il ramo d’oro

La tradizione di baciarsi sotto un rametto di vischio a Capodanno ha provocato la sua raccolta indiscriminata e predatoria che lo ha portato quasi all’estinzione. Ora la pianta è protetta in molte regioni italiane e si spera in una sua ripresa.

La tradizione è  derivata da antichissimi riti celtici legati al solstizio d’inverno. Era usato dai druidi che lo consideravano magico per le sue caratteristiche di non vivere nè in terra nè in aria.

Vive infatti su alberi soprattutto a foglia caduca come querce, salici, pioppi, meli selvatici, in parte a spese dell’ospite da cui trae soluzioni di sali minerali affondando nel tronco le sue radici specializzate.

vischio

Viene propagato dagli uccelli che si cibano delle sue bacche bianche, rotonde e carnose. Queste sono rivestite da una sostanza vischiosa (aggettivo derivato proprio da vischio, come anche il verbo invischiare) per cui rimangono attaccate al becco, vengono così trasportate  su un altro albero, sul cui ramo l’uccello si strofina cercando di pulirsi. Il seme con il suo involucro appiccicoso aderisce al ramo e germinerà mettendo le radici in una fessura del legno.

Era sacro anche per i greci, la Sibilla Cumana lo descrive ad Enea e lo esorta a ricercarlo nel fitto del bosco ed a strapparne un ramo per poter scendere agli Inferi e riuscirne vivo.

Si cela in un albero ombroso

un ramo d’oro nelle foglie e nel flessibile vimine,

consacrato a Giunone inferna; tutto il bosco

lo copre  e lo racchiudono ombre in oscure convalli.

Ma non si può discendere nei segreti della terra, prima

di aver staccato dall’albero il virgulto dalle fronde d’oro.

Virgilio, Eneide, libro VI, vv.136-141, traduzione di Luca Canali)

Le sue foglie, nonostante i versi di Virgilio, sono verdi, contengono quindi la clorofilla il pigmento grazie al quale si compie la fotosintesi e quindi la pianta è in grado di sintetizzare per proprio conto il glucosio. Sono persistenti anche in inverno quando su un albero spoglio si distingue bene la massa globosa che formano i suoi rami.

Lasciamo il vischio sul suo albero! Per scambiarci segni di affetto e di augurio non abbiamo più bisogno della magia.

 

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San Martino

La nebbia agli irti colli piovigginando sale”

(Giosuè Carducci, San Martino)

La campagna e lo splendore dell’estate di San Martino.

Anche quest’anno non si smentisce l’antica credenza, il tempo è buono nonostante le piogge e i disastri del periodo precedente.

Al di là delle leggende la meteorologia ci dà una spiegazione del fenomeno.

radici

Inf I 1

(Fonte: http://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Dante%27s_Inferno)

Nella terra che ospitò Dante Alighieri (ne ho parlato nel post precedente) le bellissime faggete presso San Benedetto in Alpe offrono spettacoli che sembrano presi da gironi infernali. Le radici dei faggi secolari si contorcono e penetrano nel terreno mostrando forme che ci fanno immaginare corpi avvinghiati come nelle illustrazioni di Gustave Dorè.

Braccia, gambe, seni, mani aggrappate alla terra e che sprofondano in essa.

E poi serpenti giganteschi con le loro spire,

e ancora lunghe braccia che si avvolgono disperatamente alla roccia.

o alla terra che le ha lasciate a nudo.

Non ispirano l’angoscia e l’orrore dei gironi infernali, ma l’ammirazione per la loro bellezza e complessità.

marmellata di giuggiole

Anche quest’anno il nostro giuggiolo è carico di frutti.

vendemmia 13 041

Dopo aver sperimentato gli anni passati il brodo di giuggiole e la salsa agrodolce, quest’anno ho provato a fare una marmellata.

Ho utilizzato 1 Kg di giuggiole e 1 limone.

Ho messo a cuocere le giuggiole con poca acqua, mescolando spesso perché tendono ad attaccarsi al fondo e bruciarsi. Quando la polpa si è distaccata dal nocciolo ho spento il fuoco e passato i frutti con il passaverdure per eliminare i noccioli e la buccia troppo coriacea. Se il passato fosse troppo denso aggiungere un poco dell’acqua di cottura.

Ho rimesso al fuoco con il succo del limone per pochissimo tempo, giusto per fargli riprendere il bollore. La marmellata è pronta, io non ho aggiunto zucchero perché assaggiandola mi è sembrata sufficientemente dolce, ma si può mettere poco zucchero insieme al limone.

Ottobre oro e rosso

Lo splendore dei colori autunnali nei castagneti e nelle faggete del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi.

vendemmia 2018

… l’autunno offre frutti svariati e in alto sulle rupi soleggiate matura la dolce vendemmia“. (Virgilio, Georgiche, Libro II, 521-522).

Un’altra vendemmia a scandire il ritmo dellle stagioni, un’occasione per stare insieme in famiglia e rinnovare quello che è quasi un rito di antichissime origini, fin da quando gli esseri umani hanno scoperto che il dolce succo dell’uva si trasformava in una bevanda piacevole ed inebriante capace di allontanare la fatica e rendere la vita più allegra.

È ben ricompensato quindi il lavoro continuo che richiede la cura della vite e l’attenzione che si deve prestare a tutti i passaggi della vinificazione, processo vivo in cui la presenza del viticoltore non può essere sostituita da nessuna macchina.

