una foglia in 4 minuti

alviano 22 aprile 14 004

Stanno spuntando le foglie nuove, ma noi chiusi in casa possiamo vedere solo quelle sul terrazzo. Ci si può allora inventare di farle a crochet!

Queste si fanno in 4 minuti, se ne possono fare tante, magari di tanti colori per sfruttare tutti i gomitolini di filo avanzati e poi decorare un albero sempre a crochet.

Ho usato un uncinetto n. 3, ma si può usare anche un cotone più grosso o più sottile.

Avviare 11 catenelle, lavorare mezza m. bassa sulla 3a catenella, poi 2 m. basse, 4 m. alte, 2 m. basse, mezza m. bassa sull’ultima.

Girare il lavoro e sull’altro lato della catenella lavorare: 1 cat., 2 m.b., 4 m. alte, 2 m.b., mezza m.b sull’ultima catenella. Tagliare il filo e affrancare. la foglia è pronta!

gli infiniti colori dell’acqua

Oggi è la giornata mondiale dell’acqua, l’acqua senza della quale nessuna forma di vita sarebbe possibile.

L’acqua limpida e azzurrina di un lago carsico ricco di sorgenti

Lago di Posta Fibreno (Fr)

lago di Posta Fibreno (Fr)

e l’acqua torbida marrone e verde di alghe di una dolina

Dolina 100 Pozzi, Gargano

L’acqua color sabbia delle paludi salmastre ricca di vita.

Comacchio

Ravenna

Oristano

L’acqua azzurra del biondo Tevere quando c’è il sole

e torbida e marrone quando è in piena,

e l’acqua verdastra dell’Aniene in piena.

L’acqua riflette tutti i colori e cambia in continuazione, sia quella di un lago o di un fiume, sia quella di una bacinella. Color ocra al tramonto,

azzurra e densa in un lago artificiale,

bianco-argentea in una giornata nuvolosa ma luminosa

Oasi di Alviano (TR)

Riflette il cielo e le piante che vi si specchiano,

riflette nuvole, barche, castelli.

Diventa candida quando precipita da un salto formando cascate

Cascata delle Marmore (Tr)

Antalya (Turchia)

Sa Spengula (Villacidro)

L’acqua trasparente e scintillante della fontanella,

di un torrente,

del ruscello che formerà un grande fiume

Sorgenti del Tevere

o di una marmitta in grotta.

L’acqua di tutti i colori che in minutissime goccioline scompone i raggi del sole e dà vita all’arcobaleno.

la resilienza dei salici

Un esempio di resilienza dal mondo vegetale: i salici sanno trasformare un evento negativo in un’opportunità di crescita futura.  Questi alberi sono  molto frequenti in ambienti umidi, lungo le sponde dei fiumi e tra le golene fluviali, aree saltuariamente invase dalle acque. Sono perciò adattati a questa condizione, le loro radici robuste e profonde infatti li ancorano al terreno e i loro rami flessuosi resistono alla forza della corrente.

A volte però la corrente riesce a strappare dei rami che vengono trasportati lontano. Prima o poi la furia delle acque si acquieta e i rami strappati si spiaggiano, rapidamente però sono in grado di emettere radici, poi gemme e foglie dando origine ad una nuova pianta.

Come se ciò non bastasse questi alberi sono molto resistenti all’inquinamento e tolleranti nei confronti del vento forte. Sono inoltre conosciuti da tempo come piante medicinali, perché contengono nella corteccia la salicina, glucoside con proprietà antinfiammatorie e febbrifughe, principale componente dell’aspirina con il nome di acido salicilico. Insomma un albero prezioso!

Salice bianco, Salix alba

 

 

tanti astucci per occhiali a crochet

Stiamo tutti in casa, c’è tutto il tempo per dedicarsi ai lavori rilassanti, l’uncinetto lo è sicuramente. Questi sono piccoli lavori da fare con avanzi di filo, senza neanche il bisogno di andarlo a comprare: tanti astucci colorati a crochet, che ho fatto nel tempo, per ognuno si può leggere la spiegazione cliccando sul link.

