Roma e l’immondezza

Secolare problema quello dell’immondezza a Roma! Un tempo, in assenza di un servizio di nettezza urbana, l’accumulo dei rifiuti nelle strette strade e nei vicoli del centro di Roma, doveva produrre una sporcizia indescrivibile, con conseguente odore nauseabondo che raggiungeva democraticamente povere casupole e ricchi palazzi.

Se si considera poi che le case non avevano bagni poteva accadere che passando di buon mattino in un vicolo si venisse investiti dal contenuto di un vaso da notte (detto a Roma zi’ Peppe) svuotato dopo la notte.

Nel 1700 i papi fecero scolpire e fissare ai muri, in molti punti della città, targhe marmoree per vietare “di fare mondezzaro”.

Molte di queste targhe sono rimaste e si possono incontrare in varie vie del centro, il tenore è sempre lo stesso, alcune sono più minuziose nel descrivere i tipi di immondezza, altre elencano le pene, pecuniarie e corporali.

Questa si trova ai lati della scalinata di Trinità dei Monti, non più quindi nel luogo originario (forse via dell’Olmata?) Un tempo questa specie di alberi era stata scelta dai papi per ornare le strade.

Ai giorni nostri esiste un sistema di raccolta dei rifiuti pubblico, pagato dai cittadini, ma Roma continua sd essere una città sporca, certo non ai livelli dei secoli passati, ma abbastanza perché molti romani si sentano arrabbiati con un sistema che non funziona, disperando ormai che si riesca a trovare una soluzione.

Per fortuna quella che non manca mai è l’ironia, così che in un vicolo bello e sporco ci si può imbattere in questo manifesto.

La scritta sotto dice: ” Santa Madonna della Molletta salvaci dalla puzza de la monnezza maledetta!”

strade romane e giochi di palla

Fra i tanti nomi curiosi delle vie e piazze del centro di Roma di cui ho scritto qui, qui e qui, ci sono anche i nomi di giochi di palla che si praticavano in genere in piazze o piazzette, le vie del centro infatti non avevano grandi spazi liberi per poter giocare se si toglievano le grandi piazze di rappresentanza non lasciate certo ai giochi del popolino!

Via della Pallacorda ricorda il campo allestito nel cortile di uno dei palazzi della via all’inizio del ‘600 per il gioco della pallacorda, una sorta di tennis.

Durante una partita di pallacorda giocata da due squadre di quattro giocatori ciascuna avvenne una feroce rissa in cui fu coinvolto anche Michelangelo Merisi, il Caravaggio. Uno dei giocatori della squadra avversaria a quella in cui giocava l’artista morì in seguito alle ferite riportate. Il Caravaggio fu condannato a morte in contumacia perché era riuscito a scappare da Roma.

Via della Pilotta e Piazza della Pilotta prendono il nome dalla romanizzazzione del nome spagnolo del gioco della palla (pelota).

La via è molto suggestiva, fra il Palazzo Colonna e la villa sulla destra, che si estende sulle pendici del Quirinale. Quattro grandi archi collegano il palazzo alla villa. La via sbocca nella tranquilla piazza della Pilotta, è qui che fin dal ‘500 si giocava alla palla.

Piazza della Pilotta

Infine via del Pallaro ricorda un personaggio che teneva qui una sorta di gioco del lotto, il pallaro raccoglieva le puntate e da 90 palle estraeva i cinque numeri vincenti!

la casina delle civette a villa Torlonia

La Casina delle Civette è una curiosa villetta che si può visitare all’interno della Villa Torlonia, uno dei tanti parchi pubblici romani che furono un tempo splendide dimore signorili. Io ne ho parlato qui.

La costruzione fu voluta in queste forme dall’ultimo erede dei Torlonia, Giovanni jr. che la ereditò nel 1908 e la fece ristrutturare secondo i canoni stilistici neomedioevali allora di moda e ne fece la sua dimora fino alla morte avvenuta nel 1939.

