antichi oggetti romani di uso quotidiano

Nel Museo Archeologico Nazionale di Lucus Feroniae di cui ho parlato qui molte vetrine espongono gli oggetti ritrovati vicino al tempio della dea Feronia, lasciati dai fedeli come ex voto. Sono numerosissimi e molto differenziati, quasi tutti legati alla vita quotidiana. Ecco allora i recipienti per cibi e bevande nelle forme più diverse: pentole, tegami, padelle, testi in terracotta, anfore per l’olio, il vino o il garum, la salsa di pesce ricercatissima sulle mense romane. E poi le posate in ferro e in argento o bronzo. Molti di questi recipienti contenevano in origine piccole quantità di cereali o di vino offerti alla dea.

Fra questi oggetti singolari sono la paletta per la cenere e il mortaio in marmo con il pestello a forma di dito.

Altri oggetti sono destinati alla cosmesi; pinzette per la depilazione, spatole per impastare e applicare maschere di bellezza e piccoli contenitori per unguenti e profumi.

Legati all’attività femminile della filatura e tessitura sono i pesi da telaio, i rocchetti, le fuseruole in terracotta spesso dedicate dalle donne alla divinità.

Le campanelle in bronzo erano un altro oggetto comune, appese sugli usci delle case servivano ad annunciare l’arrivo di un visitatore, ma anche ad allontanare il malocchio.

Comunissime erano le lucerne, a volte con disegni in rilievo.

Altri erano oggetti per giocare: dadi in osso, pedine in pasta vitrea o in osso per giochi simili agli scacchi o alla dama.

Infine un oggetto singolare: un vaso da talea di ceramica.

Molti altri oggetti offerti alla dea ci parlano della vita quotidiana dei nostri antenati: gioielli a volte di eccezionale fattura,

monete, statuine in bronzo o terracotta raffiguranti animali, parti anatomiche o testine dell’offerente.

un tempio di Iside a Roma

A Roma è esistito per molti secoli un tempio conosciuto come Iseo Campense dedicato alla dea egizia Iside e al suo consorte Serapide. Si trovava a Campo Marzio, nella zona in cui ora è la chiesa di Santo Stefano del Cacco, fra via del Plebiscito e piazza del Collegio Romano, .

Fu costruito nel I secolo a. C. e conobbe alterne vicende: fu più volte soppesso ed altrettante reintrodotto, l’ultima volta da Domiziano. Il culto rimase fino almeno al V secolo.

Doveva essere un tempio imponente, con un ingresso decorato da obelischi di granito rosso o rosa.

Dopo il suo abbandono e la sua distruzione, le decorazioni, le statue, gli obelischi, quasi tutti di provenienza egizia, furono impiegati per nuove costruzioni, come del resto successe a tanti altri monumenti, in questo caso erano veramente tanti e si trovano in varie collocazioni al centro di Roma.

Singolare è la storia della grossa pigna di bronzo ora ai Musei Vaticani che dà il nome all’intero rione!

Alcuni sono rimasti nei pressi ed hanno storie curiose, è il caso del colossale busto femminile di marmo che si trova in un angolo di piazza San Marco, accanto all’omonima chiesa. Si tratta probabilmente della statua della dea Iside o di una sua sacerdotessa, qui collocata intorno al 1500.

Madonna Lucrezia
Madama Lucrezia

I romani la ritennero il ritratto di Lucrezia d’Alagno, la bellissima amante del re Alfonso d’Aragona, amica di molti uomini potenti della sua epoca. Con il nome di Madama Lucrezia divenne una delle numerose statue parlanti di Roma, l’unica femminile. Su di esse comparivano versi di satira nei confronti dei potenti. Io ne ho parlato qui.

Probabilmente alla stessa statua appartiene il piede che si può ancora vedere nel vicino vicolo del Pie’ di Marmo. Il frammento ha un calzare tipico delle sacerdotesse di Iside.

Anche la Chiesa di Santo Stefano del Cacco prende il nome da una statua del dio egizio Thot nelle sembianze di un babbuino, qui trovata e chiamata dal popolino “macacco” (macaco) , da cui “cacco”. La statua è ora ai Musei Vaticani.

Due colossali statue raffiguranti il Tevere e il Nilo sono attualmente al Louvre e ai Musei Vaticani e due statue in basalto raffiguranti leoni furono collocate da Michelangelo alla base della cordonata che porta a Piazza del Campidoglio.

