la Valle del Diavolo

Odore di zolfo, vapori che escono dal terreno, sibili, nebbia, colorazioni del terreno, la valle dove attualmente c’è il paese di Larderello, una frazione di Pomarance (Pi), sembrava per gli antichi l’anticamera del regno degli Inferi.

Molte testimonianze ci sono arrivate fin dal III secolo a. C. quando in questi luoghi vivevano gli Etruschi. In seguito ne hanno parlato scrittori romani come Lucrezio Caro, che parla di “monti che fumano”, Tibullo, Strabone. Anche Dante ne prende ispirazione per le sue descrizioni infernali.

I vapori che escono dal terreno vennero sfruttati fin dal tempo degli Etruschi per farne terme calde medicamentose, ma anche per ricavarne sali minerali che si depositavano nei lagoni, soprattutto sali di boro, usati per scopi farmaceutici e per produrre fissanti per colori e smalti.

L’uso delle acque termali continuò in epoca romana; nel medioevo venne ripresa l’estrazione dei sali minerali depositati da queste emanazioni: zolfo, vetriolo, allume, boro, tanto che queste terre vennero contese fra le repubbliche toscane, che motivi di contesa ne avevano in quantità. In particolare era importante economicamente l’estrazione del boro che prima veniva importato dal Tibet.

Fu nel 1827 che F.J. de Larderel, industriale toscano di origine francese, perfezionò il metodo di estrazione del boro dai cosiddetti “lagoni” e per la prima volta per far evaporare l’acqua utilizzò l’energia che proveniva dal terreno.

Nel luglio del 1904 il principe Ginori Conti, genero di Larderel, attuò un esperimento rivoluzionario: con un motore azionato dal vapore e collegato a una piccola dinamo riuscì a far accendere cinque lampadine. Per la prima volta al mondo si ottenne energia elettrica dall’energia prodotta dal vapore geotermico.

Nel 1905 il villaggio di Larderello, sorto per ospitare gli operari della fabbrica di estrazione del boro e così chiamato dal nome dell’imprenditore, fu il primo paese al mondo ad essere illuminato da lampadine elettriche.

Nei decenni successivi venne costruita e via via potenziata la centrale elettrica alimentata a vapore che consentì di alimentare con la corrente elettrica anche Volterra e Pomarance. Nel 1939 venne aggiunta una seconda centrale geoelettrica che aumentò ancora la potenza installata, ma la devastazione della guerra distrusse gli impianti che verranno ripristinati solo nel 1949; già nel 1950 si aggiunse una terza centrale.

Oggi gli impianti geotermoelettrici italiani, tutti ubicati in Toscana, producono più di 5 miliardi di kWh l’anno, con i quali ci poniamo all’avanguardia nel mondo per lo sfruttamento di questo tipo di energia.

A Larderello è possibile visitare il Museo della Geotermia con l’interessante storia della geotermia italiana e una possibile visita ad uno dei soffioni.

Non solo la Valle dell’Inferno, ma una zona molto ampia è interessata da questi fenomeni geologici causati da più fattori concomitanti che raramente si riproducono insieme:

la presenza a circa 7-8 chilometri di profondità di un corpo magmatico in raffreddamento,

la presenza di rocce che fanno da serbatoio all’acqua piovana, che viene trasformata in vapore dal calore,

la presenza di faglie nel terreno che hanno provocato fessure sub verticali da cui fuoriesce il vapore.

Nel comune di Monterotondo Marittimo (Gr) è stato istituito un interessantissimo e suggestivo Parco delle Biancane, nome derivato dal fenomeno dello sbiancamento del terreno causato dall’aggressività di alcuni componenti delle esalazioni del vapore, soprattutto con la formazione di gesso.

La passeggiata su e giù per il percorso delle biancane, fra esalazioni si vapori e paesaggio lunare è estremamente suggestiva. Intorno alle fessure da cui fuoriesce il vapore si formano depositi di minerali, fra cui il più evidente è lo zolfo dall’evidente colore giallo.

