fonti

Il 13 ottobre si celebrava nell’antica Roma la festa delle acque, chiamata Fontinalia, in onore del dio Fons. Durante le Fontinalia si gettavano nelle fonti ghirlande di fiori e si offrivano al dio sacrifici di vino e olio.

Le fonti, dove l’acqua risorge dalle viscere della terra dopo un percorso sotterraneo spesso misterioso, furono considerate sacre da moltissime culture e sacre dovrebbero essere anche per noi, perché ci forniscono la nostra acqua, bene primario per tutti gli esseri viventi, a cui ora, dopo la grande siccità di questa estate, forse cominciamo ad attribuire la giusta importanza. Fonti che abbiamo contribuito a disseccare o ad inquinare.

Sono sempre luoghi dotati di particolare fascino e bellezza, l’acqua sgorga limpidissima e fredda da polle del terreno o da fenditure della roccia, a volte da vere e proprie grandi grotte.

Lago di Posta Fibreno (Fr)

 

Risorgenza della Loue, Francia

Il torrente Ninfa nel Lazio, in provincia di Latina, deriva il suo nome proprio dalle divinità legate alle acque cui era consacrato. Oggi nel luogo sacro sorge una bellissima oasi.

Alcune fonti sono particolarmente suggestive e simboliche, come le sorgenti del Tevere sul monte Fumaiolo, fra Romagna e Toscana.

Suggestiva, anche se poco conosciuta, è una vasta area sacra posta in un pianoro presso il paese di Vastogirardi in Molise vicina alle sorgenti del fiume Trigno.

Vi sono ancora i ruderi di un tempio sannita probabilmente dedicato alla dea Mephitis che aveva il potere di presiedere ad ogni passaggio: fra il regno dei vivi e l’oltretomba, fra il giorno e la notte. La stessa sorgente è un luogo di passaggio dal mondo sotterraneo a quello alla luce del sole. Il vasto pianoro che un tempo ospitava un lago era un’area sacra, mentre nell’inghiottitoio in cui sparisce il fiume a poche centinaia di metri dalla sorgente, venivano gettate offerte votive.

Questo articolo è dedicato al mio idrogeologo preferito che è nato proprio nel giorno delle Fontinalia!

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l’Appennino d’autunno

È piacevole camminare lungo i sentieri dell’Appennino in tutte le stagioni, ma in autunno si può godere di un’eccezionale esplosione di colori.

All’inizio dell’autunno molte foglie sono ancora verdi, ma stanno cambiando colore.

Purtroppo quest’anno molti alberi hanno perso tante foglie in piena estate a causa dell’eccessivo calore e della siccità, così che nelle faggete c’è già un letto di foglie secche.

I colori e le sfumature sono però bellissimi specie quando si specchiano nei laghetti di montagna.

Dalla bruma emergono i caldi colori dei sorbi e degli aceri.

I cespugli rosseggiano delle loro bacche

e nel sottobosco sono spuntati i ciclamini.

Nelle zone collinari le viti e gli alberi da frutto hanno le foglie dorate. Ormai la vendemmia e la raccolta sono terminate e gli alberi si preparano al riposo invernale.

 

 

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paesi abbandonati

Camminando per le nostre montagne si incontrano a volte ruderi di paesi abbandonati invasi dalla vegetazione che conservano un certo fascino e lasciano solo immaginare la vita che vi si svolgeva.

Rovine di Castel Foiano

Furono spesso costruiti in luoghi elevati o comunque inaccessibili per sfuggire a invasioni nemiche. Dopo centinaia di anni in cui innumerevoli generazioni si sono succedute furono abbandonati per cause varie, per pestilenze, incendi o semplicemente perchè la vita era eccessivamente dura a quelle quote.

Un luogo misterioso e suggestivo è Castel Foiano presso Calcata nel viterbese. È collocato su uno stretto sperone di tufo fra due fossi scavati da torrenti, come spesso facevano gli Etruschi. Le pareti scoscese dei due lati lunghi lo rendono facilmente difendibile con fortificazioni solo lungo i lati più corti. Fu abitato in epoca preromana e poi di nuovo nel Medioevo, quando le invasioni barbariche minacciavano Roma. Quando le minacce si fecero meno concrete fu abbandonato perché lontano dalle grandi vie di comunicazione.