Gli obelischi che ornavano l’ingresso del tempio sono stati collocati in varie aree della città in epoche diverse. Uno è quello che il pulcino della Minerva, in realtà un elefante, porta in groppa; è un obelisco di provenienza egiziana del secolo VI a. C.

Un altro è quello collocato a Piazza della Rotonda, davanti al Pantheon, uno è in via delle Terme di Diocleziano, altri sono a Piazza Navona e perfino al Giardino dei Boboli a Firenze!.

Un’altra statua probabilmente proveniente dall’Iseo è quella della “gatta”, collocata su un cornicione di Palazzo Grazioli, nella via che ha preso nome proprio dalla statua: Via della Gatta. Questi animali erano sacri nell’antico Egitto e la dea con testa di gatta Bastet era protettrice della maternità.

Il felino sembra guardare in giù e una delle tante leggende narra che sorveglierebbe un tesoro nascosto proprio dove cade il suo sguardo.

Una seconda leggenda narra invece che la statua fu lì collocata in onore di un gatto che con i suoi miagolìi avvertì gli adulti del terribile pericolo che correva un bambino che passeggiava sul cornicione del palazzo.

Una curiosità: il termine “gatta” anticamente in molte zone d’Italia si riferiva all’animale in questione a prescindere dal suo sesso, maschio o femmina che fosse.

Roma e l’immondezza

Secolare problema quello dell’immondezza a Roma! Un tempo, in assenza di un servizio di nettezza urbana, l’accumulo dei rifiuti nelle strette strade e nei vicoli del centro di Roma, doveva produrre una sporcizia indescrivibile, con conseguente odore nauseabondo che raggiungeva democraticamente povere casupole e ricchi palazzi.

Se si considera poi che le case non avevano bagni poteva accadere che passando di buon mattino in un vicolo si venisse investiti dal contenuto di un vaso da notte (detto a Roma zi’ Peppe) svuotato dopo la notte.

Nel 1700 i papi fecero scolpire e fissare ai muri, in molti punti della città, targhe marmoree per vietare “di fare mondezzaro”.

Molte di queste targhe sono rimaste e si possono incontrare in varie vie del centro, il tenore è sempre lo stesso, alcune sono più minuziose nel descrivere i tipi di immondezza, altre elencano le pene, pecuniarie e corporali.

Questa si trova ai lati della scalinata di Trinità dei Monti, non più quindi nel luogo originario (forse via dell’Olmata?) Un tempo questa specie di alberi era stata scelta dai papi per ornare le strade.

Ai giorni nostri esiste un sistema di raccolta dei rifiuti pubblico, pagato dai cittadini, ma Roma continua sd essere una città sporca, certo non ai livelli dei secoli passati, ma abbastanza perché molti romani si sentano arrabbiati con un sistema che non funziona, disperando ormai che si riesca a trovare una soluzione.

Per fortuna quella che non manca mai è l’ironia, così che in un vicolo bello e sporco ci si può imbattere in questo manifesto.

La scritta sotto dice: ” Santa Madonna della Molletta salvaci dalla puzza de la monnezza maledetta!”

un’antica divinità della natura

Denario d’argento con la raffigurazione della dea Feronia

Feronia era un’antica divinità della natura, dei boschi e delle sorgenti venerata dalle popolazioni del territorio poco a nord di Roma, prima che Roma fosse fondata. I Sabini, gli Etruschi, i Latini, i Falisci e i Capenati la veneravano in una radura di un bosco sacro presso Capena: Lucus Feroniae.

Lucus era il termine che indicava la radura nel bosco, un luogo in cui arrivava luce in mezzo al fitto degli alberi e all’oscurità e nel quale fin dai tempi più antichi le popolazioni del territorio si radunavano per eseguire i riti sacri. Solo successivamente si costruirono i primi templi.

La dea Feronia era garante della concordia fra i popoli confinanti e ogni anno nel lucus si svolgeva un’assemblea religiosa e un importante mercato. Gli scavi archeologici hanno ritrovato molti oggetti votivi, fra i quali le teste di terracotta rappresentanti il donatore e parti anatomiche.

