un antico confine

La Torre di Portella o Passo di Portella ha segnato fino al 1860 il confine fra il Regno Pontificio e il Regno Di Napoli ed è stata per secoli la sede della dogana e della polizia napoletana di confine.

È situata lungo la trafficata via Appia nel comune di Monte San Biagio.

La piana di Fondi fra questa torre e la Torre dell’Epitaffio verso Terracina   era un territorio paludoso e malsano considerato zona neutra, infestato da zanzare e briganti. Oggi dopo le bonifiche è ricca di agrumeti, frutteti e serre.

Ora le auto passano veloci sulla vicina Appia e solo un cartello e una lapide ricordano questo antico confine.

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chiese romaniche

Il romanico è il mio stile preferito, mi piacciono le belle chiese chiare, armoniche, dalle linee morbide e semplici, senza tutti i sovraccarichi del barocco. I grandi rosoni e le bifore sono merletti di pietra.

Gli interni sono luminosi e spogli,

risaltano i pavimenti spesso a intarsi e le colonne dai capitelli scolpiti.

Sono proprio le sculture che mi colpiscono di più, in esse sono raccontate storie delle Sacre Scritture, le cacce, i lavori dei campi, i mestieri, i ritmi delle stagioni, sono cariche di simbologie il cui significato era ben chiaro e leggibile anche da chi non sapeva leggere, la maggioranza dei fedeli.

Ci sono tralci, grappoli d’uva, foglie d’acanto che formano volute, motivi geometrici, uccelli, fiere, animali fantastici e mostruosi, angeli e diavoli, santi accigliati e simboli sacri e profani.

Tutto ciò doveva indurre il fedele al raccoglimento e alla meditazione, alla riflessione sulla fede e i suoi castighi e ricompense.

 

le cassette delle lettere

Ai nostri giorni sono un po’ dimenticate, soppiantate dalla comunicazione telematica. Non si scruta più con ansia e trepidazione il loro interno con la speranza di trovare la lettera tanto attesa, al massimo con qualche fastidio vi si trovano pubblicità, spesso sovrabbondanti, o bollette da pagare. È un piacere quando qualcuno ci manda nonostante tutto una cartolina!

Le cassette delle lettere ora sono abbastanza anonime, d’alluminio, tutte uguali nei palazzoni alveari delle città. Una volta erano in legno, nei palazzi più vecchi se ne possono ancora vedere, decenni di storie hanno dato loro una fisionomia e un carattere.

C’erano poi quelle singole di metallo, oggi se ne possono vedere le riproduzioni con tanto di stemma delle Regie Poste.

Belle erano quelle di pietra, come questa nel palazzo comunale di Stroncone (Ri). Non doveva esserci molta corrispondenza, ne bastava una collettiva! Impareggiabile la scritta: “Lettere p. Tutto”. Una t non entrava o forse era stata dimenticata dall’artigiano ed allora è stata aggiunta in dimensioni ridotte!

 

la strage di Collelungo

Dopo la pausa estiva torno a scrivere sul blog con un post su un episodio semi sconosciuto e terribile avvenuto durante la seconda guerra mondiale sulle montagne delle Mainarde fra Ciociaria, Abruzzo e Molise. Una delle purtroppo numerose testimonianze della ferocia inutile dell’uomo sui suoi simili. Anche io lo ignoravo fino a che non ci siamo imbattuti nel sacrario che ricorda le vittime durante un’escursione sulle nostre belle montagne.

Era il mattino del 28 dicembre 1943 e nella faggeta c’era la neve. Alcuni nuclei familiari del vicino paese di Cardito si erano rifugiati in una grotta per sfuggire ai bombardamenti alleati e alla battaglia che infuriava a pochi chilometri. Fra loro molte donne, bambini, alcuni piccolissimi, la più piccola nata da appena un mese.

Cosa spinse un drappello di soldati tedeschi a radunare tutta quella povera gente ed a ammazzarli con raffiche di mitra, senza pietà. Si può chiamare uomo chi uccide coscientemente un neonato e la madre inginocchiata che chiede pietà? Nessuna pietà, solo odio cieco, per chi? Perché?

49 furono le vittime della strage inutile ed efferata. Nella bella faggeta dove si consumò la tragedia un monumento ed una lapide ricordano il loro sacrificio. Non sono stati dimenticati dalla popolazione dei paesi vicini. Purtroppo di esempi di incitamento all’odio e all’indifferenza ne abbiamo troppi anche ai nostri giorni.

