l’Isola Tiberina

“Io sono nato su un’isola” diceva mio figlio bambino alla maestra; l’isola è nel cuore di Roma, in mezzo al Tevere, forse è proprio grazie alla sua presenza che Roma fu fondata proprio sul colle di fronte, in quel punto infatti era più facile guadare le acque non sempre tranquille del fiume.

Roma, isola Tiberina

La leggenda di epoca romana narrata da Tito Livio racconta che dopo la cacciata dell’ultimo re, Tarquinio il Superbo, il farro dei suoi possedimenti pronto per la mietitura, fu tagliato dai plebei e le ceste che lo contenevano furono gettate nel Tevere. Le acque del fiume erano basse per via della stagione estiva e le spighe si fermarono in punti poco profondi dove il fiume le ricoprì lentamente di melma; con il tempo i sedimenti del fiume formarono un’isola.

Tito Livio visse all’epoca di Cesare Augusto, quindi 5 secoli dopo gli eventi che riporta come una tradizione popolare; in realtà trivellazioni effettuate in epoca moderna hanno stabilito che l’isola è formata da sedimenti, soprattutto ghiaia e sabbia, trasportati dalla corrente, che si arenano in un punto in cui una stretta insenatura e la confluenza con il Velabro riducono la velocità della corrente.

Lo sbocco della Cloaca Massima nel Tevere che fu costruita dai Tarquini per drenare le acque del Velabro

L’isola fin dall’epoca romana è stata considerata un luogo sacro in cui sorgevano giardini e templi, uno di questi era dedicato ad Esculapio, il dio greco della medicina (Asclepio in greco), in prossimità del tempio sorgeva un luogo in cui i malati venivano accolti e curati.

Secondo Tito Livio nel 293 a. C. in città era scoppiata una terribile pestilenza, fu perciò inviata una delegazione in Grecia, al santuario di Epidauro dedicato ad Asclepio, il dio medico a cui ricorrevano i malati da ogni parte dell’Ellade. Un serpente sacro, personificazione del dio stesso, risiedeva nel tempio e i delegati chiesero di portarlo a Roma. Il serpente, come racconta sempre Tito Livio, uscì dal tempio e si sistemò sulla nave romana, dimostrando chiaramente la sua volontà.

La nave ritornò verso Roma, attraversò il Tirreno e risalì il Tevere; quando fu davanti all’Isola Tiberina il serpente si buttò in acqua e risalì sull’isola; poi miracolosamente disparve, ma con lui disparve anche l’epidemia.

Venne così fondato un tempio dedicato ad Asclepio, Esculapio in latino. Ancora oggi verso la punta dell’isola sono visibili enormi blocchi di travertino che facevano parte del tempio, in particolare è riconoscibile il caduceo, cioè il bastone su cui è avvolto il serpente sacro, ancora oggi simbolo della medicina. Accanto è parte della testa e di una spalla di quello che doveva essere il dio stesso.

Da allora l’isola è stata dedicata alle cure mediche, quasi ininterrottamente attraverso i millenni. Al culto di Esculapio si sostituì quello di San Bartolomeo cui è intitolata l’antica chiesa presente sull’isola.

Più tardi, intorno al I secolo a. C. furono costruiti i due ponti di pietra ancora oggi esistenti, il Ponte Fabricio e il Ponte Cestio in sostituzione di quelli di legno precedenti.

roma isola tiberina

Ponte Fabricio

Roma Ponte Cestio

Ponte Cestio

All’isola venne data la forma di una nave con una prua e una poppa.

La prua dell’isola con l’ospedale Fatebenefratelli fra i pini.

Tuttora vi sorge l’ospedale Fatebenefratelli dove, in mezzo al Tevere, su un isola, sono nate generazioni di romani attuali e tanti altri sono stati curati.

 

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qualcosa di dolce per Natale

Fra i tanti dolci natalizi forse quello che preferisco è tipico della tradizione laziale, il pangiallo, un dolce antichissimo che celebrava il solstizio d’inverno, la festa romana del Sol invictus. Nella versione originale infatti i panetti rotondi erano ricoperti di glassa a cui lo zafferano dava un colore solare. Qui c’è la ricetta di mia nonna, che si fa ancora nella mia famiglia.

