Ottobre oro e rosso

Lo splendore dei colori autunnali nei castagneti e nelle faggete del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi.

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la strage di Collelungo

Dopo la pausa estiva torno a scrivere sul blog con un post su un episodio semi sconosciuto e terribile avvenuto durante la seconda guerra mondiale sulle montagne delle Mainarde fra Ciociaria, Abruzzo e Molise. Una delle purtroppo numerose testimonianze della ferocia inutile dell’uomo sui suoi simili. Anche io lo ignoravo fino a che non ci siamo imbattuti nel sacrario che ricorda le vittime durante un’escursione sulle nostre belle montagne.

Era il mattino del 28 dicembre 1943 e nella faggeta c’era la neve. Alcuni nuclei familiari del vicino paese di Cardito si erano rifugiati in una grotta per sfuggire ai bombardamenti alleati e alla battaglia che infuriava a pochi chilometri. Fra loro molte donne, bambini, alcuni piccolissimi, la più piccola nata da appena un mese.

Cosa spinse un drappello di soldati tedeschi a radunare tutta quella povera gente ed a ammazzarli con raffiche di mitra, senza pietà. Si può chiamare uomo chi uccide coscientemente un neonato e la madre inginocchiata che chiede pietà? Nessuna pietà, solo odio cieco, per chi? Perché?

49 furono le vittime della strage inutile ed efferata. Nella bella faggeta dove si consumò la tragedia un monumento ed una lapide ricordano il loro sacrificio. Non sono stati dimenticati dalla popolazione dei paesi vicini. Purtroppo di esempi di incitamento all’odio e all’indifferenza ne abbiamo troppi anche ai nostri giorni.

Per noi dovrebbe rimanere un monito a restare umani ed a combattere e respingere tutto ciò che può indurre a provare un odio e un disprezzo tali da non vedere più l’altro come un proprio simile con gli stessi sentimenti e desideri.

incontri in montagna

Capita durante una bella escursione in montagna di fare un incontro inaspettato; pochi gioni fa, salendo in una faggeta del Parco Nazionale d’Abruzzo, abbiamo visto un lupo a poche decine di metri, evento molto raro essendo questi animali molto elusivi. Non si era accorto di noi e procedeva solitario, forse un maschio isolato. È durato solo pochi istanti, ma è stato ugualmente emozionante!

Non è facile incontrare animali selvatici, si tengono bene al riparo del bosco o della macchia. Più frequentemente gli incontri non sono visivi, ma si sentono fruscii, calpestii, rotolare di pietre, versi di uccelli, il tamburellare di un picchio, il bramito dei cervi in amore in autunno. Per quanto si scruti fra le fronde e i chiaroscuri del bosco non si riesce a distinguere niente e si possono solo immaginare gli animali che li hanno prodotti. A volte se ne trovano le impronte o gli escrementi come segnali della loro presenza.

Raramente si scorgono branchi di camosci che pascolano su pendii lontani. Questo bel maschio di stambecco nel Parco Nazionale dello Stelvio era troppo vecchio o troppo sicuro di sè per scappare. Manteneva comunque una discreta distanza di sicurezza.

Più facile è vedere gli animali domestici che pascolano allo stato brado, qui una cavalla con il suo piccolo appena nato che si è allontanata dal branco,

cavalli 2

e una placida mandria di candide vacche.

Gli uccelli che volano sopra di noi si avvistano facilmente come questi splendidi e maestosi grifoni al Parco Nazionale del Pollino.

Raramente mi è capitato di vedere l’aquila, più frequenti sono i nibbi e le poiane annunciati dai loro gridi.

Gli insetti si lasciano avvicinare facilmente, come questo bellissimo bruco colorato

o le due zigene in accoppiamento.

O questi rospetti che in grande numero si spostavano lungo le pendici boscose del monte in cerca d’acqua.

Ad ogni escursione si ha la speranza di vedere qualcuno degli animali più elusivi ed anche se ciò non si verifica qualche bella sorpresa il bosco o il cielo ce la regala!

un anno di vita in montagna

Leggo molto, ma in genere non parlo delle mie letture nel blog. Questa volta voglio fare un’eccezione perché sono stata piacevolmente colpita dal libro di due giovani romani, “Un anno di vita in montagna“.

Alessia e Tommaso si sono lasciati alle spalle la città, il lavoro, la casa confortevole, per fare un’esperienza di vita in un piccolo paese di alta montagna, in un angolo sperduto delle nostre Alpi.

La Val Maira, in provincia di Cuneo non è sicuramente una valle conosciuta dai vacanzieri in cerca di piste di sci e divertimenti vari. È piuttosto impervia e isolata in mezzo alle belle montagne che la cicondano. L′abbiamo frequentata piú volte a cominciare dai primi anni novanta, quando con la tenda e due figli piccoli al seguito vi abbiamo trascorso bei giorni di camminate ed escursioni.