Anche la vegetazione è particolare perché il riscaldamento naturale dell’aria e del terreno e l’acidità di quest’ultimo consente la crescita di specie botaniche diverse da quelle dei territori vicini, come la quercia da sughero e l’erica, che crescono bene in terreni acidi e in climi miti.

La zona da visitare è ampia, oltre ai fenomeni geotermici vale la pena raggiungere gli antichi borghi medioevali e i castelli, eretti su colline da cui si può ammirare un bel panorama con oliveti, cipressi, boschi di lecci, e sullo sfondo i vapori che escono dalle torri di raffreddamento delle centrali geotermiche.

un’antica divinità della natura

Denario d’argento con la raffigurazione della dea Feronia

Feronia era un’antica divinità della natura, dei boschi e delle sorgenti venerata dalle popolazioni del territorio poco a nord di Roma, prima che Roma fosse fondata. I Sabini, gli Etruschi, i Latini, i Falisci e i Capenati la veneravano in una radura di un bosco sacro presso Capena: Lucus Feroniae.

Lucus era il termine che indicava la radura nel bosco, un luogo in cui arrivava luce in mezzo al fitto degli alberi e all’oscurità e nel quale fin dai tempi più antichi le popolazioni del territorio si radunavano per eseguire i riti sacri. Solo successivamente si costruirono i primi templi.

La dea Feronia era garante della concordia fra i popoli confinanti e ogni anno nel lucus si svolgeva un’assemblea religiosa e un importante mercato. Gli scavi archeologici hanno ritrovato molti oggetti votivi, fra i quali le teste di terracotta rappresentanti il donatore e parti anatomiche.

Il tempio e l’area continuò ad essere molto frequentato anche in epoca romana. Nel 211 a. C. il tempio fu saccheggiato dalle truppe di Annibale. “Quindi si diresse al bosco sacro di Feronia, tempio che era allora colmo di ricchezze. I Capenati e gli altri popoli che abitavano nell’area circostante portando colà le primizie dei raccolti ed altri doni secondo le possibilità, lo avevano arricchito di molto oro e argento, di tutti quei doni fu allora spogliato il tempio”. (Tito Livio, Ab urbe condita XXVI, 11, 8-10)

Il santuario continuò ad essere frequentato nei secoli successivi, gli scavi hanno riportato alla luce vasi, statuine, monete, gioielli, oggetti d’uso.

Dopo il sacco di Annibale l’area viene risistemata con la ricostruzione del tempio, con abitazioni e un foro con colonne.

Il culto di Feronia scomparve nel I secolo a. C. probabilmente perché i sacerdoti e i cittadini della zona avevano appoggiato gli insorti italici nella guerra contro Roma (91-88 a.C.). Il tempio e gli edifici furono oggetto di spoliazione per la costruzione della colonia Julia Felix Lucus Feroniae voluta da Silla dopo la vittoria sugli insorti italici.

Il nuovo Foro fu costruito all’interno dell’area sacra e un tempio dedicato a una nuova divinità, la Salus, sostituì il culto di Feronia.

Gli scavi in questa località iniziarono nel 1952 e proseguono nei decenni successivi con numerose interruzioni. Nel 1977 viene costruito il Museo Archeologico Nazionale di Lucus Feroniae che custodisce i materiali provenienti dagli scavi con interessanti ed esaurienti pannelli illustrativi che descrivono anche la vita quotidiana degli antichi romani attraverso gli oggetti rinvenuti.

Il museo e gli scavi si trovano nel territorio di Capena, lungo la via Tiberina, la visita del museo e degli scavi dell’antica città sono gratuiti, per le informazioni si può consultare questo sito.

fiori sulle antiche rovine

Le rovine antiche sono un luogo ideale per la crescita di fiori spontanei, lontano da coltivazioni e diserbanti, anche lo sfalcio non è così solerte! Così in queste prime giornate autunnali visitando le rovine ci si può imbattere in un vero orto botanico!