Ancora di mia nonna la ricetta delle anisette biscotti leggeri e morbidi che lei faceva non solo a Natale, ma in tutte le occasioni di festa, aromatici per l’aggiunta dei semi di anice erano molto apprezzati da tutti noi.

I biscotti sono graditi da tutti, se ne possono fare in abbondanza, per la colazione dei giorni di festa, per il te o per regalarli in tanti sacchetti decorati da nastri colorati. Possono essere aromatici e calorici, adatti all’inverno come questi allo zenzero e frutta secca, la mia ricetta si può leggere qui.

Qualcosa di dolce da regalare può essere il liquore di cioccolato, molto calorico, ma molto buono e sicuramente gradito ai patiti del cioccolato. La mia ricetta è qui.

liquore di cioccolato2 004

Anche una marmellata particolare è sempre un regalo apprezzato, per esempio una marmellata di cachi, mele e arance o una marmellata di mele e cacao.

Per finire in bellezza un pranzo delle feste senza appesantire troppo due dolci leggeri ma ottimi, il dolce di ricotta che si fa nella mia famiglia da diverse generazioni e un gelo di arance.

un albero quasi immortale

Venafro

L’olivo è un albero quasi eterno, “Alberi non a misura di vita umana” scriveva Leonardo Sciascia riferendosi ad alcuni olivi centenari siciliani.

Alla base del tronco o sulle grosse radici lignificate che emergono a fior di terra si trovano gemme chiamate ovoli per la loro forma; da queste si sviluppano continuamente nuovi virgulti, i polloni, tanto che uno dei lavori estivi nell’oliveto è proprio la spollonatura, perchè la loro crescita ridurrebbe la produzione di olive.

Quando però un imponente individuo è stato distrutto da un incendio o dal freddo eccessivo e il suo legno corroso dalla carie, dai polloni non potati si formano nuovi tronchi e in pochi anni si rigenerano nuovi alberelli  che traggono nutrimento e forza dalle poderose radici del vecchio centenario.

Nelle nostre campagne si vedono molti olivi che hanno tre o più tronchi che crescono su un vecchio ciocco ormai semidecomposto. Dalla loro dimensione si può capire se risalgono alla gelata del 1956 o a quella del 1985 che misero a dura prova i nostri oliveti. Per alcuni bisogna risalire ancora più indietro a quella del 1929!

L’olivo fa parte della storia dell’uomo da seimila anni ed è parte integrante del paesaggio mediterraneo. Nel nostro Paese è diffuso negli ambienti più vari, dalle colline umbre e toscane, alle fasce degli scoscesi pendii liguri, alle fertili pianure calabresi. Testimone di immani fatiche di generazioni di coltivatori per ricavarne il prezioso olio.

Molti di questi oliveti sono stati abbandonati e gli alberi hanno moltiplicato i loro polloni assumendo un portamento arbustivo o, invasi dalla macchia, hanno sviluppato rami e foglie solo sulla sommità, l’unica parte dell’albero che riesce ad avere luce del sole.

Liberarli e farli respirare di nuovo è un lavoro faticoso, ma che dopo alcuni anni ripaga, perchè l’albero ripreso vigoria, tornerà a produrre frutti.

 

qualcosa di caldo per Natale!

Natale è alle porte, ma abbiamo ancora tempo per fare a mano i regali. Qualcosa di caldo è sicuramente gradito, per esempio una morbida sciarpa o uno scaldacollo che sono pronti in pochissimo tempo e non bisogna essere una esperta di uncinetto per farli!

Il segreto è usare una lana morbida da lavorare con ferri o uncinetto grossi, anche di un numero maggiore di quello indicato sull’etichetta (verrà più morbida).

I punti crochet che ho usato sono in genere quelli base, i più semplici: m. bassa, m. alta, m. bassa a rilievo. Cliccando su alcune foto si può accedere alle spiegazioni.

In alternativa una sciarpa si può fare ai ferri a maglia legaccio o a m. rasata. Qui ho usato la stessa lana per fare una sciarpa a crochet ed una ai ferri.

Per questa piccola sciarpa ho usato una lana morbida di un colore vivace.

In alternativa si può usare un punto più elaborato, ma ugualmente molto facile come questa sciarpa a punto waffeln.

