faggete Patrimonio dell’Umanità

Titiro, tu che stai disteso sotto la volta di un ampio faggio…

E’ con questa immagine di pace e frescura che Virgilio inizia le Bucoliche.

Le faggete si  sono diffuse in tutta Europa, dalla Scandinavia alla Sicilia, al termine dell’ultima Era Glaciale, anche se hanno dovuto cedere il passo all’uomo, che ha abbattuto o bruciato fin dai primi millenni della pastorizia i fittissimi boschi esistenti sulle nostre montagne per avere pascoli per il bestiame.

I faggi che si incontrano sono spesso grandi individui isolati, ma a volte si riesce a trovare un bosco abbastanza fitto, con esemplari secolari ed è piacevole camminare, anche se la salita si fa ripida, con la frescura ed il profumo della terra ricca di humus.

La faggeta cambia colore con le stagioni, è bianca sotto la neve in inverno, marrone chiaro in primavera, quando le foglie sono ancora avvolte nelle brattee che le riparano da improvvisi ritorni di gelo, ma il sottobosco ospita i primi fiori che sbocciano dopo lo sciogliersi della neve, verde brillante in estate, dorata in autunno.

Nel luglio scorso l’UNESCO ha dichiarato sei faggete italiane con alberi molto antichi World Heritage Site, Sito Patrimonio dell’Umanità. Questi siti sono protetti da una tutela integrale.

Andando da nord verso sud il primo sito è in provincia di Forlì, nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, il Bosco di Sasso Fratino che è riserva integrale fin dal 1914.

Uno dei siti comprende cinque boschi nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, con faggi che hanno addirittura più di 500 anni!

I

Il terzo e quarto sito sono due faggete nella Tuscia laziale, hanno la particolarità di crescere a bassa quota, intorno ai 400 m slm, mentre i faggi, alle latitudini dell’Italia centrale, crescono sopra i 1000 m. Un’altra peculiarità è quella di crescere su suolo vulcanico.

Gli altri siti sono a sud, nel Parco Nazionale del Gargano e nel Parco Nazionale del Pollino.

Queste faggete ospitano gli alberi a latifoglie decidue più longevi del pianeta, con un’alta biodiversità. Per favorirla nei boschi protetti non si possono asportare neanche i tronchi morti perché offrono riparo e nutrimento a una moltitudine di specie viventi, dai microrganismi ai funghi e poi licheni, muschi, insetti, piccoli mammiferi.

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un albero quasi immortale

Venafro

L’olivo è un albero quasi eterno, “Alberi non a misura di vita umana” scriveva Leonardo Sciascia riferendosi ad alcuni olivi centenari siciliani.

Alla base del tronco o sulle grosse radici lignificate che emergono a fior di terra si trovano gemme chiamate ovoli per la loro forma; da queste si sviluppano continuamente nuovi virgulti, i polloni, tanto che uno dei lavori estivi nell’oliveto è proprio la spollonatura, perchè la loro crescita ridurrebbe la produzione di olive.

Quando però un imponente individuo è stato distrutto da un incendio o dal freddo eccessivo e il suo legno corroso dalla carie, dai polloni non potati si formano nuovi tronchi e in pochi anni si rigenerano nuovi alberelli  che traggono nutrimento e forza dalle poderose radici del vecchio centenario.

Nelle nostre campagne si vedono molti olivi che hanno tre o più tronchi che crescono su un vecchio ciocco ormai semidecomposto. Dalla loro dimensione si può capire se risalgono alla gelata del 1956 o a quella del 1985 che misero a dura prova i nostri oliveti. Per alcuni bisogna risalire ancora più indietro a quella del 1929!

L’olivo fa parte della storia dell’uomo da seimila anni ed è parte integrante del paesaggio mediterraneo. Nel nostro Paese è diffuso negli ambienti più vari, dalle colline umbre e toscane, alle fasce degli scoscesi pendii liguri, alle fertili pianure calabresi. Testimone di immani fatiche di generazioni di coltivatori per ricavarne il prezioso olio.

Molti di questi oliveti sono stati abbandonati e gli alberi hanno moltiplicato i loro polloni assumendo un portamento arbustivo o, invasi dalla macchia, hanno sviluppato rami e foglie solo sulla sommità, l’unica parte dell’albero che riesce ad avere luce del sole.