Fra le rovine dell’antica colonia di Julia Felix Lucus Feroniae di cui parlerò in un prossimo post crescono bellissimi fiori come l’Altea della foto in apertura.

I prati abbondano delle fioriture del finocchio selvatico e della rughetta selvatica.

Ruchetta selvatica

La nepitella (a Roma conosciuta come mentuccia) riempie l’aria tiepida con il suo profumo e riesce a crescere anche nelle fessure degli antichi muri.

Così come le bocche di leone che hanno bisogno di ben poco terriccio per fiorire!

Non è la prima volta che trovo bellissimi fiori sulle rovine, in Marocco la stessa antica città romana di Volubilis aveva preso il nome dal fiore spontaneo che vi cresceva abbondante: il convolvolo.

Sul tempio di Giove Anxur a Terracina crescono violacciocche e ferule che danno un tocco di colore agli imponenti resti.

Gli esempi possono essere ancora moltissimi, le mie visite archeologiche hanno quasi sempre un risvolto botanico! Mi fermo però qui.

San Michele Arcangelo e le grotte

La Montagna dei Fiori è un gruppo montuoso del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, fra le sue pareti il fiume Salinello ha scavato un canyon fra i più notevoli dell’Appennino: è lungo più di 3 chilometri e le sue pareti sono quasi verticali ed in alcuni tratti così vicine da toccarsi quasi. L’ambiente è molto suggestivo e ricco di specie animali rare come l’aquila, il falco pellegrino e il lupo e di una vegetazione che risale al Terziario, prima delle ultime glaciazioni.

L’uomo ha frequentato questa gola fin dalla preistoria lasciando innumerevoli testimonianze delle sue attività e dei suoi culti. I ritrovamenti preistorici si concentrano soprattutto nelle grotte che si aprono nelle sue pareti verticali e che sono da sempre per gli esseri umani oltre che un riparo, un luogo sacro.

In particolare la Grotta di Sant’Angelo, la più grande delle numerose cavità che si aprono nel complesso montuoso, è stata per gli esseri umani un luogo di culto praticamente ininterrottamente dalla preistoria ai giorni nostri.

Le frequentazioni furono più sporadiche nel Paleolitico superiore, divennero maggiori nel Neolitico (4600-4200 a.C.) fino all’Età del Bronzo (II millennio a. C.) quando fu utilizzata come luogo di culto e sepoltura.

La frequentazione riprese nel Medioevo quando monaci eremiti vi si stabilirono e ricavarono celle negli ambienti più piccoli e perfino una cisterna. La sala più ampia della caverna fu adibita a chiesa dedicata al culto di San Michele Arcangelo, aveva due altari, quello superstiteè formato da una pesante lastra di roccia incisa a caratteri gotici, risale probabilmente all’XI secolo.

La grotta è proprietà della chiesa e vi si celebra ancora messa due volte all’anno, il 1° maggio e il 29 settembre per San Michele.

Il culto di San Michele Arcangelo è fortemente radicato nell’Italia centro-meridionale ed è spesso legato a grotte o luoghi impervi e rocciosi. Il santuario a lui dedicato sul Gargano divenne meta di pellegrinaggi provenienti anche da luoghi lontani e viene frequentato anche ai giorni d’oggi.

Il culto si diffuse anche in altre zone dell’Appennino grazie ai pastori transumanti e si sovrappose al preesistente culto di Ercole molto diffuso nella popolazione italica dedita alla pastorizia. Entrambi i protagonisti del culto sono guerrieri, uno armato di spada, l’altro di clava. Caratteristiche queste gradite ai pastori pronti a difendere le greggi dagli attacchi di fiere e predoni. Io ne ho parlato in questo articolo.

