alla vita

La vita non è uno scherzo,

………………………………………

prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant’anni, ad esempio,
pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli,
ma perché non crederai alla morte,
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.

(Nazim Hikmet)

 

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paesi abbandonati

Camminando per le nostre montagne si incontrano a volte ruderi di paesi abbandonati invasi dalla vegetazione che conservano un certo fascino e lasciano solo immaginare la vita che vi si svolgeva.

Rovine di Castel Foiano

Furono spesso costruiti in luoghi elevati o comunque inaccessibili per sfuggire a invasioni nemiche. Dopo centinaia di anni in cui innumerevoli generazioni si sono succedute furono abbandonati per cause varie, per pestilenze, incendi o semplicemente perchè la vita era eccessivamente dura a quelle quote.

Un luogo misterioso e suggestivo è Castel Foiano presso Calcata nel viterbese. È collocato su uno stretto sperone di tufo fra due fossi scavati da torrenti, come spesso facevano gli Etruschi. Le pareti scoscese dei due lati lunghi lo rendono facilmente difendibile con fortificazioni solo lungo i lati più corti. Fu abitato in epoca preromana e poi di nuovo nel Medioevo, quando le invasioni barbariche minacciavano Roma. Quando le minacce si fecero meno concrete fu abbandonato perché lontano dalle grandi vie di comunicazione.

Altri paesi furono fondati per motivi strategici di controllo del territorio sottostante. È il caso della Città del Sole sul pianoro del Sasso Simone nel Montefeltro. Al termine di una bella escursione si scoprono i resti di quello che fu un esperimento di fondazione di una città ideale: nel 1566 Cosimo I de’ Medici pose le prime pietre della città, che fu costruita secondo i principi della filosofia neoplatonica e doveva  rappresentrea l’ordine e la ragione.

Il progetto prevedeva l’insediamento di una guarnigione militare e di civili. L’esperimento fallì soprattutto a causa di un inverno molto rigido che rese difficoltosa la vita a quella quota. Rimangono pochi resti di pietre a testimonianza di questo antico tentativo umano.

Sui Monti Lucretili a circa 30 chilometri da Roma si possono raggiungere con una breve passeggiata le rovine di Montefalco, a quasi 900 m di altezza. Di probabili origine romana, fu abitato fino al XV secolo quando la popolazione si spostò più in basso. Ora è pascolo per i cavalli, ma sono ancora visibili le cinte murarie ed i ruderi di alcuni edifici.

Camerata vecchia è un altro paese abbandonato nel Parco Regionale dei Monti Simbruini, nel Lazio al confine con l’Abruzzo. Fu abbandonato nel 1859 in seguito a un incendio e ricostruito più a valle con il nome di Camerata nuova, paese accogliente, punto di partenza degli escursionisti e speleologi laziali. Sugli altopiani carsici che si trovano a monte furono girati molti film western italiani, il più famoso “Lo chiamavano Trinità”.  Oggi le rovine del vecchio centro sono state liberate dalla vegetazione e percorse da sentieri ben tenuti. La visita è molto suggestiva, le costruzioni di pietra si addossano alla roccia e il grande arco della chiesa crollata è visibile a distanza.

Infine uno dei tanti paesi forzatamente abbandonati dai suoi abitanti perché finiti in fondo a un lago di sbarramento, sacrificati alla fame di energia elettrica. Ci troviamo al passo di Resia, al confine fra Italia, Svissera e Austria, presso le sorgenti dell’Adige.

Del vecchio paese ormai spunta solo il campanile.

Innumerevoli sono i paesi abbandonati e diventano mete suggestive di belle camminate in montagna.

 

 

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balconi

Anche se non è più epoca di serenate e trecce calate a mo’ di scaletta da un balcone per far salire l’amato, i balconi conservano il loro fascino. Balconi da cui affacciarsi, su cui prendere il fresco o il sole e guardare chi passa nella via,

Sierra de Francia, Spagna

balconi da riempire di fiori,

Forni di Sopra (Ud)

 

Sierra de Francia, Spagna

 

Marche

balconi in cui stendere il bucato come un gran pavese colorato

Pacentro (Aq)

balconi di legno sorretti da robuste travi,

Sierra de Francia, Spagna

 

Cinchòn, Spagna

 

Sierra de Francia, Spagna

 

Cicogna, Val Grande

balconi di pietra con ringhiere ornate.

Marciana, Isola d’Elba

 

Stroncone (Ri)

 

Roma, Piazza Navona

 

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finestrelle

Finestre, finestrine, finestrelle, piccole aperture verso il mondo che fanno entrare un poco di luce, a volte solo un raggio di sole, di più non ce n’entrano!