Liberarli e farli respirare di nuovo è un lavoro faticoso, ma che dopo alcuni anni ripaga, perchè l’albero ripreso vigoria, tornerà a produrre frutti.

 

tante spine

Dopo il post “pungente” un post “spinoso”.

“Non c’è rosa senza spine”, “Stare sulle spine”, “Un letto di spine”, “Una questione spinosa”, “Una spina nel fianco”, quanti proverbi e modi di dire usano la parola spina per indicare un ostacolo, un cruccio, qualcosa di sgradevole e difficile.

Una spina in botanica è una formazione vegetale rigida e appuntita derivante in alcuni casi dalla trasformazione di foglie come nel caso dell’agrifoglio o del crespino,

in altri casi come nel pungitopo, quelle che sembrano foglie rigide e appuntite sono in realtà steli modificati.

pungitopo

In altri casi le spine sono protuberanze ascellari lignificate come in molti arbusti delle regioni aride: il prugnolo,  il giuggiolo e il biancospino.

In altre piante le spine sono derivate dal parenchima corticale come nelle rose e nei rovi.

La funzione delle spine è quella di difendere la pianta dall’attacco degli animali erbivori oppure di limitare la traspirazione delle foglie nelle piante adattate a climi secchi.

C’è da dire che se è vero che molti animali evitano le piante spinose, altri se le gustano con appetito, come le capre che devono proprio avere un palato di ferro! Questa capretta si sta nutrendo golosamente su un cespuglio di rosa canina!

Dove però è più comune il pascolo di vacche prosperano i cardi e le altre erbacee spinose, le uniche erbacee non appetite insieme a piante dal sapore o odore sgradevole.

Le pecore e gli asini invece non disdegnano i cardi!

Spesso gli agricoltori hanno incoraggiato la crescita di piante spinose come barriera impenetrabile per proteggere i propri campi. Nelle regioni del sud si trovano siepi di fichi d’India che levano le loro pale verso il cielo come animali mostruosi.

Originari del Messico hanno trovato nelle regioni del nostro sud un clima adatto a prosperare.
Nella macchia mediterranea ci sono siepi assolutamente impraticabili per la presenza di un fitto intrico di cespugli di rovo, biancospino, rosa canina, prugnolo e smilace che fa onore al suo nome volgare di stracciabraghe.

Molte piante che danno frutti commestibili hanno le spine, ma con un po’ di attenzione non esitiamo certo a cogliere more, giuggiole, fichi d’India, melagrane!

Spinosi sì, ma anche dolci!

 

 

 

 

 

 

 

 

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il terebinto fra sacro e profano

Questa bellissima pianta è un terebinto appartenente al genere Pistacia come il lentisco e il pistacchio. Sono piante a sessi separati, esistono cioè piante maschili e piante femminili, che hanno in genere l’aspetto di un arbusto, ma a volte diventano alberi come questo e possono raggiungere l’altezza di 5 metri.

Il terebinto era molto conosciuto nell’antichità perché dalle incisioni praticate sulla sua corteccia si estraeva una resina molto profumata, la trementina di Chio, usata sia per fare profumi che farmaci perché dotata di proprietà astringenti, digestive, emostatiche ed espettoranti. Era molto ricercata e commercializzata tanto che fu trovata nel relitto di una nave naufragata più di 3300 anni fa davanti alle coste meridionali dell’attuale Turchia.

Oltre che per usi cosmetici e farmaceutici veniva bruciata in bracieri per fumi rituali profumati e considerata da alcuni popoli come gli ebrei e gli egizi un albero sacro. Le resine bruciate emanavano intensi aromi, termine che deriva proprio dal fatto chevenivano messi sulle arae, gli altari. Anche il termine “profumo” deriva da pro-fumo, cioè stava ad indicare una sostanza che era bruciata proprio perchè emanava un fumo dalla fragranza divina che si dirigeva verso il cielo e veniva usata perciò per evocare gli dei.

Il termine trementina deriva proprio da terebentina e fu estratta per millenni.

Il terebinto è una pianta rustica e assai resistente alla siccità, ma anche al gelo, grazie a queste sue caratteristiche è utilizzata come porta-innesti per il pistacchio (Pistacia vera L.). È una pianta tipica della macchia mediterranea perciò molto diffusa in tutte le nostre zone costiere insieme al lentisco.