Altri paesi furono fondati per motivi strategici di controllo del territorio sottostante. È il caso della Città del Sole sul pianoro del Sasso Simone nel Montefeltro. Al termine di una bella escursione si scoprono i resti di quello che fu un esperimento di fondazione di una città ideale: nel 1566 Cosimo I de’ Medici pose le prime pietre della città, che fu costruita secondo i principi della filosofia neoplatonica e doveva  rappresentrea l’ordine e la ragione.

Il progetto prevedeva l’insediamento di una guarnigione militare e di civili. L’esperimento fallì soprattutto a causa di un inverno molto rigido che rese difficoltosa la vita a quella quota. Rimangono pochi resti di pietre a testimonianza di questo antico tentativo umano.

Sui Monti Lucretili a circa 30 chilometri da Roma si possono raggiungere con una breve passeggiata le rovine di Montefalco, a quasi 900 m di altezza. Di probabili origine romana, fu abitato fino al XV secolo quando la popolazione si spostò più in basso. Ora è pascolo per i cavalli, ma sono ancora visibili le cinte murarie ed i ruderi di alcuni edifici.

Camerata vecchia è un altro paese abbandonato nel Parco Regionale dei Monti Simbruini, nel Lazio al confine con l’Abruzzo. Fu abbandonato nel 1859 in seguito a un incendio e ricostruito più a valle con il nome di Camerata nuova, paese accogliente, punto di partenza degli escursionisti e speleologi laziali. Sugli altopiani carsici che si trovano a monte furono girati molti film western italiani, il più famoso “Lo chiamavano Trinità”.  Oggi le rovine del vecchio centro sono state liberate dalla vegetazione e percorse da sentieri ben tenuti. La visita è molto suggestiva, le costruzioni di pietra si addossano alla roccia e il grande arco della chiesa crollata è visibile a distanza.

Infine uno dei tanti paesi forzatamente abbandonati dai suoi abitanti perché finiti in fondo a un lago di sbarramento, sacrificati alla fame di energia elettrica. Ci troviamo al passo di Resia, al confine fra Italia, Svissera e Austria, presso le sorgenti dell’Adige.

Del vecchio paese ormai spunta solo il campanile.

Innumerevoli sono i paesi abbandonati e diventano mete suggestive di belle camminate in montagna.

 

 

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strane forme vegetali

A guardare certe strane forme vegetali che si incontrano camminando nei boschi si può credere a favole e leggende, a storie di fate e folletti, di magie e strane creature selvatiche.

Cosa avrà causato la stranissima forma del tronco di questo albero che ha compiuto un cerchio perfetto quando era ancora tenero e malleabile?

O l’accrescersi di questo vecchissimo tronco di faggio che ha formato un’ampia galleria, riparo per creature della foresta immaginarie e non.

Le antiche ferite di questi due alberi secolari, un faggio ed una quercia da sughero, hanno lasciato una grande bocca pronta al bacio e al canto,

o al sogghigno sgangherato.

La pianta che vive d’aria ha circondato questo tronco come una spessa sciarpa.

Il potente maestrale ha foggiato anno dopo anno la chioma di queste sughere che si inchinano a sua maestà il vento.

Questi poveri lecci della dehesa spagnola hanno invece subito la drastica potatura da parte dell’uomo alla ricerca di legname da sfruttare. Ora protendono al cielo rami contorti e scheletriti.

Le lunghe spine e i baccelli ricurvi di questa acacia sembrano gli artigli di una creatura selvatica e per nulla amichevole.

Nel tronco di questo castagno pluricentenario si possono immaginare volti e figure mostruose.

Questi funghi del legno formano strane mensole sul vecchio tronco morto.

E questa cuscuta non sembra una rete stregata pronta ad intrappolare le piantine? In realtà un po’ diabolica lo è visto che parassita le piante su cui cresce.

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bellezza effimera

I prati della montagna, ricoperti di neve per lunghi mesi, spazzati dal vento e con temperature molto basse, in questi mesi si accendono di colori vivaci e bellissimi.

