finestre e tendine

Mi attirano irresistibilmente le finestre e finestrelle ornate da tendine fatte a mano, hanno un loro fascino e una loro personalità, lavorate da persone che hanno impegnato tempo e bravura per confezionare quest’importante oggetto di arredamento che protegge l’intimità della casa, ma allo stesso tempo accoglie con qualcosa di bello chi passa in strada. Se la casa è in un vicolo stretto e buio questo ne sarà illuminato e illeggiadrito.

Sono quindi andata fotografando dove mi capitava i capolavori di qualche sconosciuta, cercando di non essere troppo indiscreta!

Barrea (Aq)

Barrea (Aq)

Spagna Sierra de Francia

Spagna, Sierra de Francia

Barrea (Aq)

Barrea (Aq)

Spagna, Sierra de Francia

Spagna, Sierra de Francia

Greccio (Ri)

Greccio (Ri)

Questo volo di rondini mi pare veramente strepitoso, un inno alla primavera che sta arrivando!

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Roma Natura, Parco Urbano di Monte Mario

fuochi e focolari

In inverno è piacevole leggere, chiacchierare o semplicemente oziare vicino al focolare. Un tempo era il centro della vita familiare, nell’unica stanza che serviva da cucina, soggiorno, stanza da pranzo, tanto che in italiano si usava la parola fuoco o focolare per indicare un nucleo familiare. Termine che per noi è ora desueto, ma viene ancora utilizzato dagli spagnoli per i quali hogar significa ancora casa intesa sia come appartamento che come luogo di residenza del nucleo familiare.

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Oltre che questo significato il fuoco ne aveva anche altri legati a riti di purificazione e rinnovamento intesi a propiziare una nuova annata agricola ricca di messi. In periodi diversi della stagione invernale alcune di queste manifestazioni si sono conservate, in molte zone d’Italia si accendono falò la sera dell’Epifania, a volte bruciando un fantoccio che rappresenta una vecchia strega. In altre zone i falò si accendono per Sant’Antonio Abate il 17 gennaio, in altri a Carnevale.

Questo grande valore simbolico ha il suo significato anche ai nostri giorni, se tante feste che li vede protagonisti continuano a essere celebrate. Con il fuoco si distrugge simbolicamente ciò che è vecchio e si traggono auspici per i raccolti futuri. ma soprattutto il fuoco mette allegria soprattutto se si è in compagnia.

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“Un triste residuo di fasti e splendore, senza tappeti, arazzi né armi, ospitano queste mura ammutolite, ora c’è soltanto silenzio, abbandono, ombre.

Forse il suo nome senza storia potrebbe narrare ancora infinite leggende e sulle volte, le torri e le colonne, ormai cresce solo erba gialla come la paglia. Sotto i tetti abitano gli uccelli  e il ragno laborioso tesse la sua tela.” (Josè Zorilla)

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Peñaranda de Duero (Spagna)

pacentro (Aq)

Pacentro (Aq)

Civitavecchia (Arpino, Fr)

Civitavecchia (Arpino, Fr)

Sermoneta (Lt)

Sermoneta (Lt)

Castello di Lombardia (Enna)

Castello di Lombardia (Enna)

Puglia, Castel del Monte

Puglia, Castel del Monte

Rocca Flea, Gualdo Tadino

Rocca Flea, Gualdo Tadino

il Soratte, da montagna sacra a bunker antiatomico

Vides ut alta stet nive candidum Soracte” (Orazio, Odi, libro I, 9)

 “Vedi come il Soratte si erge candido per l’alta neve

m. Cosce

Il monte Soratte è ben visibile dalla periferia nord di Roma perché emerge come un’isola in mezzo alla Campagna Romana. E un’isola fu effettivamente nel lontanissimo passato geologico milioni di anni fa, durante il Pliocene, quando il mare arrivava a lambire quelli che sono ora i Monti Sabini. Non è particolarmente alto, non arriva a 700 metri, ma domina massiccio la pianura intorno ed è visibile da lontano.

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Il suo nome si fa risalire al dio Sorano, venerato dalle popolazioni preromane che abitavano la zona, i Sabini, i Falisci e gli Etruschi. I sacerdoti di questo antichissimo dio erano gli Hirpi Sorani, i lupi di Sorano, su questo monte celebravano i loro oscuri riti, fra cui, come riportano gli antichi scrittori latini, quello di camminare a piedi nudi sulle braci ardenti portando come offerta per il dio le interiora degli animali uccisi in sacrificio.