Il tempio e l’area continuò ad essere molto frequentato anche in epoca romana. Nel 211 a. C. il tempio fu saccheggiato dalle truppe di Annibale. “Quindi si diresse al bosco sacro di Feronia, tempio che era allora colmo di ricchezze. I Capenati e gli altri popoli che abitavano nell’area circostante portando colà le primizie dei raccolti ed altri doni secondo le possibilità, lo avevano arricchito di molto oro e argento, di tutti quei doni fu allora spogliato il tempio”. (Tito Livio, Ab urbe condita XXVI, 11, 8-10)

Il santuario continuò ad essere frequentato nei secoli successivi, gli scavi hanno riportato alla luce vasi, statuine, monete, gioielli, oggetti d’uso.

Dopo il sacco di Annibale l’area viene risistemata con la ricostruzione del tempio, con abitazioni e un foro con colonne.

Il culto di Feronia scomparve nel I secolo a. C. probabilmente perché i sacerdoti e i cittadini della zona avevano appoggiato gli insorti italici nella guerra contro Roma (91-88 a.C.). Il tempio e gli edifici furono oggetto di spoliazione per la costruzione della colonia Julia Felix Lucus Feroniae voluta da Silla dopo la vittoria sugli insorti italici.

Il nuovo Foro fu costruito all’interno dell’area sacra e un tempio dedicato a una nuova divinità, la Salus, sostituì il culto di Feronia.

Gli scavi in questa località iniziarono nel 1952 e proseguono nei decenni successivi con numerose interruzioni. Nel 1977 viene costruito il Museo Archeologico Nazionale di Lucus Feroniae che custodisce i materiali provenienti dagli scavi con interessanti ed esaurienti pannelli illustrativi che descrivono anche la vita quotidiana degli antichi romani attraverso gli oggetti rinvenuti.

Il museo e gli scavi si trovano nel territorio di Capena, lungo la via Tiberina, la visita del museo e degli scavi dell’antica città sono gratuiti, per le informazioni si può consultare questo sito.

fiori sulle antiche rovine

Le rovine antiche sono un luogo ideale per la crescita di fiori spontanei, lontano da coltivazioni e diserbanti, anche lo sfalcio non è così solerte! Così in queste prime giornate autunnali visitando le rovine ci si può imbattere in un vero orto botanico!

Fra le rovine dell’antica colonia di Julia Felix Lucus Feroniae di cui parlerò in un prossimo post crescono bellissimi fiori come l’Altea della foto in apertura.

I prati abbondano delle fioriture del finocchio selvatico e della rughetta selvatica.

Ruchetta selvatica

La nepitella (a Roma conosciuta come mentuccia) riempie l’aria tiepida con il suo profumo e riesce a crescere anche nelle fessure degli antichi muri.

Così come le bocche di leone che hanno bisogno di ben poco terriccio per fiorire!

Non è la prima volta che trovo bellissimi fiori sulle rovine, in Marocco la stessa antica città romana di Volubilis aveva preso il nome dal fiore spontaneo che vi cresceva abbondante: il convolvolo.

Sul tempio di Giove Anxur a Terracina crescono violacciocche e ferule che danno un tocco di colore agli imponenti resti.

Gli esempi possono essere ancora moltissimi, le mie visite archeologiche hanno quasi sempre un risvolto botanico! Mi fermo però qui.

strade romane e giochi di palla

Fra i tanti nomi curiosi delle vie e piazze del centro di Roma di cui ho scritto qui, qui e qui, ci sono anche i nomi di giochi di palla che si praticavano in genere in piazze o piazzette, le vie del centro infatti non avevano grandi spazi liberi per poter giocare se si toglievano le grandi piazze di rappresentanza non lasciate certo ai giochi del popolino!

Via della Pallacorda ricorda il campo allestito nel cortile di uno dei palazzi della via all’inizio del ‘600 per il gioco della pallacorda, una sorta di tennis.

Durante una partita di pallacorda giocata da due squadre di quattro giocatori ciascuna avvenne una feroce rissa in cui fu coinvolto anche Michelangelo Merisi, il Caravaggio. Uno dei giocatori della squadra avversaria a quella in cui giocava l’artista morì in seguito alle ferite riportate. Il Caravaggio fu condannato a morte in contumacia perché era riuscito a scappare da Roma.

Via della Pilotta e Piazza della Pilotta prendono il nome dalla romanizzazzione del nome spagnolo del gioco della palla (pelota).

