nuovo incontro pungente

Gli istrici vivono indisturbati nel nostro terreno, la mattina ci sono sempre nuove buchette scavate per cercare radici ed io immancabilmente ci finisco con un piede dentro! Sono roditori grossi e voraci e il nostro orto deve sempre essere protetto da una rete continua, bassa ma interrata vista l’attitudine di questi animalei a scavare!

Però non mi era mai capitato di vedermelo davanti, calmo e tranquillo in pieno giorno, di solito sono notturni! Se ne stava calmo e tranquillo vicino al marciapiede di casa, mi ha guardato senza allarmarsi e poi ha continuato a rosicchiare le foglie che gli piacevano. Come se fosse a casa sua e io fossi un ospite tutto sommato abituale ed innocuo.

Masticava e masticava, tanto che potevo sentire il rumore delle sue mandibole e si è allontanato con calma solo quando ha finito, mettendosi a cercare altri vegetali appetitosi poco oltre.

Tanti incontri con animali selvatici avvengono in campagna, già la nostra auto era stata infilzata da uno di questi roditori,

lo avevo raccontato qui ma questo incontro ravvicinato è stato unico nel suo genere!

la natura è grande

Oggi è il solstizio d’estate, il primo giorno dell’estate astronomica, i giorni intorno al solstizio sono più lunghi dell’anno e la natura è al massimo del suo splendore!

La natura è grande nelle grandi cose ma è grandissima nelle piccole”. Plinio il Vecchio

 

piante palustri

Oasi di Ninfa

Le piante palustri sono molto particolari, alcune vivono completamente sommerse come i Potamogeton e il Mirifillo che emergono solo durante la fioritura e la fruttificazione.

Oasi di Ninfa

Altre hanno il fusto sott’acqua a volte molto lungo e le radici che le ancorano al terreno sommerso, mentre le foglie e i fiori emergono e galleggiano, come nel caso delle bellissime ninfee, chiamate come le antiche divinità dei fiumi.

Palude di Annibale, Colfiorito

I canneti sono molto frequenti sulle sponde di laghi e fiumi, possono avere il fusto sommerso fino a 2 metri di profondità.

Lago di Fondi (Lt)

Lago Trasimeno (Pg)

Palude di Annibale (Colfiorito, Pg))

Alcune piante acquatiche non sono originarie dei nostri territori, ma una volta importate sono diventate specie invasive come questi giacinti d’acqua (Eichhornia crassipes) originari dell’Amazzonia che a causa del loro elevato tasso riproduttivo sono considerate fra le cento specie più dannose al mondo.

Stagno di Cabras (Or)

Altre piante colonizzano le rive come i giunchi, gli zigoli e gli equiseti. Questi ultimi conosciuti anche come code di cavallo per il loro aspetto, sono piante molto antiche, sono stati ritrovati fossili risalenti a quasi 400 milioni di anni fa. Non si propagano con organi sessuali maschili e femminili come le piante più evolute, ma attraverso spore. Vivono in terreni umidi e semisommersi.

Equiseti, Giardino Botanico di S. Eufemia a Maiella

Anche alcune specie di alberi vivono bene vicino all’acqua, sono i salici, i pioppi, gli ontani.

Salice bianco, Salix alba

 

 

 

 

 

 

sacchetti di stoffa per la lavanda

La nostra piccola piantagione di lavanda è al suo secondo anno di vita, quest’anno il raccolto sarà più abbondante. Approfittando del riposo forzato ho cucito tanti sacchettini per contenerla, utilizzando tutti i ritagli di tessuto che conservo.

Quelli bianchi li ho decorati con applicazoni a crochet

Questi sono invece i sacchetti ricamati che feci anni fa.

il tempo dei papaveri

Stanno fiorendo i papaveri! Questi fiori allegri e cantati dai poeti e dipinti dai pittori come simbolo dell’estate, sono stati perseguitati dagli agricoltori come competitori delle piantine di grano, tanto che negli ultimi decenni sono quasi spariti dai campi riuscendo a sopravvivere solo “sull’orlo dei fossi” o in campi abbandonati che vengono infiammati dalle sue fioriture.

In città approfittano di qualunque fazzoletto di terra e “infiammano” anche gli spazi fra i guardrail. Si tratta del papavero comune o rosolaccio (Papaver rhoeas).

Un tempo da bambini ci diverivamo a premere su una mano la capsula dell’ovario che ci stampava l’impronta di una stellina. Da quell’ovario si svilupperanno migliaia di minuscoli semi, a maturità il coperchio della capsula si solleverà e i semini si dissemineranno ovunque trovino un poco di terra. Sono usati anche in cucina per i dolci come questi globi, una ricetta nientemeno che ci viene da Catone il Censore!

