo risalì fino all’Isola  Tiberina.

Circo Massimo

Quando il Circo Massimo cadde in disuso dopo la fine dell’Impero Romano gli obelischi rovinarono a terra a causa dei terremoti, si spezzarono e furono ricoperti di sedimenti. Sotto il pontificato di Sisto V nel XVI secolo furono rinvenuti a 7 metri di profondità. Il papa li fece trasportare il primo a Piazza San Giovanni in Laterano, il secondo a Piazza del Popolo dove sono tuttt’ora, l’Obelisco lateranense è il più alto fra quelli presenti a Roma, l’Obelisco Flaminio di Piazza del Popolo è il secondo per altezza fra quelli eretti a Roma con i suoi 36,5 m compresa la base.

Obelisco Flaminio

Molto noto a romani e turisti, spesso inquadrato nelle riprese da Montecitorio è L’Obelisco di Montecitorio nella piazza omonima. Anche questo fu fatto trasportare da Augusto, era l’obelisco che fece erigere a Heliopolis il faraone Psammetico II nel VI secolo a.C. Augusto lo fece collocare a Campo Marzio come gnomone di un enorme orologio solare, l’horologium Aususti.

Anche questo era caduto nel medioevo, fu restaurato ed eretto in questa piazza nel 1792 sotto il pontificato di Pio VI. Frammenti del basamento originario sono ancora visibili nei sotterranei della chiesa Di San Lorenzo in Lucina. Si ripristinò l’originaria funzione di orologio solare: sulla cima dell’obelisco un globo di bronzo forato con le insegne del papa faceva passare i raggi del sole mentre sulla piazza appositi selci indicavano le ore.

Obelisco di Montecitorio

Altri obelischi celebri sono quello del Quirinale che proviene dal Mausoleo di Augusto e insieme al gemello è un’imitazione romana di quelli egizi e fu qui collocato nel 1783 al centro della fontana con i dioscuri. Il gemello fu collocato a piazza dell’Esquilino nel 1587. Quello della Fontana dei Fiumi di piazza Navona era invece proveniente dal Circo di Massenzio. Anche l’Obelisco Sallustiano sopra Trinità de’ Monti è un’imitazione romana di quelli egiziani, proviene dai vicini Horti sallustiani.

Fontana dei Fiumi, il Nilo

Obelischi più piccoli sono quello di Ramsses II a piazza della Rotonda, presso il Pantheon, collocato al centro della fontana rinascimentale e quello a piazza santa Maria sopra Minerva, collocato sul dorso della statua di un elefante concepito da Gian Lorenzo Bernini.

La moda di usare gli obelischi come arredi urbani è stata molto duratura tanto che il principe Alessandro Torlonia all’inizio del 1800 ne fece scolpire ed erigere due nella sua villa sulla Nomentana in memoria dei genitori.

Villa Torlonia

scarpine bicolori per neonato

Un paio di scarpine per neonato semplici semplici, adatte anche a una principiante. Sono taglia nascita (lunghezza piede 9 cm, larghezza 5 cm).

Occorrente: 14 g di lana in tutto nei due colori, uncinetto n. 3.

Suola: col filo rosso avviare 12 catenelle, inserire l’uncinetto nella 4a catenella e lavorare 9 m. alte. Sull’ultima cat. lavorare 2 m. alte, voltare il lavoro e lavorare sul lato in basso della cat facendo 2 m. alte nella 1a cat.

Continuare a m. alta, sull’ultima cat. lavorare 2 m. alte. Chiudere con mezza m. bassa sulla 3a cat. iniziale. (Ogni giro successivo va chiuso con 1 mezza m. bassa).

2° giro: fare 3 catenelle al posto della 1a m. alta (ogni giro successivo si comincia così), lavorare 1 m. alta insieme alla catenella (aumento), 6 m. alte, 2 m. alte nella stessa m. 2 volte (2 aumenti), 3 m. alte nella stessa m, 2 m. alte nella stessa m. 2 volte, 6 m. alte, 2 m.a. nella stessa m. 2 volte, 3 m.a. nella stessa m. Chiudere con 1 mezza m. bassa nella catenella di avvio.

3° giro: 3 catenelle, 3 aumenti, 9 m.a., 6 aumenti, 9 m. alte, 6 aumenti. Chiudere con una mezza m. bassa.

4° giro: cambiare colore e lavorare senza aumenti a m. bassa in costa (inserire l’uncinetto solo nel filo posteriore di ogni maglia del giro precedente).

