l’Italia dei piccoli comuni

“Così questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi di molto”. (Cesare Pavese, La luna e i falò.)

Civita di Bagnoregio

L’Italia, per la conformazione del suo territorio e la sua storia, è ricca di piccoli borghi, ben il 72% dei Comuni d’Italia ha meno di 5000 abitanti, in essi risiede il 19% della popolazione italiana.

Il territorio amministrato dai piccoli Comuni costituisce il 55% della superficie nazionale e possiede una straordinaria varietà ambientale e un immenso patrimonio artistico.

Castello Oliva a Piandimeleto

La vita vi si è svolta uguale per centinaia di anni, ma che nel secondo dopoguerra hanno cominciato a spopolarsi, i giovani soprattutto hanno cercato in città prospettive di vita e di lavoro più attraenti.

Cicogna (Vb)

L’abbandono è continuato anche negli ultimi decenni, anche se in alcuni casi ci sono stati giovani che hanno deciso di tornare e lavorare e vivere in queste piccole realtà in cui notevole e insostituibile è il patrimonio di cultura, tradizioni, ambiente; in cui si riscoprono reti e relazioni sociali.

Scontrone (Aq)

Quanti saranno stati i cittadini del borgo……? Io credo che non si andrebbe, se ci contassimo, oltre le 1500-2000 persone. Sono poche nell’astratto mare della vita, sono molte nel concreto spazio in cui le persone acquistano un volto e un nome; non sono mille, ma uno più uno più uno e così via, e ciascuna deve vivere, vivere per conto suo e nello stesso tempo vivere con l’altro“. “Il giorno del giudizio” Salvatore Satta.

Pacentro (Aq)

Molti di questi comuni sono però minacciati dal dissesto idrogeologico perché collocati in zone montane in cui l’abbandono dell’agricoltura ha reso instabile il territorio.

Pesche (Is)

Nonostante ciò il 93% delle DOP e delle IGP e il 79% dei vini pregiati sono prodotti in questi territori.

È da poco diventato legge il d.d.l.  “salva borghi“, che detta misure per promuovere e incentivare la residenza nei piccoli comuni e salvaguardare il loro patrimonio culturale e ambientale. Riguarda i comuni con meno di cinquemila abitanti che in Italia sono 5585. La legge stanzia fondi per garantire scuole, trasporti e reti telematiche adeguate, tutelare l’ambiente e l’artigianato artistico, mantenendone le caratteristiche di diversità e specificità.

Sant’Oreste, Roma

I fondi destinati ai comuni serviranno anche per recuperare i centri storici e le zone di particolare pregio acquistando case, terreni, cantoniere e stazioni abbandonate per riqualificarle ed utilizzarle come alberghi diffusi, per incentivare il turismo.

Barrèa (Aq)

Inoltre i piccoli Comuni potranno promuovere il consumo e la commercializzazione dei prodotti agroalimentari provenienti da filiera corta o a chilometro zero.

I piccoli Comuni sono una risorsa e non un costo per la loro azione di manutenzione e cura del territorio  che previene il dissesto idrogeologico.

Licenza (Rm)

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faggete Patrimonio dell’Umanità

Titiro, tu che stai disteso sotto la volta di un ampio faggio…

E’ con questa immagine di pace e frescura che Virgilio inizia le Bucoliche.

Le faggete si  sono diffuse in tutta Europa, dalla Scandinavia alla Sicilia, al termine dell’ultima Era Glaciale, anche se hanno dovuto cedere il passo all’uomo, che ha abbattuto o bruciato fin dai primi millenni della pastorizia i fittissimi boschi esistenti sulle nostre montagne per avere pascoli per il bestiame.

I faggi che si incontrano sono spesso grandi individui isolati, ma a volte si riesce a trovare un bosco abbastanza fitto, con esemplari secolari ed è piacevole camminare, anche se la salita si fa ripida, con la frescura ed il profumo della terra ricca di humus.

La faggeta cambia colore con le stagioni, è bianca sotto la neve in inverno, marrone chiaro in primavera, quando le foglie sono ancora avvolte nelle brattee che le riparano da improvvisi ritorni di gelo, ma il sottobosco ospita i primi fiori che sbocciano dopo lo sciogliersi della neve, verde brillante in estate, dorata in autunno.