 

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olivi

………

E lì

negli assolati

oliveti,

dove

soltanto

cielo azzurro con cicale

e terra dura

esistono,

il prodigio,

la capsula

perfetta

dell’oliva

che riempie

il fogliame con le sue costellazioni

più tardi

i recipienti,

il miracolo,

l’olio

……….

(Pablo Neruda, Io amo le patrie dell’olio)

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ricette con le cotogne

Anche quest’anno il nostro alberello è carico di cotogne, nonostante tutto: il gelo tardivo che ha danneggiato il raccolto di mele, il caldo e la siccità estiva. Il cotogno è invece generoso e rustico e non salta un anno!

Così mi ritrovo con alcune decine di chili di frutti profumati da conservare, da noi infatti non si butta niente, è un peccato sprecare! Le cotogne non si possono mangiare crude per l’alto contenuto di tannino e pectina, ma cotte per farne una marmellata o un dolce sono deliziose e il loro profumo inconfondibile! Inoltre l’alto contenuto di pectina fa sì che la marmellata si faccia rapidamente e risulti cremosa e vellutata.

Peccato che siano uno dei tanti “frutti dimenticati” perché una tradizionale cotognata data ai nostri bambini invece delle merendine industriali ne rieducherebbe il gusto e gioverebbe alla loro salute.

Come al solito ho cominciato a fare la marmellata, ogni anno ne faccio decine di barattoli, ma è ottima e profumata. D’altra parte il termine “marmellata” deriva dalla parola portoghese marmelo: mela cotogna, in  latino melimelum dal greco melimelon.

Ho provato un nuovo modo per farla più rapidamente cuocendo le cotogne nella pentola a pressione, ci vogliono solo 10 minuti, certo più il tempo per sbucciarle. La mia ricetta l’ho scritta in questo post.

Ho già fatto due volte la torta di cotogne e ne farò altre.

Molto buono è anche questo dolce di cotogne che ho trovato in un vecchio libro e che ho fatto più volte con successo.

  • 150 g di savoiardi
  • 2 bicchierini di alkermes
  • 3 grosse cotogne
  • 250 g di zucchero
  • 50 g di farina
  • 2 tuorli d’uovo
  • 1/4 di litro di latte
  • scorza di limone grattata

Tagliare in quarti, sbucciare e mondare le cotogne, cuocerle in poca acqua, anche con la pentola a pressione, quando sono morbide aggiungere 150 g di zucchero e ridurle in purè con il frullatore a immersione.

Con lo zucchero restante, i tuorli d’uovo, la farina e il latte fare una crema ben soda cuocendola 20 minuti a fuoco dolce mescolando continuamente. Far raffreddare le due creme.

Foderare una pirofila con i savoiardi imbevuti nel liquore allungato con un poco di latte. Riempire lo spazio interno con strati alternati delle due creme, coprire con altri biscotti e porre in frigo per circa 12 ore con un piatto e un peso sopra.

Al momento di servire capovolgere su un piatto di portata e ornare a piacere con canditi o frutta fresca.

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fiori autunnali

L’autunno non è solo stagione di frutti maturi, molte specie di piante fioriscono, approfittando così delle giornate ancora tiepide e delle piogge, altre protraggono le fioriture estive ed attirano ancora gli insetti impollinatori.

Il corbezzolo ha contemporaneamente frutti e fiori. I bei fiori bianchi a grappoli daranno frutti l’anno successivo; ora spiccano fra il verde scuro delle foglie e il rosso dei frutti, tanto che durante il Risorgimento fu preso come simbolo dell’unità d’Italia.

I ciclamini si trovano frequentemente nel sottobosco, amano l’ombra e l’umidità, preferiscono fiorire quando il calore dell’estate si è attenuato.

Gli astri di mare sono alofite, cioè piante che sono adattate a crescere in luoghi con alta concentrazione di sali di sodio. I fiori con le ligule viola e il disco centrale giallo spiccano ai bordi delle paludi salmastre, dove altre specie non possono vivere. Come altre piante alofite fioriscono nella tarda estate o inizio all’inizio dell’autunno.

Nelle zone salmastre è possibile trovare in questa stagione anche la fioritura delle salicornie che colorano di rosso le paludi.