Il culto di San Michele si ritrova anche in altre grotte dell’Appennino centrale, sulla Majella, sui Monti Carseolani, a Liscia ed è stato praticato in maniera ininterrotta dal Medioevo.

Greccio, parrocchiale di San Michele Arcangelo

due Parchi centenari

Parco Nazionale del Gran Paradiso, Val di Cogne

Fra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo compiono cento anni i primi due parchi nazionali italiani: il Parco Nazionale del Gran Paradiso e il Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio, Molise.

Intorno al massiccio del Gran Paradiso, fra Valle d’Aosta e Piemonte, la famiglia Savoia aveva una residenza reale di caccia fin dal 1856. Nel 1919 Vittorio Emanuele III si dichiarò disposto a cederla allo Stato purché vi si creasse un parco nazionale. Il Parco fu istituito il 2 dicembre 1922.

L’articolo 1 del decreto legge di istituzione del parco sancisce che la finalità del parco “conservare la fauna e la flora e preservare le particolari formazioni geologiche, nonché la bellezza del paesaggio”.

Val Grisenche

In realtà i primi decenni del parco, che coincisero con l’affermazione del fascismo e poi la seconda guerra mondiale, furono molto difficili in particolare per la caccia ai grandi ungulati che riprese con il bracconaggio. Dopo la guerra erano rimasti solo circa 400 stambecchi. Il loro numero tornò lentamente a salire e questo animale minacciato divenne il simbolo del parco.

Parco del Gran Paradiso, Valsavarenche

Il Parco Nazionale d’Abruzzo, dal 2001 chiamato Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, perché il suo territorio si estende in queste regioni, ebbe origine da un’iniziativa della Commissione per i Parchi Nazionali che nell’ottobre del 1921 affittò dal Comune di Opi 500 ettari della Costa Camosciara in Val Fondillo per farne un’area protetta, ancora oggi questa zona è cuore del Parco, frequentatissima dai turisti.

Val Fondillo

Era proprio in questa zona che trovavano rifugio il camoscio d’Abruzzo, differente da quello delle Alpi, il lupo appenninico e l’orso marsicano, una sottospecie dell’orso diffuso sulle Alpi. Tutte specie un tempo a diffusione più ampia lungo l’Appennino, ma minacciate d’estinzione oltre che dalla caccia anche dalla crescente antropizzazione.

Nel settembre del 1922 una zona di 12 mila ettari divenne ufficialmente Parco Nazionale, il riconoscimento ufficiale da parte dello Stato italiano avvenne nel gennaio del 1923.

Il Parco tutela i grandi mammiferi endemici dell’Appennino, oltre a quelli già citati si aggiunse anche il cervo, un tempo presente fra queste montagne, ma estintosi per la caccia intensa, che fu reintrodotto nel 1971.

Per quel che riguarda la flora il Parco custodisce boschi di faggio pluricentenari che sono diventati Patrimonio Mondiale UNESCO e molte specie endemiche di fiori.

Un patrimonio naturale ricchissimo e insostituibile perché unico in Europa a causa della latitudine e delle specie endemiche che vi sono presenti.

il Parco di Veio

Il Parco Regionale di Veio si estende per quasi 15 mila ettari a nord si Roma, fra la via Cassia a la via Flaminia, per ampiezza è il 4° parco del Lazio.

Si conserva naturalisticamente abbastanza integro, un enorme lembo di campagna romana che costituisce uno dei tanti polmoni verdi che circondano la metropoli, in continuità con altri parchi, come quello dell’Insugherata, quello di Bracciano-Martignano e quello della valle del Treja.

Si estende su colline tufacee, prodotto delle eruzioni dei Vulcano Sabatino, sulle quali i corsi d’acqua hanno scavato nei millenni forre ricche di vegetazione.

Le antiche popolazioni italiche dell’età del bronzo abitavano quella che sarà l’Etruria meridionale, i loro villaggi occupavano le alture isolate con pendii ripidi, facilmente difendibili.

