buona Pasqua!

 

È Pasqua, la festa cristiana che celebra una rinascita, ma tutti i popoli e tutte le religioni fin da tempi antichissimi hanno festeggiato nei giorni vicini all’equinozio di primavera la rinascita della natura dopo il freddo e il buio dell’inverno con riti e simboli simili.

È in questo periodi che gli alberi cominciano a mettere le foglie, gli uccelli fanno il nido in cui depongono e covano le uova, i mammiferi partoriscono.

monti Lessini 077

È la festa della vita che nasce e uno dei simboli più comuni è l’uovo, come questo mio che lascia uscire il suo pulcino.

Buona Pasqua!

 

primo aprile!

Il primo aprile ricorreva il capodanno prima del 1582, anno in cui fu riformato il calendario dal papa Gregorio XIII. Il calendario gregoriano, attualmente adottato da quasi tutti i popoli del mondo,  spostò il capodanno al primo gennaio.

Il primo aprile per antica tradizione di incerta origine è un giorno dedicato agli scherzi, forse la tradizione risale alle feste dell’equinozio di primavera degli antichi romani, che terminavano proprio il primo aprile.

Ecco allora il mio pescetto d’aprile! Non è uno scherzo, è fatto all’uncinetto e con una calamita incollata dietro è anni che sta attaccato al mio frigorifero!

finestre e tendine

Mi attirano irresistibilmente le finestre e finestrelle ornate da tendine fatte a mano, hanno un loro fascino e una loro personalità, lavorate da persone che hanno impegnato tempo e bravura per confezionare quest’importante oggetto di arredamento che protegge l’intimità della casa, ma allo stesso tempo accoglie con qualcosa di bello chi passa in strada. Se la casa è in un vicolo stretto e buio questo ne sarà illuminato e illeggiadrito.

Sono quindi andata fotografando dove mi capitava i capolavori di qualche sconosciuta, cercando di non essere troppo indiscreta!

Barrea (Aq)

Barrea (Aq)

Spagna Sierra de Francia

Spagna, Sierra de Francia

Barrea (Aq)

Barrea (Aq)

Spagna, Sierra de Francia

Spagna, Sierra de Francia

Greccio (Ri)

Greccio (Ri)

Questo volo di rondini mi pare veramente strepitoso, un inno alla primavera che sta arrivando!

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Roma Natura, Parco Urbano di Monte Mario

fuochi e focolari

In inverno è piacevole leggere, chiacchierare o semplicemente oziare vicino al focolare. Un tempo era il centro della vita familiare, nell’unica stanza che serviva da cucina, soggiorno, stanza da pranzo, tanto che in italiano si usava la parola fuoco o focolare per indicare un nucleo familiare. Termine che per noi è ora desueto, ma viene ancora utilizzato dagli spagnoli per i quali hogar significa ancora casa intesa sia come appartamento che come luogo di residenza del nucleo familiare.

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Oltre che questo significato il fuoco ne aveva anche altri legati a riti di purificazione e rinnovamento intesi a propiziare una nuova annata agricola ricca di messi. In periodi diversi della stagione invernale alcune di queste manifestazioni si sono conservate, in molte zone d’Italia si accendono falò la sera dell’Epifania, a volte bruciando un fantoccio che rappresenta una vecchia strega. In altre zone i falò si accendono per Sant’Antonio Abate il 17 gennaio, in altri a Carnevale.

Questo grande valore simbolico ha il suo significato anche ai nostri giorni, se tante feste che li vede protagonisti continuano a essere celebrate. Con il fuoco si distrugge simbolicamente ciò che è vecchio e si traggono auspici per i raccolti futuri. ma soprattutto il fuoco mette allegria soprattutto se si è in compagnia.

castelli

“Un triste residuo di fasti e splendore, senza tappeti, arazzi né armi, ospitano queste mura ammutolite, ora c’è soltanto silenzio, abbandono, ombre.

