la vigna di Renzo

Era una marmaglia d’ortiche, di felci, di logli, di gramigne, di farinelli, d’avene selvatiche, d’amaranti verdi, di radicchielle, d’acetoselle, di panicastrelle e d’altrettali piante; di quelle, voglio dire, di cui il contadino dì ogni paese ha fatto una gran classe a modo suo, denominandole erbacce, o qualcosa di simile.

parco di Aguzzano 015

Era un guazzabuglio di steli che facevano a soverchiarsi l’un con l’altro nell’aria, o a passarsi avanti, strisciando sul terreno, a rubarsi in somma il posto per ogni verso; una confusione di foglie, di fiori, di frutti, di cento colori, di cento forme, di cento grandezze: spighette, pannocchiette, ciocche, mazzetti, capolini bianchi, rossi, gialli, azzurri.

alviano calanco maggio 12 081

Tra questa marmaglia di piante ce n’era alcune di più rilevate e vistose non però migliori, almeno la più parte: l’uva turca più alta di tutte co’ suoi rami allargati, rosseggianti, co’ suoi pomposi foglioni verdecupi, alcuni già orlati di porpora, co’ suoi grappoli ripiegati, guarniti di bacche paonazze al basso, più su di porporine, poi di verdi, e in cima di fiorellini biancastri;

monte san Biagio

il tasso barabasso con le sue grandi foglie lanose a terra, e lo stelo diritto all’aria, e le lunghe spighe sparse e come stellate di vivi fiori gialli:

alviano agosto 12 032

cardi, ispidi ne’ rami, nelle foglie, ne’ calici donde uscivan ciuffetti di fiori bianchi o porporini,

m. Cosce 4

ovvero si staccavano, portati via dal vento, pennacchioli argentei e leggieri.

soffione di composita

Qui una quantità di vilucchioni arrampicati e avvoltati a’ nuovi rampolli d’un gelso, gli avevan tutti ricoperti delle lor foglie ciondoloni, e spenzolavano dalla cima di quelli le lor campanelle candide e molli;

alviano

là una zucca salvatica, co’ suoi chicchi vermigli, s’era avviticchiata ai nuovi tralci d’una vite; la quale, cercato invano un più saldo sostegno, aveva attaccato a vicenda i suoi viticci a quella; mescolando i loro deboli steli e le loro foglie poco diverse, si tiravan giù, pure a vicenda, come accade spesso ai deboli che si prendon l’un l’altro per appoggio. Il rovo era per tutto: andavada una pianta all’altra, saliva, scendeva, ripiegava i rami o gli stendeva, secondo gli riuscisse.”

alviano

“I Promessi Sposi” cap. XXXIII, Alessandro Manzoni

sporta a rete filet

Il mio ultimo lavoro, una sporta a rete filet con le tartarughe, semplice e rapida da fare.

sporta tartaruga

Per una sporta larga 30 cm e lunga 37 cm occorrono 100 g in totale di filo e un uncinetto n. 3,5.

L’ho lavorata in un pezzo solo, un rettangolo che poi ho piegato in due e cucito.

Ho avviato 125 catenelle e lavorato il primo giro a maglia alta, ho continuato poi a rete filet (*1 m.alta, 1 cat. saltare una m., ripetere da *) avanti e indietro per 9 righe con il primo colore, ho cambiato colore e lavorato un altro giro a rete filet, poi ho seguito questo schema preso dal web facendo 1 m. alta invece della catenella dove ci sono i pieni. Nella mia sporta sono entrate due tartarughe, una per lato. Ho contato i quadretti per centrarle.

Alla fine del disegno ho lavorato un’altra riga a rete filet e poi ho cambiato nuovamente colore facendo altre 9 righe a rete. Ho fermato il lavoro, ripiegato il rettangolo nel senso della lunghezza e cucito il fondo e il lato libero.