5° giro: 13 m. alte, 7 diminuzioni, 16 m. alte, 1 diminuzione, 4 m.a., 1 mezza m. bassa per chiudere.

6° giro: 11 m. alte, 4 diminuzioni, 15 m. alte, 1 diminuzione, 4 m. alte. Chiudere con 1 mezza m. bassa.

7° giro: 10 m.a., 4 diminuzioni, 13 m.a., 1 diminuzione, chiudere.

8° giro: 7 m.a., 3 diminuzioni, 16 m. a., chiudere

9° giro: 6 m.a., 3 dim., 14 m.a.

10° giro: cambiare colore e lavorare tutto il giro a m. bassa senza diminuzioni.

 

 

strade romane e cibo

Le strade del centro di Roma hanno a volte nomi singolari, nomi derivati da antichi mestieri che vi si praticavano, da animali raffigurati in statue, insegne o dipinti, da piante che vi crescevano, o da cibi e bevande!

Vicino a Fontana di Trevi c’è via della Panetteria, è sotto il colle del Quirinale dove hanno dimorato per secoli i papi; vi si sfornava il pane destinato a nutrire il papa e tutta la sua numerosa corte, in casi eccezionali durante le carestie veniva distribuito anche ai poveri. Nei pressi c’è anche un vicolo del Forno, vi era un forno molto antico che funzionò fino al 1939. Una via de’ Fornari è vicina a piazza Venezia.

E dopo il pane, il companatico! Il nome di via Panisperna, la lunga via del rione Monti in cui erano i laboratori di Enrico Fermi, deriverebbe da Parasperna (in greco: vicino alla separazione) forse perché vicino ad un confine fra due proprietà. Più suggestivo è però credere che il nome derivi dal latino panis et perna (pane e prosciutto) perché come narra la leggenda i frati della vicina chiesa di San Lorenzo avevano l’usanza di distribuirne ai poveri il giorno di San Lorenzo. C’è anche una via dei Salumi a Trastevere.

Piazza, via e vicolo delle Coppelle è vicino a piazza di Montecitorio. Cupella o coppella derivano dal diminutivo del latino cupa con il significato di barile, tino. Era un bariletto che conteneva 10 fojette, recipienti da mezzo litro, usati nelle osterie e nelle rivendite di vino fino a pochi decenni fa. Una coppella conteneva quindi 5 litri, di vino o anche di aceto o acqua.

fojetta

Nelle vicinanze una via della Vaccarella rimanda all’insegna di un’antica latteria nel rione Sant’Eustachio, come via del Vaccaro nel rione Trevi e via delle Vacche nel rione Ponte.

A via Monte della Farina presso piazza di Torre Argentina, nel medioevo si accumulavano le scorte di frumento e a via delle Paste così chiamata per i numerosi negozi di paste alimentari. Accanto c’è anche una via dei Pastini.

Accanto a Piazza Sant’Eustachio, presso il Pantheon c’è piazza dei Caprettari dove si compravano e vendevano i capretti, c’è poi piazza Pollarola presso Campo de’ Fiori. A via dei Due Macelli vicino piazza di Spagna, c’erano due mattatoi e si vendeva la carne.

Presso il Portico d’Ottavia c’è via del Foro Piscario, infatti al Portico dal medioevo si svolgeva il mercato del pesce. Proprio sopra il Portico la chiesa di Sant’Angelo in Pescheria.

Di fronte all’Isola Tiberina c’è invece una via del Foro Olitorio dove si teneva il mercato dell’olio.

Altre vie ricordano la presenza di antiche osterie con un’insegna decorata: è il caso di via della Vite, via del Melone, via del Gambero.

 

 

 

 

mamma e babbo

“…né da lingua che chiami mamma e babbo.” (Dante, canto XXXII dell’Inferno).

Il linguaggio è caratteristica specifica ed esclusiva dell’essere umano, fin dagli ultimi mesi della vita intrauterina è presente nel feto la capacità di sentire e distinguere la voce umana, in particolare della madre, dagli altri suoni e familiarizzarsi con i fonemi e la cadenza della lingua madre.