La villa, e con essa la casina, dopo la morte del principe ebbe una vita travagliata, fu dimora di Mussolini fino al 1943, dal 1944 fu occupata da un contingente militare americano che provocò molti danni al complesso e in particolare alla casina della quale andarono perduti molti arredi e decorazioni.

La villa fu espropriata nel 1962 per farne un parco pubblico che però sarà aperto solo nel 1978, molti dei suoi edifici, compresa la Casina delle Civette erano in grave stato di degrado.

Tutte le vetrate attuali sono frutto del restauro avvenuto nel 1997 su fedele riproduzione dei bozzetti originali, poiché la villetta era in rovina e le vetrate erano andate in frantumi ed erano state gravemente danneggiate da un incendio.

La Casina delle Civette deve la sua fama alle ricche decorazioni interne, in particolare alle maioliche e alle vetrate per le quali lavorò Cesare Picchiarini, il massimo artigiano del vetro di Roma all’inizio del ‘900. I cartoni delle vetrate erano dei più celebri artisti del periodo: Paolo Paschetto, Duilio Cambellotti, Umberto Bottazzi.

Sono proprio le figure delle civette, riprodotte su alcune vetrate e raffigurate anche su una maiolica all’esterno dell’edificio, a dare nome alla casina. Questi uccelli rispecchiavano il carattere e lo stile di vita del principe, amante della vita ritirata, ma anche della sapienza, della quale questo uccello è un po’ il simbolo, come attributo tradizionale della dea Atena.

Insieme al motivo delle civette altri uccelli più appariscenti colorano le vetrate della villetta, pavoni, cigni, rondini, allodole.

Alle vetrate restaurate della casina ne sono state aggiunte altre degli stessi autori, acquistate dal Comune di Roma in modo da creare un vero e proprio museo della vetrata storica.

La Casina delle Civette fa parte dei Musei del Comune di Roma, qui si possono avere informazioni sulla sua visita, insieme alla visita degli altri musei della villa.

la tomba di Cecilia Metella e il Vulcano Laziale

Il Mausoleo di Cecilia Metella e il Palazzo Caetani sull’Appia Antica

L’Appia Antica è una delle principali mete turistiche di Roma, celebrata come Regina Viarum, la regina delle vie fin dall’antica Roma, è una delle vie consolari che partivano, e partono da Roma. Io ne ho parlato qui.

Era ricchissima di monumenti e tombe, fra queste è rimasto imponente nonostante i crolli e le spoliazioni, il Mausoleo di Cecilia Metella, nobildonna appartenente a una potente e ricca famiglia, costruito fra il 30 e il 20 a. C., fra i più grandi fra quelli edificati a Roma e il meglio conservato.

Accanto al mausoleo, tanto da fare un tutt’uno con esso, è il palazzo Caetani del XIV secolo, fatto costruire dalla potente famiglia imparentata con il papa Bonifacio VIII. Erano tempi molto agitati fra esponenti di opposte fazioni e molti mausolei dell’Appia furono trasformati in palazzi fortificati, quello di Cecilia Metella divenne il torrione del palazzo.

La tomba di Cecilia Metella è un pregevole edificio che fu oggetto di ammirazione da parte di viaggiatori e artisti fin dal Rinascimento, la sua fama non è però solo diffusa fra turisti e archeologi, questo luogo è conosciuto anche per le sue particolarità geologiche.

Infatti è qui che termina la colata lavica generata a più riprese, fra 200 mila e 300 mila anni fa, dal Vulcano Laziale, sistema collinare noto come Colli Albani. Tale colata per i geologi ha assunto il nome di Capo di Bove, il nome che aveva la zona nel medioevo, dai bucrani che ornano il fregio del mausoleo.

Le colate laviche avevano generato un vasto tavolato vulcanico alto da 6 ai 12 metri e esteso per oltre 10 chilometri. Anche la pietra generata dal raffreddamento della lava ha un nome che rimanda al mausoleo: Cecilite.

La lava fu ampiamente usata dai Romani come materiale di costruzione e per pavimentare le strade. Anche l’Appia fu lastricata con i basoli provenienti da questa colata, di cui sono conservati alcuni tratti che recano ancora i solchi scavati dalle ruote dei carri.

