l’albero del Paradiso

L’albero del Paradiso, un nome che fa immaginare chissà quali delizie! In realtà è uno dei pochi alberi, forse l’unico, che non ho in simpatia! È conosciuto anche come Ailanto (Ailanthus altissimus) ed è un albero estremamente invasivo, capace di svilupparsi rapidamente sia da seme sia da polloni e di inibire e soffocare la crescita di altre specie vegetali.

I suoi polloni radicali si diffondono rapidamente e danno origine a veri boschetti. Estirparli è particolarmente difficile perché non basta reciderli, dalle radici in poco tempo spunteranno nuovi virgulti. Sono rimasta colpita da un paletto usato per una recinzione che sebbene tagliato aveva radicato e messo nuove foglie!

La sua capacità di resistere alle condizioni più avverse è per alcuni aspetti ammirevole, riesce a prosperare in terreni aridi, poco fertili, disturbati. Resiste bene all’inquinamento e per questo cresce spontaneo e si diffonde rigogliosamente in città.

È un albero di origine cinese che fu importato in Europa nel XVIII secolo, come albero ornamentale e per la produzione di un tipo particolare di seta dei bruchi di una falena. Questa produzione presto si rivelò fallimentare, ma ormai gli alberi si erano naturalizzati e diffusi ampiamente competendo efficacemente con le specie autoctone.

Il suo legno non si presta ad essere utilizzato nè per fabbricare utensili, nè per essere bruciato perché è molto leggero e poco consistente, inoltre emana un odore sgradevole.

Un suo pregio, l’unico che riesco a trovargli, è che dal nettare dei suoi fiori, che fioriscono in grandi pannocchie proprio in questo periodo, le api producono un miele profumato.

 

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i gelsi e i bachi da seta

Le famiglie contadine in alcune regioni d’Italia, fino all’inizio del secolo scorso, ricavavano una parte consistente del proprio reddito dall’allevamento dei bachi da seta. La produzione e lavorazione della seta era iniziata in Cina e risaliva a molti millenni prima, ma i segreti della lavorazione furono tenuti nascosti per molto tempo.

I bachi da seta furono introdotti in Italia nel medioevo, in Sicilia erano presenti fin dall’anno mille, sotto la dominazione normanna, in Lombardia furono introdotti nel XIV secolo.

Le regioni in cui si praticava maggiormente la bachicoltura erano il Piemonte, la Lombardia, il Veneto, l’Emilia Romagna, la Toscana, le Marche e la Calabria.

Furono piantati filari e filari di gelsi poiché i bachi da seta si nutrono esclusivamente delle foglie di questi alberi. A volte venivano coltivati vicino alla casa colonica o in siepi di confine o ancora maritati alla vite.

Nel XX secolo la produzione della seta cominciò a declinare e i filari di gelsi vennero eliminati perché ostacolavano le pratiche agricole moderne con i mezzi agricoli motorizzati.

Di quelle antiche colture rimane poco, ma ancora sopravvivono alcuni gelsi monumentali con il tronco massiccio e rugoso.

Il nostro gelso invece non si può certo dire monumentale, è venuto su da solo, forse da un seme lasciato dagli uccelli. Gli uccelli sono infatti ghiotti delle more del gelso e finora io non sono riuscita neanche ad assaggiarle. Aspetto comunque fiduciosa, verrà il momento che saranno troppe anche per loro e qualcuna ce ne lasceranno!

fiori di ligustro

Maggio è il mese delle fioriture, intorno a casa sono fioriti i ligustri (Ligustrum vulgare) e il loro profumo è intenso e inebriante, le pannocchie di fiori bianchi attirano molti insetti.

Eppure sono piante selvatiche cresciute spontaneamente a formare spesse siepi.

Sono piante che crescono ai margini delle boscaglie e lungo le rive dei ruscelli, in luoghi freschi. Non vengono più coltivati perché si preferiscono i cugini giapponesi che sono sempreverdi e raggiungono dimensioni maggiori. Eppure un tempo i loro sottili rami terminali venivano usati per legature e lavori di intreccio. Il nome del genere infatti deriva dal latino ligo, lego.

Seguiranno poi i frutti piccoli e rotondi, dapprima verdi poi neri e lucidi; sono purtroppo velenosi e non li potrò utilizzare in nessun modo. Sono però belli a vedersi!