Quello però che più mi ha  piacevolmente colpito nell’esperienza dei due giovani sono le tante situazioni in cui anche noi ci siamo trovati tanti anni fa e che continuiamo a sperimentare: l’amore per la natura e per la terra ci ha spinti a restaurare un vecchio casale e a cominciare a coltivare poco terreno intorno.

Noi vissuti sempre in città come i due giovani autori del libro, abbiamo provato a lavorare con le mani, abbiamo seminato e curato l’orto, piantato nuovi alberelli e curato quelli esistenti, vendemmiato e torchiato l’uva,

raccolto le olive e prodotto il nostro buon olio.

E poi ancora abbiamo sperimentato la cucina tradizionale e creativa con quello che offriva la nostra campagna e  recuperato e restaurato vecchi oggetti.

Anche noi abbiamo sperimentato il freddo di una casa senza riscaldamento, anche se meno estremo che in alta montagna e la fatica che ci vuole a tagliare e trasportare la legna con cui scaldarsi. La fatica del lavoro in campagna è però ampiamente ricompensata dal poter osservare gli animali selvatici: l’istrice che cerca le radici succulente, il picchio che scambia le nostre imposte per alberi, il pettirosso curioso che ci viene a trovare, i merli che fanno il nido sul davanzale.

E poi seguire il ritmo delle stagioni, veder spuntare i fiori dei fruttiferi e le prime foglie,

veder maturare i frutti, raccogliere le erbe spontanee, veder tramontare il sole su un orizzonte libero.

Raccogliere bacche selvatiche,

trasformare il trasformabile in marmellate.

Veder spuntare i narcisi in primavera

i papaveri s’estate

e maturare le cotogne in autunno.

I nostri due figli sono cresciuti anche loro con l’amore per la terra e la natura ed ora si è appena affacciata alla vita la nuova generazione e per lei abbiamo piantato nuovi alberelli che ora iniziano a fiorire!

Per tutte queste esperienze che abbiamo fatto in quasi trent’anni di vita in campagna mi piace consigliare il libro e il blog di Alessia e Tommaso. Chi fosse incuriosito da quello che hanno da raccontare può seguirli a questo indirizzo www.alritmodellestagioni.it Nel blog ci sono anche bellissime foto e video naturalistici ed è possibile acquistare il loro libro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

a Roma con il naso per aria

Mi piace girovagare per la mia città con il naso per aria, anche se questa mia abitudine mi ha provocato non pochi inconvenienti: cadute più o meno rovinose per le buche dei marciapiedi di Roma, incontri delle suole delle mie scarpe con ricordini di cani, scontri con qualche passante. Nonostante ciò continuo a guardarmi intorno, contenta se posso aggrapparmi al braccio di qualcuno che mi fa da appoggio!

Guardare in aria è l’unico modo per accorgersi di particolari  che passerebbero inosservati, soprattutto in una città come Roma che ha una storia plurimillenaria durante la quale si sono stratificate vestigia diverse!

Così è possibile notare una minuscola finestra aperta chissà quando e chissà da chi nello spessore delle mura Aureliane,

o la bella fioritura delle bocche di leone sulle stesse mura.

La targa attestante il livello raggiunto dalle acque del Tevere durante l’alluvione disastrosa del 1870,

o la targa posta al Gianicolo a ricordo dei disperati combattimenti a difesa della Repubblica romana nel 1849, con la palla di cannone qui trovata.

La finestrella con le piantine accanto all’immagine sacra,

e magari anche un asino che vola!

Fra palazzi moderni e traffico convulso, se si va a piedi con il naso per aria si scoprono angoli in cui a resti romani si sono sovrapposte costruzioni medioevali e rinascimentali. Perché Roma è una città dove nulla dei secoli e millenni passati si perde mai veramente.

Stando ben attenti a non farsi travolgere è persino possibile, all’angolo di via Piave, trovare il sepolcro di un giovanissimo poeta, Quinto Sulpicio Massimo, vissuto nel I secolo d. C. e morto a soli 11 anni, ma già in grado di comporre poesie in lingua greca.

Il sepolcro fu trovato all’inizio del 1900 durante i lavori di demolizione della porta Salaria. Il bassorilievo del fanciullo e l’iscrizione in greco fatta incidere dagli affranti genitori sono una copia, mentre l’originale è ai Musei Capitolini (Centrale Montemartini).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

la via Vandelli

Mi aveva incuriosito molto leggere della via Vandelli, una strada costruita alla metà del XVIII secolo per collegare le città di Modena e Massa, attraversando l’Appennino, tanto che quest’autunno abbiamo progettato un’escursione alla sua scoperta.