Forse il suo nome senza storia potrebbe narrare ancora infinite leggende e sulle volte, le torri e le colonne, ormai cresce solo erba gialla come la paglia. Sotto i tetti abitano gli uccelli  e il ragno laborioso tesse la sua tela.” (Josè Zorilla)

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Peñaranda de Duero (Spagna)

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Pacentro (Aq)

Civitavecchia (Arpino, Fr)

Civitavecchia (Arpino, Fr)

Sermoneta (Lt)

Sermoneta (Lt)

Castello di Lombardia (Enna)

Castello di Lombardia (Enna)

Puglia, Castel del Monte

Puglia, Castel del Monte

Rocca Flea, Gualdo Tadino

Rocca Flea, Gualdo Tadino

il Soratte, da montagna sacra a bunker antiatomico

Vides ut alta stet nive candidum Soracte” (Orazio, Odi, libro I, 9)

 “Vedi come il Soratte si erge candido per l’alta neve

m. Cosce

Il monte Soratte è ben visibile dalla periferia nord di Roma perché emerge come un’isola in mezzo alla Campagna Romana. E un’isola fu effettivamente nel lontanissimo passato geologico milioni di anni fa, durante il Pliocene, quando il mare arrivava a lambire quelli che sono ora i Monti Sabini. Non è particolarmente alto, non arriva a 700 metri, ma domina massiccio la pianura intorno ed è visibile da lontano.

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Il suo nome si fa risalire al dio Sorano, venerato dalle popolazioni preromane che abitavano la zona, i Sabini, i Falisci e gli Etruschi. I sacerdoti di questo antichissimo dio erano gli Hirpi Sorani, i lupi di Sorano, su questo monte celebravano i loro oscuri riti, fra cui, come riportano gli antichi scrittori latini, quello di camminare a piedi nudi sulle braci ardenti portando come offerta per il dio le interiora degli animali uccisi in sacrificio.

I Romani, una volta diventati i dominatori, vi veneravano il dio Sorano-Apollo e in epoca cristiana fu frequentato da eremiti fra i quali, si dice, anche San Silvestro che divenne poi papa Silvestro I; vi si rifugiò fuggendo dalle persecuzioni dell’imperatore Costantino. In suo onore sulla sommità del monte fu eretta la chiesetta di San Silvestro, sul luogo del tempio di Apollo.

I resti di vari insediamenti religiosi sono ancora rintracciabili anche se in abbandono, fra questi la piccola chiesa rupestre di Santa Romana, sulle pendici del monte in mezzo al bosco conserva ancora una piccola vasca dentro la quale gocciola l’acqua di stillicidio della roccia sovrastante. Fino a pochi decenni fa le donne della zona che avevano partorito la bevevano per favorire la lattazione.

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Santa Romana

La montagna, di origine calcarea, è incisa da innumerevoli cavità, alcune di queste grotte, chiamate localmente i Meri furono descritte da Varrone che parla dei vapori mortiferi che emanano. In realtà non c’è nessun vapore mortifero esalato dai Meri, solo normale condensa di vapor acqueo, tanto che sono frequentati regolarmente dagli speleologi romani.

monte Soratte (RM), grotta della madonnina

Sulle pendici del monte si adagia il paese di Sant’Oreste, di origine molto antica, in una bellissima posizione dominante la sottostante valle del Tevere.

Sant'Orèste (Rm)

Poco distante dal paese a partire dal 1936, nei fianchi della montagna furono scavate una serie di gallerie come rifugio del comando supremo dell’esercito e del il Governo in caso di guerra.

Le alte gerarchie italiane non vi si rifugiarono mai: arrivò l’armistizio dell’8 settembre 1943, cui seguì la vergognosa fuga del re con i vertici dell’esercito e l’occupazione di Roma da parte dell’esercito tedesco.

Il comando supremo tedesco vi stabilì il suo quartier generale per contrastare l’avanzata dell’esercito degli Alleati . All’interno delle gallerie furono piazzati pezzi d’artiglieria il cui tiro poteva raggiungere la sottostante via Flaminia, importante arteria di comunicazione con il nord Italia.

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Nel maggio del 1944 il complesso subì un pesantissimo bombardamento da parte degli aerei alleati e ne fu danneggiato. Dopo la liberazione di Roma da parte dell’esercito alleato, avvenuta pochi giorni dopo, il generale Kesselring diede l’ordine di abbandonare l’area dopo averla minata. I tedeschi risalirono verso nord seminando morte e terrore per i saccheggi e le rappresaglie.

Durante gli anni della guerra fredda parte delle stesse gallerie furono riconvertite per ospitare un bunker destinato a ospitare i membri del Governo italiano in caso di attacco atomico.

