San Martino

La nebbia agli irti colli piovigginando sale”

(Giosuè Carducci, San Martino)

La campagna e lo splendore dell’estate di San Martino.

Anche quest’anno non si smentisce l’antica credenza, il tempo è buono nonostante le piogge e i disastri del periodo precedente.

Al di là delle leggende la meteorologia ci dà una spiegazione del fenomeno.

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radici

Inf I 1

(Fonte: http://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Dante%27s_Inferno)

Nella terra che ospitò Dante Alighieri (ne ho parlato nel post precedente) le bellissime faggete presso San Benedetto in Alpe offrono spettacoli che sembrano presi da gironi infernali. Le radici dei faggi secolari si contorcono e penetrano nel terreno mostrando forme che ci fanno immaginare corpi avvinghiati come nelle illustrazioni di Gustave Dorè.

Braccia, gambe, seni, mani aggrappate alla terra e che sprofondano in essa.

E poi serpenti giganteschi con le loro spire,

e ancora lunghe braccia che si avvolgono disperatamente alla roccia.

o alla terra che le ha lasciate a nudo.

Non ispirano l’angoscia e l’orrore dei gironi infernali, ma l’ammirazione per la loro bellezza e complessità.

Dante e l’Acquacheta

Una bella passeggiata è quella lungo il sentiero natura che da San Benedetto in Alpe (Fo) risale la valle del fiume Acquacheta nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna.

In questi giorni di medio autunno le foglie hanno cominciato a cadere, ma gli alberi non sono ancora spogli. Le temperature sono miti ed è piacevole camminare nella faggeta, vicino al torrente.

Questo scorre in ampi e pigri meandri da cui forse ha derivato il nome di Acquacheta.

Si arriva infine alle cascate dell’Acquacheta che ispirarono a Dante Alighieri i versi in cui descrive l’orrido salto del Flegetonte nel baratro dell’ottavo girone dell’Inferno (Dante Alighieri, Inferno, canto XVI, 94-105).

Anche se ai nostri giorni le acque sono piuttosto scarse la cascata è ugualmente suggestiva. Si tratta di un salto di 70 m per 35 di larghezza lungo le formazioni marnoso-arenacee tipiche dell’Appennino tosco-romagnolo, derivate dai sedimenti di un antico fondale marino.

Poco oltre si trovano anche le cascate del torrente Lavane che scendono per un salto minore, in un ambiente molto bello.

Dante frequentò questi luoghi nel 1302 quando se ne andò esule da Firenze, attraversò l’Appennino diretto a Forlì e sostò come ospite dei monaci benedettini dell’Abbazia di San Benedetto in Alpe.

Ottobre oro e rosso

Lo splendore dei colori autunnali nei castagneti e nelle faggete del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi.

tempo di castagne

È tempo di raccogliere le castagne, il dolce frutto ben protetto dal suo riccio spinoso che in questo periodo si apre per mostrare il suo lucido contenuto di un caldo marrone.

Ancora resistono, nonostante l’abbandono e le malattie, vastissime aree montane in cui i castagni dominano incontrastati, alcuni sono pluricentenari, dai tronchi enormi e contorti.

I castagneti fornirono nutrimento e combustibile a decine di generazioni di gente di montagna per le quali i loro frutti erano la principale fonte di cibo e di reddito.

Sul nostro Appennino in molti borghi si susseguono feste e sagre della castagna, una buona occasione per fare provvista di questo dolce frutto e per visitare territori montani in tutto il loro splendore autunnale.

Le ricette con le castagne sono innumerevoli, spesso di antica origine e tradizione come il castagnaccio o i necci, focacce fatte con la farina di castagne.

Io ho provato più volte questo dolce che utilizza anche le mele, l’altro abbondante frutto di stagione.

È un dolce ottimo, anche se richiede un po’ di tempo per sbucciare le castagne.

Budino di castagne e mele

Ingredienti

  • 200 g di castagne
  • 3 mele renette
  • 2 dl di latte
  • 100 g di zucchero
  • 60 g di burro
  • 1 bustina di vanillina
  • 2 cucchiai di maraschino
  • 50 g di uvetta
  • 4 uova
  • semi di finocchio

Si incide la buccia delle castagne, quindi si lessano in abbondante acqua cui si aggiungono i semi di finocchio. Intanto si sbucciano le mele, si tagliano a fettine sottili e si fanno cuocere nel latte, fino a che non siano disfatte. Si aggiunge lo zucchero lasciandone da parte 1 cucchiaio.

