fiori autunnali

L’autunno non è solo stagione di frutti maturi, molte specie di piante fioriscono, approfittando così delle giornate ancora tiepide e delle piogge, altre protraggono le fioriture estive ed attirano ancora gli insetti impollinatori.

Il corbezzolo ha contemporaneamente frutti e fiori. I bei fiori bianchi a grappoli daranno frutti l’anno successivo; ora spiccano fra il verde scuro delle foglie e il rosso dei frutti, tanto che durante il Risorgimento fu preso come simbolo dell’unità d’Italia.

I ciclamini si trovano frequentemente nel sottobosco, amano l’ombra e l’umidità, preferiscono fiorire quando il calore dell’estate si è attenuato.

Gli astri di mare sono alofite, cioè piante che sono adattate a crescere in luoghi con alta concentrazione di sali di sodio. I fiori con le ligule viola e il disco centrale giallo spiccano ai bordi delle paludi salmastre, dove altre specie non possono vivere. Come altre piante alofite fioriscono nella tarda estate o inizio all’inizio dell’autunno.

Nelle zone salmastre è possibile trovare in questa stagione anche la fioritura delle salicornie che colorano di rosso le paludi.

In realtà i fiori sono molto piccoli e di colore verde, ma la pianta, che è verde nelle altre stagioni, diventa rossa  e molto appariscente all’epoca della fioritura.

Questa bella Asteracea cattura ancora il sole autunnale.

Fra due mesi sarà inverno, ma ci saranno piante capaci di fiorire anche nella stagione più fredda.

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fonti

Il 13 ottobre si celebrava nell’antica Roma la festa delle acque, chiamata Fontinalia, in onore del dio Fons. Durante le Fontinalia si gettavano nelle fonti ghirlande di fiori e si offrivano al dio sacrifici di vino e olio.

Le fonti, dove l’acqua risorge dalle viscere della terra dopo un percorso sotterraneo spesso misterioso, furono considerate sacre da moltissime culture e sacre dovrebbero essere anche per noi, perché ci forniscono la nostra acqua, bene primario per tutti gli esseri viventi, a cui ora, dopo la grande siccità di questa estate, forse cominciamo ad attribuire la giusta importanza. Fonti che abbiamo contribuito a disseccare o ad inquinare.

Sono sempre luoghi dotati di particolare fascino e bellezza, l’acqua sgorga limpidissima e fredda da polle del terreno o da fenditure della roccia, a volte da vere e proprie grandi grotte.

Lago di Posta Fibreno (Fr)

 

Risorgenza della Loue, Francia

Il torrente Ninfa nel Lazio, in provincia di Latina, deriva il suo nome proprio dalle divinità legate alle acque cui era consacrato. Oggi nel luogo sacro sorge una bellissima oasi.

Alcune fonti sono particolarmente suggestive e simboliche, come le sorgenti del Tevere sul monte Fumaiolo, fra Romagna e Toscana.

Suggestiva, anche se poco conosciuta, è una vasta area sacra posta in un pianoro presso il paese di Vastogirardi in Molise vicina alle sorgenti del fiume Trigno.

Vi sono ancora i ruderi di un tempio sannita probabilmente dedicato alla dea Mephitis che aveva il potere di presiedere ad ogni passaggio: fra il regno dei vivi e l’oltretomba, fra il giorno e la notte. La stessa sorgente è un luogo di passaggio dal mondo sotterraneo a quello alla luce del sole. Il vasto pianoro che un tempo ospitava un lago era un’area sacra, mentre nell’inghiottitoio in cui sparisce il fiume a poche centinaia di metri dalla sorgente, venivano gettate offerte votive.

Questo articolo è dedicato al mio idrogeologo preferito che è nato proprio nel giorno delle Fontinalia!

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l’Appennino d’autunno

È piacevole camminare lungo i sentieri dell’Appennino in tutte le stagioni, ma in autunno si può godere di un’eccezionale esplosione di colori.

All’inizio dell’autunno molte foglie sono ancora verdi, ma stanno cambiando colore.

Purtroppo quest’anno molti alberi hanno perso tante foglie in piena estate a causa dell’eccessivo calore e della siccità, così che nelle faggete c’è già un letto di foglie secche.

I colori e le sfumature sono però bellissimi specie quando si specchiano nei laghetti di montagna.