Per i manici ho avviato 52 cat. e ho lavorato 2 giri a m. alta. Ho fatto un secondo manico uguale e li ho cuciti alla sporta.

tagliatelle alle noci, ruta e fiori di finocchio selvatico

Una ricetta che ho inventato per consumare le noci ancora rimaste prima del prossimo raccolto. È venuta molto appetitosa ed è piaciuta a tutti. È semplicissima e anche rapida se si esclude il tempo per rompere e sgusciare le noci, ma questo si può fare un po’ per volta anche nei giorni precedenti, quando si ha un po’ di tempo.

la raccolta delle noci

Ho utilizzato 8 noci per persona, qualche foglia di ruta, qualche fiore di finocchietto selvatico (non mettere troppi odori perché sono piuttosto forti), olio e.v.o.

ruta

Ruta

Dopo aver sgusciato le noci le ho inserite nel frullatore insieme alla ruta e ai fiori di finocchio. Ho messo questa polvere direttamente nell’insalatiera dove condisco la pasta, ho aggiunto l’olio, poco sale e qualche cucchiaiata di acqua di cottura della pasta e il condimento è pronto ad accogliere le tagliatelle appena scolate.

Conviene lasciare da parte un poco dell’acqua di cottura della pasta da aggiungere se diventasse troppo asciutta. Si può anche condire con parmigiano e pepe.

Finocchio selvatico

Finocchio selvatico

semi adesivi

I semi contengono i piccoli embrioni che daranno vita alle future piante. Ogni pianta madre ne produce un numero enorme, perchè moltissimi non germineranno non trovando un terreno adatto. Inoltre devono poter disperdersi nell’ambiente arrivando il più lontano possibile dalla madre e dai fratelli che competerebbero per la luce e per il nutrimento.

Innumerevoli sono le strategie adottate per garantire questa dispersione, fra le tante un ruolo importante ha la zoocorìa, cioè l’utilizzo degli animali per trasportare lontano i semi. I bei frutti zuccherini, profumati e colorati attirano gli animali che cibandosene inghiottono anche i semi, che verranno espulsi a distanza di tempo riuscendo a passare intatti attraverso l’apparato digerente grazie al rivestimento legnoso.

vendemmia 13 029

Altre piante hanno semi che aderiscono al pelo o alle piume degli animali di passaggio. Il Galium aparine ad esempio è chiamato Attacca-veste perché i piccoli frutti sono coperti di spine uncinate che permettono loro di attaccarsi al vello degli animali e agli indumenti degli esseri umani favorendo così la dispersione dei semi. Il nome scientifico del genere viene dal greco gala (latte) per la proprietà di diverse sue specie di favorirne la coagulazione, il nome della specie invece viene dal greco apàiro (porto via). In passato i frutti venivano raccolti e usati come sostituto del caffè.

frutti di Galium aparine

La stessa strategia è usata dalla Bardana (Arctium minus e Arctium lappa) i cui semi hanno brattee ricurve uncinate, che sembra che abbiano ispirato l’invenzione del velcro. Il nome del genere viene dal greco arctos (orso) con riferimento all’aspetto ispido e arruffato.

Alcune specie di trifoglio hanno i legumi spiralati avvolti a spirale e con una doppia fila di spine.

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Anche il vischio si affida agli animali per disperdere i suoi semi; è una pianta che vive da semiparassita sul tronco di numerose specie di alberi, soprattutto querce. Gli uccelli si cibano delle sue bacche rivestite da una sostanza vischiosa (aggettivo derivato proprio da vischio, come anche il verbo invischiare) che le fa rimanere attaccate al becco, vengono così trasportate su un altro albero, sul cui ramo l’uccello si strofina cercando di pulirsi. Il seme con il suo involucro appiccicoso aderisce al ramo e germinerà mettendo le radici in una fessura del legno.

vischio

Innumerevoli sono le strategie, selezionatesi in milioni di anni, con le quali le piante, come tutti gli esseri viventi, cercano di garantirsi una discendenza!

Questo è il mio seicentesimo articolo! Sono contenta del mio lavoro!

gaspacho a modo mio

Non è proprio un gaspacho, ma un mio adattamento di quello originale ai gusti della famiglia, mancano l’aceto e la cipolla, in compenso come liquido io utilizzo un brodo molto sgrassato, gli altri ingredienti sono più o meno gli stessi, come nell’originale variano a seconda di quello che ho a disposizione, anche se il pomodoro è una costante.

Per circa un litro di brodo occorrono:

  • 6 pomodori da sugo
  • 1 peperone
  • 1 costa di sedano
  • 1 mazzetto di basilico
  • 1 carota

Quando ho lessato carne di pollo o vitello per fare un piatto freddo estivo e ho a disposizione del buon brodo, lo faccio freddare, lo sgrasso per bene e poi ne metto un bicchiere nel frullatore insieme ai pomodori spellati e alle altre verdure a pezzetti; lascio qualche pezzetto di verdura guarnire.