Gli scavi archeologici condotti nelle fondamenta del Palazzo Caetani hanno rivelato un’antica cava sotterranea che si può osservare durante la visita. Fornì materiale per pavimentare molte antiche vie romane. La lava è molto dura da lavorare e ne venivano staccati blocchi inserendo dei cunei di ferro nelle fessure naturali e fra gli strati. Con un mazzuolo poi si batteva sui cunei fino a separarli.

strade romane e ritrovamenti archeologici

A Roma convivono millenni di storia ed è accaduto spesso, ma continua ad accadere, che scavando per costruire emergono statue o parte di esse che danno poi il nome alla strada in cui si trovano.

Alcuni esempi sono famosi o famosissimi, è il caso di piazza Bocca della Verità che prende il nome dal mascherone di marmo collocato nel portico della chiesa di Santa Maria in Cosmedin nel 1632. La leggenda vuole che il bugiardo che introduca una mano nella bocca del mascherone se la veda mozzare. Leggenda conosciuta in tutto il mondo tanto che si trovano sempre file di turisti che vogliono farsi fotografare mentre introducono la propria mano nella bocca. In realta il mascherone era un chiusino di epoca romana raffigurante una divinità fluviale.

Altra via famosa che prende il nome da una statua è Via del Babuino (o Babbuino), la statua è quella di un sileno che fu soprannomina “babbuino” dal popolino; è una delle “statue parlanti”, quelle su cui, dal tempo del papapato, venivano affissi cartelli di satira contro i potenti. Io ne ho parlato qui.

La più famosa statua parlante è però Pasquino che dà il nome alla piazza in cui si trova e alla via che da essa parte per arrivare a piazza Navona. La statua rappresentava in realtà Menelao che sostiene il corpo di Patroclo, fu rinvenuta nel 1500 nella vicina via del Parione. Pasquino non ha smesso di parlare e ancora oggi sono tante le satire contro i governanti che vi vengono affisse.

Via Santo Stefano del Cacco prende il nome dall’omonima chiesa, il cacco sta in realtà per macacco, da una statua egiziana di cinocefalo qui ritrovata e ora ai Musei Vaticani. Al termine di questa via è Via del Pie’ di Marmo dal reperto di una colossale statua femminile che è ancora qui conservato.

Nelle vicinanze Via della Gatta prende il nome dalla statua di un gatto che è inserito in uno dei palazzi e che probabilmente, come altri ritrovamenti, apparteneva al Tempio di Iside che sorgeva in questa zona.

Via dell’Orso si chiama così per questo bassorilievo, frammento di un sarcofago, che in realtà rappresenta un leone che sbrana un cinghiale. Su questa via c’è il più antico albergo di Roma, risalente al 1500, l’Albergo dell’Orso.

A Trastevere, vicino a Santa Cecilia, c’è il Vicolo dell’Atleta così chiamato perché nel 1844 vi fu rinvenuta la splendida statua di un’atleta che si deterge il sudore, ora conservata ai Musei Vaticani.

A Borgo Pio, vicino al Vaticano c’è invece Via dei Tre Pupazzi, da un frammento di sarcofago murato in uno degli edifici.

So di non aver esarito l’elenco delle vie romane che traggono il nome da antichi ritrovamenti, mi fermo comunque qui, consapevole del fatto che a Roma basta scavare per prolungare la metropolitana o per porre i cavi della fibra, per far affiorare nuove testimonianze dei millenni passati.

il pulcino della Minerva

La chiesa di Santa Maria sopra Minerva si trova al centro di Roma presso il Pantheon, nella piazza della Minerva. La chiesa è antichissima, secondo la tradizione potrebbe risalire addirittura all’VIII secolo. Fu più volte ricostruita nei secoli seguenti, dal XIII appartenne ai domenicani. Sotto l’altare maggiore è il sarcofago di Santa Caterina da Siena, patrona d’Italia, morta a Roma nel 1380.

