i Parchi di Roma Natura

In primavera le giornate miti, i prati fioriti, gli alberi che mettono le prime foglie inducono a passeggiare nel verde.  Roma, contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, è una città ricca di verde, con una rete di Parchi naturali e di aree protette che non ha uguali al mondo. Un territorio solcato dalle acque del Tevere e dei suoi affluenti, con millenni di storia, dove ancora prima di Roma vivevano Etruschi e Sabini, in esso la natura, il lavoro dell’uomo e l’archeologia convivono.

L’Ente Regionale RomaNatura gestisce questo vastissimo territorio di ben 14 mila ettari, che comprende 9 Riserve Naturali, 2 Parchi Regionali, 3 Monumenti naturali e un’Area Marina Protetta. È quello che resta della Campagna Romana ritratta fra ‘800 e ‘900 da artisti provenienti da tutta Europa.

A poche decine di metri da aree trafficatissime e densamente popolate della capitale è possibile immergersi in oasi di tranquillità in cui si può passeggiare, correre, andare in bicicletta.

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Parco dell’Aniene

Si incontrano  resti di acquedotti, necropoli, ville, strade e ponti romani, torri medioevali, inseriti in un paesaggio di campi coltivati, greggi al pascolo, con le montagne della Sabina che si vedono all’orizzonte.

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Riserva Naturale della Marcigliana

Alcune torri e casali dopo essere stati ristrutturati ospitano le sedi del parco.

Casa del Parco della Riserva Naturale della Marcigliana

 

Torre di Perna (sec. XV d. C.) Parco di Decima Malafede

La fauna e la flora spontanea sono ricche di diversità biologica. Si alternano zone coltivate a zone di macchia mediterranea; dove i fiumi o le “marrane” creano zone umide cresce la vegetazione ripariale con  cannucce, tife, pioppi, salici, olmi. Nei fossati crescono le lenticchie d’acqua e l’iris acquatico.

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Parco dell’Aniene

Nelle zone protette vivono molti animali selvatici, è possibile incontrare l’istrice e la volpe, nel fiume e nei canneti vivono e nidificano germani reali, aironi cinerini, martin pescatori, cormorani, gruccioni ed altre specie legate all’acqua.

Molti giovani alberi appartenenti alle specie autoctone come lecci, corbezzoli e aceri furono piantati nel territorio del Parco per compensare le emissioni di anidride carbonica sul territorio italiano, secondo gli intenti del protocollo di Kyoto.

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Parco dell’Aniene

Molte della aree conservano quella vocazione agricola che fa del Comune di Roma il primo comune agricolo d’Italia. Molte delle aziende agricole sono coltivate secondo i criteri dell’agricoltura biologica e presso i loro spacci è possibile acquistare prodotti alimentari biologici a chilometro zero.

Parco di Decima Malafede

giganti con le radici

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Gli alberi sono i più grandi esseri viventi esistenti sulla Terra, alcuni sono anche i più longevi, arrivando a vivere migliaia di anni.

Con il loro apparato radicale che li àncora saldamente al suolo scendendo spesso a profondità considerevoli e la loro corteccia che li protegge e offre un rivestimento solido riescono a elevarsi da terra per decine di metri. Per questa loro caratteristica sono sempre stati venerati dagli esseri umani fin dall’antichità,  erano consacrati ad una divinità e spesso sotto la protezione della loro chioma si svolgevano i riti sacri.

Per i Greci la quercia, simbolo di forza e di longevità, era sacra a Zeus. Anche i Romani, i Celti e gli Slavi l’associavano al dio supremo del loro Pantheon.

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oasi di Pian sant'Angelo (10)

Fra le tante specie di querce i lecci sono tipici della regione mediterranea, sono alberi sempreverdi, a crescita lenta, spesso tagliati perché forniscono un ottimo legname e per far posto al pascolo, ma dove qualche esemplare è riuscito a sopravvivere alla scure e al fuoco può raggiungere dimensioni veramente considerevoli ed un’età pluricentenaria.

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Le querce da sughero ancora sono allevate per la loro corteccia, che viene loro tolta ogni sette anni. Nonostante questo le renda più esposte alle malattie si incontrano ancora esemplari imponenti.