Questo è l’ultimo della serie, lavorato con 30 g di fettuccia di cotone e un uncinetto n. 4,5.

Si inizia con 9 catenelle su cui si lavorano 7 m. basse e 3 m. basse sull’ultima catenella. Si continua a lavorare sull’altra parte della catenella, facendo sempre 3 m. basse all’altra estremità.

Lavorare 3 giri formando un ovale senza chiudere ogni giro e facendo 2 aumenti alle estremità.

Continuare a m. bassa in rilievo posteriore inserendo l’uncinetto solo nel filo posteriore di ogni maglia del giro precedente per 26 giri, inserendo a distanze regolari un giro in un colore contrastante.

L’ultimo giro è lavorato per consentire di passare un cordoncino, 1 m. bassa, 1 catenella, saltare 1 maglia. tagliare il filo e affrancare.

Fare una catenella di 35 cm e passarla nei buchi dell’ultimo giro.

Sempre a crochet è realizzato questo, la spiegazione per farlo è scritta in questo post.

Cambia il filato, i colori, il punto ed ecco un altro astuccio. Ne ho parlato qui.

Anche questo è un portaocchiali, questa volta fatto con i quadrati della nonna!

Appennini solitari

Un vuoto spaventoso, punteggiato qua e là di vecchi soli e badanti straniere. In Africa, anche in pieno deserto, c’è sempre qualcuno sulla strada. Qui no. Senti che la vita è altrove. L’uomo pare estinto come l’elefante di Annibale. Improvvisamente mi accorgo di viaggiare in uno spazio incomparabilmente più ancestrale e arcano delle Alpi. Queste non sono montagne bomboniera. Niente alberghi a cinque stelle, niente gerani alle finestre. Solo locande anni cinquanta con le fotografie di Bartali, il manifesto dell’assemblea dei cacciatori e qualcosa di balcanico nell’aria…

… Appennini arcani, spopolati, dimenticati, nonostante in essi si annidi l’identità della nazione”

(Paolo Rumiz, “La leggenda dei monti naviganti”, Feltrinelli)

 

i lecci di Roma

I lecci (Quercus ilex) sono querce tipiche del clima mediterraneo, sempreverdi, molto resistenti alla siccità, un tempo formavano lungo il litorale laziale fittissimi boschi. Furono i romani a cominciare il disboscamento per utilizzarne l’ottimo legno, duro e pesante. Virgilio scrive che veniva usato anche per le tubature dell’acqua.

Sono alberi a crescita lenta ma molto longevi, Plinio scrive che alla sua epoca sul Colle Vaticano c’era un leccio la cui nascita era antecedente alla fondazione di Roma come testimoniava un’iscrizione etrusca.

Durante i primi anni di Roma capitale ne furono piantati molti lungo i viali e nelle ville pubbliche. La chioma sempreverde di un bel verde scuro è molto fitta e fa una piacevole ombra nelle torride estati romane.

Lecci furono piantati nella zona della stazione Termini, a San Giovanni, a piazza Mazzini, nel quartiere Prati, nei giardini intorno a Castel Sant’Angelo.

I lecci più belli e più anziani sono quelli di Villa Borghese, nel Giardino del Lago.

Il leccio della foto ha fra i 150 e i 200 anni ed aveva un alto rischio di deperimento a causa dei funghi che avevano attaccato le radici favoriti dall’eccesso di acqua nel terreno per la vicinanza del laghetto. Ha però ricevuto negli anni passati una serie di interventi che lo hanno in parte risanato consentendogli di rivestirsi di nuova vegerazione.

I lecci sono tornati ad essere alberi scelti dal servizio giardini per abbellire i viali del centro e della periferia, anche per colmare i vuoti lasciati da recenti abbattimenti resi necessari per salveguardare l’incolumità dei passanti. Infatti i pini tagliati pochi mesi fa  perché diventati pericolosi sono stati sostituiti da lecci le cui radici vanno bene in profondità e sono in grado di resistere a venti forti.