Frullo tutto per bene fino a che non sia diventato una crema omogenea e lo unisco al resto del brodo, conservandolo in frigo per qualche ora.

Lo servo con crostino di pane appena tostati.

gaspacho

pentole di pietra

La pietra ollare prende il suo nome da una parola  latina: olla (pentola). Infatti fin dai tempi antichi se ne sfruttavano le caratteristiche di facilità di lavorazione e grande resistenza alle alte temperature per fabbricare al tornio pentole di varie dimensioni, bicchieri, tegami. Il termine olla in italiano rimane solo in alcuni dialetti settentrionali, mentre in spagnolo si è conservato.

Malesco, Ecomuseo della pietra ollare

Malesco, Ecomuseo della pietra ollare

La pietra ollare veniva utilizzata anche per fabbricare i calderoni  per la lavorazione del latte e le vasche per la salamoia delle forme di formaggio. È una pietra metamorfica forgiata dalle enormi pressioni e temperature verificatesi negli immani processi che, attraverso lo scontro fra la placca africana e quella europea, portarono alla formazione delle Alpi.

In Val Vigezzo e Val Grande si possono incontrare enormi massi di tale pietra con incisioni rupestri risalenti alla preistoria: coppelle e graffiti dal probabile significato religioso. In alcuni siti invece si trovano le tracce più recenti dell’estrazione della pietra per farne manufatti, oltre che per le pentole venne usata per scolpire motivi architettonici, sculture, fontane e utensili vari.

Malesco, Val Vigezzo

Malesco, Val Vigezzo

Nel Medioevo venne utilizzata per scolpire elementi di decoro architettonico nelle chiese romaniche, teste e animali mostruosi di cui restano testimonianze nella zona.

A Malezzo in Val Vigezzo si può visitare l’Ecomuseo della pietra ollare, un interessante esposizione che ne descrive la genesi, l’estrazione, le tecniche di lavorazione e l’utilizzo.

Malesco

Anche ai nostri giorni la pietra ollare può essere usata per cucinare soprattutto la carne, le lastre di questa pietra consentono una cottura sana e senza grassi.

la selvaggia Val Grande

Il Parco Nazionale della Val Grande è uno dei più selvaggi d’Italia, nonostante sia a meno di 100 chilometri da Milano e si affacci sul popolatissimo lago Maggiore.

Val Grande

I motivi sono da ricercare nella natura del territorio impervio fatto di montagne aspre e rocciose e dagli eventi storici che ne hanno determinato lo spopolamento.

Nel giugno del 1944 un’azione di rastrellamento da parte di nazisti e fascisti cercò di annientare le formazioni partigiane della vicina Val d’Ossola. Il rastrellamento effettuato con un imponente dispiegamento di uomini e mezzi e l’appoggio di aerei e blindati, provocò 300 morti fra i partigiani; molte furono le vittime anche fra gli abitanti della valle cui vennero anche bombardate e incendiate le baite e le stalle, unici mezzi di sostentamento. Questo evento rimane impresso nella memoria collettiva degli abitanti della valle come uno dei più tragici della Resistenza, in cui i nazisti e i fascisti si abbandonarono a  atti di estrema ferocia.

Molti sentieri sono dedicati a questi partigiani e pannelli informativi ne ricordano le gesta e il coraggio. Altri pannelli lungo i sentieri raccontano invece la dura fatica quotidiana dei valligiani per sopravvivere in quei territori impervi: la costruzione di muretti a secco  per ricavare terrazze coltivabili a segale e castagno,

Val Grande

 le numerose baite ormai diroccate che si incontrano negli alpeggi.

Val Grande

L’accesso che penetra più in profondità nel cuore del parco è la stretta strada per Cicogna piccolo borgo costruito in pietra, un tempo contava centinaia di abitanti, oggi ne rimangono alcune decine. Alcune coppie giovani gestiscono un bed & breakfast, un piccolo bar ristorante e un agriturismo. Molte case sono state restaurate e soprattutto in estate il borgo si ripopola.