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Quercia da sughero

Sughereta di San Vito

Le faggete dei nostri monti ci regalano scorci di bellezza e maestosità, anche se l’uomo ha abbattuto o bruciato fin dai primi millenni della pastorizia i fittissimi boschi esistenti sulle nostre montagne per avere pascoli per il bestiame.

I faggi che si incontrano ai giorni nostri sono spesso grandi individui isolati, ma a volte si riesce a trovare un bosco abbastanza fitto, con esemplari secolari ed è piacevole camminare, anche se la salita si fa ripida, con la frescura ed il profumo della terra ricca di humus. Bosco che cambia colore con le stagioni, bianco sotto la neve in inverno, marrone chiaro in primavera, quando le foglie sono ancora avvolte nelle brattee che le riparano da improvvisi ritorni di gelo, ma il sottobosco ospita i primi fiori che sbocciano dopo lo sciolsersi della neve, verde brillante in estate, dorato in autunno.

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Questo enorme esemplare delle foreste molisane, soprannominato a buona ragione “Re Faione,” raggiunge i 25 m di altezza ed ha un diametro di 6,40 m, si stima abbia più di 500 anni ed è stato incluso nella lista degli alberi monumentali d’Italia.

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I castagneti secolari sono quello che resta delle antiche coltivazioni che hanno sfamato generazioni e generazioni di gente di montagna che poteva contare sul calorico frutto per tutto l’inverno.

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Nonostante l’abbandono delle nostre montagne rimangono ancora esemplari giganteschi che portano il fascino dei secoli sulla loro corteccia contorta.

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L’olivo è un altro albero legato alla storia dell’uomo, coltivato da millenni. Ancora si incontrano nelle nostre campagne esemplari secolari, nonostante le malattie, l’incuria e il furto di grandi esemplari per lo stupido desiderio di sfoggiarlo nella propria seconda casa.

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Venafro (10)

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In città alberi storici sfidano i secoli come i cipressi di Michelangelo che l’artista piantò nel chiostro dell’ex Convento dei Certosini, all’ingresso del Museo Nazionale Romano delle Terme di Diocleziano (Piazza dei Cinquecento). È sorretto da un’impalcatura di ferro dopo che fu colpito da un fulmine, ma è ancora vitale.

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Giganteschi sono anche alcuni alberi delle ville storiche di Roma, come questo cedro

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o i romanissimi pini a ombrello.

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Alcuni giganti hanno invaso con le loro radici antiche città abbandonate dall’uomo, come questo che cresce sulle rovine di Castel Foiano, presso Calcata (Vt).

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I grandi olmi pare stiano scomparendo a causa della grafiosi, la malattia trasmessa da un insetto del legno, che impedisce a questi alberi maestosi di superare una certa altezza, ma questo vecchio e imponente esemplare ancora riesce a emettere nuove foglie in primavera.

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Un solo esemplare di questi giganti è un microcosmo in cui vivono innumerevoli specie diverse di vertebrati ed invertebrati, alcune delle quali compiono l’intero ciclo vitale sull’albero. Anche un gigante ormai morto ospita sul suo tronco ancora per decenni una enorme varietà di specie viventi sia animali che vegetali.

vecchi tronchi 3

fiori di pervinca

Una sorpresa piacevole di inizio primavera, sotto la gigantesca quercia centenaria sono fiorite le pervinche che come un tappeto hanno ricoperto il terreno su cui ancora persiste un tappeto di foglie secche. D’inverno erano presenti le foglie coriacee, ma è solo in primavera che diventano ben evidenti con i loro innumerevoli fiori azzurri.

So perché sempre ad un pensier di cielo
misterïoso il tuo pensier s’avvinca,
sì come stelo tu confondi a stelo,
vinca pervinca;

……………………………………….

(Giovanni Pascoli, Pervinca)

È un fiore che mi ha sempre affascinato per il suo colore azzurro violaceo, molto bello e particolare, tanto che si usa per indicare quella sfumatura, il color pervinca, che caratterizza gli occhi di qualcuno o il cielo in qualche circostanza, mi è sempre sembrato molto romantico ed evocativo.

La pervinca appartiene alla famiglia delle Apocinacee, la stessa dell’oleandro e come questo è una pianta tossica. Ama i luoghi ombrosi e freschi, come appunto il sottobosco dei querceti.