Se si ha tempo si può abbinare anche il berretto lavorato a crochet, è pronto in un pomeriggio.

Uno scaldacollo si fa in ancora meno tempo, per questo ho usato la maglia bassa in rilievo, un bottone lo completerà.

Una sciarpa si può fare anche con le granny.

sciarpa tricolore2 010

Un altro regalo caldo da fare in un pomeriggio sono gli scaldapolsi.

Anche un cappello è caldo, facile e rapido da fare. Qui due cappelli molto simili, in versione lei e lui.

cappelli3 001

 

coprifasce a crochet

Un piccolissimo coprifasce a crochet per una bimba che nascerà quest’inverno. Molto semplice e da fare in poco tempo, l’ho lavorato tutto a maglia bassa.

Occorrono 100 g di lana merinos per neonato e un uncinetto n. 3,5.

Corpino: si lavora in un unico pezzo: avviare 88 catenelle e lavorare a maglia bassa per 37 giri (14 cm).

Lavorare le prime 24 maglie e lavorare solo su queste avanti e indietro per altri 19 giri (7 cm) per fare un mezzo dietro.

Per lo scollo lavorare solo solo 13 maglie dal lato opposto all’apertura delle maniche. Tagliare il filo e affrancare.

Riprendere il lavoro e lavorare 40 maglie per il davanti lavorando avanti e indietro per 12 giri, poi per lo scollo lavorare solo le prime 16 maglie, tornare indietro e fare un altro giro facendo all’inizio una diminuzione. Fare in tutto 8 giri avanti e indietro facendo ogni 2 giri una diminuzione dal lato interno. Rimangono 13 maglie. Tagliare il filo e affrancare.

Riprendere il lavoro sull’altro lato rispetto allo scollo facendo lo stesso lavoro della prima metà e lasciando le 8 maglie centrali non lavorate.

Alla fine di questa seconda parte del davanti riprendere il mezzo dietro incompleto e fare lo stesso lavoro che per il primo mezzo dietro.

Maniche: avviare una catenella di 7 maglie per il polsino e lavorare un primo giro a m. bassa (6 maglie). Continuare a m. bassa in rilievo posteriore (si punta l’uncinetto solo nel filo posteriore della maglia precedente) per 30 giri (13 cm). Girare il lavoro e continuare a lavorare sul lato lungo del rettangolo ottenuto riprendendo 30 maglie e continuando a lavorare a m. bassa avanti e indietro. Dopo 5 giri fare 1 aumento all’inizio del giro per 2 volte. Ripetere i 2 aumenti dopo altri 5 giri.

Lavorare sempre a m. bassa per 12 cm totali (28 giri a m. bassa). Tagliare il filo e affrancare.

Cinturina: fare una catenella di 7 m. e lavorare a m. bassa per 15 cm, fare 1 diminuzione pe parte per 2 volte, poi per fare il laccetto continuare senza rompere il filo facendo una catenella di 17 cm, su questa catenella lavorare un giro a maglia bassissima. Rompere il filo e affrancare.

Fare una seconda cinturina più corta, di 9 cm, anche questa con un laccetto uguale al primo.

Cucire le due cinturine all’altezza della vita, la più lunga al margine del mezzo dietro, la seconda al fianco.

Rifiniture: cucire le maniche al corpetto, fare un giro a punto gambero con una lana di un colore contrastante intorno allo scollo. Cucire delle applicazioni di lana, nel mio caso ho fatto un fiorellino e una farfallina.

 

 

la colonna dell’ospitalità

Bertinoro è una graziosa cittadina di origine medioevale situata in cima a un colle dai ripidi fianchi, in bella posizione dominante la pianura romagnola. dalle sue piazzette si gode un magnifico panorama sulle colline ricoperte di vigne e sulla costa e il mare in lontananza.

È piacevole passeggiare per le sue strette vie fino alla rocca posta sulla sommità del colle, ma uno dei monumenti più caratteristici è la Colonna degli Anelli o Colonna dell’Ospitalità testimonianza dell’antico costume di cortesia e ospitalità delle famiglie benestanti di Bertinoro che si contendevano l’onore di ospitare i pellegrini che giungevano in città.