Oggi sono proprietà del comune di Sant’Oreste e sono parzialmente visitabili grazie all’operato di una associazione di volontari. Per informazioni e prenotazioni si può consultare il loro sito.

 

 

 

autunno

Quando, non molti giorni fa, a Bruxelles, l’adorata stagione ha fatto la sua apparizione, le foglie ancora tintinnavano come delicati sonagli dorati impigliati fra gli alberi dei giardini, delle piazze e dei viali.”

autunno

“Autunno adorato come la stagione più sontuosa, allegra e malinconica dell’anno. Questo è quello che vedevo mentre contemporaneamente passeggiavo, a Roma, per le lunghe rive del Tevere, giocando con i profondi riflessi degli alberi piantati nelle acque agitate e raramente azzurrine del Tevere.”

Tevere

(Rafael Alberti, L’albereto perduto, Editori Riuniti)

la via Amerina

via Amerina

La via Amerina in epoca romana e medioevale collegava Roma con importanti città umbre, ma la sua storia è in realtà molto più antica, legata, anche nel nome, alla città di Ameria (l’odierna Amelia, in provincia di Terni) che fu uno di più antichi centri italici, di centinaia di anni più antico di Roma, ancora oggi circondata dalle imponenti e suggestive mura megalitiche che ne sono uno dei monumenti di maggiore interesse.

Amelia

La via attraversava il territorio degli Umbri e dei Falisci e molti centri etruschi come Veio, Corchiano (forse l’antica Fescennia), Gallese, Orte (Hortae) e Nepi (l’antica Nepet), fra gli altri centri importanti  Civita Castellana, l’antica Falerii capoluogo dei Falisci.

via Amerina

I Romani la aprirono nel 241 a. C. sfruttando e ampliando il precedente tracciato, a nord di Ameria riprese altri antichi collegamenti che si dirigevano verso la media e l’alta valle del Tevere lungo il confine con il territorio etrusco toccando centri come Todi (Tuder), Bettona (Vettona) e Perusia, poi verso l’Adriatico attraverso il territorio degli Umbri.

Alcuni tratti dell’antico tracciato sono stati recuperati e si possono percorrere a piedi o in bicicletta in un territorio di pianure e colline che fu modellato dai vulcani dei distretti sabatino e cimino-vicano. Vi si incontrano campi coltivati, pascoli, boschi, forre scavate dai corsi d’acqua e pianori di tufo.

oasi di Pian sant'Angelo

un’antichissima tragedia

Era il 409 a.C. quando Selinunte, una delle più splendide e ricche città della Magna Grecia, fu saccheggiata e distrutta dai Cartaginesi.

La città greca sorgeva su tre piccole colline in vista del mar d’Africa, nella Sicilia occidentale ed occupava una vasta area. Il suo nome deriva forse dal nome greco del prezzemolo selvatico, selinon, molto diffuso nella zona.

Selinunte

Selinunte, il tempio E

Era un’epoca in cui le contese fra le diverse città della Sicilia erano frequenti e sanguinose e sulla sponda opposta del mediterraneo Cartagine era una città ricca e potente che si alleava ora con questa ora con quella. Una flotta di centomila soldati cartaginesi assediò la città aleata di Siracusa e nemica di Segesta, la distrusse e la incendiò, uccise decine di migliaia di suoi cittadini e molte migliaia ne fece prigionieri.

Selinunte non si risollevò più completamente, la città fu ricostruita, ma condusse un’esistenza più modesta e fu completamente abbandonata nel 250 a. C. durante la I guerra punica, quando Cartagine la distrusse nuovamente.

Gli splendidi templi testimoni della passata grandezza crollarono in seguito a un devastante terremoto e della potente città ridotta a un cumulo di rovine si perse anche il ricordo, le sue pietre servirono come cava di materiali da costruzione.

Selinunte

La visita del luogo è suggestiva ed emozionante, una delle maggiori mete del turismo internazionale in Sicilia.

La maggior parte dei templi risale al VI secolo a. C., molti sono di dimensioni gigantesche. Sono stati contrassegnati con lettere dell’alfabeto perché la loro attribuzione a un dio è incerta. Fra questi il tempio E era quello in condizioni migliori, pertanto fu in parte ricostruito.

Il tempio G era il più gigantesco, misurava più di 110 m di lunghezza, più di 50 di larghezza e le sue colonne erano alte 16 metri. Ne rimane in piedi solo una, circondata da un ammasso impressionante di rocchi di colonne, capitelli, frontoni precipitati al suolo.