Con i suoi fusticini striscia sul terreno a cui si àncora con le radici  emesse via via che la pianta cresce, arrivando a tappezzarlo per vasti tratti. A volte riesce ad arrampicarsi, se trova un sostegno. Forse il suo nome deriva proprio dal latino  vincire (legare).

fiori di marzo

I primi fiori di primavera, i fiori di marzo, quelli che sbocciano non appena le giornate si allungano e si fanno più tiepide, sono per la maggioranza gialli, adatti ad attirare le prime specie di insetti impollinatori che approfittano delle ore di sole per far provvista di nettare.

Le primule anche nel nome ricordano la loro fioritura precoce, pronte a sbocciare nel sottobosco sbucando da un letto di foglie secche,

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come i crochi, le viole e le pratoline che hanno il cuore giallo: gli stami dove si trova il prezioso polline.

Monte Macchia Porrara

Monte Macchia Porrara 016 (3)

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Belle sorprese ci offrono i nostri campi in queste prime giornate di primavera, che si accendono del colore vivace dei ranuncoli

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e delle siepi del gelsomino giallo, che ha sfidato il freddo.

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I narcisi sono spuntati spontaneamente ed ogni anno fioriscono sempre più abbondanti davanti a casa.

narciso

Il giallo della mimosa è quello che richiama a tutti questi primi giorni di marzo e la Festa della Donna. Buon 8 marzo a tutte e un pensiero a tutte coloro che hanno subìto e continuano a subire soprusi e violenze per il solo fatto di essere donne e alle giovani che lottano per trovare la loro strada.

mimosa

il parco urbano di Monte Mario

Roma è una città ricca di verde urbano e anche a poche centinaia di metri dal traffico congestionato è possibile fare belle e tranquille passeggiate nel verde. Uno di questi luoghi è il Parco Urbano di Monte Mario gestito dall’Ente Regionale Roma Natura.

Monte Mario è il rilievo più alto della città con i suoi 139 metri. La sua natura geologica è diversa dai famosi sette colli che furono originati dal materiale eruttato dal vulcani dei Colli Albani. Fino a un milione di anni fa l’area su cui sorge Roma era completamente sommersa dal mare che arrivava a lambire i Monti Sabini. Dopo l’abbassamento del livello del mare l’attività vulcanica ricoprì i sedimenti marini, ma nelle zone più distanti, oltre il Tevere, questi sedimenti sono rimasti con le loro testimonianze di fossili marini. Monte Mario è infatti un importante giacimento fossilifero di cui parlò perfino Leonardo da Vinci.

Il Monte Mario nell’antichità rimase fuori dal perimetro della città, ma nobili e ricchi romani al tempo dell’impero vi fecero costruire le loro ville.

Nel Medioevo vi passava la via Francigena che veniva percorsa dai pellegrini provenienti dalla Francia. Attualmente si sono recuperati molti chilometri di questa via, che arriva a San Pietro.

Le entrate al Parco sono numerose, noi siamo entrati da quella di via Teulada. Altre entrate sono su via Triofale. Oltre che passeggiare nel parco si può accedere con le biciclette.

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Da lì il percorso si svolge in salita fra boschi di lecci, sughere, querce, ornielli, con cespugli tipici della macchia mediterranea e piante ombrofile come l’acanto o il capelvenere.

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Salendo la vista si apre sullo splendido panorama di Roma, con il cupolone sullo sfondo.

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La strada porta a Villa Mazzanti, fatta costruire nella seconda metà del 1800, che conserva decorazioni con scene allegoriche e motivi ornamentali. Attualmente è sede dell’Ente Regionale Roma Natura che gestisce il sistema di Aree Naturali Protette del Comune di Roma.

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Fuori dal recinto del Parco è possibile raggiungere l’Osservatorio Astronomico e Meteorologico di Roma.

la nuova vigna

Grandi lavori nel nostro terreno questo inverno per impiantare una nuova vigna ad integrazione di quella che piantammo più di venti anni fa: poche decine di viti per fare il vino per la nostra famiglia. Una grande fatica, ma anche una grande soddisfazione!

La nostra zona ha una tradizione vinicola antichissima, che risale al tempo degli Etruschi e dei vicini Umbri, i vigneti crescono su terreni argillosi ricchi di gusci di conchiglie fossili, rimuovendo il terreno se ne trovano in quantità. Sono testimoni della presenza di un mare antico quasi tre milioni di anni che arrivava a lambire la catena dei Monti Amerini.