I Romani, una volta diventati i dominatori, vi veneravano il dio Sorano-Apollo e in epoca cristiana fu frequentato da eremiti fra i quali, si dice, anche San Silvestro che divenne poi papa Silvestro I; vi si rifugiò fuggendo dalle persecuzioni dell’imperatore Costantino. In suo onore sulla sommità del monte fu eretta la chiesetta di San Silvestro, sul luogo del tempio di Apollo.

I resti di vari insediamenti religiosi sono ancora rintracciabili anche se in abbandono, fra questi la piccola chiesa rupestre di Santa Romana, sulle pendici del monte in mezzo al bosco conserva ancora una piccola vasca dentro la quale gocciola l’acqua di stillicidio della roccia sovrastante. Fino a pochi decenni fa le donne della zona che avevano partorito la bevevano per favorire la lattazione.

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Santa Romana

La montagna, di origine calcarea, è incisa da innumerevoli cavità, alcune di queste grotte, chiamate localmente i Meri furono descritte da Varrone che parla dei vapori mortiferi che emanano. In realtà non c’è nessun vapore mortifero esalato dai Meri, solo normale condensa di vapor acqueo, tanto che sono frequentati regolarmente dagli speleologi romani.

monte Soratte (RM), grotta della madonnina

Sulle pendici del monte si adagia il paese di Sant’Oreste, di origine molto antica, in una bellissima posizione dominante la sottostante valle del Tevere.

Sant'Orèste (Rm)

Poco distante dal paese a partire dal 1936, nei fianchi della montagna furono scavate una serie di gallerie come rifugio del comando supremo dell’esercito e del il Governo in caso di guerra.

Le alte gerarchie italiane non vi si rifugiarono mai: arrivò l’armistizio dell’8 settembre 1943, cui seguì la vergognosa fuga del re con i vertici dell’esercito e l’occupazione di Roma da parte dell’esercito tedesco.

Il comando supremo tedesco vi stabilì il suo quartier generale per contrastare l’avanzata dell’esercito degli Alleati . All’interno delle gallerie furono piazzati pezzi d’artiglieria il cui tiro poteva raggiungere la sottostante via Flaminia, importante arteria di comunicazione con il nord Italia.

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Nel maggio del 1944 il complesso subì un pesantissimo bombardamento da parte degli aerei alleati e ne fu danneggiato. Dopo la liberazione di Roma da parte dell’esercito alleato, avvenuta pochi giorni dopo, il generale Kesselring diede l’ordine di abbandonare l’area dopo averla minata. I tedeschi risalirono verso nord seminando morte e terrore per i saccheggi e le rappresaglie.

Durante gli anni della guerra fredda parte delle stesse gallerie furono riconvertite per ospitare un bunker destinato a ospitare i membri del Governo italiano in caso di attacco atomico.

Oggi sono proprietà del comune di Sant’Oreste e sono parzialmente visitabili grazie all’operato di una associazione di volontari. Per informazioni e prenotazioni si può consultare il loro sito.

 

 

 

autunno

Quando, non molti giorni fa, a Bruxelles, l’adorata stagione ha fatto la sua apparizione, le foglie ancora tintinnavano come delicati sonagli dorati impigliati fra gli alberi dei giardini, delle piazze e dei viali.”

autunno

“Autunno adorato come la stagione più sontuosa, allegra e malinconica dell’anno. Questo è quello che vedevo mentre contemporaneamente passeggiavo, a Roma, per le lunghe rive del Tevere, giocando con i profondi riflessi degli alberi piantati nelle acque agitate e raramente azzurrine del Tevere.”

Tevere

(Rafael Alberti, L’albereto perduto, Editori Riuniti)

la via Amerina

via Amerina

La via Amerina in epoca romana e medioevale collegava Roma con importanti città umbre, ma la sua storia è in realtà molto più antica, legata, anche nel nome, alla città di Ameria (l’odierna Amelia, in provincia di Terni) che fu uno di più antichi centri italici, di centinaia di anni più antico di Roma, ancora oggi circondata dalle imponenti e suggestive mura megalitiche che ne sono uno dei monumenti di maggiore interesse.