Sono i fiori delle specie che sono adattate a questi ambienti così inospitali. Hanno poco tempo per compiere tutto il loro ciclo vitale, arriverà presto l’autunno. Con i bei colori e i profumi attirano gli insetti impollinatori, non appena le temperature consentono di sbocciare. I semi devono essere maturi ai primi rigori invernali, pronti a passare l’inverno coperti da uno strato di neve.

Fra i primi a sbocciare sono i crochi

e le scille

Le sassifraghe riescono a vivere sui ghiaioni delle morene e sulle cenge rocciose. Alcune specie sfidano l’alta quota fino ad altezze impensabili.

val Masino_ Sassifraga

Sassifraga

Gli epilobi vivono bene nei greti dei torrenti e sui depositi alluvionali in alta quota

val Malenco_Epilobio di Fleischer

Alcune composite oltre a difendersi dal vento e dall’aridità devono anche evitare di essere mangiate! Sono perciò particolarmente coriacee e spinose come questi cardi.

 

La bellezza delle orchidee è ineguagliabile!

val Masino Predarossa_Orchideacea

Ma anche gli astri brillano dei loro colori

val Masino_Astro alpino

L’arnica è come un sole

Le campanule sono sempre presenti con la loro delicata bellezza

Insieme alle numerose specie di genziane che rappresentano sempre una bella scoperta per l’escursionista.

Ogni pugno di terra in mezzo alle rocce è colonizzato da decine di specie vegetali diverse che convivono in pochi metri quadrati.

Il papavero alpino colonizza le alte quote delle Alpi. Sui ghiaioni dolomitici in piena estate spicca il suo giallo; le rocce candide riflettono la luce solare per questo bel fiore che compie il suo ciclo vitale in luglio e agosto.

Si potranno ammirare e fotografare a piacimento, ma non cogliere! Molte sono specie minacciate e protette, e in ogni caso “il mazzolin di fiori che vien dalla montagna” una volta a valle sarà appassito!

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passeggiata primaverile nel Montefeltro

Una piacevole passeggiata nel cuore del Montefeltro, regione poco popolata fra Romagna, Marche e Toscana, aspra e montuosa, fra calanchi e pareti verticali, ricca di boschi, borghi, rocche e castelli, nel Parco Interregionale del Sasso Simone e Simoncello.

Il Montefeltro ha una storia geologica interessante, altrettanto interessanti sono la sua preistoria e storia: fu frequentato da genti italiche, poi dagli Etruschi e dai Romani. Nel medioevo i feudatari se ne contesero le terre e costruirono sulle sue alture castelli e fortificazioni.

Castello dei conti Oliva a Piandimeleto (PU)

Molto interessante è stata per noi la passeggiata  al Sasso di Simone spettacolare tacco originatosi dall’erosione dei terreni circostanti composti di arenarie e marne. Il percorso di circa un’ora e mezza attraversa il bosco di cerri, aceri, faggi e frassini che cominciano ad ingrossare le loro gemme. Nel sottobosco bellissime sono le fioriure dei biancospini, dei pruni, delle primole e degli anemoni.

Lungo il sentiero numerosi cartelli illustrano la geologia, la flora, la fauna della zona. Particolarmente interessanti e spettacolari sono le ripide pareti marnoso-arenacee scavate dal torrente Seminico che mostrano la tormentata storia geologica degli ultimi milioni di anni: il fondo marino subì contorsioni, piegature e pressioni enormi durante i processi di formazione dell’Appennino.

Finalmente usciti dal bosco si arriva a vedere la sagoma del Sasso Simone, un tacco calcareo dalle pareti scoscese.

Attraverso prati e pascoli si arriva alla base del Sasso, un sentiero lastricato porta alla sommità dove si estende un vasto pianoro.

Da qui il panorama è bellissimo, a 360°, sul vicino monte Carpegna, i  più distanti rilievi dell’Appennino Tosco-Romagnolo e le colline marchigiane fino al mare. Vicino è il Sasso Simoncello, ancora più inaccessibile.