Si sbucciano le castagne e si passano al passaverdura o si omogenizzano con il frullatore insieme alle mele. Si aggiunge il burro fuso a bagnomaria, la vanillina, il maraschino, l’uvetta precedentemente ammorbidita in poca acqua tiepida, i rossi d’uovo ed infine i bianchi montati a neve fermissima.

Si cosparge l’interno di uno stampo da budino con il cucchiaio di zucchero rimasto e di fa caramellare tenendolo sul fornello e facendolo girare in modo che si distribuisca sulle pareti e sul fondo. Si versa il budino e si fa cuocere per 45 minuti in forno a bagnomaria a 180°.

Si serve caldo.

fior di cicoria

Belli i fiori di cicoria! In questa stagione tingono di azzurro cielo i campi incolti ed i bordi delle strade, si aprono con il sole del mattino.

La loro fioritura si protrarrà fino al tardo autunno. Poi con le piogge metteranno nuove foglioline ed allora si potrà andare a “far cicoria” e portarsi a casa la verdura per tante ricette. Per non danneggiare la pianta che è perenne conviene non tagliarla al colletto, ma raccogliere le singole foglie.

Ha radici carnose e amare che un tempo venivano seccate, tostate, macinate e quindi usate come sostituto del caffè.

Se non si vuole o non si può “andare  per cicoria” la si trova al mercato perché è largamente coltivata e apprezzata proprio per il suo sapore amaro. Dalla cicoria selvatica (Cichorium intybis) sono derivate tutte le forme coltivate, a volte molto diverse dalla progenitrice, come i vari tipi di radicchio e la catalogna.

Nella cucina romana la cicoria la fa da padrona ed anche la catalogna, con le famose ed impareggiabili “puntarelle”.

Questa è invece la ricetta di una minestra, buona da mangiarsi bella calda nella stagione invernale, ma anche tiepida se è ancora caldo. È una minestra sana e rinfrescante.

Minestra di riso e cicoria

Per 2 persone occorrono:

  • 100 g di riso per minestre
  • 300 g di cicoria, meglio se selvatica
  • polpa di pomodoro
  • carota, cipolla, sedano, prezzemolo
  • poco guanciale

Pulire, lavare e lessare la cicoria. Scolarla e tritarla non troppo finemente. Fare il “battuto” con gli odori e il guanciale, farlo soffriggere dolcemente, preferibilmente utilizzando una pentola di coccio.

Aggiungere il pomodoro e far insaporire una decina di minuti, quindi aggiungere la cicoria, il riso e circa mezzo litro di acqua calda. Salare, aggiungere pepe se piace e far cuocere la minestra a fuoco medio, togliendola dal fuoco quando il riso è al dente perché continuerà a cuocere. Deve risultare piuttosto densa.

 

 

 

 

 

 

il tasso barabasso

“Il tasso barabasso con le sue grandi foglie lanose a terra, e lo stelo diritto all’aria, e le lunghe spighe sparse e come stellate di vivi fiori gialli” ( Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi ).

Questa vistosa pianta spicca per la sua altezza nei campi e ai bordi delle strade. Il bestiame la risparmia perchè è sgradevole e tossica, così si incontra frequentemente nei pascoli, dove le altre erbacee vengono brucate.

Il nome del genere è Verbascum e ne esistono molte specie, il tasso-barabasso ha grandi foglie coperte da una densa lanugine e belle pannocchie di fiori gialli. Con i suoi steli alti fino a 1 metro e mezzo non passa inosservato!

 

l’isola del ferro

L’ Elba è la più grande isola dell’Arcipelago Toscano, a poche miglia dal promontorio di Piombino. Ricca di giacimenti di ferro è stata sfruttata fin dai tempi dei greci e degli etruschi per ricavarne il prezioso minerale. L’attività estrattiva continuò nei millenni, prima con i romani, nel medioevo con i pisani, infine con i le famiglie dei Medici e poi dei Lorena.

L’isola è geologicamente molto interessante e varia, con le rocce più antiche d’Italia. Il Monte Capanne, il più elevato, è granitico, la zona orientale, quella verso il continente, è calcarea e ricca di giacimenti di ferro.

La costa è prevalentemente alta e frastagliata con piccole spiagge nei golfi, promontori rocciosi e scogli isolati. È  ricoperta da pinete e da arbusti della macchia mediterranea.

Il 50% del territorio dell’isola è compreso nel Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano.

Ovunque la vista del mare regna sovrana.