Anche le foglie si possono usare in cucina per minestre o per condire la pasta. Io le uso così.

Anche il papavero comune contiene in minime percentuali i principi oppiacei del papavero da oppio, ma la quantità è talmente ridotta che se ne può mangiare senza problemi, anche in abbondanza.

Infine ecco come portare un poco di colore in cucina con questo papavero a crochet da applicare a una presina o su uno strofinaccio. Le spiegazioni per farlo le ho scritte qui.

la natura dal balcone di casa

Non è molto vario il mio orizzonte dal balcone di casa, ma in mancanza di meglio c’è da godere del verde e delle fioriture delle mie fioriere e degli alberi dei giardini vicini, il che non è poco, il mio è infatti un quartiere piuttosto verde.

Soprattutto c’è pochissimo movimento di umani e grande attività di bestiole, da qui vedo soprattutto uccelli, nel pieno del loro periodo riproduttivo.

I passeri sono tornati numerosi dopo molti anni che non si vedevano, forse insidiati da altre specie più aggressive. Frequentano volentieri il mio terrazzo ripulendolo accuratamente delle briciole che vi spargo. Cinguettano fra loro, si chiamano e sono vivacissimi.

Le cornacchie grigie sono immancabili, piuttosto invadenti e sguaiate, a volte ingaggiano vere e proprie battaglie con i gabbiani, altri uccelli invadenti e ormai ubiquitari in città.

I pappagalli verdi si sono molto diffusi anche loro negli ultimi anni competendo per i siti di riproduzione e il nutrimento con uccelli più piccoli e timidi. Formano colonie affollate e chiassose nei parchi. Io li vedo sfrecciare a notevole velocità nella mia strada, in realtà loro non si vedono perchè in un attimo sono scomparsi, si sente però il loro garrire e il sibilo dell’aria spostata.

Da qui sento il tubare delle tortore e dei piccioni, sono anche loro piuttosto invadenti ed hanno colonizzato le città non sempre graditi.

Tortora dal collare

Qualche storno fischia sulle antenne, le cince si chiamano quando trovano cibo.

All’alba e all’imbrunire si sentono i merli fischiare, zirlare, chioccolare, sono simpatici e sempre in coppia. Qualcuno si azzarda sul mio balcone a contendere le briciole ai passeri.

Da pochi giorni sono tornati anche i rondoni, li vedo volare altissimi nello spicchio di cielo che mi è dato vedere. Ogni anno per fortuna riempiono il cielo del quartiere con il loro garrire allegro.

Ho visto sui social foto e filmati di animali insoliti in città che si riappropriano degli spazi prima occupati dagli umani e dalle loro automobili. Perfino una giovane aquila apparsa nel cielo di Milano! Gli animali non devono rispettare chiusure e si godono questa primavera insolita.

passeggiate virtuali nel verde

In questi giorni di #ioresto a casa si sente prepotentemente la voglia di verde, soprattutto ora che si avvicinano quelle che sarebbero state le vacanza di Pasqua. Ecco allora qualche passeggiata virtuale, con la speranza di fare presto quelle reali.

La ferrovia abbandonata di Narni, lungo il fiume Nera.

Le faggete e le rocce calcaree bianche e aspre del nostro Appennino.

Le fioriture primaverili ed estive

I sentieri fra luce e ombra.

Il grano che germoglia

le risaie

e i campi di girasoli.

Gli scorci mozzafiato attraverso la macchia mediterranea.

Le vestigia del passato che emergono fra la vegetazione.

I ruscelli fra il verde,

i particolari che emergono dal bosco.

Fra poco riprenderemo le nostre passeggiate e ce le godremo ancora di più, intanto auguro a tutti

Buona Pasqua!

la resilienza dei salici

Un esempio di resilienza dal mondo vegetale: i salici sanno trasformare un evento negativo in un’opportunità di crescita futura.  Questi alberi sono  molto frequenti in ambienti umidi, lungo le sponde dei fiumi e tra le golene fluviali, aree saltuariamente invase dalle acque. Sono perciò adattati a questa condizione, le loro radici robuste e profonde infatti li ancorano al terreno e i loro rami flessuosi resistono alla forza della corrente.

A volte però la corrente riesce a strappare dei rami che vengono trasportati lontano. Prima o poi la furia delle acque si acquieta e i rami strappati si spiaggiano, rapidamente però sono in grado di emettere radici, poi gemme e foglie dando origine ad una nuova pianta.

Come se ciò non bastasse questi alberi sono molto resistenti all’inquinamento e tolleranti nei confronti del vento forte. Sono inoltre conosciuti da tempo come piante medicinali, perché contengono nella corteccia la salicina, glucoside con proprietà antinfiammatorie e febbrifughe, principale componente dell’aspirina con il nome di acido salicilico. Insomma un albero prezioso!