 

il sorbo fiorito

È una pianta maestosa dal bel portamento a cupola, ora è ricoperta da migliaia e migliaia di bei fiori bianchi in mazzetti intorno ai quali ronzano incessantemente gli insetti impollinatori.

È un ciavardello (Sorbus torminalis), un tempo piantato per servire da tutore vivo alle viti. La vite che sosteneva è morta da tempo e l’albero è cresciuto liberamente regalando ogni anno questa sontuosa fioritura.

In autunno matureranno i frutti, le sorbe, piccole e brunastre a maturazione, raggruppate in grappoli.

Un tempo si facevano ammezzire nella paglia perché la presenza di tannini le rende sgradevoli da mangiare appena raccolte. Forse qualcuno ricorda ancora il detto: “Col tempo e con la paglia maturano le sorbe” per indicare che solo sapendo aspettare si può raggiungere uno scopo. Filosofia non molto popolare ai nostri tempi!

Un tempo venivano usate come frutti da cui ricavare marmellate e salse dalle proprietà astringenti. Il nome specifico torminalis infatti indica la proprietà di questa pianta contro coliche e dissenteria (il termine latino tormina significa dolori di ventre, coliche).

Naturalmente non mi sono fatta sfuggire l’occasione di provare a fare la marmellata, chi fosse interessato può trovare la ricetta in questo mio post di qualche anno fa.

 

 

 

una spa per cinghiali

Nel nostro terreno, nel fitto di una macchia, un avvallamento del terreno forma una pozza per tutta la durata della stagione piovosa.

I cinghiali la frequentano spesso, hanno a disposizione una bella piscina in cui possono anche fare i fanghi! Penso che non disdegneranno anche di bere la stessa acqua. Finita la sosta in piscina una piacevole breve passeggiata in mezzo ai giovani olmi

ed accedono alla zona massaggio, il tronco liscio di un orniello è fatto apposta per strofinarsi sopra eliminando così fango e parassiti!

I cinghiali sono diventati un vero problema per i raccolti. Sono sempre più numerosi perché molto prolifici, inoltre non ci sono predatori in grado di attaccarli.

Essendo onnivori si cibano di ghiande, bulbi, rettili e uova, ma anche di cereali, mais, uva tanto che nelle zone in cui sono più numerosi gli agricoltori hanno dovuto predisporre recinzioni, dissuasori sonori ed altri accorgimenti, come quello di allevare la vite con un tutore alto per impedire che ne facciano razzia.

fiori di orniello

Una bellissima fioritura primaverile: quella degli ornelli o ornielli (Fraxinus ornus). In mezzo agli altri alberi che hanno appena messo le foglie, spiccano le macchie vaporose e profumate di un bianco candido di questi piccoli alberi comuni nei  nostri boschi.

I fiori bianchissimi formano dense pannocchie erette all’estremità dei rami.

Da questi fiori matureranno i semi dotati di un involucro simile a una piccola ala, le samare.

Da alcune varietà coltivate soprattutto in Sicilia si ricava la manna, un succo che fuoriesce da incisioni ricavate sul tronco e sui rami; si rapprende rapidamente formando una sostanza gommosa usata in farmacia come blando lassativo.

gli alberi sacri di Roma antica

I luoghi dove sorse Roma erano ricoperti da boschi di cui resta memoria nei nomi di alcuni dei sette colli: il colle Viminale dai salici da cui si ricavavano i vimini, usati per fare cesti, ma anche scudi, il Celio anticamente si chiamava Querquetulanus.

Virgilio canta di un CampidoglioOlim silvestribus horrida dumis” (Irto un tempo di silvestri cespugli. Eneide, VIII, 348). Le selve e I cespugli erano horrida, cioè irti, ma anche orridi, che incutevano timore, abitati da numi e quindi sacri.

Nei millenni della storia di Roma questi boschi furono tagliati e addomesticati per costruire templi, palazzi, vie lasricate, abitazioni e nuovi alberi esotici furono importati da molte parti dell’impero, ma la sacralità di alcuni alberi rimase intatta.

Il fico ruminale secondo la leggenda aveva ospitato sotto i suoi rami frondosi la lupa che allattava i gemelli.