Rio Marina fu per decenni la capitale dell’attività estrattiva. È un grazioso paese dalle belle spiagge contornate da rocce rossastre per gli ossidi di ferro. Vi fu identificata per la prima volta l’ilvaite, un minerale ferroso (Ilva era il nome latino dell’isola).

Un piccolo e interessante museo mineralogico mostra migliaia di esemplari, pannelli con notizie geologiche e sull’attività estrattiva.

Si organizzano anche visite guidate alle miniere a cielo aperto ora abbandonate, dove è possibile raccogliere campioni di rocce.

L’isola ha anche interessanti monumenti, che ne testimoniano la storia, anche questa molto varia. Da visitare è la villa in cui soggiornò Napoleone nel suo primo esilio. I numerosi forti ci rimandano ad epoche turbolente, con la costante minaccia dei pirati e dei signori rivali.

Un’isola interessante da tanti punti di vista: geologico e in generale naturalistico, storico, con un mare limpido e belle passeggiate da fare.

 

 

 

 

incontri in montagna

Capita durante una bella escursione in montagna di fare un incontro inaspettato; pochi gioni fa, salendo in una faggeta del Parco Nazionale d’Abruzzo, abbiamo visto un lupo a poche decine di metri, evento molto raro essendo questi animali molto elusivi. Non si era accorto di noi e procedeva solitario, forse un maschio isolato. È durato solo pochi istanti, ma è stato ugualmente emozionante!

Non è facile incontrare animali selvatici, si tengono bene al riparo del bosco o della macchia. Più frequentemente gli incontri non sono visivi, ma si sentono fruscii, calpestii, rotolare di pietre, versi di uccelli, il tamburellare di un picchio, il bramito dei cervi in amore in autunno. Per quanto si scruti fra le fronde e i chiaroscuri del bosco non si riesce a distinguere niente e si possono solo immaginare gli animali che li hanno prodotti. A volte se ne trovano le impronte o gli escrementi come segnali della loro presenza.

Raramente si scorgono branchi di camosci che pascolano su pendii lontani. Questo bel maschio di stambecco nel Parco Nazionale dello Stelvio era troppo vecchio o troppo sicuro di sè per scappare. Manteneva comunque una discreta distanza di sicurezza.

Più facile è vedere gli animali domestici che pascolano allo stato brado, qui una cavalla con il suo piccolo appena nato che si è allontanata dal branco,

cavalli 2

e una placida mandria di candide vacche.

Gli uccelli che volano sopra di noi si avvistano facilmente come questi splendidi e maestosi grifoni al Parco Nazionale del Pollino.

Raramente mi è capitato di vedere l’aquila, più frequenti sono i nibbi e le poiane annunciati dai loro gridi.

Gli insetti si lasciano avvicinare facilmente, come questo bellissimo bruco colorato

o le due zigene in accoppiamento.

O questi rospetti che in grande numero si spostavano lungo le pendici boscose del monte in cerca d’acqua.

Ad ogni escursione si ha la speranza di vedere qualcuno degli animali più elusivi ed anche se ciò non si verifica qualche bella sorpresa il bosco o il cielo ce la regala!

piccoli elicotteri vivi

In questa stagione possiamo notare in città ed in campagna piccoli elicotteri che girano vorticosamente su se stessi e che il vento trasporta lontano. Sono i frutti del Tiglio provvisti di una lunga brattea che funziona come la pala di un elicottero o come un’ala; il nome del genere Tilia si riferisce proprio a questa, ptilion in greco infatti significa ala.

L’imperativo per una pianta è infatti di disperdere la sua discendenza il più lontano possibile. Ognuno di questi piccoli frutti a scorza dura racchiude uno o due semini. Quando eravamo bambini ci divertivamo a sgranocchiarli.

Fra maggio e giugno i fiori di tiglio hanno diffuso ovunque il loro intenso profumo. Cantava Rimbaud

…………………………..

Com’è gradevole il tiglio

nelle sere di Giugno!

L’aria è si dolce che a palpebre chiuse

annusi il vento….

Questo profumo e la loro particolare abbondanza di nettare attira molti insetti, le api ne ricavano un miele pregiato e profumato, piuttosto raro a trovarsi.

I fiori sono anche usati per infusi calmanti e antispasmodici.

Anche quando i fiori non ci sono più è bello sostare in città o in campagna sotto l’ombra di un possente tiglio, si trova refrigerio dall’afa e ci si diverte ad osservare le belle foglie a forma di cuore e i piccoli elicotteri che volano via vorticando.

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