Finestrelle illeggiadrite da tendine

o da vasi di fiori

 

o incorniciate dal verde.

Finestrelle scavate nella roccia

da cui ci si affaccia per uno sguardo sul mondo

o su un cortile.

Finestrelle aperte nelle mura millenarie.

Roma, mura Aureliane

Roma, arco di Dolabella

Finestrelle aperte nell’abbaino sotto un nido di cicogne, come in una favola!

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api d’oro

 

Api d’oro

cercavano il miele.

Dove starà il miele?

 nell’azzurro

di un fiorellino,

sopra un bocciolo

di rosmarino

(Federico García Lorca)

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cesti

Mi sono sempre piaciuti i cesti, grandi, piccoli, con manico e senza, presenti accanto agli uomini fin da tempi peistorici, fabbricati con i materiali vegetali più diversi: canne (da cui la parola canestro), giunchi, tife, vimini, steli d’erba, di asfodeli, cortecce, ramoscelli, foglie di palma, corda, juta.

La raccolta dei rami di vimine

Ogni popolo ha usato il vegetale che trovava più abbondante nel suo territorio e dopo una lavorazione lunga e paziente ne ha ottenuto questi utensili indispensabili come contenitori ed ancora oggi utilizzati da tutti noi, anche se la plastica li ha in parte sostituiti; non del tutto però perché le loro doti naturali li rendono non paragonabili ai materiali sintetici.

varie 005

Così che vengono usati come panieri, contenitori per la frutta, sporte per la spesa o borse capienti per il mare.

In campagna si riempiono di verdura dell’orto, erbe spontanee da fare in padella, frutta raccolta dagli alberi.

ciliegie (3)

I più resistenti conterranno la legna per la stufa e il camino.

Molto famosa è la lavorazione dei cesti a spirale, una tecnica diffusa in molti paesi del mondo e presente anche in Italia, soprattutto in Sardegna, dove vengono anche decorati con motivi tradizionali. La tipica forma larga e piatta serve a contenere il pane sardo.

La tecnica dell’intreccio di materiale vegetale è servita, e continua a servire, anche per fabbricare stuoie e perfino scarpe, le calzature di esparto (Stipa tenacissima), sparto in italiano, pianta tipica dei terreni aridi, sono le espadrillas ancora fabbricate in alcune regioni spagnole e francesi. Quelle che usiamo noi ormai sono fabbricate in paesi orientali utilizzando la juta. Il termine deriva dal catalano attraverso l’occitano e contiene proprio la parola espart, sparto. Nel Museo Archeologico di Madrid ne sono esposte paia risalenti al neolitico!

Sparto

In Africa cesti fittemente intrecciati e con il coperchio, ermetici e a prova di insetti. servono come contenitori di granaglie

Sulle nostre Alpi le gerle venivano utilizzate in passato per trasportare fieno, legna e frutti sugli impervi sentieri dove occorreva avere le mani libere, infatti erano fissate sulle spalle attraverso cinghie di cuoio. Qualcuna ne sopravvive ancora.

Un ultimo piccolo cesto particolare che mi piace molto, serve a rigare i pezzetti di pasta fatta in casa passandoli sopra il fondo di paglia con una leggera pressione delle dita.

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piccoli polpi per piccoli guerrieri

Ho aderito recentemente con molto piacere ad una bella iniziativa di un gruppo di giovani mamme che su Facebook ha dato vita ad un progetto per lavorare a crochet dei piccoli polpi di cotone colorato destinati ai minuscoli ospiti della TIN (Terapia Intensiva Neonatale). “TINtacoli” è il nome del gruppo che fonde l’acronimo di Terapia Intensiva Neonatale (TIN) e la parola “tentacoli”.

Il progetto “Octopus for a Preemie” è partito dalla Danimarca, ma si è esteso in breve e molti paesi europei ed extraeuropei.

Alcuni studi e osservazioni mediche hanno infatti dimostrato che i neonati prematuri ricoverati in terapia intensiva traggono molti benefici dallo stringere tra le mani i tentacoli dei polipetti amigurumi, forse perché ricordano il cordone ombelicale materno e danno sicurezza ai piccoli che respirano meglio aumentando l’ossigenazione del sangue e regolarizzando il battito cardiaco. Inoltre i bambini stringendo fra le manine questi animaletti non tirano i cavi presenti nell’incubatrice.

Il progetto italiano per il momento è destinato solo ai piccoli pazienti dell’Ospedale Bufalini di Cesena e dell’Ospedale Infermi di Rimini, ma si spera in una sua futura espansione ad altri ospedali del nostro territorio.