Verso il 1000 a. C. gli abitanti di questi villaggi si riunirono in comunità più grandi, sorsero così gli insediamenti “protourbani” di Orvieto, Vulci, Tarquinia, Cerveteri e la stessa Veio. Da questi insediamenti in seguito si svilupparono le città etrusche.

L’intensa attività archeologica portata avanti nell’area di Veio ha fatto ritrovare un gran numero di necropoli dell’età del ferro (IX-VIII secolo a. C.)

Dal VII secolo a. C. a Veio compaiono le prime case a pianta rettangolare costruite con mattoni crudi e furono costruiti i primi templi.

Veio raggiunse il suo massimo sviluppo fra la fine del VII secolo a. C. e l’inizio del VI, poi iniziarono i conflitti con Roma, città in espansione, ciò portò i veienti a costruire una cinta muraria intorno alla città, fatta di blocchi di tufo.

I conflitti con Roma si inasprirono con alterne vicende fino a che nel 396 a. C Roma non espugnò la vicina. Da allora in poi Veio perderà la sua indipendenza, ma il suo territorio continuerà a prosperare sotto coloni romani o veienti passati al nemico. La città possedeva un centro termale terapeutico con un vicino tempio forse dedicato a una divinità salutare come testimoniato dai ritrovamenti archeologici.

La città fu abitata per più di sedici secoli, fino al medioevo, poi rimarrà terreno agricolo, coltivato ancora ai giorni nostri.

Un luogo piacevole e interessante in cui fare facili percorsi a piedi nel verde a poche decine di chilometri da Roma. Lungo il sentiero si incontrano gli scavi dell’antica città, le tombe nel tufo, le forre ombreggiate da grandi alberi, all’inizio di uno dei percorsi è un vecchio mulino abbandonato.

la rivoluzione dei papiri

I fusti dei papiri affondano le radici nelle acque dello stagno dell’Orto Botanico di Roma.

I papiri sono piante palustri appartenenti alla famiglia delle Cyperacee. Fin dalla preistoria in Egitto con le loro fibre flessibili si fabbricavano corde, stuoie, calzature e ceste. Con i papiri intrecciati e spalmati di bitume era fatto il canestro in cui il piccolo Mosè venne lasciato da sua madre sulle sponde dl Nilo.

Roma, fontana del Mosè a Villa Borghese

Circa 3000 anni fa gli egizi trovarono il modo di fabbricare fogli ricavati dal loro midollo che era tagliato in strisce sottili con le quali si faceva un primo strato orizzontale, sovrapponendo un secondo strato verticale. Con un maglio gli strati venivano battuti in modo che la linfa rilasciata servisse da collante. I fogli erano poi incollati fra loro e arrotolati.

La scoperta rivoluzionò la trasmissione dei testi scritti. Mano a mano che le società del Mediterraneo si alfabetizzavano cresceva il bisogno dei rotoli di papiro che furono esportati dagli egiziani a caro prezzo. Infatti la pianta scarseggiava al di fuori dell’Egitto tanto che divenne una risorsa strategica.

I faraoni detennero il monopolio della lavorazione e del commercio di questi rotoli che rappresentavano un enorme progresso rispetto ai supporti per la scrittura usati precedentemente: pietra, argilla, legno, metallo che erano rigidi e pesanti. Ora gli scritti erano fatti su un supporto flessibile, leggero e facilmente trasportabile.

Paper in inglese, papel in spagnolo e portoghese, papier in tedesco, papir in molte lingue slave, paperi in finlandese. Molte lingue europee usano ancora oggi questo termine per significare carta.