 

toponimi animali

L’Italia dei nomi delle città, dei paesi, monti, colli, valli è una fattoria degli animali, bela, muggisce, raglia, abbaia, grugnisce, miagola, tuba. E poi ulula, vola, striscia. Animali dappertutto, dalle Alpi alla Sicilia, dagli Appennini alle isole. Lo stesso nome della nostra nazione, secondo una delle interpretazioni deriverebbe dall’osco Viteliu con la caduta della V iniziale, quindi “Terra dei vitelli”.

cottanello 020

Abbiamo abbondanza di capre, da Capracotta a Capranica e Caprarola,  da Caprese Michelangelo, la città natale del Buonarroti, all’isola di Caprera e alle Egadi (dal greco Aegusa, capra), da Caprezzo a Capràuna.

Non mancano le pecore con Pecorara, Pecco dal latino pecus, Colle dell’Agnello.

Altrettanto abbondanti sono i bovini, da Boiano a Boara e poi Vaccarizzo, Boville ed anche Bagherìa, dall’arabo bâqar, buoi.

E poi gli asini dell’isola dell’Asinara e i cavalli con Cavalese, Cavallirio, Cavallasca, Monte Cavallo ed anche Manduria, dal termine messapico mando, cavallo.

m.Cucco,m.Catria 077 - Copia

Continuano le fattorie con Gallinara, Cantagallo, Porcari, Porcìa, Palombara, Tortoreto, ma non mancano animali selvatici come a Corbara e Corvara, Montecorvino ed anche Montecorice, conosciuto nel medioevo come Mons Coracis, monte del corvo.

Brindisi probabilmente prende nome dal messapico brendon, cervo, con allusione alla forma del porto. E poi Anguillara, Cervara, Serracapriola, Montelepre, Montelupo, Cantalupo e Lupara, ma anche Cantarana, Orsara, Torre Orsaia, Serpentara. C’è anche una Melissa dal nome dell’ape in greco.

L’Aquila forse allude al fiero rapace, ma un’altra ipotesi la fa derivare da acqua. Il Monte Vulture prende nome dall’avvoltoio e così anche il fiume Volturno e Volturara Irpina. Capua probabilmente deriva dall’etrusco capys, falco. Poi ci sono Falcone, Monfalcone, Falconara, Serradifalco.

Non mancano i leoni dei numerosi Monteleone e di Leonessa, anche se sicuramente non si tratta di luoghi frequentati dai grossi felini, ma di nomi di persona.

Anche l’Irpinia e il Piceno prendono il nome da animali, in questo caso sono rispettivamente hirpus, nome italico del lupo e picus, il picchio, animali totemici dei popoli irpini e piceni.

Non tutti i toponimi che alludono apparentemente ad animali significano quello che sembrano così Gallipoli non è la città dei galli, ma la città bella, dal greco Callipolis e Canicattì forse deriva dall’arabo al-qatta, tagliapietre.

Certo non ho esaurito lo zoo rappresentato dai toponimi, ne mancano molti soprattutto nomi di monti, passi, cime, ma questa è comunque una nutrita rappresentanza che testimonia l’importanza degli animali sia domestici che selvatici per la vita dei nostri antenati.

 

 

 

fior di corniolo

È il primo anno che il nostro giovane corniolo fiorisce in tanti mazzetti di fiori gialli che si schiudono prima che compaiano le foglie e spiccano sui rami nudi, molto attraenti per gli insetti impollinatori che escono dall’inverno ed hanno bisogno di zucchero.

Il corniolo (Cornus mas) è un alberello, spesso ad andamento cespuglioso che cresce spontaneo in Italia, soprattutto in suoli calcarei. Il suo nome latino probabilmente rimanda alla durezza del legno, paragonata a quella del corno. Un’altra specie dello stesso genere ha un legno ugualmente duro, il sanguinello (Cornus sanguinea) che prende il nome dalla corteccia rosso scuro.