Per noi dovrebbe rimanere un monito a restare umani ed a combattere e respingere tutto ciò che può indurre a provare un odio e un disprezzo tali da non vedere più l’altro come un proprio simile con gli stessi sentimenti e desideri.

murales sul muro di Berlino

Era il novembre del 1989, il muro di Berlino iniziava ad essere demolito. Le immagine di migliaia di berlinesi festanti fecero il giro del mondo ed entrarono nella storia del travagliato secolo XX. Il muro per 28 anni era stato il simbolo della separazione delle due Germanie e della guerra fredda.

La divisione di Berlino in due sfere di influenza: quella dei paesi occidentali e quella dei Paesi socialisti era iniziata dopo la fine della seconda guerra mondiale, ma i berlinesi potevano spostarsi nelle due zone della città. Improvvisamente il governo della Germania est decise di porre fine all’esodo continuo di giovani berlinesi dell’est verso Berlino ovest. Nel giro di una notte fu eretta una barriera di filo spinato lungo il confine cui fece seguito nel giro di pochissimi giorni il muro, separando famiglie e amici e impedendo a molti di raggiungere i posti di lavoro.

Nei decenni successivi furono migliaia i berlinesi dell’est che tentarono con tutti i mezzi di fuggire all’ovest, molti vi persero la vita.

Oggi il muro è completamente smantellato, per decenni i banchetti improvvisati vicino alla Porta di Brandeburgo ne vendevano dei pezzetti, per lo meno loro li spacciavano per tali. A ricordo del buio periodo passato ne è stato lasciato un tratto che forma la East Side Gallery, la più lunga collezione di murales del mondo.

Artisti noti e meno noti da tutto il mondo a partire dagli anni ’90 ne hanno dipinto le grige e lugubri pareti con colorati e significativi murales molto fotografati dai turisti.

Da simbolo della guerra fredda e di tante sofferenze è diventato un simbolo di pace ed un monito.

il paese fantasma

Celleno vecchia è un paese fantasma, uno degli innumerevoli paesi abbandonati che è suggestivo visitare.

Il vecchio paese fu fondato fra il X e l’XI secolo, in un’epoca piuttosto turbolenta, fu perciò costruito su uno sperone di tufo con pareti a strapiombo, protetto anche da una cinta muraria. Era feudo dei conti di Bagnoregio, utile città fortificata a metà strada fra Orvieto e Viterbo.

Nei secoli successivi cambiò più volte signore, fu a lungo degli Orsini che fecero costruire il possente castello.

Appartenne infine allo Stato pontificio fino all’Unità d’Italia.

Fu più volte colpita dai terremoti e dalle frane, frequenti a causa dell’erosione del basamento di tufo come in altri borghi della zona, fra cui la più famosa Civita di Bagnoregio. L’ultimo terremoto negli anni 30 del ‘900 provocò tali danni da determinare il trasferimento di parte della popolazione circa un chilometro più a valle, lungo la via Teverina. Lo spopolamento continuò nei decenni successivi e il paese fu definitivamente abbandonato negli anni 50 del ‘900.

Gli edifici senza più manutenzione caddero in rovina, opera accelerata dagli stessi abitanti che saccheggiarono il loro paese di blocchi di tufo, colonne, architravi per costruire le nuove case o per venderli.

Oggi il paese fantasma è stato riscoperto ed alcuni edifici restaurati. Un piccolo gruppo di volontari si occupa di tenere pulito il sentiero e i ruderi, di gestire gli spazi utili per organizzare concerti e manifestazioni, di accompagnare i turisti in visite guidate. Alcuni edifici sono stati ristrutturati dalla Sopraintendenza e aspettano di ospitare musei e punti di accoglienza.

Il forno del paese è stato ripulito e al suo interno sono esposti gli strumenti per la panificazione.

Dalla rupe di Celleno vecchia si gode un bel panorama sui vicini colli tufacei e sulle colture, in particolare molto diffusa è quella dei ciliegi. Nella prima settimana di giugno a Celleno nuova si tiene infatti la Sagra della ciliegia.

 

 

compassione

La quercia è tutta nera. Una saetta

la fece secca, la lasciò stecchita

e da quel giorno nun s’è mossa più.