Esplorando il pianoro del Sasso Simone si scoprono i resti di quello che fu un esperimento di fondazione di una città ideale: nel 1566 Cosimo I de’Medici pose le prime pietre della Città del Sole, che secondo la filosofia neoplatonica rappresentava il principio dell’ordine e della ragione. Il progetto prevedeva l’insediamento di una guarnigione militare e di civili. L’esperimento fallì soprattutto a causa di un inverno molto rigido che rese difficoltosa la vita a quella quota. Rimangono pochi resti di pietre a testimonianza di questo antico tentativo umano.

 

 

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la Riserva del Monte Orlando a Gaeta

Il Monte Orlando è un promontorio roccioso che domina la città di Gaeta e la divide a metà. Immerso nella macchia mediterranea è diventato parte del Parco della Riviera d’Ulisse, che già dal nome suggerisce una storia antichissima che affonda le sue radici nella leggenda.

È una bellissima passeggiata piacevole in ogni stagione, anche in inverno perché il clima resta mite e la vegetazione mediterranea conserva il suo verde. In estate poi il bosco di lecci che copre gran parte della sua superficie insieme a pini e roverelle offre refrigerio e tranquillità dopo la vita di spiaggia.

Il promontorio termina con una impressionante falesia a picco sul mare, che da decenni è diventata palestra di roccia attrezzata dal Club Alpino Italiano.

gaeta-

Sulla falesia crescono aggrappati alle rocce e affacciati sullo strapiombo pini d’Aleppo, palme nane e malvoni delle rupi.

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Impressionante è anche la cosiddetta Montagna Spaccata, una stretta e profonda fenditura nella roccia nelle vicinanze della quale sorse il Santuario della Santissima Trinità,

gaeta

e la Grotta del Turco che si apre direttamente sul mare e alla quale si accede attraverso una scala scavata nella roccia.

gaeta

Le rocce calcaree che formano il promontorio si sono formate nel Cretacico, in un ambiente di mare caldo e poco profondo, la piattaforma sottomarina si è poi sollevata emergendo durante il processo di formazione dell’Appennino.

I gusci calcarei degli organismi che la popolavano si sono fossilizzati e molti di questi fossili sono ben riconoscibili come queste rudiste, molluschi che vissero fra i 150 e i 65 milioni di anni fa e la cui presenza nelle rocce contribuisce a determinarne l’ antichità.

gaeta

Il comodo sentiero nel bosco e nella macchia profumata di allori, viburni, lentischi e mirti, si affaccia spesso sulle falesie a picco sul mare, all’orizzonte si possono vedere le Isole Ponziane. Da alcuni punti si vede invece la città di Gaeta e il suo golfo che il Monte Orlando taglia in due, con la bella spiaggia di Serapo da un lato

gaeta

e il porto e la città medioevale dall’altro.

gaeta

Gaeta ha una storia millenaria, l’ampio golfo fu scalo degli antichi navigatori come ci cantano Omero nell’Odissea e Virgilio nell’Eneide (secondo Virgilio il nome della città risalirebbe a Caieta, nutrice di Enea che qui fu sepolta). In epoca romana fu porto e la bellezza della costa indusse molti ricchi romani e gli stessi imperatori a farvi costruire splendide ville.

Sulla cima del promontorio sorge il Mausoleo di Lucio Munazio Planco che fu uno dei più noti generali di Cesare, fondatore delle città di Lugdunum (Lione) e Augusta Raurica (Augst) presso Basilea.

gaeta

Durante la passeggiata si incontrano testimonianze della storia più recente della città che fu porto strategico del Regno dei Borbone: bastioni, piazzole di sparo e polveriere utilizzate fino alla seconda guerra mondiale e ora trasformate in musei. Gli orari di apertura si possono trovare sul sito dei Parchi del Lazio.

gaeta

I sentieri sono ben segnalati, con indicazioni e pannelli informativi. Sono percorribili anche in mountain bike o a cavallo. In estate è possibile anche aggiungere itinerari subacquei negli splendidi fondali profondi fino a 40 metri.

il Soratte, da montagna sacra a bunker antiatomico

Vides ut alta stet nive candidum Soracte” (Orazio, Odi, libro I, 9)