Il nome della chiesa deriva dalla credenza che sia stata edificata sui resti del tempio di Minerva Calcidica.

Al centro della piazza è la statua nota a Roma come “Pulcin della Minerva”. L’elefante marmoreo fu progettato da Gian Lorenzo Bernini e poi eseguito da Ercole Ferrata, suo allievo. L’elefante sostiene un piccolo obelisco egizio del secolo VI a. C. dissotterrato nella zona in quegli anni.

Ma perché è chiamato pulcino? L’elefante fu soprannominato “porcino” perché il popolino lo trovava simile a un maiale. Da porcino divenne pulcino, come ancora oggi viene chiamato.

Nel 1946 fu protagonista di una storiella che ricorda il famoso film “Totò truffa ’62” in cui Totò cercava di vendere la Fontana di Trevi. Nel caso del “pulcino” un imbroglione lo riuscì a vendere a un ufficiale americano per una cospicua quantità di “am lire”. L’ufficiale si presentò nella piazza con un camion, operai e l’attrezzaturaadatta a rimuovere la statua. Fu fermato in tempo dall’intervento del portiere del vicino albergo che allertò la polizia municipale.

la villa Aldobrandini a Roma

Sulla trafficata e affollata via Nazionale di Roma e sul largo Magnanapoli si erge un alto muraglione piuttosto anonimo che passa inosservato dai tanti turisti che percorrono ogni giorno la via. Se lo si costeggia fino a svoltare per via Mazzarino si trova il cancello di ingresso a quella che fino al 1929 fu la villa degli Aldobrandini il cui giardino fu molto ridimensionato dalla sistemazione di via Nazionale all’inizio del 1900. Un secondo ingresso è su via Panisperna.

Oggi la villa è un giardino pubblico, raccolto e suggestivo, sopraelevato rispetto a via Nazionale, una vera oasi in mezzo al traffico.

La villa è ricca di statue antiche e di alberi che d’estate offrono un piacevole riparo alla calura. Non mancano le fontanelle che dissetano gratuitamente i passanti con l’ottima acqua di Roma.

Sulla sfondo si nota la Torre delle Milizie del sottostante Largo Magnanapoli.

Se ci si affaccia dalla balconata che dà sul Largo si notano al centro della carreggiata i resti delle antiche Mura Serviane, più lontano l’Altare della Patria e sulla destra il Palazzo del Quirinale.

Un luogo sconosciuto ai più dove è piacevole sostare.

la serra moresca di Villa Torlonia

L’8 dicembre, dopo un lungo restauro, è stata aperta al pubblico la Serra Moresca di Villa Torlonia a Roma.

Villa Torlonia si trova sulla via Nomentana, fuori delle mura Aureliane, in una zone che fino agli inizi del 1900 era aperta campagna. Fu proprietà della nobile famiglia dei Colonna, alla fine del 1700 fu acquistata da una ricca famiglia di banchieri, i Torlonia, che fecero ampliare e abbellire gli edifici precedenti e ne aggiunsero di nuovi. Dal 1925 al 1943 la affittarono a Benito Mussolini che ne fece la sua residenza e vi fece costruire nel sottosuolo un rifugio antiaereo.

Nel dopoguerra la villa andò lentamente in rovina fino a che nel 1978 non fu acquistata dal Comune di Roma che ne fece un parco pubblico ricco di alberi secolari, di laghetti e viali ombrosi.

Gli edifici esistenti vennero lentamente restaurati e adibiti a musei. L’ultima ad essere restaurata è stata la Serra Moresca, costruita nel 1839 per ospitarvi piante esotiche e rare, si ispirava all’Alhambra di Granada.

L’interno è bellissimo, con un alto soffitto in vetro e vetrate dai colori vivaci, ricostruite come le originali andate in frantumi durante i lunghi anni di abbandono.

Accanto alla Serra è stata ugualmente restaurata la Torre Moresca, collegata alla serra da uno stretto passaggio che un tempo si apriva su una grotta artificiale, ora crollata, con laghetti e cascatelle.