Dalla bruma emergono i caldi colori dei sorbi e degli aceri.

I cespugli rosseggiano delle loro bacche

e nel sottobosco sono spuntati i ciclamini.

Nelle zone collinari le viti e gli alberi da frutto hanno le foglie dorate. Ormai la vendemmia e la raccolta sono terminate e gli alberi si preparano al riposo invernale.

 

 

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primo giorno d’autunno!

“Autunno adorato come la stagione più sontuosa, allegra e malinconica dell’anno. Questo è quello che vedevo mentre contemporaneamente passeggiavo, a Roma, per le lunghe rive del Tevere, giocando con i profondi riflessi degli alberi piantati nelle acque agitate e raramente azzurrine del Tevere.”

(Rafael Alberti, L’albereto perduto. Edizioni Riunite)

Anche io come Rafael Alberi amo l’autunno, quest’anno in particolare che l’estate è stata torrida e siccitosa.

Ora vedo la campagna respirare dopo le prime piogge, gli alberi non hanno più un aspetto desolato, le erbette stanno rispuntando e c’è abbondanza di frutta autunnale: uva, melagrane, mele, noci, le ultime prugne, pere.

Nella macchia rosseggiano le bacche della rosa canina, del biancospino, dell’agazzino.

cinorrodi

Fra poco matureranno le cotogne, le corbezzole, le sorbe e le giuggiole e i boschi si tingeranno di colori bellissimi.

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È ora di fare le marmellate autunnali, qui ho descritto la marmellata di mele e succo di melagrane.

Buon autunno a tutti!

 

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strane forme vegetali

A guardare certe strane forme vegetali che si incontrano camminando nei boschi si può credere a favole e leggende, a storie di fate e folletti, di magie e strane creature selvatiche.

Cosa avrà causato la stranissima forma del tronco di questo albero che ha compiuto un cerchio perfetto quando era ancora tenero e malleabile?

O l’accrescersi di questo vecchissimo tronco di faggio che ha formato un’ampia galleria, riparo per creature della foresta immaginarie e non.

Le antiche ferite di questi due alberi secolari, un faggio ed una quercia da sughero, hanno lasciato una grande bocca pronta al bacio e al canto,

o al sogghigno sgangherato.

La pianta che vive d’aria ha circondato questo tronco come una spessa sciarpa.

Il potente maestrale ha foggiato anno dopo anno la chioma di queste sughere che si inchinano a sua maestà il vento.

Questi poveri lecci della dehesa spagnola hanno invece subito la drastica potatura da parte dell’uomo alla ricerca di legname da sfruttare. Ora protendono al cielo rami contorti e scheletriti.

Le lunghe spine e i baccelli ricurvi di questa acacia sembrano gli artigli di una creatura selvatica e per nulla amichevole.

Nel tronco di questo castagno pluricentenario si possono immaginare volti e figure mostruose.

Questi funghi del legno formano strane mensole sul vecchio tronco morto.

E questa cuscuta non sembra una rete stregata pronta ad intrappolare le piantine? In realtà un po’ diabolica lo è visto che parassita le piante su cui cresce.

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le antenate selvatiche

Lunga è la storia dell’agricoltura, lunga molti millenni, da quando 10-12 mila anni fa i nostri antenati hanno cominciato a domesticare le specie animali e vegetali di cui già si cibavano raccogliendole o cacciando.

Alcune erbacee selvatiche che possiamo incontrare comunemente sono le antenate delle piante coltivate, l’uomo, generazione dopo generazione, le ha selezionate scegliendo per la semina quelle che avevano caratteristiche convenienti: con semi più grandi e più abbondanti, che rimanevano attaccati alla pianta a maturità senza disperdersi nell’ambiente e che avevano perduto  sostanze amare o poco digeribili.

I cereali sono stati i vegetali più coltivati in assoluto seguiti dai legumi, il farro che oggi viene riscoperto è l’antenato del nostro grano.

farro 002

Molte specie del genere Avena che oggi troviamo ai bordi delle strade o nei campi incolti erano un tempo importanti fonti di nutrimento, sono state rinvenute in villaggi europei di 7 millenni prima di Cristo. Le varietà attuali sono state ottenute selezionando le piante con maggior quantità di spighette e con cariossidi che non cadevano a maturità, in questo modo si rendeva possibile la mietitura.