Molto presto, intorno ai sette mesi,, inizia la fase della lallazione. Tutti i neonati umani, qualunque sia la lingua che sentono tutti i giorni, producono delle sillabe, come bababa, dadada, gu. È un primo esercizio di produzione suoni che ancora però non hanno un significato, in questo modo imparano come usare la gola, la bocca, la lingua e le labbra per riprodurre i suoni che hanno ascoltato. Quello che è simile alla lingua madre sono i ritmi e la melodia della lallazione, le pause, la cadenza e la madre o la persona che si occupa del piccolo risponde, sorride, sollecita a parlare ancora.

I genitori, probabilmente da quando il genere umano ha iniziato a parlare, danno un significato a queste prime sillabe e così la sequenza mama viene di solito interpretata dai genitori come un tentativo del bambino di chiamare la mamma. La cosa sorprendente è che il nome per chiamare familiarmente la madre è simile in moltissime lingue, anche non imparentate fra loro, deriva dalle stesse sillabe: contengono una m seguita dalla vocale a o tendente ad a ad es. in italiano (mamma), francese (maman), inglese (mom o mamy), neogreco (mana), cinese (mama), ungherese (mama), forse perché la labiale è quella che si usa per mangiare ed anche per lamentarsi quando si ha fame! “Mhmhmhmh”.

Invece per il padre il discorso è più vario, sempre dalle prime sillabe deriva, ma anche rimanendo in Italia ci sono differenze: in Toscana, Umbria, alto Lazio, Marche, Sardegna ancora si usa chiamare “babbo”, mentre nel resto d’Italia ha prevalso il francesismo papà, anche se in alcune zone questo uso è piuttosto recente: mia nonna nata nel Lazio all’inizio del ‘900 il padre lo chiamava “tata” e questo era il vocabolo usato anche a Roma e in molti altri dialetti italiani. All’estero baba è molto frequente così come papa. Anche la sillaba da è rappresentata nell’inglese dad, daddy.

Dai primi suoni emessi per prova e per divertimento a pochi mesi a parole con cui chiameremo per tutta la vita le persone che ci hanno generato e che soprattutto si sono occupati costantemente di noi nei primi anni, i più significativi per la formazione della nostra personalità e per la nostra crescita fisica ed affettiva.

i canyons italiani e gli esseri umani

Ancora un post sui canyons dopo la mia rassegna sui più belli d’Italia. I canyons, le forre, le gole hanno sempre colpito l’immaginazione umana fra attrazione, stupore e timore.

Molte antiche popolazioni italiche hanno sfruttato le pareti scoscese di questi siti per necropoli, luoghi di culto o anche per abitazioni grazie alla posizione facilmente difendibile.

Le Cave dei Monti Iblei in Sicilia sono un esempio suggestivo di insediamento umano. Particolarmente significativa è la necropoli di Pantalica sito UNESCO. Si tratta di circa 5 mila grotte risalenti a un periodo fra il XI e l’ VIII secolo a.C.

Anche le gravine della provincia di Matera e di quella di Taranto hanno una particolare suggestione. Sono abitazioni e tombe ricavate dalle pareti calcaree dei canyons della zona. L’esempio più noto è quello dei Sassi di Matera, anch’essa inserita nei siti dell’UNESCO.

Matera

Matera non è l’unico sito di questo tipo nella zona: Castellaneta, Laterza, Gravina di Puglia, Ginosa, Massafra, Palagianello offrono altri esempi di abitazioni e luoghi di culto.

Nell’alto Lazio e nella Toscana meridionale il paesaggio etrusco offre altri esempi di gole, canyons e forre sfruttati da questo antico popolo per le  necropoli. Il substrato in questo caso è il tufo, roccia vulcanica derivata dalle scorie eruttate dai distretti vulcanici sabatini e vulsini. Il tufo è una roccia non particolarmente dura che si scava facilmente e questi nostri antenati ne hanno ricavato necropoli complesse con molte tombe monumentali che avevano colonne, fregi e sculture sempre di tufo. Necropoli di questo tipo si possono visitare con tranquille passeggiate a Blera, Barbarano, Calcata, Pitigliano, Norchia.

Blera

A volte i canyons furono utilizzati come vie di comunicazione, è il caso della galleria scavata dagli Umbri e dai Romani attraverso la quale passava e passa la via Flaminia: la Gola del Furlo.

Gole del Furlo

Attraverso le Gole di Celano in Abruzzo si compiva ogni anno la transumanza.

A volte le profonde spaccature erano un ostacolo alla viabilità, si costruivano allora arditi ponti come quello sulle Gole del Quirino in Abruzzo o il Ponte dei Saraceni sulle gole laviche del Simeto presso Adrano.