I polpetti sono lavorati a crochet da chiunque sia disponibile a offrire il proprio lavoro gratuitamente per aiutare i piccoli guerrieri e le loro madri. Recentemente ai polpetti si sono aggiunte piccole meduse più facili da fare ed adatte anche a chi non sa maneggiare bene l’uncinetto.

Nel gruppo Facebook Octopus for a Preemie Italy – TINtacoli i volontari possono trovare tutte le istruzioni per eseguire i polpetti e le meduse secondo le norme igieniche e di sicurezza richieste dall’ospedale. Chiunque sia interessato a contribuire a questa bella iniziativa lavorando a crochet questi pupazzetti può richiedere di entrare nel gruppo.

Questi sono i miei polpetti che ho spedito recentemente a Cesena, sono divertenti e rapidi da fare.

 

 

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5 anni di blog!

E già, sono passati già 5 anni dal mio primo articolo su questo blog, articolo dedicato alla nostra gattona che ora non c’è più, ma che è vissuta con noi per quasi 21 anni.

memmi 062

In questi anni ho pubblicato quasi 700 articoli e mi sono divertita riuscendo a mantenere una certa costanza nonostante tutto!

Ho scritto degli argomenti che mi interessano: la natura, la campagna,

 

gli animali e le piante, i viaggi,

terracina

ma ho scritto anche di Roma, la mia città

e dei miei hobby: l’uncinetto, la maglia, il riciclo, la cucina.

 

Continuerò a scrivere i miei post fino a che continuerò a divertirmi!

 

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ragnatele

 

Sui teneri germogli delle canne

Appesa una tela di ragno

(  Haiku del poeta giapponese Tatarai Kikaku, secolo XVII)

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vecchi oggetti carichi di storie

Amo i vecchi oggetti che hanno storie da raccontare. Sarà per questo che conservo con rispetto molti di quelli che furono dei miei nonni o addirittura dei bisnonni.

Così ancora utilizzo la vecchia bilancia a pesi, lo scaldaletto di rame insieme alla vecchia conca e al mestolo invece sono diventati invece oggetti di arredamento. Sono tutti testimoni di un tempo in cui grande era la fatica quotidiana delle persone comuni. Mi ricordo ancora quando non c’era la conduttura in casa dei miei nonni e lei andava a prendere l’acqua alla fontana trasportando poi la pesante conca sulla testa come prima avevano fatto generazioni e generazioni di donne.

Quante storie potrebbe poi raccontare la coperta di mio nonno che proprio quest’anno compie cento anni!

È per questo che ho visitato con piacere e curiosità il Museo del lavoro contadino nel castello di Piandimeleto,  un minuscolo comune in provincia di Pesaro-Urbino.

Castello Oliva a Piandimeleto

Nel museo sono in mostra attrezzi agricoli legati al lavoro con l’aratro che prima dell’avvento dei mezzi meccanici era trainato dai bianchi e possenti buoi di razza marchigiana.

Il vino aveva un ruolo centrale insieme al grano fra le colture e importante era la cantina con le botti, il deraspatore, il torchio.

Altri spazi sono dedicati ai lavori artigianali come quello del fabbro, del cordaio, del calzolaio, del falegname e alla filatura e tessitura della canapa con cui erano confezionati indumenti, asciugamani, lenzuola.

Quindi sono riprodotti gli ambienti della casa rurale: la cucina in cui erano appese le stoviglie di rame e i grandi piatti. Un piatto rotto non si buttava, ma veniva riparato con graffe di metallo. la grande madia era il mobile più importante, conservava gli alimenti, ma nelle annate di carestia rimaneva penosamente vuota.

Interessanti sono gli attrezzi per fare il bucato utilizzando la cenere, altra fatica di braccia in mancanza della nostra insostituibile lavatrice.

Fra i piccoli oggetti di uso quotidiano oltre al macinino, al contenitore del latte, al setaccio, mi ha colpito lo spruzzatore per il DDT, usato contro gli insetti nella casa, ma anche direttamente sulla testa dei bambini contro i pidocchi!

Infine la camera da letto; sul letto matrimoniale troneggia il “prete” con lo scaldaletto in cui venivano introdotte le braci. In primo piano la culla per l’ultimo nato. L’intelaiatura di legno per sostenere un telo protettivo contro le zanzare è ora coperta da una tovaglia stampata con la ruggine, tecnica tradizionale romagnola per decorare i tessuti.

L’acqua corrente non c’era e nelle gelide mattine invernali ci si accontentava di lavarsi sommariamente la faccia con l’acqua della catinella.

 

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