Nel luglio scorso l’UNESCO ha dichiarato sei faggete italiane con alberi molto antichi World Heritage Site, Sito Patrimonio dell’Umanità. Questi siti sono protetti da una tutela integrale.

Andando da nord verso sud il primo sito è in provincia di Forlì, nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, il Bosco di Sasso Fratino che è riserva integrale fin dal 1914.

Uno dei siti comprende cinque boschi nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, con faggi che hanno addirittura più di 500 anni!

I

Il terzo e quarto sito sono due faggete nella Tuscia laziale, hanno la particolarità di crescere a bassa quota, intorno ai 400 m slm, mentre i faggi, alle latitudini dell’Italia centrale, crescono sopra i 1000 m. Un’altra peculiarità è quella di crescere su suolo vulcanico.

Gli altri siti sono a sud, nel Parco Nazionale del Gargano e nel Parco Nazionale del Pollino.

Queste faggete ospitano gli alberi a latifoglie decidue più longevi del pianeta, con un’alta biodiversità. Per favorirla nei boschi protetti non si possono asportare neanche i tronchi morti perché offrono riparo e nutrimento a una moltitudine di specie viventi, dai microrganismi ai funghi e poi licheni, muschi, insetti, piccoli mammiferi.

un albero quasi immortale

Venafro

L’olivo è un albero quasi eterno, “Alberi non a misura di vita umana” scriveva Leonardo Sciascia riferendosi ad alcuni olivi centenari siciliani.

Alla base del tronco o sulle grosse radici lignificate che emergono a fior di terra si trovano gemme chiamate ovoli per la loro forma; da queste si sviluppano continuamente nuovi virgulti, i polloni, tanto che uno dei lavori estivi nell’oliveto è proprio la spollonatura, perchè la loro crescita ridurrebbe la produzione di olive.

Quando però un imponente individuo è stato distrutto da un incendio o dal freddo eccessivo e il suo legno corroso dalla carie, dai polloni non potati si formano nuovi tronchi e in pochi anni si rigenerano nuovi alberelli  che traggono nutrimento e forza dalle poderose radici del vecchio centenario.

Nelle nostre campagne si vedono molti olivi che hanno tre o più tronchi che crescono su un vecchio ciocco ormai semidecomposto. Dalla loro dimensione si può capire se risalgono alla gelata del 1956 o a quella del 1985 che misero a dura prova i nostri oliveti. Per alcuni bisogna risalire ancora più indietro a quella del 1929!

L’olivo fa parte della storia dell’uomo da seimila anni ed è parte integrante del paesaggio mediterraneo. Nel nostro Paese è diffuso negli ambienti più vari, dalle colline umbre e toscane, alle fasce degli scoscesi pendii liguri, alle fertili pianure calabresi. Testimone di immani fatiche di generazioni di coltivatori per ricavarne il prezioso olio.

Molti di questi oliveti sono stati abbandonati e gli alberi hanno moltiplicato i loro polloni assumendo un portamento arbustivo o, invasi dalla macchia, hanno sviluppato rami e foglie solo sulla sommità, l’unica parte dell’albero che riesce ad avere luce del sole.

Liberarli e farli respirare di nuovo è un lavoro faticoso, ma che dopo alcuni anni ripaga, perchè l’albero ripreso vigoria, tornerà a produrre frutti.

 

caccia inutile

CACCIA INUTILE

Er vecchio cacciatore co’ lo schioppo

guarda per aria e vede un usignolo
che gorgheggia un assolo
tra li rami d’un pioppo.

È tutta quanta un’armonia d’amore
imbevuta de sole e de turchino
che dà la pace e t’imbandiera er core.

Come lo chiameremo un cacciatore
che spara su quer povero piumino?

(Carlo Alberto Salustri, Trilussa)

 

 

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tante spine

Dopo il post “pungente” un post “spinoso”.

“Non c’è rosa senza spine”, “Stare sulle spine”, “Un letto di spine”, “Una questione spinosa”, “Una spina nel fianco”, quanti proverbi e modi di dire usano la parola spina per indicare un ostacolo, un cruccio, qualcosa di sgradevole e difficile.

Una spina in botanica è una formazione vegetale rigida e appuntita derivante in alcuni casi dalla trasformazione di foglie come nel caso dell’agrifoglio o del crespino,

in altri casi come nel pungitopo, quelle che sembrano foglie rigide e appuntite sono in realtà steli modificati.

pungitopo

In altri casi le spine sono protuberanze ascellari lignificate come in molti arbusti delle regioni aride: il prugnolo,  il giuggiolo e il biancospino.

