coperte fatte a mano

Comincia a far freddo, le coperte fanno piacere, ancora di più se si fanno a mano: a maglia, all’uncinetto o ancora meglio riciclando i ritagli di stoffa come in questa trapunta

IMG_0041

o i vecchi maglioni come in questo plaid.

Per riciclare gli avanzi di lana invece si può fare un plaid con i quadrati della nonna,

lavorivari 013 - Copia

in questo caso sono degli esagoni!

plaid

Un paesaggio marino di lana a crochet con tanti animaletti colorati terrà caldi i più piccoli. Le spiegazioni sono in questo post.

Questo plaid è invece realizzato a punto Tunisi, con i ricami a punto croce,

plaid tunisi (2)

la polenta e la scifa

Il mais fu introdotto in Europa da Cristoforo Colombo. Pochi anni dopo si era diffuso in Spagna, grazie alle sue alte rese rispetto al grano. Da qui si diffuse in Francia e in Italia diventando da metà del settecento il principale se non unico alimento dei contadini. Oggi il suo consumo è meno diffuso, ma quando fa freddo una polenta calda con sugo di salsicce o spuntature di maiale fa sempre piacere!

Ecco allora che ho tirato fuori le scife, i piatti allungati di legno in cui la polenta mantiene il suo sapore e il suo calore. Un termine comune nel centro sud d’Italia, forse di origine greca, che indica i recipienti di legno in cui si condivano polenta o tagliatelle, si metteva a seccare la conserva di pomodoro, si mondavano i cereali o si portavano le pagnotte di pane al forno, ricordo mia nonna che portava sulla testa la lunga scifa con il pane da cuocere, la sistemava sul cercine, un panno arrotolato a ciambella.

Le scife tradizionali erano più grandi, le mie sono in realtà delle scifette per una porzione che sono una curiosità moderna.

Mi ricordano inverni di molti decenni fa quando la domenica andavamo a trovare i miei nonni nella loro casa di paese. Mia nonna cuoceva la polenta nel grande paiolo di rame il cui esterno era annerito dal fuoco. Era appeso con la catena nel camino. Non esisteva la polenta a cottura rapida e lei la rimestava per più di mezz’ora con il lungo mestolo di legno. Io ero molto ammirata per la sua forza e per come riuscisse a non scottarsi con il fuoco.

Intanto il sugo cuoceva sul fornello, un sugo con tanti pezzi di carne di maiale e salsicce. Quando tutto era pronto mio nonno sollevava il pesante paiolo e scodellava la polenta sulla spianatoia (spianatora) di legno. Mia nonna faceva tante piccole buche e vi metteva mestoli di sugo e pezzetti della carne che lo aveva insaporito.

Tutti erano pronti seduti intorno al grande tavolo e si cominciava a mangiare la polenta davanti a sé, cercando di arrivare in fretta alla particella di carne, fra chiacchiere e risate. Ognuno faceva il suo golfo nella polenta, grande o piccolo, proporzionato all’appetito.

vecchi merletti senza arsenico

Ho ancora tanti bordi per asciugamani lavorati dalle mie nonne, alcuni, come questi ornano gli asciugamani che ancora uso.

Ma dai miei armadi escono ancora merletti dimenticati come questo bordo lungo più di 3 metri!

Non so perché lo lavorò, forse pensava a un bordo per una coperta.

Questi piccoli cerchi sono invece lavorati con un cotone sottilissimo, occorrevano occhi molto buoni!

Non so ancora come utilizzarli, so però che è un peccato tenerli in un cassetto!

la sacchetta centenaria

Non si può dire che siamo una famiglia di consumisti, l’usa e getta non fa parte del nostro patrimonio culturale! Quello che però ho trovato fra le cose “messe da parte” è addirittura più che centenario! Una sacchetta o meglio una bustina ricamata per gli indumenti di un neonato che risale al 1919!

La data la posso dedurre dal nome del neonato ricamato, Enzo, un mio zio nato appunto in quell’anno; è di lino, con un tralcio di campanelle ricamate in rilievo. Non so chi la ricamò, forse mia nonna o la mia bisnonna. Quel che so è che di neonato in neonato è arrivata fino alla mia nipotina, quattro generazioni dopo; è un po’ malandata, il lino in alcuni punti è consumato, ma ha un “valore aggiunto” è restata in famiglia per un secolo e ancora può svolgere il suo lavoro, tanto più che l’iniziale del nome è la stessa!

la vecchia tenda

Tende ricamate, tende di lino, tende di garza, tende a filet, tende eleganti e casalinghe, tende candide e tende colorate, tende che si gonfiano di vento e sventolano leggere.