Amelia

La via attraversava il territorio degli Umbri e dei Falisci e molti centri etruschi come Veio, Corchiano (forse l’antica Fescennia), Gallese, Orte (Hortae) e Nepi (l’antica Nepet), fra gli altri centri importanti  Civita Castellana, l’antica Falerii capoluogo dei Falisci.

via Amerina

I Romani la aprirono nel 241 a. C. sfruttando e ampliando il precedente tracciato, a nord di Ameria riprese altri antichi collegamenti che si dirigevano verso la media e l’alta valle del Tevere lungo il confine con il territorio etrusco toccando centri come Todi (Tuder), Bettona (Vettona) e Perusia, poi verso l’Adriatico attraverso il territorio degli Umbri.

Alcuni tratti dell’antico tracciato sono stati recuperati e si possono percorrere a piedi o in bicicletta in un territorio di pianure e colline che fu modellato dai vulcani dei distretti sabatino e cimino-vicano. Vi si incontrano campi coltivati, pascoli, boschi, forre scavate dai corsi d’acqua e pianori di tufo.

oasi di Pian sant'Angelo

un’antichissima tragedia

Era il 409 a.C. quando Selinunte, una delle più splendide e ricche città della Magna Grecia, fu saccheggiata e distrutta dai Cartaginesi.

La città greca sorgeva su tre piccole colline in vista del mar d’Africa, nella Sicilia occidentale ed occupava una vasta area. Il suo nome deriva forse dal nome greco del prezzemolo selvatico, selinon, molto diffuso nella zona.

Selinunte

Selinunte, il tempio E

Era un’epoca in cui le contese fra le diverse città della Sicilia erano frequenti e sanguinose e sulla sponda opposta del mediterraneo Cartagine era una città ricca e potente che si alleava ora con questa ora con quella. Una flotta di centomila soldati cartaginesi assediò la città aleata di Siracusa e nemica di Segesta, la distrusse e la incendiò, uccise decine di migliaia di suoi cittadini e molte migliaia ne fece prigionieri.

Selinunte non si risollevò più completamente, la città fu ricostruita, ma condusse un’esistenza più modesta e fu completamente abbandonata nel 250 a. C. durante la I guerra punica, quando Cartagine la distrusse nuovamente.

Gli splendidi templi testimoni della passata grandezza crollarono in seguito a un devastante terremoto e della potente città ridotta a un cumulo di rovine si perse anche il ricordo, le sue pietre servirono come cava di materiali da costruzione.

Selinunte

La visita del luogo è suggestiva ed emozionante, una delle maggiori mete del turismo internazionale in Sicilia.

La maggior parte dei templi risale al VI secolo a. C., molti sono di dimensioni gigantesche. Sono stati contrassegnati con lettere dell’alfabeto perché la loro attribuzione a un dio è incerta. Fra questi il tempio E era quello in condizioni migliori, pertanto fu in parte ricostruito.

Il tempio G era il più gigantesco, misurava più di 110 m di lunghezza, più di 50 di larghezza e le sue colonne erano alte 16 metri. Ne rimane in piedi solo una, circondata da un ammasso impressionante di rocchi di colonne, capitelli, frontoni precipitati al suolo.

Selinunte

Il tempio probabilmente non fu mai completato per la distruzione della città.

Una drammatica testimonianza di ciò ci deriva dalle Cave di Cusa a circa 11 chilometri dall’antica città. Erano le cave da cui si estraeva la pietra per costruire; qui, circondati da grandi olivi, in un ambiente solitario e suggestivo, si possono vedere ancora gli enormi rocchi di colonna probabilmente destinati a completare il tempio G.

Cave di Cusa

Sono in diverse fasi della lavorazione, alcuni già completamente sbozzati, altri ancora non del tutto isolati dalla roccia, con i segni degli scalpelli che li stavano lavorando, abbandonati quando l’assalto dei cartaginesi mise fine alla storia della città.

cave di Cusa

Testimoni muti e per questo ancora più toccanti della tragedia di più di 2400 anni fa.

Terracina e il tempio di Giove Anxur

Terracina è una bella cittadina ai margini meridionali del Lazio, su una costa splendida, circondata da luoghi carichi di storia, mito e leggenda.