In altre piante le spine sono derivate dal parenchima corticale come nelle rose e nei rovi.

La funzione delle spine è quella di difendere la pianta dall’attacco degli animali erbivori oppure di limitare la traspirazione delle foglie nelle piante adattate a climi secchi.

C’è da dire che se è vero che molti animali evitano le piante spinose, altri se le gustano con appetito, come le capre che devono proprio avere un palato di ferro! Questa capretta si sta nutrendo golosamente su un cespuglio di rosa canina!

Dove però è più comune il pascolo di vacche prosperano i cardi e le altre erbacee spinose, le uniche erbacee non appetite insieme a piante dal sapore o odore sgradevole.

Le pecore e gli asini invece non disdegnano i cardi!

Spesso gli agricoltori hanno incoraggiato la crescita di piante spinose come barriera impenetrabile per proteggere i propri campi. Nelle regioni del sud si trovano siepi di fichi d’India che levano le loro pale verso il cielo come animali mostruosi.

Originari del Messico hanno trovato nelle regioni del nostro sud un clima adatto a prosperare.
Nella macchia mediterranea ci sono siepi assolutamente impraticabili per la presenza di un fitto intrico di cespugli di rovo, biancospino, rosa canina, prugnolo e smilace che fa onore al suo nome volgare di stracciabraghe.

Molte piante che danno frutti commestibili hanno le spine, ma con un po’ di attenzione non esitiamo certo a cogliere more, giuggiole, fichi d’India, melagrane!

Spinosi sì, ma anche dolci!

 

 

 

 

 

 

 

 

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un incontro pungente!

Di sera capita che sulle strade di campagna uno sciocco istrice decida di attaversare proprio mentre sopraggiunge la nostra auto. Frenata brusca e l’istrice sparisce incolume nei campi non senza aver lasciato sul gigantesco nemico una manciata dei suoi aculei che si sono conficcati bene in profondità intorno a una delle luci di posizione.

Gli istrici sono grossi roditori abbastanza diffusi nel nostro territorio grazie al fatto che sono animali protetti e che difficilmente un predatore ardisce cercare di farne la propria cena! Hanno infatti la parte superiore e posteriore del dorso e la coda ricoperti da grossi aculei lunghi fino a 30 cm. L’Italia è l’unico territorio europeo in cui vivono. Il seguente video che ho preso da youtube fa conoscere meglio questo singolare animale.

Possono arrivare ad una lunghezza di 70 cm e ad un peso di 15 chilogrammi. Un tempo venivano cacciati per le loro carni. Hanno abitudini notturne, con il buio vanno alla ricerca di frutti e radici di cui nutrirsi; trovo spesso mele ed altra frutta caduta rosicchiata e nei campi sono numerose le buche che questa bestia scava per nutrirsi di qualche radice o bulbo ricchi di amido.

Dalle nostre parti gli orti sono tutti recintati con una rete bassa ma un poco interrata per salvare gli ortaggi dalle razzie di istrici e cinghiali.

Di giorno si nascondono invece nella macchia, adattando a rifugio cavità naturali  con l’aiuto dei potenti unghioni.

Pur essendo piuttosto diffusi nelle nostre campagne un incontro con loro è abbastanza fortuito perchè sono animali schivi e timidi. Si trovano invece frequentemente i loro aculei che perdono quando fanno la muta.

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un posto dove posarsi

Che bello avere le ali ed essere padroni del cielo, prima o poi però bisogna posarsi e riposare. In campagna gli alberi e i fili della luce sono un buon posatoio, ma in città la scelta è molto più ampia e divertente.

Le statue sono considerate un ottimo posto su cui riposare, comodo e pieno di superfici arrotondate. Diventano anche un possibile gabinetto come testimonia il povero leone di piazza della Signoria a Firenze!

I giovani allievi di Leonardo da Vinci a Milano offrono testa mani, piedi e perfino un libro al riposo dei pennuti.

I pennuti non si fanno certo scrupolo di essere irriverenti ed anche il povero Mazzini ha il suo bravo gabbiano in testa.