Questa vecchia tenda di tela di sacco, sfrangiata, bucata, appesa con i chiodi, circondata dal muro scrostato e rattoppato della vecchia casa nel vicolo, svolge però il suo ruolo di riparare dagli sguardi indiscreti, mi è sembrata così simbolica e significativa che non ho esitato a fotografarla!

perline

Questa piccola borsa colorata apparteneva ad una zia di mio padre, non so se la fece lei o la comprò, ma è sicuramente un lavoro bellissimo e accurato fatto con migliaia e migliaia di perline minuscole. Era necessaria una pazienza infinita ed una abilità notevole per realizzare questo piccolo oggetto vezzoso.

La moda di cucire perline colorate di vetro su tessuti, pelli e di utilizzarle per monili ed altri oggetti ornamentali cominciò molti secoli fa, a Venezia dove erano le vetrerie che realizzavano questo materiale fino dai primi secoli del secondo millennio.

Venezia commerciò le sue perle di vetro dapprima in Europa e lungo le sponde del Mediterraneo, poi con l’aumento dei traffici marittimi, queste divennero una vera e propria moneta di scambio con le popolazioni di tutto il mondo che ne facevano un grande uso realizzando spesso oggetti di grande bellezza.

Alcuni di questi oggetti si possono acquistare anche oggi dagli artigiani africani, io ne ho alcuni, sono  allegri e piacevoli da guardare.

Oggi la maggior parte delle perline sono fabbricate in oriente ed hanno un costo molto basso per cui non hanno più il ruolo di moneta di scambio. Sono comunque un buon modo per abbellire i nostri lavori (cliccando sulla foto si può accedere al post con le spiegazioni).

 

 

 

biscotti coi ferri roventi

Ferratelle o neole in Abruzzo, necci in Liguria, brigidini a Pistoia, cancelle in Molise, tanti sono i nomi delle cialde ottenute con gli appositi ferri arroventati. Di origine antichissima, gli antichi romani le chiamavano crustulae. Si fanno semplicemente e con pochi ingredienti, sono una merenda sana e appetitosa, perfetta per i bambini che si divertono nel vederle fare. Si possono poi riempire con marmellata, nutella o ricotta, ma sono buone anche così.

La composizione della pastella di base cambia un po’ da regione a regione, in Toscana e Umbria ci si aggiunge vinsanto e aroma di anice, in Liguria e in Garfagnana i necci si fanno con la farina di castagne, senza altra aggiunta se non l’acqua necessaria all’impasto.

I ferri da cialde sono rotondi o rettangolari e un tempo le famiglie più abbienti se li facevano forgiare con incisioni spesso molto complesse che li rendevano vere opere d’arte. Le famiglie nobili vi facevano incidere lo stemma di famiglia.

Museo del vino di Torgiano

Museo del vino di Torgiano

La mia ricetta sperimentata innumerevoli volte quando i miei figli erano bambini mi fu data da una signora teramana che le chiamava neole. La stessa mi diede anche il ferro da cialde. Il mio ovviamente non ha stemmi nobiliari!

Per circa 18 neole:

  • 1 cucchiaio di olio
  • 1 uovo intero
  • 2 cucchiai di zucchero
  • 1 tazzina da caffè di latte
  • la farina necessaria a ottenere una pastella abbastanza morbida

Sbattere le uova con lo zucchero, aggiungere il latte e la farina poco per volta continuando a mescolare in modo da non formare grumi.

Fare un salamino dello spessore di un dito, tagliarlo a pezzi lunghi un dito. Ungere leggermente le due piastre, farle scardare chiuse sul fornello, da una parte e dall’altra, poi mettere il salamino fra le piasre, schiacciarle e rimettere le piastre al fuoco facendole scaldare da entrambe le parti.

Ripetere il procedimento per tutte le altre ungendo leggermente le piastre con l’aiuto di un batuffolo di cotone.

 

ricami colorati d’altri tempi

Subisco il fascino dei ricami d’altri tempi e li fotografo o li acquisto ovunque li trovi, durante i miei viaggi o girando per mercatini dell’usato.

Sono stati prodotti dalle mani e dalla fantasia di intere generazioni di donne e narrano storie, leggende, miti o riproducono animali e simboli augurali che promettono amore e fertilità, come questi ricami spagnoli.