Val Grande

Lungo i sentieri del parco ben attrezzati e segnalati è possibile fare molte escursioni di diversa lunghezza e difficoltà, spesso sulle antiche mulattiere

Val Grande

e lungo i torrenti

Val Grande

I ripidi pendii sono molto boscosi: fino a 800 metri predominano i castagneti, oltre è il regno dei faggi e delle betulle. In primavera e estate numerosissime fioriture riempiono di colori i vecchi pascoli. In estate maturano fragoline e mirtilli.

L’area del massiccio montuoso del Pedum è Riserva naturale integrale, istituita nel 1967, la prima delle Alpi italiane. Il Parco fu invece ufficialmente istituito nel 1992 e successivamente ampliato nel 1998.

Un altro aspetto interessante del Parco è quello archeologico: incisioni rupestri risalenti al Paleolitico testimoniano come questa valle e quelle contigue fossero frequentate dagli esseri umani fin da tempi antichissimi per la transumanza del bestiame.

semi di faggio profumati

Durante le nostre escursioni sulle Alpi mi hanno attirato queste strane stelline legnose a quattro punte. Sono gli involucri dei semi di faggio che caduti dalla pianta si aprono per liberarli.

semi di faggio 001

Mi hanno fatto pensare al pot-pourri che si trova in vendita per profumare cassetti, stanze e armadi. Ho voluto provare a farlo anche io.

Lo scorso anno avevo fatto una tintura di lavanda mettendo in infusione nell’alcol i fiori di lavanda (20 g di fiori per 100 ml di alcol a 30° lasciati in infusione per 8 giorni e poi filtrati).

In questo alcol profumato ho messo gli involucri legnosi, in un vaso di vetro chiuso e li ho lasciati per 2 giorni in infusione. In questo modo si sono imbevuti di liquido profumato. Li ho quindi lasciati ad asciugare e sono pronti così, in un cestino profumeranno un ambiente o un armadio, se introdotti in sacchetti di stoffa o di tulle profumeranno i cassetti e terranno lontani gli insetti.

In alternativa alla tintura di lavanda di possono usare gocce di olio essenziale di lavanda o un’altra essenza profumata, il profumo sarà più persistente.

fiori di castagno

Sulle nostre montagne fino a un’altitudine di circa 900 metri ancora si incontrano boschi di castagni a volte con enormi alberi secolari, veri patriarchi delle foreste. Sono quello che resta dei castagneti che la gente di montagna piantò e curò per generazioni.

Casola Valsenio

Spesso per piantare gli alberi era necessario costruire muretti a secco, immane fatica collettiva che trasformava i ripidi pendii in terrazze coltivabili. Alcuni sopravvivono fino ai nostri giorni e sono stati riparati e ricostruiti lungo i sentieri naturalistici.

Val Grande

Le castagne erano una delle più importanti fonti di calorie per le popolazioni di montagna, in inverno era quasi l’unico cibo disponibile nella loro povera economia.

La farina di castagne veniva impiegata per innumerevoli pietanze. Entrava anche nella preparazione della pasta, unita alla farina di grano, che non abbondava nelle dispense delle popolazioni delle montagne. Non poteva essere usata da sola perchè non contenendo glutine non si impasta, non fa la “massa”. Ho mangiato in Piemonte degli ottimi tortelli di farina mista con quella di castagne, ripieni di toma. Il leggero sapore dolce delle castagne si abbina molto bene con l’acidulo del formaggio. ho provato a fare le tagliatelle, mettendo circa un terzo di farina di castagne e due terzi di farina di grano.

In questa stagione i castagni sono in fiore, l’albero produce fiori maschili, in lunghi amenti gialli pieni di corti stami e fiori femminili, alla base dei gruppi di stami, già circondati da un involucro spinoso da cui fuoriescono gli stili.

fiore di castagno

I fiori sono molto graditi dalle api che producono un miele pregiato, aromatico e amarognolo, adatto ad accompagnare formaggi stagionati e a glassare un arrosto di maiale.

braccialetto colorato a crochet

Ho rivestito a crochet un vecchio braccialetto. per farlo occorrono pochi grammi di cotone in tanti colori diversi, un uncinetto n.1,5 e un bracciale a cerchio.

bracciale a righe

Si avvia una catenella della lunghezza adatta ad circondare il bracciale, la mia era di 10 cat., poi si lavora a m.bassa avanti e indietro alternando i colori fino a raggiungere la lunghezza della circonferenza del bracciale.

Si cuciono le due estremità e i due lembi del rettangolo in modo da includere il bracciale.

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