Per porre fine a tali contese il giudice Guido del Duca, ricordato da Dante nel canto XIV del Purgatorio, all’inizio del 1200 fece erigere la colonna in cui erano infissi dodici anelli di ferro. Ad ogni anello corrispondeva la famiglia e il pellegrino veniva ospitato dalla famiglia al cui anello avesse legato il suo bastone o la sua cavalcatura.

jLa colonna fu poi rimossa nel 1500, ma nel 1926 fu riedificata in memoria degli antichi costumi di ospitalità.

Erano altri tempi, ma leggendo i versi di Dante e la sua invettiva nel canto del Purgatorio, sembra che già ai suoi tempi il popolo di Bertinoro non possedesse più le antiche virtù.

 

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la chiesa di Polenta

 Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui della bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sí forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

(Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, canto V, 100-105)

Nel cuore della Romagna, in un territorio di colline ondulate ricoperte di viti, su una strada secondaria  fra alti cipressi appare la piccola chiesa di Polenta dedicata a San Donato, antichissima, la sua costruzione primitiva risale forse ai secoli IX-X.

L’interno a tre navate conserva bei capitelli romanici.

La tradizione narra che vi pregasse Dante Alighieri, che era ospite di Guido da Polenta signore di Ravenna. Fu certamente durante tale soggiorno che gli fu narrato il tragico episodio di Paolo Malatesta e Francesca da Polenta, i due cognati amanti uccisi dal marito di lei, Gianciotto Malatesta. Fatto accaduto solo pochi anni prima, ma che le due famiglie avevano cercato di nascondere.

La vicenda divenne famosa con i versi di Dante e continua ad essere circondata da un alone  sentimentale, tanto che il parroco della piccola chiesa si è visto costretto ad affiggere avvisi che negano agli sposi non residenti nella parrocchia di celebrarvi il proprio matrimonio. Immagino sia stato subissato da richieste provenienti da tutta Italia, se non da tutto il mondo per sposarsi in una chiesa in cui  è probabile che sostasse in preghiera la stessa Francesca!

Qualunque sia la nostra motivazione la chiesa merita una visita, il posto è molto tranquillo e suggestivo e le colline intorno offrono un bel panorama. Se poi vogliamo fare una sosta in una delle cantine lungo la strada possiamo rifornirci, molto più prosaicamente, di albana e sangiovese!

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fra un mese è Natale!

È tempo di mettersi al lavoro per chi vuole regalare oggetti fatti con le proprie mani!  Cosa hanno di meglio rispetto ai regali comprati? Molte cose, provo ad elencarle:

  • sono economici, a volte anche a costo zero
  • è rilassante lavorare con le mani seduti comodamente in poltrona
  • dà soddisfazione vederli crescere e prendere forma
  • dà soddisfazione vederli finiti
  • si fanno in poco tempo
  • li può fare anche chi è alle prime armi
  • fanno piacere a chi li riceve perché hanno un valore aggiunto

Qui ho scelto alcuni dei miei regali fatti a mano degli anni passati utilizzando varie tecniche: uncinetto, cucito, cucina. Sono tutti da fare in poco tempo, alcuni in pochissimo. Cliccando su molte delle foto ci si può collegare alle mie spiegazioni per farli.

I cappelli e le sciarpe, magari anche coordinati sono sempre graditi indipendentemente dal sesso e dall’età. Grazie alla lana spessa si fanno in poco tempo.

 

 

 

 

 

 

 

Anche i guanti e gli scaldapolsi saranno ben graditi!

Per una ragazza andranno bene braccialetti, orecchini, collane.

Questo bracciale a maglia bassa e la collana che segue sono stati fatti con vecchie magliette ridotte in fettuccia.

La tartarughina portachiavi sarà gradita da bimbe, ragazze e donne di tutte le età,

così come il gufetto.

Gli astucci portaocchiali, portapenne e portatutto sono sempre utili.

Le presine sono sempre ben accette soprattutto se colorate e beneauguranti. Hanno anche l’indubbio vantaggio di essere confezionate con pochissimo filo e poco tempo. Queste sono solo alcune delle innumerevoli che ho fatto, le più natalizie.

 

Per la cucina va bene anche un cestino fatto anche questo con fettuccia ottenuta da magliette riciclate

 

o gli animaletti calamita da attaccare allo sportello del frigorifero.