Alcuni luoghi sono particolarmente adatti ad accogliere intere comunità, meglio ancora se vicini al mare, così che ci si possa riposare fra una pescata e l’altra.

A volte i cornicioni dei monumenti diventano dei veri condomini, dove si riposano specie diverse.

In città i posatoi sono i più vari, va bene un faretto,

un lampione

o un comignolo su cui è comodo anche fare il nido!

Questo posto è ancora più comodo, si è vicini all’acqua e si può sorvegliare la situazione più in basso!

È divertente osservare gli innumerevoli siti utilizzati, ma per i monumenti e per le persone che vivono vicino piuttosto fastidioso e pieno di inconvenienti.

 

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il terebinto fra sacro e profano

Questa bellissima pianta è un terebinto appartenente al genere Pistacia come il lentisco e il pistacchio. Sono piante a sessi separati, esistono cioè piante maschili e piante femminili, che hanno in genere l’aspetto di un arbusto, ma a volte diventano alberi come questo e possono raggiungere l’altezza di 5 metri.

Il terebinto era molto conosciuto nell’antichità perché dalle incisioni praticate sulla sua corteccia si estraeva una resina molto profumata, la trementina di Chio, usata sia per fare profumi che farmaci perché dotata di proprietà astringenti, digestive, emostatiche ed espettoranti. Era molto ricercata e commercializzata tanto che fu trovata nel relitto di una nave naufragata più di 3300 anni fa davanti alle coste meridionali dell’attuale Turchia.

Oltre che per usi cosmetici e farmaceutici veniva bruciata in bracieri per fumi rituali profumati e considerata da alcuni popoli come gli ebrei e gli egizi un albero sacro. Le resine bruciate emanavano intensi aromi, termine che deriva proprio dal fatto chevenivano messi sulle arae, gli altari. Anche il termine “profumo” deriva da pro-fumo, cioè stava ad indicare una sostanza che era bruciata proprio perchè emanava un fumo dalla fragranza divina che si dirigeva verso il cielo e veniva usata perciò per evocare gli dei.

Il termine trementina deriva proprio da terebentina e fu estratta per millenni.

Il terebinto è una pianta rustica e assai resistente alla siccità, ma anche al gelo, grazie a queste sue caratteristiche è utilizzata come porta-innesti per il pistacchio (Pistacia vera L.). È una pianta tipica della macchia mediterranea perciò molto diffusa in tutte le nostre zone costiere insieme al lentisco.

 

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olivi

………

E lì

negli assolati

oliveti,

dove

soltanto

cielo azzurro con cicale

e terra dura

esistono,

il prodigio,

la capsula

perfetta

dell’oliva

che riempie

il fogliame con le sue costellazioni

più tardi

i recipienti,

il miracolo,

l’olio

……….

(Pablo Neruda, Io amo le patrie dell’olio)

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fiori autunnali

L’autunno non è solo stagione di frutti maturi, molte specie di piante fioriscono, approfittando così delle giornate ancora tiepide e delle piogge, altre protraggono le fioriture estive ed attirano ancora gli insetti impollinatori.

Il corbezzolo ha contemporaneamente frutti e fiori. I bei fiori bianchi a grappoli daranno frutti l’anno successivo; ora spiccano fra il verde scuro delle foglie e il rosso dei frutti, tanto che durante il Risorgimento fu preso come simbolo dell’unità d’Italia.

I ciclamini si trovano frequentemente nel sottobosco, amano l’ombra e l’umidità, preferiscono fiorire quando il calore dell’estate si è attenuato.

Gli astri di mare sono alofite, cioè piante che sono adattate a crescere in luoghi con alta concentrazione di sali di sodio. I fiori con le ligule viola e il disco centrale giallo spiccano ai bordi delle paludi salmastre, dove altre specie non possono vivere. Come altre piante alofite fioriscono nella tarda estate o inizio all’inizio dell’autunno.

Nelle zone salmastre è possibile trovare in questa stagione anche la fioritura delle salicornie che colorano di rosso le paludi.

In realtà i fiori sono molto piccoli e di colore verde, ma la pianta, che è verde nelle altre stagioni, diventa rossa  e molto appariscente all’epoca della fioritura.

Questa bella Asteracea cattura ancora il sole autunnale.

Fra due mesi sarà inverno, ma ci saranno piante capaci di fiorire anche nella stagione più fredda.

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