La via è molto suggestiva, fra il Palazzo Colonna e la villa sulla destra, che si estende sulle pendici del Quirinale. Quattro grandi archi collegano il palazzo alla villa. La via sbocca nella tranquilla piazza della Pilotta, è qui che fin dal ‘500 si giocava alla palla.

Piazza della Pilotta

Infine via del Pallaro ricorda un personaggio che teneva qui una sorta di gioco del lotto, il pallaro raccoglieva le puntate e da 90 palle estraeva i cinque numeri vincenti!

la casina delle civette a villa Torlonia

La Casina delle Civette è una curiosa villetta che si può visitare all’interno della Villa Torlonia, uno dei tanti parchi pubblici romani che furono un tempo splendide dimore signorili. Io ne ho parlato qui.

La costruzione fu voluta in queste forme dall’ultimo erede dei Torlonia, Giovanni jr. che la ereditò nel 1908 e la fece ristrutturare secondo i canoni stilistici neomedioevali allora di moda e ne fece la sua dimora fino alla morte avvenuta nel 1939.

La villa, e con essa la casina, dopo la morte del principe ebbe una vita travagliata, fu dimora di Mussolini fino al 1943, dal 1944 fu occupata da un contingente militare americano che provocò molti danni al complesso e in particolare alla casina della quale andarono perduti molti arredi e decorazioni.

La villa fu espropriata nel 1962 per farne un parco pubblico che però sarà aperto solo nel 1978, molti dei suoi edifici, compresa la Casina delle Civette erano in grave stato di degrado.

Tutte le vetrate attuali sono frutto del restauro avvenuto nel 1997 su fedele riproduzione dei bozzetti originali, poiché la villetta era in rovina e le vetrate erano andate in frantumi ed erano state gravemente danneggiate da un incendio.

La Casina delle Civette deve la sua fama alle ricche decorazioni interne, in particolare alle maioliche e alle vetrate per le quali lavorò Cesare Picchiarini, il massimo artigiano del vetro di Roma all’inizio del ‘900. I cartoni delle vetrate erano dei più celebri artisti del periodo: Paolo Paschetto, Duilio Cambellotti, Umberto Bottazzi.

Sono proprio le figure delle civette, riprodotte su alcune vetrate e raffigurate anche su una maiolica all’esterno dell’edificio, a dare nome alla casina. Questi uccelli rispecchiavano il carattere e lo stile di vita del principe, amante della vita ritirata, ma anche della sapienza, della quale questo uccello è un po’ il simbolo, come attributo tradizionale della dea Atena.

Insieme al motivo delle civette altri uccelli più appariscenti colorano le vetrate della villetta, pavoni, cigni, rondini, allodole.

Alle vetrate restaurate della casina ne sono state aggiunte altre degli stessi autori, acquistate dal Comune di Roma in modo da creare un vero e proprio museo della vetrata storica.

La Casina delle Civette fa parte dei Musei del Comune di Roma, qui si possono avere informazioni sulla sua visita, insieme alla visita degli altri musei della villa.

il Parco di Veio

Il Parco Regionale di Veio si estende per quasi 15 mila ettari a nord si Roma, fra la via Cassia a la via Flaminia, per ampiezza è il 4° parco del Lazio.

Si conserva naturalisticamente abbastanza integro, un enorme lembo di campagna romana che costituisce uno dei tanti polmoni verdi che circondano la metropoli, in continuità con altri parchi, come quello dell’Insugherata, quello di Bracciano-Martignano e quello della valle del Treja.

Si estende su colline tufacee, prodotto delle eruzioni dei Vulcano Sabatino, sulle quali i corsi d’acqua hanno scavato nei millenni forre ricche di vegetazione.

Le antiche popolazioni italiche dell’età del bronzo abitavano quella che sarà l’Etruria meridionale, i loro villaggi occupavano le alture isolate con pendii ripidi, facilmente difendibili.

Verso il 1000 a. C. gli abitanti di questi villaggi si riunirono in comunità più grandi, sorsero così gli insediamenti “protourbani” di Orvieto, Vulci, Tarquinia, Cerveteri e la stessa Veio. Da questi insediamenti in seguito si svilupparono le città etrusche.

L’intensa attività archeologica portata avanti nell’area di Veio ha fatto ritrovare un gran numero di necropoli dell’età del ferro (IX-VIII secolo a. C.)

