la presina bomboniera

Una presina con il fiore che io ho usato come bomboniera piegata a busta e legata con un nastrino, all’interno ho inserito il sacchetto di tulle con i confetti.

Semplicissima e rapida da fare, bastano pochi grammi di filo di cotone nei colori che si scelgono e un uncinetto 3,5.

Presina: avviare 25 catenelle e cominciando dalla seconda cat. lavorare 24 m. basse, continuare a lavorare avanti e indietro per 26 giri (10,5 cm).

Senza rompere il filo fare intorno un bordo: 3 cat., saltare 1 m. mezza m. bassa. Ripetere fino alla fine del giro. alla fine per l’asola lavorare 8 cat. fissate con mezza m. bassa. Rompere il filo e affrancare.

Fiore: nell’anello magico fare 5 m. basse con il giallo.

2° giro: 10 m. basse,

3° giro. con il rosa chiaro, 3 m. alte chiuse insieme per ogni maglia del giro precedente, 4 catenelle. Ripere fino alla fine del giro.

4° giro: con il rosa scuro, 5 m. basse in ogni gruppo di 4 catenelle. Tagliare il filo e affrancare.

Cucire il fiore al centro della presina.

monumenti funebri romani e mestieri

I monumenti funerari dell’antica Roma a volte ci parlano dell’attività del defunto che illustrano con i simboli del mestiere immortalati su pietra a sfidare i secoli.

Il monumento funerario fra i più famosi è quello del fornaio Eurisace e di sua moglie Atistia fuori di Porta Maggiore a Roma. Il monumento di tufo rivestito di travertino risale al I secolo a. C. e raffigura le parti più caratteristiche del forno: le cavità circolari probabilmente rappresentano le impastatrici; sul fregio sono scolpite scene della lavorazione del pane. Nel monumento erano anche le statue del fornaio e di sua moglie ora custoditi al Museo Centrale Montemartini.

Meno monumentale ma ugualmente significativa nel suggerire il mestiere del defunto è la lapide sepolcrale di Giulio Elio del I secolo d. C. con le due forme per calzature sul coronamento dell’edicola.

Museo Centrale Montemartini, Roma

Questa lapide invece illustra il mestiere del mosaicista, risale al III secolo d. C e mostra gli scalpellini all’opera sotto la sorveglianza del capofficina.

Antiquarium del Parco Archeologico dell’Appia Antica, Roma

L’ultima lapide non illustra un mestiere ma l’attività intellettuale di Sulpicio Massimo, un giovanissimo poeta vincitore del certamen capitolino del 94 d. C., morto a 11 anni. Sul suo monumento funebre i genitori affranti fecero scolpire per intero il poemetto in greco che gli valse il premio.

Il monumento fu ritrovato accanto alla Porta Salaria, addossato alle mura aureliane.

Museo Centrale Montemartini, Roma

la tovaglietta con il nome

In estate si lavora bene il cotone e si preferiscono lavori semplici e colorati. Si può cominciare a preparare qualcosa per il ritorno all’asilo! per esempio questa tovaglietta a crochet con il nome a filet.

Occorrono 100 g di filo di cotone e un uncinetto n. 3.

Montare 80 catenelle e cominciando dalla terza catenella dall’uncinetto lavorare 78 maglie alte (37 cm).

Dal secondo giro cominciare a lavorare il nome a filet, contando le maglie per centrarlo. Per ogni foro a filet si lavora 1 catenella e si salta 1 maglia. Ognuno può disegnarsi sulla carta quadrettata il nome da riportare.

Continuare poi a maglia alta lavorando in tutto 29 righe (26 cm).

Senza rompere il filo lavorare il bordo intorno sui 4 lati: 2 catenelle per iniziare al posto della prima m. alta, 4 m. alte nella stessa maglia della catenella, * saltare 1 m, 1 mezza m. bassa, saltare 1 m, 5 m. alte nella stessa m. Ripetere da *.

pronte per l’asilo!

Manca poco al ritorno all’asilo o al primo ingresso al nido per chi è appena arrivata! Qui ci sono alcuni lavori che ho fatto durante l’estate per loro: bavaglini, asciugamani con il nome a punto a croce o all’uncinetto,

tovagliette,

sacchette personalizzate per cominciare in allegria!

I nomi sono ricamati a punto a croce, nell’asciugamano blu per ogni lettera ho fatto delle catenelle a uncinetto che ho poi cucito sull’asciugamano. Nella tovaglietta rosa invece il nome l’ho scritto a filet.

In un prossimo post metterò le spiegazioni per fare quest’ultima tovaglietta a uncinetto.

una foglia per cappello

Il nome scientifico di questa pianta è Petasites hybridus dal greco petasos ossia “cappello a larghe tese”. Da bambini ci si divertiva a fare copricapi e ombrelli con le sue foglie davvero gigantesche che possono raggiungere anche 1 metro di larghezza. Appartiene alla famiglia delle Asteracee come le margherite.

Ama i luoghi umidi: vive sulle rive di fiumi, laghi, fossi in tutta Italia. È una specie dioica, i fiori maschili e quelli femminili sono separati, a volte sono prodotti da piante diverse, anche distanti fra loro, tanto che ci possono essere difficoltà nell’impollinazione. La propagazione agamica per polloni e rizomi striscianti è invece molto efficace e così forma spesso fitte distese nei luoghi umidi.

la ghianda, la bambina e il leccio

Questo leccio maestoso ha una storia singolare, strettamente legata alla mia famiglia. Mia figlia aveva circa quattro anni quando, durante una gita alla pineta di Castel Fusano, grande area verde vicina al litorale romano, si mise in tasca diverse ghiande, come fanno tutti i bambini.