La costruzione di un ponte su una gola era un evento particolarmente ardimentoso e considerato quasi impossibile. Nascevano perciò leggende che ne attribuivano la costruzione a un patto stipulato col diavolo, questo veniva sempre gabbato e non riceveva in cambio del suo aiuto l’anima umana promessa. Un po’ in tutta Italia esistono “Ponti del diavolo”. Uno particolarmente ardito è quello sulle Gole del Raganello nel Parco del Pollino.

Gole del Raganello

Pochi anni fa purtroppo alcune persone che percorrevano le gole sono morte travolte da una piena improvvisa. Il diavolo non ne fu la causa, ma l’imprudenza umana. 

Alcuni canyons hanno ospitato, dalla preistoria ai giorni nostri, luoghi di culto. In Abruzzo le Gole del Fiastrone e quelle del Salinello nelle Montagne dei Fiori. Qui oltre a diversi santuari mariani, una grotta è dedicata a San Michele, l’arcangelo spesso associato alle grotte e alle pareti rocciose. Anticamente nella stessa grotta si venerava Ercole, il semidio invocato in difesa del bestiame.

 

 

il frutteto di Laerte

“Allora rispose, volgendosi a lui Laerte, esclamò: “Odisseo, mio figlio, tu? tornato qui? se è vero dammi una prova, ma lampante, che mi convinca!”

Gli rispose volgendosi a lui Odisseo, disse: “…….Vuoi che ti ricordi gli alberi sparsi per l’orto, questo ameno luogo? gli alberi che tu mi avevi una volta regalato. Ero ancora piccino e ti venivo dietro per tutto il campo, e ti chiedevo questo e ti chiedevo quello, e traversavamo il campo, e tu me li indicavi, e mi facevi il nome di ognuno. Ricordo, erano tredici i peri, dieci i meli, quaranta i fichi. E poi ancora mi promettesti di darmi cinquanta vitigni, di quelli che danno frutti due volte l’anno; e vi sono, qui, grappoli d’ogni specie, adatti ad ogni clima che Zeus manda dal cielo.”

(Omero, Odissea, canto XXIV, traduzione Emilio Villa.)

 

marmellata di mele rapida

Quest’anno nel nostro frutteto le mele sono abbondanti, quindi oltre a mangiarle così, appena colte dall’albero, posso sbizzarrirmi a cucinare con le mele facendo torte, creme e passati, abbinandole a piatti di carne e naturalmente facendo tante marmellate. Per accorciare i tempi della cottura ho provato a usare la pentola a pressione e devo dire che ha funzionato.

  • 2 kg di mele sbucciate
  • 200 g di zucchero
  • 1 limone o stecche di cannella o semi di finocchio

Sbucciare le mele e farle in pezzi, metterle nella pentola a pressione con 1 bicchiere di acqua, far cuocere per 10 minuti dall’inizio del sibilo. le mele saranno cotte a sufficenza e si presenteranno disfatte. Spegnere il fuoco, aprire la pentola dopo la fine del sibilo e omogeneizzare con il frullatore a immersione.

Rimettere al fuoco con lo zucchero, io ne ho messo molto poco, ma ognuno può regolarsi a suo gusto. È in questa fase che si possono aggiungere, se si vuole, gli aromi preferiti: succo e buccia di limone oppure cannella o semi di finocchio. Si possono aggiungere in alternativa petali di rose profumati o fiori di lavanda. Ho fatto più volte anche la marmellata di mele e cacao.

Far cuocere fino a che la marmellata non avrà raggiunto la giusta consistenza, quando cioè una goccia messa su un piattino e fatta raffreddare non scorra lentamente. In genere bastano pochi minuti da quando riprende il bollore.

Mettere bollente nei vasetti sterilizzati, chiudere subito e capovolgerli fino a che non si siano raffreddati. Il coperchio deve risultare infossato, segno che all’interno si è fatto il vuoto. Se si mette poco zucchero utilizzare vasetti piccoli che appena aperti vanno conservati in frigo.

L’Acqua

La pila bolle e l’Acqua va sur Foco

ch’a poco a poco friccica e se smorza.

– Perché –  je chiede l’Acqua –  te lamenti

se sei tu stesso che me dài la forza?-

(Chi riscalla la testa de le folle

tenga d’occhio la pila quanno bolle).

(Trilussa 1941)

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