Dal VII secolo a. C. a Veio compaiono le prime case a pianta rettangolare costruite con mattoni crudi e furono costruiti i primi templi.

Veio raggiunse il suo massimo sviluppo fra la fine del VII secolo a. C. e l’inizio del VI, poi iniziarono i conflitti con Roma, città in espansione, ciò portò i veienti a costruire una cinta muraria intorno alla città, fatta di blocchi di tufo.

I conflitti con Roma si inasprirono con alterne vicende fino a che nel 396 a. C Roma non espugnò la vicina. Da allora in poi Veio perderà la sua indipendenza, ma il suo territorio continuerà a prosperare sotto coloni romani o veienti passati al nemico. La città possedeva un centro termale terapeutico con un vicino tempio forse dedicato a una divinità salutare come testimoniato dai ritrovamenti archeologici.

La città fu abitata per più di sedici secoli, fino al medioevo, poi rimarrà terreno agricolo, coltivato ancora ai giorni nostri.

Un luogo piacevole e interessante in cui fare facili percorsi a piedi nel verde a poche decine di chilometri da Roma. Lungo il sentiero si incontrano gli scavi dell’antica città, le tombe nel tufo, le forre ombreggiate da grandi alberi, all’inizio di uno dei percorsi è un vecchio mulino abbandonato.

la rivoluzione dei papiri

I fusti dei papiri affondano le radici nelle acque dello stagno dell’Orto Botanico di Roma.

I papiri sono piante palustri appartenenti alla famiglia delle Cyperacee. Fin dalla preistoria in Egitto con le loro fibre flessibili si fabbricavano corde, stuoie, calzature e ceste. Con i papiri intrecciati e spalmati di bitume era fatto il canestro in cui il piccolo Mosè venne lasciato da sua madre sulle sponde dl Nilo.

Roma, fontana del Mosè a Villa Borghese

Circa 3000 anni fa gli egizi trovarono il modo di fabbricare fogli ricavati dal loro midollo che era tagliato in strisce sottili con le quali si faceva un primo strato orizzontale, sovrapponendo un secondo strato verticale. Con un maglio gli strati venivano battuti in modo che la linfa rilasciata servisse da collante. I fogli erano poi incollati fra loro e arrotolati.

La scoperta rivoluzionò la trasmissione dei testi scritti. Mano a mano che le società del Mediterraneo si alfabetizzavano cresceva il bisogno dei rotoli di papiro che furono esportati dagli egiziani a caro prezzo. Infatti la pianta scarseggiava al di fuori dell’Egitto tanto che divenne una risorsa strategica.

I faraoni detennero il monopolio della lavorazione e del commercio di questi rotoli che rappresentavano un enorme progresso rispetto ai supporti per la scrittura usati precedentemente: pietra, argilla, legno, metallo che erano rigidi e pesanti. Ora gli scritti erano fatti su un supporto flessibile, leggero e facilmente trasportabile.

Paper in inglese, papel in spagnolo e portoghese, papier in tedesco, papir in molte lingue slave, paperi in finlandese. Molte lingue europee usano ancora oggi questo termine per significare carta.

Molte delle notizie di questo articolo le ho prese da un libro esauriente e interessante: “Papyrus, l’infinito in un giunco” di Irene Vallejo, edizioni Bompiani.

la tomba di Cecilia Metella e il Vulcano Laziale

Il Mausoleo di Cecilia Metella e il Palazzo Caetani sull’Appia Antica

L’Appia Antica è una delle principali mete turistiche di Roma, celebrata come Regina Viarum, la regina delle vie fin dall’antica Roma, è una delle vie consolari che partivano, e partono da Roma. Io ne ho parlato qui.

Era ricchissima di monumenti e tombe, fra queste è rimasto imponente nonostante i crolli e le spoliazioni, il Mausoleo di Cecilia Metella, nobildonna appartenente a una potente e ricca famiglia, costruito fra il 30 e il 20 a. C., fra i più grandi fra quelli edificati a Roma e il meglio conservato.

Accanto al mausoleo, tanto da fare un tutt’uno con esso, è il palazzo Caetani del XIV secolo, fatto costruire dalla potente famiglia imparentata con il papa Bonifacio VIII. Erano tempi molto agitati fra esponenti di opposte fazioni e molti mausolei dell’Appia furono trasformati in palazzi fortificati, quello di Cecilia Metella divenne il torrione del palazzo.