A volte li compro durante i viaggi ed entrano a far parte dei miei oggetti di uso quotidiano, come questa scatola ungherese.

Altre volte li trovo a casa di amici, ricamati da qualche nonna che non c’è più, mentre rimane il suo lavoro colorato.

Il punto a croce gigante di questa tovaglietta trovata in un mercatino laziale è ricca di colori e motivi.

Ai mercatini dell’usato si trovano per pochi euro lavori di nonne lontane nello spazio e nel tempo, come questa ruta ricamata a punto a croce da cui ho ricavato una sporta.

Anche il cuscino candido viene dal mercatino dell’usato. Chissà come si chiamava chi aveva queste iniziali! Non corrispondono alle mie, ma mi piace averlo sul letto perché è una cosa bella e perchè il lavoro abile va rispettato e valorizzato.

 

portoni

Mi piace fotografare portoni, porte, porticine per quel che lasciano intravedere o immaginare, per quello che posso fantasticare che nascondano, per l’idea di solidità che trasmettono, a volte di vetustà, per l’infinita varietà delle loro forme e colori.

Portoni di vecchie case nobiliari che lasciano intravedere cortili,

porte sgangherate di cantine,

portoni con cornici di pietra,

portoni istoriati dai colori vivaci

o tutti azzurri

posso immaginare chi abita dietro questa porta!

Portoni di legno massiccio corroso dagli anni, ma ingentiliti da vasi di fiori;

vecchie porte incastrate fra le mura

o perse fra i vicoli.

Romantici portoni a vetrate affacciati sui fiori del cortile.

………………

Quando un giorno da un malchiuso portone

tra gli alberi di una corte

ci si mostrano i gialli dei limoni;

e il gelo dei cuori si sfa,

e in petto ci scrosciano

le loro canzoni

le trombe d’oro della solarità.

………………………

(Eugenio Montale, Ossi di seppia)

cesti

Mi sono sempre piaciuti i cesti, grandi, piccoli, con manico e senza, presenti accanto agli uomini fin da tempi peistorici, fabbricati con i materiali vegetali più diversi: canne (da cui la parola canestro), giunchi, tife, vimini, steli d’erba, di asfodeli, cortecce, ramoscelli, foglie di palma, corda, juta.

La raccolta dei rami di vimine

Ogni popolo ha usato il vegetale che trovava più abbondante nel suo territorio e dopo una lavorazione lunga e paziente ne ha ottenuto questi utensili indispensabili come contenitori ed ancora oggi utilizzati da tutti noi, anche se la plastica li ha in parte sostituiti; non del tutto però perché le loro doti naturali li rendono non paragonabili ai materiali sintetici.

varie 005

Così che vengono usati come panieri, contenitori per la frutta, sporte per la spesa o borse capienti per il mare.

In campagna si riempiono di verdura dell’orto, erbe spontanee da fare in padella, frutta raccolta dagli alberi.

ciliegie (3)

I più resistenti conterranno la legna per la stufa e il camino.

Molto famosa è la lavorazione dei cesti a spirale, una tecnica diffusa in molti paesi del mondo e presente anche in Italia, soprattutto in Sardegna, dove vengono anche decorati con motivi tradizionali. La tipica forma larga e piatta serve a contenere il pane sardo.

La tecnica dell’intreccio di materiale vegetale è servita, e continua a servire, anche per fabbricare stuoie e perfino scarpe, le calzature di esparto (Stipa tenacissima), sparto in italiano, pianta tipica dei terreni aridi, sono le espadrillas ancora fabbricate in alcune regioni spagnole e francesi. Quelle che usiamo noi ormai sono fabbricate in paesi orientali utilizzando la juta. Il termine deriva dal catalano attraverso l’occitano e contiene proprio la parola espart, sparto. Nel Museo Archeologico di Madrid ne sono esposte paia risalenti al neolitico!

Sparto

In Africa cesti fittemente intrecciati e con il coperchio, ermetici e a prova di insetti. servono come contenitori di granaglie

Sulle nostre Alpi le gerle venivano utilizzate in passato per trasportare fieno, legna e frutti sugli impervi sentieri dove occorreva avere le mani libere, infatti erano fissate sulle spalle attraverso cinghie di cuoio. Qualcuna ne sopravvive ancora.

Un ultimo piccolo cesto particolare che mi piace molto, serve a rigare i pezzetti di pasta fatta in casa passandoli sopra il fondo di paglia con una leggera pressione delle dita.

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