Molte delle notizie di questo articolo le ho prese da un libro esauriente e interessante: “Papyrus, l’infinito in un giunco” di Irene Vallejo, edizioni Bompiani.

alberi spaccasassi

Questo leccio imponente è riuscito a crescere nonostante la presenza della dura roccia vulcanica, le sue radici e il suo tronco si sono insinuati quando erano ancora giovani e sottili in fessure naturali che hanno contribuito ad allargare, stagione dopo stagione, anno dopo anno, sia con la sola pressione meccanica, sia approfittando della naturale erosione dovuta alle piogge, al gelo e al caldo. le radici hanno aggiunto anche un’azione chimica.

Spagna giugno 15 247

Questo Pinus nigra è riuscito invece con il suo sistema radicale poderoso ad ancorarsi e crescere sulla roccia calcarea.

Le radici di questi faggi ci testimoniano tutta la tenace lotta dell’albero per sopravvivere e crescere.

Qualche alberello cerca di sfruttare anche le fessure di città, se non verrà rimosso spaccherà anche l’asfalto.

In questo caso il fico affonda le radici nellaq copertura a volta di un manufatto archeologico, ma si è adattato a crescere capovolto! I rami invece di andare verso il cielo, hanno quasi raggiunto il suolo.

Anche questo enorme albero è cresciuto su antiche rovine ed ha trovato abbastanza nutrimento e spazio per diventare veramente imponente!

Montaperti e le crete senesi

Le crete senesi sono tra i più caratteristici paesaggi toscani, attirano turisti da tutto il mondo e sulle tortuose strade che le attraversano è comune incontrare americani, tedeschi, giapponesi e coreani.

Sono un arido deserto color ocra o grigio che si tinge di verde e giallo in inverno e primavera, il colore dei germogli di grano e dei fiori delle erbe da foraggio. In estate è tutto d’oro per le spighe mature, per poi tornare all’aridità e nudità della terra riarsa e screpolata dopo la mietitura.

Le crete erano il fondale del mare pliocenico emerso e modellato dall’erosione dei corsi d’acqua che formano valli e solchi.

A volte il terreno è stato scavato in ripidi calanchi, dove l’erosione è stata più rapida. Altre volte si formano collinette di colore chiaro chiamate biancane come nel Deserto di Accona. Il loro colore è dovuto alla presenza in superficie di sali minerali, soprattutto solfato di sodio che rendono il terreno poco fertile e inadatto alla coltivazione. L’assenza di copertura vegetale aumenta l’insolazione e accentua il fenomeno della concentrazione di sali in superficie.

Il deserto di Accona è dipinto nell’affresco di Ambrogio Lorenzetti “Effetti del Buongoverno in campagna” (1338-1340) che si trova nella Sala della Pace del Palazzo Pubblico di Siena.

Le colline senesi conservano le fattorie sulla loro sommità e il loro profilo è accompagnato da filari di cipressi piantati lungo le strade di accesso a questi poderi, oggi spesso traformati in resorts di lusso.

Il paesaggio delle colline senesi ha il suo grande fascino e infonde un senso di serenità, ma fu teatro di una battaglia sanguinosissima fra le repubbliche di Siena e di Firenze che ancora a distanza di più di sette secoli ha lasciato uno strascico di rivalità e ostilità fra senesi e fiorentini.

La battaglia si combattè il 4 settembre 1260 nella piana presso il castello di Montaperti, vicino alla confluenza fra il fiume Arbia e il torrente Malena. Erano schierati in campo 15 mila senesi con i loro alleati ghibellini e 30 mila fiorentini con i loro alleati guelfi. L’armata senese riportò una vittoria completa facendo strage dei loro avversari, come canta Dante: “lo strazio e ‘l grande scempio che fece l’Arbia colorata in rosso” Inferno X, 85-86.

Sulla collinetta ornata di cipressi una piramide di pietra ricorda ancora l’evento che i senesi rievocano ancora. La vittoria portò al dominio dei ghibellini sulla Toscana e alla predominanza della Repubblica di Siena sulla scena politica del tempo.

fiori inaspettati

Questi sono fiori inaspettati, sbocciati da piante inaspettate, che si sono piantate da sole sul mio balcone e che io non ho eliminato, ma nemmeno tanto curato, qualche innaffiatura, un po’ di concime ogni tanto, l’estate poi sono lasciate a se stesse.