L’alloro era pianta sacra ad Apollo e serviva ad incoronare i vincitori di giochi e battaglie e la sua coltivazione era obbligatoria nei giardini della Roma imperiale. L’antica credenza che dove cresce l’alloro non cada mai il fulmine era ancora viva nelle nostre campagne fino a pochi decenni fa.

La quercia era sacra a Giove. Sul Campidoglio il primo tempio di Giove era stato edificato da Romolo accanto a una quercia venerata dai pastori.

Il mirto era pianta sacra a Venere e doveva essere molto diffuso nella zona dove poi fu fondata Roma, ne parla Plinio “…fuit myrtus ubi nunc Roma est“.

Anche il faggio fu albero sacro presente in fitti boschi anche a Roma in tempi molto antichi, relitto di un’epoca in cui il clima era più freddo. Esisteva anche un colle Fagutale (forse l’Esquilino) su cui sorgeva un tempio di Giove Facutale accanto ad un enorme faggio.

Il pino era albero sacro a Cibele e a Diana, fu probabilmente importato e coltivato fin dall’epoca etrusca.

Così anche il cipresso fu sempre oggetto di venerazione da parte degli antichi popoli mediterranei, legato al culto dei morti e usato nei recinti funerari, fu introdotto a Roma in tempi molto antichi.

La sacralità degli alberi era tale che abbatterne uno era considerato un crimine grave da espiare con riti e sacrifici per evitare che la violazione fosse pagata con la vita di qualche altro essere vivente. Forse dovremmo ricordarci di queste antiche credenza, se non altro perché effettivamento l’abbattimento degli alberi ha portato in molte situazioni a catastrofi naturali che hanno causato morti e distruzioni.

 

foglie

Che bello vedere gli alberi che si stanno rivestendo delle prime foglie! Piccole e di colore diverso dalle foglie definitive, li ricoprono di verde chiaro, rosso, giallino.

Il sole viene filtrato da questo manto colorato fatto di innumerevoli foglie e il vento agitandole ricama disegni sempre diversi.

Finiti i rigori invernali l’albero riprende la sua attività vegetativa e le foglie appena spuntate cominciano nuovamente a fabbricare sostanza organica attraverso la fotosintesi.

In alcuni alberi, come nel melograno, le prime foglie che appaiono non sono del tutto verdi, segno che la clorofilla non è ancora il pigmento prevalente, ma sono visibili ad esempio i carotenoidi che danno un colore rosso-arancione.

Le foglie del fico appena nate tendono verso il cielo come tante manine.

Molti alberi mettono le foglie dopo i fiori: prima di tutto è importante la riproduzione!

In montagna le foglie non sono ancora comparse, c’è sempre il rischio di gelate tardive, i faggi le tengono ancora al riparo delle brattee che appaiono come un pulviscolo marrone-rossiccio.

Non tutte le piante hanno perso le foglie in inverno, quelle adattate al clima mediterraneo non temono gli inverni rigidi e sono sempreverdi. Il nemico da cui difendersi è piuttosto l’aridità e l’eccessiva insolazione estiva.

Le loro foglie sono infatti ricoperte da un rivestimento ceroso o da peluria che evita la perdita di acqua.  Le spine sono poi utili per evitare i morsi degli erbivori.

Fra pochi giorni le viti metteranno le foglie nuove, allungheranno ogni giorno i nuovi tralci e compariranno i grappoli di fiori.

Si allungano anche i virgulti della vitalba, buoni da aggiungere ad una frittata!

 

un anno di vita in montagna

Leggo molto, ma in genere non parlo delle mie letture nel blog. Questa volta voglio fare un’eccezione perché sono stata piacevolmente colpita dal libro di due giovani romani, “Un anno di vita in montagna“.

Alessia e Tommaso si sono lasciati alle spalle la città, il lavoro, la casa confortevole, per fare un’esperienza di vita in un piccolo paese di alta montagna, in un angolo sperduto delle nostre Alpi.

La Val Maira, in provincia di Cuneo non è sicuramente una valle conosciuta dai vacanzieri in cerca di piste di sci e divertimenti vari. È piuttosto impervia e isolata in mezzo alle belle montagne che la cicondano. L′abbiamo frequentata piú volte a cominciare dai primi anni novanta, quando con la tenda e due figli piccoli al seguito vi abbiamo trascorso bei giorni di camminate ed escursioni.