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Gli Etruschi erano buoni viticoltori, esperti nell’arte dell’innesto e nella disposizione degli impianti; erano apprezzati per questa loro abilità in tutto il bacino del Mediterraneo. Coltivavano con la tecnica della “vite maritata” in cui il tutore era un albero, ne rimangono ancora esempi nel territorio.

vite maritata

Ora si preferisce la tecnica “a tutore morto” come facevano gli antichi Greci: le viti sono sorrette da pali che nel nostro territorio devono essere alti per evitare che i numerosi cinghiali facciano scempio dei grappoli maturi.

Noi non siamo degli esperti, impariamo facendo e quindi abbiamo impiegato più tempo del normale a misurare il terreno per piantare i picchetti di riferimento per fare le buche, poi abbiamo dovuto bruciare esternamente la punta dei pali che andrà sottoterra per indurirla ed evitare che marcisca. Mi ha fatto venire in mente Ulisse che intrappolato nell’antro di Polifemo, indurisce sul fuoco un palo con cui accecare il ciclope. Anche per noi è stato un lavoro veramente “ciclopico”!

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Il lavoro meno gravoso è stato comprare le barbatelle, le talee di vite radicate, provviste perciò di “barba”.

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Per fortuna le buche le ha fatte la pala meccanica, ma il lavoro non è mancato comunque, fra sostenere i pali nel giusto punto, misurare di nuovo le distanze e collocarli in maniera perfettamente verticale.

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Alla fine il risultato è questo: tre filari di pali vicino ai quali piantare le barbatelle.

impianto vigna

A questo punto l’ultima fatica: mettere a dimora le piantine con attenzione e cura perché ognuna sia posta nella posizione più favorevole a ricevere il sole e abbia la terra ben aderente alle radici, affinché fra qualche settimana, al momento del risveglio vegetativo, possa svilupparsi nel migliore dei modi.

E così  il vino che verrà porterà in sè una geografia di milioni di anni, una storia millenaria, oltre che la nostra fatica.

 

 

 

 

cortecce

olmo

La corteccia degli alberi è un po’ come la loro pelle, protegge le parti interne del tronco, dei rami e delle radici, le più delicate e vitali. Inoltre dà sostegno alla pianta che a volte è veramente imponente e grazie a questo rivestimento solido e resistente riesce a puntare diritto verso il cielo anche per decine di metri sfidando la forza di gravità e si mantiene eretta e ben salda al suolo.

pini

La sua consistenza varia molto, esistono cortecce rugose e fessurate ed altre lisce e perfino soffici al tatto. Gli alberi più vecchi ne hanno una spessa e estremamente contorta.

castagno

Variano anche lo spessore e il  colore che va dal bianco candido della betulla, ai diversi toni del marrone e del rosso.

betulle

olivo

Fra le sue fessure si installa tutto un mondo, dai licheni

lichene

 agli insetti che spesso svernano sotto i suoi strati, ai funghi del legno,

vecchi tronchi

all’edera che riesce così a crescere vigorosa e grazie al sostegno dell’albero tende sempre più in alto,

edera

a piante come il vischio i cui semi appiccicosi sono trasportati sugli alberi dagli uccelli e in qualche fessura della corteccia riescono a germinare così che la pianta si sviluppa a spese dell’albero parassitato.

vischio

In alcuni alberi come il platano gli strati superficiali si staccano in placche, portando via parassiti e sostanze nocive. È forse per questo che il platano resiste bene all’inquinamento tanto da essere spesso usato nelle alberature stradali.

platano

Incidere la corteccia o strapparla danneggia la pianta perché da quella ferita possono penetrare parassiti di ogni genere. Gli esseri umani tuttavia la hanno utilizzata nei millenni della loro storia per gli usi più diversi, quello più conosciuto è quello del sughero.

La quercia da sughero ha una corteccia elastica, spessa e porosa, utilizzata per fare tappi, rivestimenti isolanti, galleggianti e ogni sorta di oggetto diverso. Si può perfino tagliare in fogli tanto sottili da farne una stoffa per abiti, simile a pellame morbido. Si può levare senza far morire l’albero, a condizione che ciò avvenga  solo ogni 7-10 anni. Gli alberi così denudati hanno un aspetto impressionante, di un rosso sanguigno, sembrano uomini cui sia stata tolta la pelle.

quercia da sughero

Anche le cortecce di altri alberi come quelle del tiglio e del tasso, in passato sono servite per confezionare abiti, corde e altri manufatti, perché fibrose, elastiche e resistenti.