Ma la Natura, sempre generosa,

pe’ daje l’illusione de la vita

ogni tanto je copre la ferita

co’ le foje de rosa…

(Trilussa)

 

geologia di Roma antica

Tutti sanno che Roma fu fondata su sette colli: il Palatino, l’Aventino, il Capitolino, il Quirinale, il Viminale, il Celio e l’Esquilino. Interessante è conoscere la genesi geologica di questi colli così importanti per la storia di questa città che un tempo fu caput mundi.

I colli furono generati dalle stratificazioni di materiale vulcanico eruttato dal complesso dei colli Albani, a sud di Roma che con un’intensa attività formarono una piattaforma costituita di tufi, colate piroclastiche e colate di lava. L’attività vulcanica di questo distretto iniziò circa 600 mila anni fa e fu particolarmente energica tanto che ad ogni eruzione furono emessi decine di chilometri cubi di materiale che formò un’ampia piattaforma

Il colle Palatino

I  terreni vulcanici appena formati furono subito sottoposti all’azione erosiva da parte delle piogge e dei corsi d’acqua, primo fra tutti il Tevere il cui corso fu inizialmente deviato dai prodotti vulcanici.

Alcune delle più importanti vie del centro di Roma come ad esempio via Cavour e via Nazionale sono tracciate proprio nelle valli scavate dai corsi d’acqua che dai colli scendevano verso il Tevere.

 

Il colle Aventino visto dal Tevere

L’attività erosiva delle acque continuò nel tempo trasformando la iniziale piattaforma in un paesaggio collinare, fra le tante colline anche i famosi “sette colli”.

Il Quirinale visto dall’Altare della Patria

Il Colosseo fu costruito in parte su una piccola depressione in cui scorreva uno degli affluenti di sinistra del Tevere, il Fosso Labicano. Quindi la parte meridionale, costruita sui sedimenti lasciati da questo corso d’acqua, fu maggiormente danneggiata dai terremoti cui Roma è periodicamente soggetta rispetto alla parte che dà verso via dei Fori Imperiali costruita su solidi terreni tufacei.

Il Fosso Labicano scorreva tra Esquilino, Celio e Palatino, dove ora è la via Labicana, faceva un gomito dove ora è il Colosseo, per poi scorrere verso la valle del Circo Massimo e immettersi nel Velabro Maggiore che scorreva nella valle dove è ora la Passeggiata Archeologica per poi confluire direttamente nel Tevere presso l’isola Tiberina che fu probabilmente formata dai detriti portati dal fiume. La Cloaca Massima fu fatta costruire dai re Tarquini proprio per drenare le acque del Velabro.

Lo sbocco della Cloaca Massima nel Tevere

 

6 anni di blog!

Sono passati 6 anni dal mio primo articolo, ora ne ho scritti e pubblicati quasi 800! Un bel traguardo che non mi sarei certo aspettata quando ho iniziato questa avventura!

Sono successe tante cose in questo ultimo anno, alcune importantissime, tutte hanno avuto un’eco sul blog.

I viaggi e le escursioni,

i fiori

la campagna,

i miei lavori.

Posso dire di essermi divertita e di continuare a divertirmi. Ringrazio tutte le persone che mi seguono e che commentano, ma anche tutti quelli che passano per caso attraverso qualche parola chiave.

portoni

Mi piace fotografare portoni, porte, porticine per quel che lasciano intravedere o immaginare, per quello che posso fantasticare che nascondano, per l’idea di solidità che trasmettono, a volte di vetustà, per l’infinita varietà delle loro forme e colori.

Portoni di vecchie case nobiliari che lasciano intravedere cortili,

porte sgangherate di cantine,

portoni con cornici di pietra,

portoni istoriati dai colori vivaci

o tutti azzurri

posso immaginare chi abita dietro questa porta!

Portoni di legno massiccio corroso dagli anni, ma ingentiliti da vasi di fiori;

vecchie porte incastrate fra le mura

o perse fra i vicoli.

Romantici portoni a vetrate affacciati sui fiori del cortile.

………………

Quando un giorno da un malchiuso portone

tra gli alberi di una corte

ci si mostrano i gialli dei limoni;

e il gelo dei cuori si sfa,

e in petto ci scrosciano

le loro canzoni

le trombe d’oro della solarità.

………………………

(Eugenio Montale, Ossi di seppia)

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