Quest’anno nonostante l’estate piovosa il raccolto è stato abbondante, ora il mosto è nella botte ed ha cominciato a ribollire, segno che i lieviti hanno già iniziato la fermentazione.

Io mi sono appropriata dei primi litri di mosto per fare come ogni anno la marmellata di mosto e frutti misti.

la stagione delle melagrane

Stanno maturando le melagrane e il raccolto è sempre abbondante. Una buona occasione per rispolverare le mie ricette con questo frutto buono e salutare, simbolo di fertilità!

Si possono usare dall’antipasto, per guarnire tartine, al dolce, passando per le pietanze e i contorni, vanno benissimo da aggiungere alle insalate miste, in grani e come succo per condire. Ecco alcune delle mie ricette sperimentate più volte.

Platessa al succo di melagrana

platessa-al-succo-di-melagrana-001

Coniglio al succo di melagrana

coniglio alla melagrana 001

Budino di succo di melagrana

Marmellata di melagrane

marmellata melograne2 004

fior di cicoria

Belli i fiori di cicoria! In questa stagione tingono di azzurro cielo i campi incolti ed i bordi delle strade, si aprono con il sole del mattino.

La loro fioritura si protrarrà fino al tardo autunno. Poi con le piogge metteranno nuove foglioline ed allora si potrà andare a “far cicoria” e portarsi a casa la verdura per tante ricette. Per non danneggiare la pianta che è perenne conviene non tagliarla al colletto, ma raccogliere le singole foglie.

Ha radici carnose e amare che un tempo venivano seccate, tostate, macinate e quindi usate come sostituto del caffè.

Se non si vuole o non si può “andare  per cicoria” la si trova al mercato perché è largamente coltivata e apprezzata proprio per il suo sapore amaro. Dalla cicoria selvatica (Cichorium intybis) sono derivate tutte le forme coltivate, a volte molto diverse dalla progenitrice, come i vari tipi di radicchio e la catalogna.

Nella cucina romana la cicoria la fa da padrona ed anche la catalogna, con le famose ed impareggiabili “puntarelle”.

Questa è invece la ricetta di una minestra, buona da mangiarsi bella calda nella stagione invernale, ma anche tiepida se è ancora caldo. È una minestra sana e rinfrescante.

Minestra di riso e cicoria

Per 2 persone occorrono:

  • 100 g di riso per minestre
  • 300 g di cicoria, meglio se selvatica
  • polpa di pomodoro
  • carota, cipolla, sedano, prezzemolo
  • poco guanciale

Pulire, lavare e lessare la cicoria. Scolarla e tritarla non troppo finemente. Fare il “battuto” con gli odori e il guanciale, farlo soffriggere dolcemente, preferibilmente utilizzando una pentola di coccio.

Aggiungere il pomodoro e far insaporire una decina di minuti, quindi aggiungere la cicoria, il riso e circa mezzo litro di acqua calda. Salare, aggiungere pepe se piace e far cuocere la minestra a fuoco medio, togliendola dal fuoco quando il riso è al dente perché continuerà a cuocere. Deve risultare piuttosto densa.

 

 

 

 

 

 

il tasso barabasso

“Il tasso barabasso con le sue grandi foglie lanose a terra, e lo stelo diritto all’aria, e le lunghe spighe sparse e come stellate di vivi fiori gialli” ( Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi ).

Questa vistosa pianta spicca per la sua altezza nei campi e ai bordi delle strade. Il bestiame la risparmia perchè è sgradevole e tossica, così si incontra frequentemente nei pascoli, dove le altre erbacee vengono brucate.

Il nome del genere è Verbascum e ne esistono molte specie, il tasso-barabasso ha grandi foglie coperte da una densa lanugine e belle pannocchie di fiori gialli. Con i suoi steli alti fino a 1 metro e mezzo non passa inosservato!

 

piccoli elicotteri vivi

In questa stagione possiamo notare in città ed in campagna piccoli elicotteri che girano vorticosamente su se stessi e che il vento trasporta lontano. Sono i frutti del Tiglio provvisti di una lunga brattea che funziona come la pala di un elicottero o come un’ala; il nome del genere Tilia si riferisce proprio a questa, ptilion in greco infatti significa ala.

L’imperativo per una pianta è infatti di disperdere la sua discendenza il più lontano possibile. Ognuno di questi piccoli frutti a scorza dura racchiude uno o due semini. Quando eravamo bambini ci divertivamo a sgranocchiarli.

Fra maggio e giugno i fiori di tiglio hanno diffuso ovunque il loro intenso profumo. Cantava Rimbaud

…………………………..

Com’è gradevole il tiglio

nelle sere di Giugno!

L’aria è si dolce che a palpebre chiuse

annusi il vento….

Questo profumo e la loro particolare abbondanza di nettare attira molti insetti, le api ne ricavano un miele pregiato e profumato, piuttosto raro a trovarsi.

I fiori sono anche usati per infusi calmanti e antispasmodici.

Anche quando i fiori non ci sono più è bello sostare in città o in campagna sotto l’ombra di un possente tiglio, si trova refrigerio dall’afa e ci si diverte ad osservare le belle foglie a forma di cuore e i piccoli elicotteri che volano via vorticando.

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