Di origine antichissima, secondo la leggenda fu fondata dagli spartani, fu città del popolo degli Ausoni, poi etrusca, volsca ed infine romana, di importanza strategica per questi ultimi perché collocata sulla via Appia che conduceva in Campania e poi verso sud. Interessante è il Pisco Montano rupe calcarea fatta tagliare dall’imperatore Traiano per consentire il passaggio della via Appia lungo il mare evitando un percorso più tortuoso a monte. Accanto fu eretta la Porta Napoli.

terracina

Sulla roccia sono ancora visibili i numeri romani che indicano l’altezza del taglio, terminano con la cifra CXX corrispondente a 36 metri.

terracina

La cittadina attuale, oltre alla parte moderna vicino al mare, ha un interessante nucleo medioevale nella parte alta che ha come suo centro la piazza del Municipio, sul luogo dell’antico Foro, di cui si possono vedere i ruderi. Il Duomo e il campanile sono romanici, la Torre Frumentaria del XII secolo, è sede del Museo Archeologico.

terracina

Spettacolare è la visita al Tempio di Giove Anxur sul monte Sant’Angelo alle spalle della cittadina da cui si gode una splendida vista che spazia sul Golfo di Terracina fino al Monte Circeo, dimora della Maga Circe secondo Omero.

Terracina 070

Dalla parte opposta, verso sud, la fertile piana di Fondi con il lago e in lontananza la punta di Gaeta, sullo sfondo la catena dei monti Aurunci.

terracina

Di fronte l’ampia distesa del mare con le Isole  Pontine all’orizzonte.

…Ci arrampichiamo per tre miglia fin sotto le pendici di Anxur, arroccata su rupi che biancheggiano lontano.” (Orazio, Satire, libro I, V).

Il tempio era un antico santuario dei popoli laziali, ristrutturato dai romani fra il II e il I secolo a.C. Costruito su un alto podio con portici si presentava imponente agli occhi dei pellegrini, visibile sicuramente anche da chi arrivava dal mare. Non è chiara la divinità a cui era dedicato, forse Giove Anxur, Giove fanciullo o forse Feronia, dea della fertilità o ancora Venere.

Rimangono ancora imponenti il basamento, il podio e l’oracolo costruito intorno a un grande masso.

terracina

terracina

La visita,  a pagamento, si svolge in un ambiente in cui allo splendido panorama si aggiungono le essenze della macchia mediterranea illustrate da pannelli lungo il sentiero di visita. Per informazioni sugli orari consultare il sito.

Terracina 073

A pochi chilometri da Terracina è possibile raggiungere il Monumento Naturale di Campo Soriano, un’area protetta in cui il carsismo assume caratteristiche uniche; è una valle formata per l’erosione di una piattaforma carbonatica di cui restano i relitti rappresentati da numerosissime formazioni rocciose di tutte le dimensioni; fra queste spicca per imponenza la cosiddetta “Cattedrale” conosciuta anche come “Il Carciofo” un hum alto 18 m.

monte san Biagio agosto 15 006

Sull’altopiano si susseguono campi carreggiati, roccioni isolati, pinnacoli, doline, grotte. Le terre rosse residuali presenti a Campo Soriano sono molto fertili e qui fra le rocce viene coltivato il pregiato moscato di Terracina.

l’antica arte del vasaio

Ficulle è un grazioso paese a circa venti chilometri da Orvieto, sulla statale Umbro-Casentinese-Romagnola, zona di grandi coltivazioni di vigneti, con insediamenti che risalgono all’epoca degli Etruschi. Le colline argillose e calanchive hanno consentito fin da tempi antichissimi, sicuramente all’epoca degli Etruschi e poi dei Romani, l’estrazione dell’argilla per fabbricare vasi, orci, ciotole e contenitori di ogni tipo. Probabilmente anche il nome Ficulle deriva dal latino figulus (vasaio).

La fabbricazione di terrecotte vi è conservata da un unico artigiano, Fabio Fattorini, che imparò fin da bambino l’antica arte e continua con passione a lavorare secondo i metodi tradizionali.  L’argilla non si estrae più nella zona, ma la lavorazione rimane quella di una volta, ogni oggetto viene prodotto al tornio, un piatto girevole su cui viene posta la quantità di argilla necessaria che si modella solo con l’uso delle mani. Vedendo lavorare l’artigiano ci si stupisce come dalle sue mani in pochi istanti un informe ammasso di argilla si trasformi in oggetti dalle forme perfettamente simmetriche, diventa una ciotola che si trasforma in un vaso e questo in una brocca!