Le due specie di corniolo vengono citate più volte dai poeti e scrittori latini e greci. Virgilio ne parla nel libro III dell’Eneide (vv. 22 e seguenti), quando Enea, approdato in Tracia strappa un cespuglio di corniolo per fare un sacrificio e inorridito ne vede sgorgare sangue nero (è probabilmente il sanguinello che con i suoi rami rosso sangue dà questa terrificante impressione); il cespuglio parla: “Perché laceri uno sventurato, o Enea? Risparmia un cadavere”, è il cadavere del troiano Polidoro ucciso a tradimento dal re tracio.

Un’altra leggenda riguarda la fondazione di Roma: Romolo volendo fissare i confini della futura città lanciò il suo giavellotto e il manico di corniolo dopo essersi conficcato al suolo radicò e mise foglie. Questo fu interpretato come un presagio della futura grandezza di Roma.

Io più prosaicamente ho voluto piantare questo alberello per i frutti che dà, piccole drupe ovali che maturano in agosto-settembre colorandosi di un bel rosso vivo. Sono commestibili, a differenza di quelle del sanguinello, dal sapore dolce e acidulo, buone da mangiarsi così, o per farne salse e marmellate.

Riuscirà il nostro alberello a fruttificare? Lo scopriremo questa estate.

Rosenstrasse

Rosenstrasse è una delle più antiche vie di Berlino, piccola e tranquilla anche se nei pressi di Alexanderplatz. Nei pressi sorgeva l’antica sinagoga di Berlino, distrutta nell’ultima guerra, e un centro amministrativo della comunità ebraica. Qui ebbe luogo uno dei più coraggiosi atti di resistenza contro il nazismo e le sue leggi razziali.

Il 27 febbraio 1943 il nazismo arrestò gli ultimi ebrei rimasti a Berlino e ne deportò la maggioranza a Auschwitz. Fra questi erano fra i 1500 e i 2500 ebrei detti “di razza mista”, con un genitore non ebreo o che avevano sposato un non ebreo, essi avevano goduto fino a quel giorno di una certa protezione. Questo gruppo fu detenuto a Rosenstrasse ai numeri civici 2 e 4 in attesa della deportazione al campo di sterminio.

Un centinaio di mogli dei prigionieri  si radunarono davanti a tale prigione nel rigidissimo inverno del 1943 per reclamare la loro liberazione e continuarono a manifestare giorno e notte per settimane sotto la pioggia, incuranti del gelo e della polizia nazista che minacciava di sparare loro, fino a che, dopo spossanti trattative con le autorità naziste, i loro mariti  furono rilasciati.

Nella piccola piazza vicina c’è il monumento che ricorda il loro coraggioso atto di disobbedienza civile, Ingeborg Hunzinger, l’autrice, era figlia di un’ebrea tedesca.

Il film di Margarethe von Trotta Rosenstrasse, del 2003, narra proprio  questo episodio sconosciuto ai più.

un sacchetto di fettuccia a crochet

Un sacchetto di fettuccia di cotone a crochet che può servire per molti usi. Il mio è stato progettato come custodia per una macchina fotografica.

Occorrono 70 g di fettuccia e un uncinetto n. 4,5. Le dimensioni del mio sacchetto sono 20 cm di larghezza x 25 cm di altezza. Si possono aumentare o diminuire le maglie per ottenere dimensioni differenti.

Come farlo:

nel cerchio magico lavorare 6 m. basse, poi continuare a m. bassa in rilievo posteriore (inserendo l’uncinetto solo nel filo posteriore di ogni maglia del giro precedente) lavorando a spirale, senza chiudere cioè ogni giro e aumentando 6 m. ad ogni giro fino ad arrivare a 66 m all’11° giro.

Continuare senza aumenti per 25 giri.

Nell’ultimo giro lavorare: 1 m. bassa, 2 cat., saltare 1 m. Ripetere questo schema fino alla fine del giro. Tagliare il filo e affrancare.

Per il laccio di chiusura fare una catenella di 90 maglie e inserirla nei fori dell’ultimo giro.

 

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