 “Vedi come il Soratte si erge candido per l’alta neve

m. Cosce

Il monte Soratte è ben visibile dalla periferia nord di Roma perché emerge come un’isola in mezzo alla Campagna Romana. E un’isola fu effettivamente nel lontanissimo passato geologico milioni di anni fa, durante il Pliocene, quando il mare arrivava a lambire quelli che sono ora i Monti Sabini. Non è particolarmente alto, non arriva a 700 metri, ma domina massiccio la pianura intorno ed è visibile da lontano.

m-soratte

Il suo nome si fa risalire al dio Sorano, venerato dalle popolazioni preromane che abitavano la zona, i Sabini, i Falisci e gli Etruschi. I sacerdoti di questo antichissimo dio erano gli Hirpi Sorani, i lupi di Sorano, su questo monte celebravano i loro oscuri riti, fra cui, come riportano gli antichi scrittori latini, quello di camminare a piedi nudi sulle braci ardenti portando come offerta per il dio le interiora degli animali uccisi in sacrificio.

I Romani, una volta diventati i dominatori, vi veneravano il dio Sorano-Apollo e in epoca cristiana fu frequentato da eremiti fra i quali, si dice, anche San Silvestro che divenne poi papa Silvestro I; vi si rifugiò fuggendo dalle persecuzioni dell’imperatore Costantino. In suo onore sulla sommità del monte fu eretta la chiesetta di San Silvestro, sul luogo del tempio di Apollo.

I resti di vari insediamenti religiosi sono ancora rintracciabili anche se in abbandono, fra questi la piccola chiesa rupestre di Santa Romana, sulle pendici del monte in mezzo al bosco conserva ancora una piccola vasca dentro la quale gocciola l’acqua di stillicidio della roccia sovrastante. Fino a pochi decenni fa le donne della zona che avevano partorito la bevevano per favorire la lattazione.

s-romana

Santa Romana

La montagna, di origine calcarea, è incisa da innumerevoli cavità, alcune di queste grotte, chiamate localmente i Meri furono descritte da Varrone che parla dei vapori mortiferi che emanano. In realtà non c’è nessun vapore mortifero esalato dai Meri, solo normale condensa di vapor acqueo, tanto che sono frequentati regolarmente dagli speleologi romani.

monte Soratte (RM), grotta della madonnina

Sulle pendici del monte si adagia il paese di Sant’Oreste, di origine molto antica, in una bellissima posizione dominante la sottostante valle del Tevere.

Sant'Orèste (Rm)

Poco distante dal paese a partire dal 1936, nei fianchi della montagna furono scavate una serie di gallerie come rifugio del comando supremo dell’esercito e del il Governo in caso di guerra.

Le alte gerarchie italiane non vi si rifugiarono mai: arrivò l’armistizio dell’8 settembre 1943, cui seguì la vergognosa fuga del re con i vertici dell’esercito e l’occupazione di Roma da parte dell’esercito tedesco.

Il comando supremo tedesco vi stabilì il suo quartier generale per contrastare l’avanzata dell’esercito degli Alleati . All’interno delle gallerie furono piazzati pezzi d’artiglieria il cui tiro poteva raggiungere la sottostante via Flaminia, importante arteria di comunicazione con il nord Italia.

monte-soratte-

Nel maggio del 1944 il complesso subì un pesantissimo bombardamento da parte degli aerei alleati e ne fu danneggiato. Dopo la liberazione di Roma da parte dell’esercito alleato, avvenuta pochi giorni dopo, il generale Kesselring diede l’ordine di abbandonare l’area dopo averla minata. I tedeschi risalirono verso nord seminando morte e terrore per i saccheggi e le rappresaglie.

Durante gli anni della guerra fredda parte delle stesse gallerie furono riconvertite per ospitare un bunker destinato a ospitare i membri del Governo italiano in caso di attacco atomico.

Oggi sono proprietà del comune di Sant’Oreste e sono parzialmente visitabili grazie all’operato di una associazione di volontari. Per informazioni e prenotazioni si può consultare il loro sito.

 

 

 

la via Amerina

via Amerina

La via Amerina in epoca romana e medioevale collegava Roma con importanti città umbre, ma la sua storia è in realtà molto più antica, legata, anche nel nome, alla città di Ameria (l’odierna Amelia, in provincia di Terni) che fu uno di più antichi centri italici, di centinaia di anni più antico di Roma, ancora oggi circondata dalle imponenti e suggestive mura megalitiche che ne sono uno dei monumenti di maggiore interesse.