Per chi come me ama ricamare gli asciugapiatti a punto a croce sono allegri e rapidi da fare.

Sempre ricamati sono i sacchetti in cui mettere aromi.

La rete per la spesa con il fiore è molto natalizia e molto pratica, si può portare sempre in borsetta.

 

Ancora a crochet i coloratissimi sottobicchieri.

Un cesto rivestito a crochet potrà essere riempito di biscotti casalinghi, marmellate, frutta secca o aromi. Io trito gli aromi del mio orto prima fatti seccare e ne faccio barattolini da regalare.

 

In alternativa si può riempire il cesto con prodotti per l’igiene della persona, sempre fatti in casa, burro di cacao, crema per le mani o saponette.

sapone 003

Ancora crochet per un copricuscino colorato

 

o per il caldo poncho che grazie alla lana pesante si fa in pochissimo tempo,

o per il copritazza colorato

 

o il salvagocce

 

Anche gli anelli per le tende possono essere fatti a crochet e possono essere personalizzati.

 

La borsa per il computer in fettuccia si fa in pochissimo tempo.

 

Un vasetto di marmellata fatta in casa è gradita a tutti, specie se è un po’ insolita come questa di mele e succo di melagrane.

I sacchetti di cotonina riempiti di fiori secchi di lavanda sono un regalo profumato.

Infine per decorare l’albero, la casa o i pacchetti con poco cotone rosso e qualche anello per le tende sono presto fatti questi cerchi rossi.

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caccia inutile

CACCIA INUTILE

Er vecchio cacciatore co’ lo schioppo

guarda per aria e vede un usignolo
che gorgheggia un assolo
tra li rami d’un pioppo.

È tutta quanta un’armonia d’amore
imbevuta de sole e de turchino
che dà la pace e t’imbandiera er core.

Come lo chiameremo un cacciatore
che spara su quer povero piumino?

(Carlo Alberto Salustri, Trilussa)

 

 

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tante spine

Dopo il post “pungente” un post “spinoso”.

“Non c’è rosa senza spine”, “Stare sulle spine”, “Un letto di spine”, “Una questione spinosa”, “Una spina nel fianco”, quanti proverbi e modi di dire usano la parola spina per indicare un ostacolo, un cruccio, qualcosa di sgradevole e difficile.

Una spina in botanica è una formazione vegetale rigida e appuntita derivante in alcuni casi dalla trasformazione di foglie come nel caso dell’agrifoglio o del crespino,

in altri casi come nel pungitopo, quelle che sembrano foglie rigide e appuntite sono in realtà steli modificati.

pungitopo

In altri casi le spine sono protuberanze ascellari lignificate come in molti arbusti delle regioni aride: il prugnolo,  il giuggiolo e il biancospino.

In altre piante le spine sono derivate dal parenchima corticale come nelle rose e nei rovi.

La funzione delle spine è quella di difendere la pianta dall’attacco degli animali erbivori oppure di limitare la traspirazione delle foglie nelle piante adattate a climi secchi.

C’è da dire che se è vero che molti animali evitano le piante spinose, altri se le gustano con appetito, come le capre che devono proprio avere un palato di ferro! Questa capretta si sta nutrendo golosamente su un cespuglio di rosa canina!

Dove però è più comune il pascolo di vacche prosperano i cardi e le altre erbacee spinose, le uniche erbacee non appetite insieme a piante dal sapore o odore sgradevole.

Le pecore e gli asini invece non disdegnano i cardi!

Spesso gli agricoltori hanno incoraggiato la crescita di piante spinose come barriera impenetrabile per proteggere i propri campi. Nelle regioni del sud si trovano siepi di fichi d’India che levano le loro pale verso il cielo come animali mostruosi.

Originari del Messico hanno trovato nelle regioni del nostro sud un clima adatto a prosperare.
Nella macchia mediterranea ci sono siepi assolutamente impraticabili per la presenza di un fitto intrico di cespugli di rovo, biancospino, rosa canina, prugnolo e smilace che fa onore al suo nome volgare di stracciabraghe.

Molte piante che danno frutti commestibili hanno le spine, ma con un po’ di attenzione non esitiamo certo a cogliere more, giuggiole, fichi d’India, melagrane!

Spinosi sì, ma anche dolci!

 

 

 

 

 

 

 

 

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