La tomba di Cecilia Metella è un pregevole edificio che fu oggetto di ammirazione da parte di viaggiatori e artisti fin dal Rinascimento, la sua fama non è però solo diffusa fra turisti e archeologi, questo luogo è conosciuto anche per le sue particolarità geologiche.

Infatti è qui che termina la colata lavica generata a più riprese, fra 200 mila e 300 mila anni fa, dal Vulcano Laziale, sistema collinare noto come Colli Albani. Tale colata per i geologi ha assunto il nome di Capo di Bove, il nome che aveva la zona nel medioevo, dai bucrani che ornano il fregio del mausoleo.

Le colate laviche avevano generato un vasto tavolato vulcanico alto da 6 ai 12 metri e esteso per oltre 10 chilometri. Anche la pietra generata dal raffreddamento della lava ha un nome che rimanda al mausoleo: Cecilite.

La lava fu ampiamente usata dai Romani come materiale di costruzione e per pavimentare le strade. Anche l’Appia fu lastricata con i basoli provenienti da questa colata, di cui sono conservati alcuni tratti che recano ancora i solchi scavati dalle ruote dei carri.

Gli scavi archeologici condotti nelle fondamenta del Palazzo Caetani hanno rivelato un’antica cava sotterranea che si può osservare durante la visita. Fornì materiale per pavimentare molte antiche vie romane. La lava è molto dura da lavorare e ne venivano staccati blocchi inserendo dei cunei di ferro nelle fessure naturali e fra gli strati. Con un mazzuolo poi si batteva sui cunei fino a separarli.

Voci precedenti più vecchie

Favole per bambini

Brevi storie della buonanotte da leggere ai bambini per sognare

fiorievecchiepezze

piante, animali e riutilizzo per lasciare una impronta piccola nell'ambiente

itagnol.com/

Ultime notizie dalla Spagna e dall'Italia

Lipstick On Coffee Cup

L'entusiasmo non é leggerezza. "L'entusiasmo è per la vita ció che la fame é per il cibo".

VOCI DAI BORGHI

Laudabunt alii claram Rhodon aut Mytilenem...

Non Solo Campagna - Il blog di Elena

Il mio mondo, i miei libri, le mie storie

LA MASSAIA CONTEMPORANEA cuoca a domicilio

nel piccolo può fare grandi cose

Nel Mondo del Giardinaggio

Giardinaggio, natura e tanto altro!

Favole per bambini

Brevi storie della buonanotte da leggere ai bambini per sognare

fiorievecchiepezze

piante, animali e riutilizzo per lasciare una impronta piccola nell'ambiente

itagnol.com/

Ultime notizie dalla Spagna e dall'Italia

Lipstick On Coffee Cup

L'entusiasmo non é leggerezza. "L'entusiasmo è per la vita ció che la fame é per il cibo".

VOCI DAI BORGHI

Laudabunt alii claram Rhodon aut Mytilenem...

Non Solo Campagna - Il blog di Elena

Il mio mondo, i miei libri, le mie storie

LA MASSAIA CONTEMPORANEA cuoca a domicilio

nel piccolo può fare grandi cose

Nel Mondo del Giardinaggio

Giardinaggio, natura e tanto altro!

ciboefilosofia

"Fa del cibo nello stesso tempo qualcosa di normale e di straordinario, di quotidiano e di eccezionale, di semplice e di speciale".

semplicemente homemade

Your Home Decor Gifts - cucito creativo,scrapbooking,bomboniere,home decor

Noi Facciamo Tutto In Casa

Ricette di casa nostra, tradizionali e innovative

gioiellidiale

gioielli(e non solo) in ceramica raku,creazioni in maglia e uncinetto e dolcini naturali!

In viaggio con Valentina

Tra vent'anni non sarete delusi dalle cose che avete fatto ma da quelle che non avete fatto. Allora levate l'ancora, abbandonate i porti sicuri, catturate il vento nelle vostre vele. Esplorate. Sognate. Scoprite (Mark Twain)

Dolce & Salato Senza Glutine

La mia cucina è la mia passione... cucinare mi rilassa e adoro cucinare per me, ma soprattutto per la mia famiglia..

londarmonica

studio e ricerca: voce parlata - voce cantata - pratica strumentale