Arrivata a casa le rovesciò in un vaso da fiori in terrazzo. Nessuno se ne occupò più, passò l’autunno e l’inverno, in primavera mi accorsi che una delle ghiande aveva germogliato e aveva dato vita a un minuscolo leccio che sistemai in un vaso più grande dove crebbe.

Pochi anni dopo comprammo un vecchio casale in campagna con un po’ di terreno intorno, il leccio stava stretto nel vaso e lo trapiantammo vicino casa.

Si acclimatò benissimo, la zona di bassa collina è adatta a questa specie mediterranea. Ora sono passati 35 anni, mia figlia è adulta e il suo leccio una pianta alta e rigogliosa che ospita nidi e uccelli cinguettanti e nella stagione estiva fa un’ombra rigenerante!

la valeriana rossa

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Sulle rocce a picco sul mare delle nostre scogliere o sui vecchi muri delle zone a clima mediterraneo, in estate spicca per il suo colore acceso questa bella pianta, la valeriana rossa (Centranthus ruber).

Il nome del genere deriva da due parole greche: kentron e anthos che significano rispettivamente “sprone” e “fiore”, con riferimento allo sperone a forma di corno su un lato del tubo della corolla, lungo e stretto nel quale le farfalle e altri insetti con un lungo apparato boccale succhiano il nettare.

I fiori vengono così impollinati, da essi si svilupperanno i frutti dotati di piccoli pappi piumosi che li rendono adatti a farsi trasportare dal vento.

Il nome con cui è conosciuta è valeriana rossa, ma non ha le qualità medicinali della vera valeriana (Valeriana officinalis). Nonostante le piante a fiori rossi siano le più comuni esistono anche piante a fiori bianchi.

copripannolino a crochet

Un piccolissimo copripannolino-mutandina per l’estate da fare in pochissimo tempo con poco filo di cotone, si può abbinare con il bolerino che ho descritto qui.

Occorrono circa 30 g di filo di cotone, un uncinetto n. 3 e un bottone.

Avviare 126 catenelle e iniziando dalla 3a catenella a partire dall’uncinetto lavorare:

giro: 124 m. alte. La prima m. alta è sempre sostituita da 2 catenelle.

giro: a m. alta aumentando 1 m. all’inizio e una alla fine.

giro: 2 catenelle, 3 m. alte, 1 catenella, saltare 1 maglia (asola). Continuare a m. alta. A 5 m. dalla fine 1 cat. saltare 1 m., (2a asola) 4 m.alte.

giro: tutto a m. alta, fare 1 m. alta anche sulle catenelle dell’asola.

5° giro: a m. alta con 1 diminuzione all’inizio e 1 alla fine.

6° giro: 28 mezze m. alte, 1 m. bassa 63 m. alte, 1 m. bassa.

7°- 15° giro: a m. alta diminuendo 1 m. all’inizio e 1 alla fine.

Continuare a m. alta per 20 giri senza aumenti né diminuzioni.

Nei 4 giri successivi aumentare 1 m. all’inizio e 1 alla fine.

Continuare a m. alta per altri 9 giri poi senza rompere il filo continuare con il bordino lungo la sgambatura: 3 catenelle, saltare 1 m, 1 m. bassa.

Cucire il bottone.

canne al vento

Le canne palustri (Phragmites sustralis) e le canne domestiche (Arundo donax) sono così comuni presso le sponde dei nostri fiumi, sui bordi di stagni e paludi che non ci si fa neanche più caso. A volte sono sopportate con fastidio perché condiderate infestanti, eppure la loro utilità è sempre stata grandissima. La loro invadenza è dovuta ai fitti rizomi che si moltiplicano rapidamente e contribuiscono a consolidare i terreni melmosi delle sponde di fiumi e stagni e a rallentare la corrente durante le piene.

Molto importante è la loro funzione di puricare e ossigenare l’acqua: la purificano assimilando alcune sostanze inquinanti come l’azoto e il fosforo e eliminando molti batteri patogeni; la loro funzione ossigenatrice inoltre favorisce la moltiplicazione di batteri che decompongono la materia organica.

Sono graminacee come il frumento o l’orzo, le più alte della famiglia, l’Arundo può arrivare a 5 metri di altezza!

Hanno il fusto cavo ma rigido e resistente per cui sono state utilizzate per moltissimi scopi: si usavano per fare tetti, soffitti e tramezzi nelle case, consolidandole con l’argilla, piccoli mobili e flauti. Ancora oggi le utilizziamo per sostenere i pomodori!

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fior di carciofo

In questa stagione le carciofaie dell’orto familiare producono i fiori, grandi, viola acceso e altissimi. I carciofi diventano anche decorativi e mostrano tutta la loro affinità con i cardi di cui sono parenti stretti. La specie coltivata infatti deriva dal Cynara cardunculus ancora presente allo stato selvatico.

Quello che noi mangiamo è il capolino fiorale immaturo protetto da brattee dure e in alcune varietà spinose. Sono quelle che togliamo quando prepariamo i carciofi. Da questo “cuore” del carciofo si sviluppa una peluria che troviamo e togliamo quando la stagione dei carciofi è ormai avanzata. Col procedere della fioritura da questa peluria si sviluppa il grande fiore che attira gli insetti, le brattee aperte si possono notare alla sua base.

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