Nonostante tutto queste povere piante vivono, crescono rigogliose e a primavera fioriscono! Sono crassulacee, adattate a contentarsi di poco e a sopravvivere in condizioni di aridità e povertà del terreno, alcune come il sedum e la kalanchoe hanno poi una straordinaria capacità di propagarsi per via asessuale: al sedum basta piantare una fogliolina per vederla radicare; la kalanchoe porta invece sul margine delle foglie le piantine neonate pronte a radicarsi e crescere appena cadute nel terreno.

Anche la Tradescantia è arrivata chissà come sul mio balcone e continua a espandersi e a fiorire, fa onore al nome con cui è conosciuta: erba miseria, perchè si contenta veramente di poco!

Sono commoventi queste piante! I loro fiori non sono forse così belli come quelli delle piante comprate, ma hanno sicuramente un valore aggiunto, sono molto parche e mi regalano verde per tutto l’anno e fiori in primavera. Ricambierò dedicando loro un poco di cure!

Voci precedenti più vecchie

Favole per bambini

Brevi storie della buonanotte da leggere ai bambini per sognare

fiorievecchiepezze

piante, animali e riutilizzo per lasciare una impronta piccola nell'ambiente

itagnol.com/

Ultime notizie dalla Spagna e dall'Italia

Lipstick On Coffee Cup

L'entusiasmo non é leggerezza. "L'entusiasmo è per la vita ció che la fame é per il cibo".

VOCI DAI BORGHI

Laudabunt alii claram Rhodon aut Mytilenem...

Non Solo Campagna - Il blog di Elena

Il mio mondo, i miei libri, le mie storie

LA MASSAIA CONTEMPORANEA cuoca a domicilio

nel piccolo può fare grandi cose

Nel Mondo del Giardinaggio

Giardinaggio, natura e tanto altro!

Favole per bambini

Brevi storie della buonanotte da leggere ai bambini per sognare

fiorievecchiepezze

piante, animali e riutilizzo per lasciare una impronta piccola nell'ambiente

itagnol.com/

Ultime notizie dalla Spagna e dall'Italia

Lipstick On Coffee Cup

L'entusiasmo non é leggerezza. "L'entusiasmo è per la vita ció che la fame é per il cibo".

VOCI DAI BORGHI

Laudabunt alii claram Rhodon aut Mytilenem...

Non Solo Campagna - Il blog di Elena

Il mio mondo, i miei libri, le mie storie

LA MASSAIA CONTEMPORANEA cuoca a domicilio

nel piccolo può fare grandi cose

Nel Mondo del Giardinaggio

Giardinaggio, natura e tanto altro!

ciboefilosofia

"Fa del cibo nello stesso tempo qualcosa di normale e di straordinario, di quotidiano e di eccezionale, di semplice e di speciale".

semplicemente homemade

Your Home Decor Gifts - cucito creativo,scrapbooking,bomboniere,home decor

Noi Facciamo Tutto In Casa

Ricette di casa nostra, tradizionali e innovative

gioiellidiale

gioielli(e non solo) in ceramica raku,creazioni in maglia e uncinetto e dolcini naturali!

In viaggio con Valentina

Tra vent'anni non sarete delusi dalle cose che avete fatto ma da quelle che non avete fatto. Allora levate l'ancora, abbandonate i porti sicuri, catturate il vento nelle vostre vele. Esplorate. Sognate. Scoprite (Mark Twain)

Dolce & Salato Senza Glutine

La mia cucina è la mia passione... cucinare mi rilassa e adoro cucinare per me, ma soprattutto per la mia famiglia..

londarmonica

studio e ricerca: voce parlata - voce cantata - pratica strumentale