Dalla corteccia dei castagni, e da quella delle querce, si estraeva il tannino per la concia delle pelli e per usi farmaceutici.

castagni

Ancora oggi nella dehesa della meseta spagnola i lecci vengono potati drasticamente per utilizzare il legname a questo scopo o come combustibile.

lecci

La corteccia interna della betulla è commestibile e quella esterna. che è impermeabile, è sempre stata usata dalle popolazioni nordiche per fare scarpe, canoe e contenitori.

La corteccia del salice contiene l’acido salicilico che preserva i cibi conservati dalle muffe ed è il principio attivo di molti farmaci antinfiammatori come l’aspirina. Da quella dell’albero tropicale di china si estrae invece il chinino usato contro la malaria.

La corteccia dei rami più sottili del Cinnamomum zeylanicum, un piccolo albero di origine orientale, è quella che noi conosciamo come cannella che profuma cibi e bevande e dà loro un sapore inconfondibile.

 

fuochi e focolari

In inverno è piacevole leggere, chiacchierare o semplicemente oziare vicino al focolare. Un tempo era il centro della vita familiare, nell’unica stanza che serviva da cucina, soggiorno, stanza da pranzo, tanto che in italiano si usava la parola fuoco o focolare per indicare un nucleo familiare. Termine che per noi è ora desueto, ma viene ancora utilizzato dagli spagnoli per i quali hogar significa ancora casa intesa sia come appartamento che come luogo di residenza del nucleo familiare.

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Oltre che questo significato il fuoco ne aveva anche altri legati a riti di purificazione e rinnovamento intesi a propiziare una nuova annata agricola ricca di messi. In periodi diversi della stagione invernale alcune di queste manifestazioni si sono conservate, in molte zone d’Italia si accendono falò la sera dell’Epifania, a volte bruciando un fantoccio che rappresenta una vecchia strega. In altre zone i falò si accendono per Sant’Antonio Abate il 17 gennaio, in altri a Carnevale.

Questo grande valore simbolico ha il suo significato anche ai nostri giorni, se tante feste che li vede protagonisti continuano a essere celebrate. Con il fuoco si distrugge simbolicamente ciò che è vecchio e si traggono auspici per i raccolti futuri. ma soprattutto il fuoco mette allegria soprattutto se si è in compagnia.

la Riserva del Monte Orlando a Gaeta

Il Monte Orlando è un promontorio roccioso che domina la città di Gaeta e la divide a metà. Immerso nella macchia mediterranea è diventato parte del Parco della Riviera d’Ulisse, che già dal nome suggerisce una storia antichissima che affonda le sue radici nella leggenda.

È una bellissima passeggiata piacevole in ogni stagione, anche in inverno perché il clima resta mite e la vegetazione mediterranea conserva il suo verde. In estate poi il bosco di lecci che copre gran parte della sua superficie insieme a pini e roverelle offre refrigerio e tranquillità dopo la vita di spiaggia.

Il promontorio termina con una impressionante falesia a picco sul mare, che da decenni è diventata palestra di roccia attrezzata dal Club Alpino Italiano.

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Sulla falesia crescono aggrappati alle rocce e affacciati sullo strapiombo pini d’Aleppo, palme nane e malvoni delle rupi.

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Impressionante è anche la cosiddetta Montagna Spaccata, una stretta e profonda fenditura nella roccia nelle vicinanze della quale sorse il Santuario della Santissima Trinità,

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e la Grotta del Turco che si apre direttamente sul mare e alla quale si accede attraverso una scala scavata nella roccia.

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Le rocce calcaree che formano il promontorio si sono formate nel Cretacico, in un ambiente di mare caldo e poco profondo, la piattaforma sottomarina si è poi sollevata emergendo durante il processo di formazione dell’Appennino.

I gusci calcarei degli organismi che la popolavano si sono fossilizzati e molti di questi fossili sono ben riconoscibili come queste rudiste, molluschi che vissero fra i 150 e i 65 milioni di anni fa e la cui presenza nelle rocce contribuisce a determinarne l’ antichità.