I cardi sono gli antenati dei carciofi.

Dal finocchio selvatico abbondante nelle nostre campagne e ancora raccolto per aromatizzare molti piatti della nostra tradizione culinaria sono state selezionate cultivar con guaine fogliari carnose e ingrossate che noi consumiamo praticamente tutto l’anno.

L’antenata della carota  è questa comunissima infiorescenza formata da fiorellini bianchi e da un fiore scuro centrale; la radice della pianta selvatica è immangiabile, ma i nostri antenati hanno iniziato  coltivarla e selezionarla più di 3000 anni fa. Le prime carote erano probabilmente biancastre o violacee; greci e romani le utilizzavano più per uso medicinale che commestibile, convinti che fossero afrodisiache, erano ancora con buccia coriacea e molto fibrose, non ancora le radici carnose e dolci di color arancione che coltiviamo.

Anche la cicoria si trova comunemente nei prati e viene raccolta dagli appassionati di verdure selvatiche.

La Brassica oleracea è una specie che cresce sui dirupi rocciosi del Mediterraneo nord-occidentale, è l’antenata di tutti i tipi di cavolo, dai broccoli ai cavolfiori, alle verze ai cavolini di Bruxelles.

 

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marmellata di prugnoli

I prugnoli selvatici costituiscono nelle campagne siepi spesse e impenetrabili riparo per la fauna selvatica e fonte di cibo per gli uccelli.

prugnoli

Sono stati i primi a fiorire all’inizio di marzo, ma come tanta altra frutta selvatica bisogna aspettare la fine dell’estate perché siano maturi. L’epoca adatta alla raccolta va da agosto in poi, prima della raccolta converrà assaggiare un frutto per verificare che sia maturo e non allappi.

Con i frutti ben maturi si può fare una buona marmellata, asprigna, ma piacevole.

Pulire i fruttini con un panno per togliere il più possibile la pruina, la sostanza cerosa che li ricopre, metterli in una pentola di acciaio con il fondo spesso con mezzo bicchiere di acqua sul fondo e farli cuocere a fuoco moderato fino a che non si disfino.

Passarli al passaverdure per eliminare semi e bucce, pesarli e rimetterli sul fuoco con 200 g di zucchero per ogni chilo di frutta passata.

Invasare la marmellata bollente, chiudere i vasetti e capovolgerli, lasciandoli così fino a che si siano intiepiditi.

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pannocchie di mais

I campi coltivati a mais si avvicinano ormai alla raccolta. Sono vasti appezzamenti di terreno alternati ad altre colture che sono già state trebbiate. È un paesaggio comune nelle nostre campagne eppure la sua diffusione nei nostri territori è relativamente recente.

Il mais era il principale alimento della cucina maya e azteca, fu introdotto in Europa da Cristoforo Colombo. Pochi anni dopo si era diffuso in Spagna, grazie alle sue alte rese rispetto al grano. Da qui si diffuse in Francia e in Italia diventando da metà del settecento il principale se non unico alimento dei contadini.

A seguito di ciò scoppiarono terribili epidemia di pellagra, una malattia di cui allora non si conosceva la causa, fra i contadini più poveri che si nutrivano solo di polenta.

La malattia causava lesioni profonde della pelle, dermatiti, diarrea, demenza e infine la morte. Fu solo nel XX secolo che si riuscì a capire che la malattia era causata dalla mancanza nel mais di alcune vitamine, fra cui la niacina o vitamina B3, si poterono così curare gli ammalati somministrando loro la vitamina che fu chiamata PP (Pellagra Preventing).

In Messico dove per secoli la popolazione si era nutrita quasi esclusivamente di mais, la pellagra non era conosciuta, ma solo nel 1983 che si è scoperto il perché. Il mais veniva e viene sottoposto a un trattamento per consentirgli di essere impastabile (infatti il mais non contiene glutine). I chicchi maturi di mais sono fatti bollire in una soluzione di calce e lasciati in riposo per diverse ore, il liquido viene poi gettato e i chicchi lavati e macinati. Questo trattamento rende possibile impastare la farina e preparare le tortillas che costituiscono l’alimento base della popolazione, così si libera anche la niacina dall’amido che impedisce che questa sia assorbita dal nostro corpo durante l’alimentazione.