La via fu fortemente voluta dal duca Francesco III d’Este in occasione del matrimonio di suo figlio Ercole con una Cybo-Malaspina erede del ducato di Massa e Carrara. L’incarico fu assegnato all’ingegnere e geografo di corte Domenico Vandelli che progettò questa opera particolarmente complessa perché doveva superare ambienti ripidi e impervi dell’Appennino e poi delle Alpi Apuane arrivando a oltre 1600 metri di quota. La strada avrebbe dovuto inoltre essere adatta al passaggio di carri pesanti per il trasporto del marmo delle cave delle Apuane.

Il percorso che noi abbiamo fatto inizia a pochi chilometri da Castelnuovo in Garfagnana, sale per la valle Arnetola lungo la quale si incontrano diverse cave di marmo ancora in funzione.

Un cippo di marmo scolpito racconta uno degli usi della strada da parte degli abitanti delle zone montane che attraversavano le Apuane per andare a comprare il sale.

Sotto un enorme masso fu costruita una grande capanna d’abrì,  che sfruttava il riparo offerto dalla roccia che ne costituiva una delle pareti. Probabilmente era usata come stazione di appoggio e di sosta per chi percorreva la strada.

 Ancora oggi il tracciato è ben conservato, supera torrenti e  dislivelli notevoli con muri a secco.
 Attraversa cave di marmo ancora in funzione
 e cave abbandonate in cui i blocchi di marmo si accumulano disordinatamente.

Una bella passeggiata in luoghi carichi di storia, il nostro percorso ne ha esplorato solo una piccola parte, ma ora che la abbiamo scoperta ne percorreremo presto un altro tratto.

 

fonti

Il 13 ottobre si celebrava nell’antica Roma la festa delle acque, chiamata Fontinalia, in onore del dio Fons. Durante le Fontinalia si gettavano nelle fonti ghirlande di fiori e si offrivano al dio sacrifici di vino e olio.

Le fonti, dove l’acqua risorge dalle viscere della terra dopo un percorso sotterraneo spesso misterioso, furono considerate sacre da moltissime culture e sacre dovrebbero essere anche per noi, perché ci forniscono la nostra acqua, bene primario per tutti gli esseri viventi, a cui ora, dopo la grande siccità di questa estate, forse cominciamo ad attribuire la giusta importanza. Fonti che abbiamo contribuito a disseccare o ad inquinare.

Sono sempre luoghi dotati di particolare fascino e bellezza, l’acqua sgorga limpidissima e fredda da polle del terreno o da fenditure della roccia, a volte da vere e proprie grandi grotte.

Lago di Posta Fibreno (Fr)

 

Risorgenza della Loue, Francia

Il torrente Ninfa nel Lazio, in provincia di Latina, deriva il suo nome proprio dalle divinità legate alle acque cui era consacrato. Oggi nel luogo sacro sorge una bellissima oasi.

Alcune fonti sono particolarmente suggestive e simboliche, come le sorgenti del Tevere sul monte Fumaiolo, fra Romagna e Toscana.

Suggestiva, anche se poco conosciuta, è una vasta area sacra posta in un pianoro presso il paese di Vastogirardi in Molise vicina alle sorgenti del fiume Trigno.

Vi sono ancora i ruderi di un tempio sannita probabilmente dedicato alla dea Mephitis che aveva il potere di presiedere ad ogni passaggio: fra il regno dei vivi e l’oltretomba, fra il giorno e la notte. La stessa sorgente è un luogo di passaggio dal mondo sotterraneo a quello alla luce del sole. Il vasto pianoro che un tempo ospitava un lago era un’area sacra, mentre nell’inghiottitoio in cui sparisce il fiume a poche centinaia di metri dalla sorgente, venivano gettate offerte votive.

Questo articolo è dedicato al mio idrogeologo preferito che è nato proprio nel giorno delle Fontinalia!

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l’Appennino d’autunno

È piacevole camminare lungo i sentieri dell’Appennino in tutte le stagioni, ma in autunno si può godere di un’eccezionale esplosione di colori.

All’inizio dell’autunno molte foglie sono ancora verdi, ma stanno cambiando colore.

Purtroppo quest’anno molti alberi hanno perso tante foglie in piena estate a causa dell’eccessivo calore e della siccità, così che nelle faggete c’è già un letto di foglie secche.

I colori e le sfumature sono però bellissimi specie quando si specchiano nei laghetti di montagna.

Dalla bruma emergono i caldi colori dei sorbi e degli aceri.

I cespugli rosseggiano delle loro bacche

e nel sottobosco sono spuntati i ciclamini.

Nelle zone collinari le viti e gli alberi da frutto hanno le foglie dorate. Ormai la vendemmia e la raccolta sono terminate e gli alberi si preparano al riposo invernale.

 

 

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paesi abbandonati

Camminando per le nostre montagne si incontrano a volte ruderi di paesi abbandonati invasi dalla vegetazione che conservano un certo fascino e lasciano solo immaginare la vita che vi si svolgeva.