Selinunte

Il tempio probabilmente non fu mai completato per la distruzione della città.

Una drammatica testimonianza di ciò ci deriva dalle Cave di Cusa a circa 11 chilometri dall’antica città. Erano le cave da cui si estraeva la pietra per costruire; qui, circondati da grandi olivi, in un ambiente solitario e suggestivo, si possono vedere ancora gli enormi rocchi di colonna probabilmente destinati a completare il tempio G.

Cave di Cusa

Sono in diverse fasi della lavorazione, alcuni già completamente sbozzati, altri ancora non del tutto isolati dalla roccia, con i segni degli scalpelli che li stavano lavorando, abbandonati quando l’assalto dei cartaginesi mise fine alla storia della città.

cave di Cusa

Testimoni muti e per questo ancora più toccanti della tragedia di più di 2400 anni fa.

Terracina e il tempio di Giove Anxur

Terracina è una bella cittadina ai margini meridionali del Lazio, su una costa splendida, circondata da luoghi carichi di storia, mito e leggenda.

Di origine antichissima, secondo la leggenda fu fondata dagli spartani, fu città del popolo degli Ausoni, poi etrusca, volsca ed infine romana, di importanza strategica per questi ultimi perché collocata sulla via Appia che conduceva in Campania e poi verso sud. Interessante è il Pisco Montano rupe calcarea fatta tagliare dall’imperatore Traiano per consentire il passaggio della via Appia lungo il mare evitando un percorso più tortuoso a monte. Accanto fu eretta la Porta Napoli.

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Sulla roccia sono ancora visibili i numeri romani che indicano l’altezza del taglio, terminano con la cifra CXX corrispondente a 36 metri.

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La cittadina attuale, oltre alla parte moderna vicino al mare, ha un interessante nucleo medioevale nella parte alta che ha come suo centro la piazza del Municipio, sul luogo dell’antico Foro, di cui si possono vedere i ruderi. Il Duomo e il campanile sono romanici, la Torre Frumentaria del XII secolo, è sede del Museo Archeologico.

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Spettacolare è la visita al Tempio di Giove Anxur sul monte Sant’Angelo alle spalle della cittadina da cui si gode una splendida vista che spazia sul Golfo di Terracina fino al Monte Circeo, dimora della Maga Circe secondo Omero.

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Dalla parte opposta, verso sud, la fertile piana di Fondi con il lago e in lontananza la punta di Gaeta, sullo sfondo la catena dei monti Aurunci.

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Di fronte l’ampia distesa del mare con le Isole  Pontine all’orizzonte.

…Ci arrampichiamo per tre miglia fin sotto le pendici di Anxur, arroccata su rupi che biancheggiano lontano.” (Orazio, Satire, libro I, V).

Il tempio era un antico santuario dei popoli laziali, ristrutturato dai romani fra il II e il I secolo a.C. Costruito su un alto podio con portici si presentava imponente agli occhi dei pellegrini, visibile sicuramente anche da chi arrivava dal mare. Non è chiara la divinità a cui era dedicato, forse Giove Anxur, Giove fanciullo o forse Feronia, dea della fertilità o ancora Venere.

Rimangono ancora imponenti il basamento, il podio e l’oracolo costruito intorno a un grande masso.

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La visita,  a pagamento, si svolge in un ambiente in cui allo splendido panorama si aggiungono le essenze della macchia mediterranea illustrate da pannelli lungo il sentiero di visita. Per informazioni sugli orari consultare il sito.

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A pochi chilometri da Terracina è possibile raggiungere il Monumento Naturale di Campo Soriano, un’area protetta in cui il carsismo assume caratteristiche uniche; è una valle formata per l’erosione di una piattaforma carbonatica di cui restano i relitti rappresentati da numerosissime formazioni rocciose di tutte le dimensioni; fra queste spicca per imponenza la cosiddetta “Cattedrale” conosciuta anche come “Il Carciofo” un hum alto 18 m.

monte san Biagio agosto 15 006

Sull’altopiano si susseguono campi carreggiati, roccioni isolati, pinnacoli, doline, grotte. Le terre rosse residuali presenti a Campo Soriano sono molto fertili e qui fra le rocce viene coltivato il pregiato moscato di Terracina.

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