Salice bianco, Salix alba

 

 

fior di corniolo

È il primo anno che il nostro giovane corniolo fiorisce in tanti mazzetti di fiori gialli che si schiudono prima che compaiano le foglie e spiccano sui rami nudi, molto attraenti per gli insetti impollinatori che escono dall’inverno ed hanno bisogno di zucchero.

Il corniolo (Cornus mas) è un alberello, spesso ad andamento cespuglioso che cresce spontaneo in Italia, soprattutto in suoli calcarei. Il suo nome latino probabilmente rimanda alla durezza del legno, paragonata a quella del corno. Un’altra specie dello stesso genere ha un legno ugualmente duro, il sanguinello (Cornus sanguinea) che prende il nome dalla corteccia rosso scuro.

Le due specie di corniolo vengono citate più volte dai poeti e scrittori latini e greci. Virgilio ne parla nel libro III dell’Eneide (vv. 22 e seguenti), quando Enea, approdato in Tracia strappa un cespuglio di corniolo per fare un sacrificio e inorridito ne vede sgorgare sangue nero (è probabilmente il sanguinello che con i suoi rami rosso sangue dà questa terrificante impressione); il cespuglio parla: “Perché laceri uno sventurato, o Enea? Risparmia un cadavere”, è il cadavere del troiano Polidoro ucciso a tradimento dal re tracio.

Un’altra leggenda riguarda la fondazione di Roma: Romolo volendo fissare i confini della futura città lanciò il suo giavellotto e il manico di corniolo dopo essersi conficcato al suolo radicò e mise foglie. Questo fu interpretato come un presagio della futura grandezza di Roma.

Io più prosaicamente ho voluto piantare questo alberello per i frutti che dà, piccole drupe ovali che maturano in agosto-settembre colorandosi di un bel rosso vivo. Sono commestibili, a differenza di quelle del sanguinello, dal sapore dolce e acidulo, buone da mangiarsi così, o per farne salse e marmellate.

Riuscirà il nostro alberello a fruttificare? Lo scopriremo questa estate.

frutti dimenticati

L’inverno un tempo era povero di frutta per i contadini dell’Italia centrale e settentrionale: mancavano infatti gli agrumi, ricchezza d’inverno. Si rimediava con i frutti di alberi rustici e resistenti alle malattie che avevano bisogno di ammezzimento e che potevano essere conservati per tutto l’inverno: sorbe, pere volpine, nespole, giuggiole, corbezzole, cotogne, azzeruole, corniole.

Le case contadine avevano tutte accanto qualcuno di questi piccoli alberi o arbusti. I frutti oltre che venire ammezziti venivano conservati in varie maniere: sotto zucchero, in salse, marmellate o preparazioni agrodolci.

Ormai questi frutti sono rimasti fuori del mercato: troppo piccoli, poco commerciabili, dal sapore particolare e spesso da consumarsi dopo cottura o ammezzimento.

Alcuni di questi alberi li ho trovati nel terreno che comprammo pochi anni fa, è il caso dei sorbi e del maestoso pero che ci regala ogni anno decine di chili di pere che in Umbria si chiamano ruzze (arrugginite) altrove pere volpine. Maturano in novembre e si conservano a lungo. Io ne ho parlato in questo post in cui ho descritto anche una delle ricette che ho sperimentato.

Quest’anno con queste pere ho anche provato a fare una marmellata mettendo 400 g di zucchero per 1 chilo e mezzo di frutta pulita. È venuta molto buona!

I sorbi venivano piantati per far da tutore vivo alla vite, ne abbiamo diverse specie, con i frutti del ciavardello (Sorbus torminalis) si fanno salse facendole cuocere nel vino rosso.

Il sorbo domestico dà queste piccoli frutti a forma di pera.

Il giuggiolo invece lo abbiamo piantato noi per rinnovare la tradizione che ci è stata raccontata per cui ogni casolare aveva il suo giuggiolo.

Ho poi provato a fare il brodo di giuggiole che però non ha riscosso grande successo in famiglia perché non siamo abituati a sapori troppo dolci.

Ogni anno raccogliamo decine di chili di cotogne, frutto profumatissimo, ottimo per fare marmellate e torte. Anche quest’anno mi ha rifornito la dispensa.

Anche i melograni non ci lasciano mai delusi.

Con il succo si possono fare molte ricette dalla marmellata

al budino

dagli aperitivi con l’aggiunta di Martini o Campari, ai piatti di carne come questo coniglio.

Con la scoperta di questi frutti dimenticati mi si è aperto un mondo che quasi non conoscevo e ho preso gusto a ricercare e sperimentare antiche ricette.

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