Amelia

La via attraversava il territorio degli Umbri e dei Falisci e molti centri etruschi come Veio, Corchiano (forse l’antica Fescennia), Gallese, Orte (Hortae) e Nepi (l’antica Nepet), fra gli altri centri importanti  Civita Castellana, l’antica Falerii capoluogo dei Falisci.

via Amerina

I Romani la aprirono nel 241 a. C. sfruttando e ampliando il precedente tracciato, a nord di Ameria riprese altri antichi collegamenti che si dirigevano verso la media e l’alta valle del Tevere lungo il confine con il territorio etrusco toccando centri come Todi (Tuder), Bettona (Vettona) e Perusia, poi verso l’Adriatico attraverso il territorio degli Umbri.

Alcuni tratti dell’antico tracciato sono stati recuperati e si possono percorrere a piedi o in bicicletta in un territorio di pianure e colline che fu modellato dai vulcani dei distretti sabatino e cimino-vicano. Vi si incontrano campi coltivati, pascoli, boschi, forre scavate dai corsi d’acqua e pianori di tufo.

oasi di Pian sant'Angelo

la selvaggia Val Grande

Il Parco Nazionale della Val Grande è uno dei più selvaggi d’Italia, nonostante sia a meno di 100 chilometri da Milano e si affacci sul popolatissimo lago Maggiore.

Val Grande

I motivi sono da ricercare nella natura del territorio impervio fatto di montagne aspre e rocciose e dagli eventi storici che ne hanno determinato lo spopolamento.

Nel giugno del 1944 un’azione di rastrellamento da parte di nazisti e fascisti cercò di annientare le formazioni partigiane della vicina Val d’Ossola. Il rastrellamento effettuato con un imponente dispiegamento di uomini e mezzi e l’appoggio di aerei e blindati, provocò 300 morti fra i partigiani; molte furono le vittime anche fra gli abitanti della valle cui vennero anche bombardate e incendiate le baite e le stalle, unici mezzi di sostentamento. Questo evento rimane impresso nella memoria collettiva degli abitanti della valle come uno dei più tragici della Resistenza, in cui i nazisti e i fascisti si abbandonarono a  atti di estrema ferocia.

Molti sentieri sono dedicati a questi partigiani e pannelli informativi ne ricordano le gesta e il coraggio. Altri pannelli lungo i sentieri raccontano invece la dura fatica quotidiana dei valligiani per sopravvivere in quei territori impervi: la costruzione di muretti a secco  per ricavare terrazze coltivabili a segale e castagno,

Val Grande

 le numerose baite ormai diroccate che si incontrano negli alpeggi.

Val Grande

L’accesso che penetra più in profondità nel cuore del parco è la stretta strada per Cicogna piccolo borgo costruito in pietra, un tempo contava centinaia di abitanti, oggi ne rimangono alcune decine. Alcune coppie giovani gestiscono un bed & breakfast, un piccolo bar ristorante e un agriturismo. Molte case sono state restaurate e soprattutto in estate il borgo si ripopola.

Val Grande

Lungo i sentieri del parco ben attrezzati e segnalati è possibile fare molte escursioni di diversa lunghezza e difficoltà, spesso sulle antiche mulattiere

Val Grande

e lungo i torrenti

Val Grande

I ripidi pendii sono molto boscosi: fino a 800 metri predominano i castagneti, oltre è il regno dei faggi e delle betulle. In primavera e estate numerosissime fioriture riempiono di colori i vecchi pascoli. In estate maturano fragoline e mirtilli.

L’area del massiccio montuoso del Pedum è Riserva naturale integrale, istituita nel 1967, la prima delle Alpi italiane. Il Parco fu invece ufficialmente istituito nel 1992 e successivamente ampliato nel 1998.

Un altro aspetto interessante del Parco è quello archeologico: incisioni rupestri risalenti al Paleolitico testimoniano come questa valle e quelle contigue fossero frequentate dagli esseri umani fin da tempi antichissimi per la transumanza del bestiame.

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