Quello però che più mi ha  piacevolmente colpito nell’esperienza dei due giovani sono le tante situazioni in cui anche noi ci siamo trovati tanti anni fa e che continuiamo a sperimentare: l’amore per la natura e per la terra ci ha spinti a restaurare un vecchio casale e a cominciare a coltivare poco terreno intorno.

Noi vissuti sempre in città come i due giovani autori del libro, abbiamo provato a lavorare con le mani, abbiamo seminato e curato l’orto, piantato nuovi alberelli e curato quelli esistenti, vendemmiato e torchiato l’uva,

raccolto le olive e prodotto il nostro buon olio.

E poi ancora abbiamo sperimentato la cucina tradizionale e creativa con quello che offriva la nostra campagna e  recuperato e restaurato vecchi oggetti.

Anche noi abbiamo sperimentato il freddo di una casa senza riscaldamento, anche se meno estremo che in alta montagna e la fatica che ci vuole a tagliare e trasportare la legna con cui scaldarsi. La fatica del lavoro in campagna è però ampiamente ricompensata dal poter osservare gli animali selvatici: l’istrice che cerca le radici succulente, il picchio che scambia le nostre imposte per alberi, il pettirosso curioso che ci viene a trovare, i merli che fanno il nido sul davanzale.

E poi seguire il ritmo delle stagioni, veder spuntare i fiori dei fruttiferi e le prime foglie,

veder maturare i frutti, raccogliere le erbe spontanee, veder tramontare il sole su un orizzonte libero.

Raccogliere bacche selvatiche,

trasformare il trasformabile in marmellate.

Veder spuntare i narcisi in primavera

i papaveri s’estate

e maturare le cotogne in autunno.

I nostri due figli sono cresciuti anche loro con l’amore per la terra e la natura ed ora si è appena affacciata alla vita la nuova generazione e per lei abbiamo piantato nuovi alberelli che ora iniziano a fiorire!

Per tutte queste esperienze che abbiamo fatto in quasi trent’anni di vita in campagna mi piace consigliare il libro e il blog di Alessia e Tommaso. Chi fosse incuriosito da quello che hanno da raccontare può seguirli a questo indirizzo www.alritmodellestagioni.it Nel blog ci sono anche bellissime foto e video naturalistici ed è possibile acquistare il loro libro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

tulipani

I tulipani ogni anno rifioriscono vicino alla nostra casa ed è sempre una sorpresa, perché io non ricordo di aver mai piantato i bulbi!

Sono fiori bellissimi ed anche se la loro fioritura è effimera non mancano di rallegrarci.

La loro storia è singolare, originari delle catene montuose a nord dell’Himalaya, i loro petali gialli e arancioni che sbocciavano in quei terreni desolati, perfino fra la neve, non mancarono di colpire l’immaginazione degli esseri umani e nel mondo islamico cominciarono ad essere coltivati diventando fra i fiori preferiti di poeti e sultani. Infinite varietà e colori furono ricavate da quei fiori originari.

I mercanti europei li portarono in Europa nel XVI secolo e qui si diffusero con un nome che derivava dal turco tülbent (turbante), di cui il fiore ricordava la forma.

Erano fiori bellissimi e divennero presto oggetto del desiderio e simbolo di ricchezza, tanto che in Olanda fra il 1634 e il 1637 si sviluppò a causa loro la prima bolla speculativa della storia. In quegli anni la “tulipanomania” imperversò in Nord Europa, tanto che singoli bulbi furono battuti all’asta per migliaia di fiorini. Quando la bolla speculativa scoppiò ci fu chi perse un intero patrimonio e si ridusse in miseria.

L’Olanda è comunque rimasta la nazione che più coltiva e commercializza bulbi, tanto che i campi con le fioriture di questi bei fiori ne sono diventati un po’ il simbolo insieme ai mulini a vento. Per noi comuni mortali è un bene che possiamo procurarci i bulbi con pochi euro, sapendo che continueranno anno dopo anno ad annunciarci la primavera; quest’anno poi sbocciano proprio in tempo per consentirmi di augurarvi

Buona Pasqua!

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