Ora per fortuna non abbiamo più bisogno di questo processo perché la nostra alimentazione è ricca e varia e possiamo ricavare la niacina da tanti altri alimenti che la contengono come alimenti di origine animale, lievito, latticini.

amati dalle farfalle

La Farfalla

Nascere a primavera, morire con le rose,
sulle ali di uno zefiro nuotare nella luce,
cullarsi in grembo ai fiori appena schiusi,
in una brezza pura di profumi e d’azzurro,
scuotere, ancora giovane, la polvere alle ali,
volare come un soffio verso la volta infinita:
ecco della farfalla il destino incantato!
Somiglia al desiderio che non si posa mai,
che mai si sazia, ogni cosa sfiorando
per poi tornare al cielo,in cerca di piacere.

(Alphonse De Lamartine)

Le bellissime farfalle amano gli ambienti assolati e non inquinati da insetticidi, in cui si alternino prati, siepi, boschi, fonti di acqua.

La maggior parte delle farfalle è legata a determinate piante di cui si cibano quando sono bruchi. Per esempio i bruchi delle splendide Vanesse si cibano delle foglie dell’ortica.

Gli insetti adulti invece, nella loro brevissima vita, suggono il nettare dei fiori con la lunga spiritromba, una sorta di cannuccia tenuta arrotolata e distesa poi  quando deve essere introdotta nelle corolle e nei calici dei fiori.

 I fiori più visitati sono quelli più ricchi di nettare,

Salvia nemorosa

i lillà sono visitati dal podalirio il cui bruco si ciba delle foglie dei prugnoli selvatici.

Fra i fiori di campagna sono molto visitati la ruta

e il finocchio selvatico.

finocchio selvatico

E poi la lavanda,

l’achillea, la verbena e il fiordaliso.

Anche fiori apparentemente irti e coriacei sono appetiti dalle farfelle che devono guardarsi però dai predatori in agguato.

Le farfalle vivono pochi giorni, a volte uno solo, in questo breve tempo devono accoppiarsi e deporre le uova da cui usciranno i bruchi della generazione successiva. Il bruco si trasformerà in crisalide che immobile, avvolta in un astuccio protettivo, compirà una completa metamorfosi cambiando tutti i suoi tessuti. A metamorfosi compiuta ne uscirà lo splendido insetto adulto che ricomincerà il ciclo.

 

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arrampicatori nati

Camminando sui sentieri di montagna, soprattutto all’alba e al tramonto, è possibile avvistare animali adattati in maniera ammirevole alle alte quote e ai dirupi: sono i camosci e gli stambecchi in grado di stare in equilibrio in zone impervie subito dopo la nascita.

Entrambe le specie hanno un innato senso dell’equilibrio e una grande agilità e potenza polmonare che li rende in grado di superare in pochi minuti notevoli dislivelli. Tale eccezionale equilibrio è dovuto anche alla particolare forma degli zoccoli larghi e robusti, appuntiti e divaricati.

“Quel giorno di novembre il re riconobbe il declino. Il cuore  batteva più  lento dei duecento colpi al minuto, spinta che dà  ossigeno agli slanci in salita e li fa superare in leggerezza.
Gli zoccoli del camoscio sono le quattro dita del violinista. Vanno alla  cieca e non sbagliano millimetro. Schizzano su  strapiombi, giocolieri in  salita, acrobati in discesa, sono artisti  da circo per la platea delle  montagne. Gli zoccoli del camoscio  appigliano l’aria. Il cavallo a  cuscinetto fa da silenziatore  quando vuole, se no l’unghia divisa in due  è nacchera di  flamenco. Gli zoccoli del camoscio sono quattro assi in  tasca a un  baro. Con loro la gravità è una variante al tema, non una  legge.”
(Erri De Luca, Il peso della farfalla).

Come molti altri erbivori le femmine di questi animali vivono in branchi insieme ai piccoli, i maschi vivono isolati o in gruppi, in autunno duellano a poderosi colpi di corna, in scontri che raramente sono mortali, il vincitore si accoppierà con le femmine. Per questo i maschi sono forniti di corna di lunghezza considerevole, soprattutto quelle degli stambecchi sono a forma di scimitarra, particolarmente pesanti e ingombranti.

Lo stambecco è particolarmente adattato all’ambiente di alta montagna, oltre i 2000 metri fra le rocce e i magri pascoli anche in inverno quando si nutre di muschi e licheni.

 

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