Ficulle

Dopo il tornio la lavorazione è ancora lunga e richiede pazienza e attenzione vista la fragilità del materiale, le terrecotte vengono messe a seccare all’aria e devono essere rigirate più volte perché ciò avvenga in maniera uniforme.

Ficulle

Verranno poi dipinte secondo l’antica tecnica: vengono spruzzate con un rametto di erica immerso in una poltiglia di ossido di rame (che dà il colore verde-azzurro) e ossido di manganese per il colore marrone. Il risultato sono oggetti ai quali le macchie di colore irregolari danno un fascino particolare e li rende molto vicini al gusto moderno. Con gli stessi colori altri oggetti vengono dipinti con colature.

ceramiche

Il passaggio successivo è la rivestitura con una vernice vetrosa trasparente ed infine avviene la cottura al forno ad altissima temperatura.

Una lavorazione lunga e accurata in cui l’abilità e l’attenzione umana hanno un ruolo fondamentale. Dalle mani dell’artigiano escono infiniti oggetti: coppe, ciotole, insalatiere, piatti e piattini, tazzine, vassoi, vasi, brocche e anfore, oggetti di uso comune, ma con una loro bellezza e dignità che l’oggetto industriale non può possedere.

Sono particolarmente legata a oggetti di questo tipo perché mi ricordano i recipienti che usava mia nonna, fra questi la grande conca in cui metteva a lievitare l’impasto del pane.

ceramiche (2)

fari

 

Gargano

Gargano

“…in mare, tra le onde, c’è un’isola, davanti all’Egitto, che si chiama Faro.. “

(Omero, Odissea Libro IV, versi 354-355, traduzione E.Villa)

Il primo faro fu costruito su un’isoletta del porto di Alessandria verso il 280 a.C.; l’isola si chiamava Phàros e ha dato il nome in tutto il mondo a queste costruzioni che hanno salvato la vita di innumerevoli equipaggi di marinai. Era un’applicazione dell’avanzatissima tecnologia ellenistica; la sua altezza totale era di 95 m, aveva un primo piano a pianta quadrata che giungeva fino a circa metà dell’altezza, poi proseguiva a pianta ottagonale e sulla sommità un contenitore cilindrico per la lanterna.

La sua luce secondo gli storici del tempo giungeva fino a una distanza di circa 50 chilometri. Per far giungere la luce così lontano ci si serviva di superfici metalliche riflettenti, probabilmente uno specchio parabolico girevole.

Era a ragione considerato una delle Sette meraviglie del mondo e sul suo modello sorsero fari in tutti i porti del Mediterraneo ellenizzato e successivamente nei porti romani.

Scavi di Ostia Antica

Ancora oggi i fari continuano a essere ammirati, sorgono spesso in luoghi bellissimi, su rocce a picco sul mare o in piccole isole, luoghi di incredibile fascino, spesso circondati da un’atmosfera romantica per il loro isolamento.

Alcuni sono stati dismessi e vanno in rovina come il faro di capo d’Otranto, nel punto più orientale d’Italia. Altri sono in piena funzione un po’ in ogni parte delle coste del mondo.

capri

Capri

Alcuni sorgono in luoghi simbolo, come quello di Capo Peloro sulla costa siciliana, a guardia dello Stretto di Messina

Faro di Capo Peloro

Faro di Capo Peloro

o quello di Capo Spartel in Marocco, presso lo stretto di Gibilterra, là dove il Mediterraneo si incontra con l’Oceano Atlantico.

Tangeri, Capo Spartel

Tangeri, Capo Spartel

A settembre e ottobre tornano le giornate Open Lighthouse organizzate dall’Agenzia del Demanio e da Difesa Servizi Spa con il supporto del WWF e del Touring Club Italiano. Sarà possibile visitare i fari e gli edifici costieri inseriti nel bando di gara 2016 del Progetto Valore Paese Fari. Per informazioni sui fari aperti si può consultare questo sito.

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