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Il comodo sentiero nel bosco e nella macchia profumata di allori, viburni, lentischi e mirti, si affaccia spesso sulle falesie a picco sul mare, all’orizzonte si possono vedere le Isole Ponziane. Da alcuni punti si vede invece la città di Gaeta e il suo golfo che il Monte Orlando taglia in due, con la bella spiaggia di Serapo da un lato

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e il porto e la città medioevale dall’altro.

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Gaeta ha una storia millenaria, l’ampio golfo fu scalo degli antichi navigatori come ci cantano Omero nell’Odissea e Virgilio nell’Eneide (secondo Virgilio il nome della città risalirebbe a Caieta, nutrice di Enea che qui fu sepolta). In epoca romana fu porto e la bellezza della costa indusse molti ricchi romani e gli stessi imperatori a farvi costruire splendide ville.

Sulla cima del promontorio sorge il Mausoleo di Lucio Munazio Planco che fu uno dei più noti generali di Cesare, fondatore delle città di Lugdunum (Lione) e Augusta Raurica (Augst) presso Basilea.

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Durante la passeggiata si incontrano testimonianze della storia più recente della città che fu porto strategico del Regno dei Borbone: bastioni, piazzole di sparo e polveriere utilizzate fino alla seconda guerra mondiale e ora trasformate in musei. Gli orari di apertura si possono trovare sul sito dei Parchi del Lazio.

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I sentieri sono ben segnalati, con indicazioni e pannelli informativi. Sono percorribili anche in mountain bike o a cavallo. In estate è possibile anche aggiungere itinerari subacquei negli splendidi fondali profondi fino a 40 metri.

riprodursi senza seme

Molte piante si riproducono anche per via non sessuale, cioè senza fiori, impollinazione e semi, in questo modo le piante figlie sono geneticamente identiche alla madre.

La riproduzione asessuale ha l’indubbio vantaggio di consentire di riprodursi anche senza un partner, e poiché le piante non sono mobili ciò rende la riproduzione possibile anche per individui che crescono isolati. Questo tipo di riproduzione però non consente un rimescolamento dei geni e quindi una diversità nell’ambito della specie. In genere però la stessa pianta è in grado di riprodursi sia sessualmente che vegetativamente, in questo modo ottiene un doppio vantaggio.

Ci sono moltissimi sistemi di riproduzione per via vegetativa, ad esempio la fragola e il rovo si riproducono oltre che con fiori e semi anche per stoloni, i loro lunghi rami flessibili strisciano sul terreno ed emettono delle radici che penetrano nel terreno e generano piante indipendenti. I rovi infatti possono diventare piante decisamente infestanti!

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Anche i rizomi generano nuove piante, sono fusti orizzontali che si espandono sottoterra per poi emergere a una certa distanza dalla pianta madre generando nuovi individui. È il caso degli iris, degli asparagi, dello stracciabraghe,

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Smilax asper, Stracciabraghe

ma anche della gramigna e dei convolvoli che proprio grazie a questa loro proprietà diventano fastidiose infestanti dei campi coltivati.

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Le talee sono ben conosciute da chi cerca di propagare le proprie piante da giardino, sono rametti, foglie o radici che interrate generano nuove piante. Si ottengono talee dai gerani, dalle rose, dalle violette africane, dei pothos, ma anche dalle viti.

Anche i bulbi di tante Liliacee sono un modo per riprodursi asessualmente, gli spicchi di una testa d’aglio ne sono un esempio ben conosciuto.

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Come ben conosciuti sono i tuberi, fusti carnoso sotterranei ricchi di sostanze di riserva che vengono utilizzate per produrre nuove radici e un nuovo fusto. le patate ne sono un esempio conosciuto da tutti, come conosciuta è la loro tendenza a “cicciare”, cioè a emettere i germogli delle nuove radici.

Alcuni alberi emettono polloni, rami che si sviluppano direttamente sul tronco o sulle radici. Sono tipici dell’olivo e dei prugni; l’olivicoltore ha il suo daffare per toglierli periodicamente perché le piante se devono allevare troppa vegetazione  producono meno frutti.

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Un curioso modo di riproduzione vegetativa è quello della Kalanchoe che porta sui margini delle foglie numerosissime minuscole piantine provviste anche di una piccolissima radice. Le piantine cadono sul terreno e radicano crescendo poi in poco tempo.

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