Rovine di Castel Foiano

Furono spesso costruiti in luoghi elevati o comunque inaccessibili per sfuggire a invasioni nemiche. Dopo centinaia di anni in cui innumerevoli generazioni si sono succedute furono abbandonati per cause varie, per pestilenze, incendi o semplicemente perchè la vita era eccessivamente dura a quelle quote.

Un luogo misterioso e suggestivo è Castel Foiano presso Calcata nel viterbese. È collocato su uno stretto sperone di tufo fra due fossi scavati da torrenti, come spesso facevano gli Etruschi. Le pareti scoscese dei due lati lunghi lo rendono facilmente difendibile con fortificazioni solo lungo i lati più corti. Fu abitato in epoca preromana e poi di nuovo nel Medioevo, quando le invasioni barbariche minacciavano Roma. Quando le minacce si fecero meno concrete fu abbandonato perché lontano dalle grandi vie di comunicazione.

Altri paesi furono fondati per motivi strategici di controllo del territorio sottostante. È il caso della Città del Sole sul pianoro del Sasso Simone nel Montefeltro. Al termine di una bella escursione si scoprono i resti di quello che fu un esperimento di fondazione di una città ideale: nel 1566 Cosimo I de’ Medici pose le prime pietre della città, che fu costruita secondo i principi della filosofia neoplatonica e doveva  rappresentrea l’ordine e la ragione.

Il progetto prevedeva l’insediamento di una guarnigione militare e di civili. L’esperimento fallì soprattutto a causa di un inverno molto rigido che rese difficoltosa la vita a quella quota. Rimangono pochi resti di pietre a testimonianza di questo antico tentativo umano.

Sui Monti Lucretili a circa 30 chilometri da Roma si possono raggiungere con una breve passeggiata le rovine di Montefalco, a quasi 900 m di altezza. Di probabili origine romana, fu abitato fino al XV secolo quando la popolazione si spostò più in basso. Ora è pascolo per i cavalli, ma sono ancora visibili le cinte murarie ed i ruderi di alcuni edifici.

Camerata vecchia è un altro paese abbandonato nel Parco Regionale dei Monti Simbruini, nel Lazio al confine con l’Abruzzo. Fu abbandonato nel 1859 in seguito a un incendio e ricostruito più a valle con il nome di Camerata nuova, paese accogliente, punto di partenza degli escursionisti e speleologi laziali. Sugli altopiani carsici che si trovano a monte furono girati molti film western italiani, il più famoso “Lo chiamavano Trinità”.  Oggi le rovine del vecchio centro sono state liberate dalla vegetazione e percorse da sentieri ben tenuti. La visita è molto suggestiva, le costruzioni di pietra si addossano alla roccia e il grande arco della chiesa crollata è visibile a distanza.

Infine uno dei tanti paesi forzatamente abbandonati dai suoi abitanti perché finiti in fondo a un lago di sbarramento, sacrificati alla fame di energia elettrica. Ci troviamo al passo di Resia, al confine fra Italia, Svissera e Austria, presso le sorgenti dell’Adige.

Del vecchio paese ormai spunta solo il campanile.

Innumerevoli sono i paesi abbandonati e diventano mete suggestive di belle camminate in montagna.

 

 

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strane forme vegetali

A guardare certe strane forme vegetali che si incontrano camminando nei boschi si può credere a favole e leggende, a storie di fate e folletti, di magie e strane creature selvatiche.

Cosa avrà causato la stranissima forma del tronco di questo albero che ha compiuto un cerchio perfetto quando era ancora tenero e malleabile?

O l’accrescersi di questo vecchissimo tronco di faggio che ha formato un’ampia galleria, riparo per creature della foresta immaginarie e non.

Le antiche ferite di questi due alberi secolari, un faggio ed una quercia da sughero, hanno lasciato una grande bocca pronta al bacio e al canto,

o al sogghigno sgangherato.

La pianta che vive d’aria ha circondato questo tronco come una spessa sciarpa.

Il potente maestrale ha foggiato anno dopo anno la chioma di queste sughere che si inchinano a sua maestà il vento.

Questi poveri lecci della dehesa spagnola hanno invece subito la drastica potatura da parte dell’uomo alla ricerca di legname da sfruttare. Ora protendono al cielo rami contorti e scheletriti.

Le lunghe spine e i baccelli ricurvi di questa acacia sembrano gli artigli di una creatura selvatica e per nulla amichevole.

Nel tronco di questo castagno pluricentenario si possono immaginare volti e figure mostruose.

Questi funghi del legno formano strane mensole sul vecchio tronco morto.

E questa cuscuta non sembra una rete stregata pronta ad intrappolare le piantine? In realtà un po’ diabolica lo è visto che parassita le piante su cui cresce.

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