In realtà i fiori sono molto piccoli e di colore verde, ma la pianta, che è verde nelle altre stagioni, diventa rossa  e molto appariscente all’epoca della fioritura.

Questa bella Asteracea cattura ancora il sole autunnale.

Fra due mesi sarà inverno, ma ci saranno piante capaci di fiorire anche nella stagione più fredda.

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alla vita

La vita non è uno scherzo,

………………………………………

prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant’anni, ad esempio,
pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli,
ma perché non crederai alla morte,
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.

(Nazim Hikmet)

 

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strane forme vegetali

A guardare certe strane forme vegetali che si incontrano camminando nei boschi si può credere a favole e leggende, a storie di fate e folletti, di magie e strane creature selvatiche.

Cosa avrà causato la stranissima forma del tronco di questo albero che ha compiuto un cerchio perfetto quando era ancora tenero e malleabile?

O l’accrescersi di questo vecchissimo tronco di faggio che ha formato un’ampia galleria, riparo per creature della foresta immaginarie e non.

Le antiche ferite di questi due alberi secolari, un faggio ed una quercia da sughero, hanno lasciato una grande bocca pronta al bacio e al canto,

o al sogghigno sgangherato.

La pianta che vive d’aria ha circondato questo tronco come una spessa sciarpa.

Il potente maestrale ha foggiato anno dopo anno la chioma di queste sughere che si inchinano a sua maestà il vento.

Questi poveri lecci della dehesa spagnola hanno invece subito la drastica potatura da parte dell’uomo alla ricerca di legname da sfruttare. Ora protendono al cielo rami contorti e scheletriti.

Le lunghe spine e i baccelli ricurvi di questa acacia sembrano gli artigli di una creatura selvatica e per nulla amichevole.

Nel tronco di questo castagno pluricentenario si possono immaginare volti e figure mostruose.

Questi funghi del legno formano strane mensole sul vecchio tronco morto.

E questa cuscuta non sembra una rete stregata pronta ad intrappolare le piantine? In realtà un po’ diabolica lo è visto che parassita le piante su cui cresce.

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tempo di vendemmia

vendemmia 12 009

… l’autunno offre frutti svariati e in alto sulle rupi soleggiate matura la dolce vendemmia“. (Virgilio, Georgiche, Libro II, 521-522).

È arrivato il momento di vendemmiare. Molti hanno già iniziato, noi inizieremo fra pochi giorni. Rito antichissimo, fatica gradita, occasione di socialità, ripetuto da noi da anni, dagli esseri umani da molti millenni.

Guarda il calor del sol che si fa vino giunto all’umor che della vite cola” canta Dante Alighieri nel Purgatorio (canto XXV).

È molto interessante ritrovare in tanti musei archeologici o delle tradizioni contadine le testimonianze della produzione, la conservazione e il trasporto del vino.

Questo torchio conservato all’abbazia di Fiastra è veramente monumentale, ma ricordo un torchio ancora più gigantesco ritrovato negli scavi di Pompei.

Al castello di Ischia sono conservati vecchi attrezzi e vasche per il vino

I primi contenitori impiegati per il vino furono i tronchi di legno scavati grossolanamente e le vasche di pietra, mentre per il trasporto venivano usate pelli cucite di animali, impiegate dall’età del bronzo fino all’epoca romana.

Verso il 1500 a.C. con la diffusione dei commerci venne introdotta dai Fenici l’anfora di terracotta con i manici che divenne il contenitore maggiormente usato da Etruschi e Romani sia per il trasporto che per la conservazione del vino.

Successivamente si diffusero le botti, ma l’uso delle anfore non fu mai abbandonato soprattutto per i commerci via mare. La forma con la base appuntita consentiva di stivarle nella sabbia.

Oggi  è molto usato l’acciao inox di facile utilizzo e pulizia, ma il legno continua a mantenere la sua importanza per l’invecchiamento dei grandi vini rossi italiani come il Barolo, il Barbaresco, il Brunello, il Chianti cui il legno cede sostanze che creano intensità aromatiche particolarmente apprezzate.

Il nostro torchio e la nostra botte di acciaio sono più modeste, ma ci danno la soddisfazione di produrre il  vin per casa. Con il mosto poi anche quest’anno farò la marmellata di mosto e frutta mista la cui ricetta è descritta in questo post.

 

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