Sono visitabili anche gli altri edifici della villa; il Casino dei Principi che ospita statue provenienti dalla collezione Torlonia e quadri degli artisti della Scuola Romana attivi a Roma nel periodo fra le due guerre e la Casina delle Civette dalle belle vetrate policrome realizzate fra gli anni 10 e 20 del 1900.

l’orto botanico di Roma

Alle pendici del colle del Gianicolo, nei giardini del palazzo Riario-Corsini che nel ‘600 ospitò la regina Cristina di Svezia, si estende per 12 ettari l’interessantissimo Orto Botanico di Roma del Dipartimento di Biologia ambientale dell’Università la Sapienza.

Vi si accede da via della Lungara, girando per via Corsini, dove una magnolia centenaria anticipa i patriarchi dell’interno dell’Orto.

A Roma esisteva un orto botanico fin dal XIII secolo per volere dei papi, c’era allora solo un pomarium e un orto dei semplici in cui venivano coltivate le piante medicinali. Ebbe varie collocazioni e solo alla fine del XIX secolo fu sistemato nel luogo attuale.

Il giardino ospita molte importanti collezioni: conifere, juglandacee, rosacee, fagacee, palme, un giardino roccioso caratterizzato da una cascata, un giardino dei semplici; un piccolo lago artificiale che ospita specie ripariali e acquatiche.

Alcune serre ospitano importanti collezioni di piante grasse e succulente di ambienti desertici, soprattutto californiani e messicani. Fra queste numerosi esemplari di piante protette sequestrate dalla Guardia di Finanza nell’ambito delle attività di contrasto alle importazioni illecite. Altre serre ospitano collezioni di orchidee e piante tropicali.

Particolarmente suggestiva è l’antica scalinata dellla fine del 1600 ombreggiata da un imponente platano pluricentenario del XV secolo!

I giganti pluricentenari non mancano certo, questo noce crollò alcuni anni fa per il forte vento, ma non ha cessato di vegetare, il personale sell’Orto ha ricoperto le radici rimaste esposte con zolle di terra e dai suoi rami è cresciuta una selva di nuovi alberi!

Anche questa sequoia è maestosa e continua a crescere sotto il cielo di Roma.

Questo albero curioso è originario dellAmerica meridionale, il suo nome è Celba speciosa. La sua particolarità è qualla di avere il tronco ricoperto di lunghe spine, ma si fa notare per la bellezza dei suoi fiori rosa.

Moltissime sono le piante singolari, esotiche, maestose e bellissime a vedersi, una buona ragione per visitare questo grande parco poco conosciuto ma degno di una visita e magari di una seconda e di una terza in diverse stagioni. Se si è lì per mezzogiorno il cannone del Gianicolo ci tuonerà sulla testa!

150 anni dalla nascita di Trilussa

Quest’anno ricorre il 150° anno dalla nascita di Carlo Alberto Salustri, uno dei più noti poeti romaneschi, conosciuto con lo pseudonimo di Trilussa, anagramma del suo cognome. Nacque infatti a Roma, in via del Babuino, il 26 ottobre del 1871.

A Trastevere, accanto al trafficatissimo lungotevere, di fronte a Ponte Sisto, si apre la piccola piazza Trilussa, qui oltre alla fontana dell’Acqua Paola c’è il monumento al poeta, la scultura di bronzo fu qui collocata nel 1954, è opera dello scultore Lorenzo Ferri.

Trilussa è raffiugurato mentre recita una delle sue poesie. La postura del poeta raffigurato mentre si appoggia ad una lapide fece scatenare lo scontento e l’ironia, tanto che il monumento fu soprannominato “lo sderenato” che a Roma significa sfiancato, fiacco.

Amilcare Pettinelli in un sonetto fa parlare il poeta:

…S’io potessi, sto bronzo der malanno

lo tirerebbe su la commissione.

Io schina storta? E annateve a ripone…

Se po’ sape’ che annate riccontanno?

Sta mossa co’ la destra indò viè fora?

Chi l’ha inventata, a chi è zompata in testa?

Pare che butto “tre” giocanno a mòra”

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