il ponte Matteotti

Nel cuore di Roma, di fronte al Ministero della Marina, questo ponte fu costruito in un momento buio della storia d’Italia.

Fu progettato nei primi anni del 1900 a somiglianza dei ponti dell’antica Roma, in tufo rivestito di mattoni con fasce e architravi di travertino. Doveva collegare i quartieri Prati e Flaminio.

Il cantiere fu insediato nel 1924, ma per due anni i lavori rimasero fermi a causa del grave fatto di sangue che accadde sul lungotevere proprio all’altezza del luogo dove doveva sorgere il ponte.

Il 10 giugno del 1924 una squadraccia fascista sequestrò il deputato socialista Giacomo Matteotti che fu poi ritrovato cadavere 2 mesi dopo a 20 chilometri da Roma. Matteotti alla Camera dei deputati si era coraggiosamente opposto  a Mussolini che andava affermando sempre di più il suo potere, denunciando le violenze e glli abusi commessi dai fascisti durante le recenti elezioni.

Il crimine suscitò una grande indignazione, tanto da mettere in difficoltà la nascente dittatura. La maggior parte dell’opinione pubblica era convinta che Mussolini ne fosse il mandante.

Ma messi a tacere gli oppositori, Mussolini consolidò il suo potere e i lavori del ponte ripresero. Terminarono nel ’29 e fu inaugurato con il nome di Littorio, il simbolo del nuovo regime. Dopo la caduta del fascismo non si tollerò più quel nome che fu sostituito da quello del deputato ucciso.

Lungo il trafficatissimo lungotevere Arnaldo da Brescia, al centro di un giardinetto, svetta  slanciato il monumento a Giacomo Matteotti e una lapide lo ricorda.

Sulla sponda sottostante vi è lo scalo Francesco De Pinedo dove nel 1925 l’aviatore approdò con il suo idrovolante dopo la trasvolata che lo aveva portato in Australia e in Giappone percorrendo ben 55 mila chilometri.

De Pinedo aveva compiuto un’impresa epica e straordinaria per l’epoca, ammarò in un tripudio di folla fra roboanti dichiarazioni di Mussolini sull’audacia degli aviatori italiani. La circostanza contribuì a mettere a tacere il gravissimo fatto di sangue avvenuto a pochi metri da lì, poco più di un anno prima.

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geologia di Roma antica

Tutti sanno che Roma fu fondata su sette colli: il Palatino, l’Aventino, il Capitolino, il Quirinale, il Viminale, il Celio e l’Esquilino. Interessante è conoscere la genesi geologica di questi colli così importanti per la storia di questa città che un tempo fu caput mundi.

I colli furono generati dalle stratificazioni di materiale vulcanico eruttato dal complesso dei colli Albani, a sud di Roma che con un’intensa attività formarono una piattaforma costituita di tufi, colate piroclastiche e colate di lava. L’attività vulcanica di questo distretto iniziò circa 600 mila anni fa e fu particolarmente energica tanto che ad ogni eruzione furono emessi decine di chilometri cubi di materiale che formò un’ampia piattaforma

Il colle Palatino

I  terreni vulcanici appena formati furono subito sottoposti all’azione erosiva da parte delle piogge e dei corsi d’acqua, primo fra tutti il Tevere il cui corso fu inizialmente deviato dai prodotti vulcanici.

Alcune delle più importanti vie del centro di Roma come ad esempio via Cavour e via Nazionale sono tracciate proprio nelle valli scavate dai corsi d’acqua che dai colli scendevano verso il Tevere.

 

Il colle Aventino visto dal Tevere

L’attività erosiva delle acque continuò nel tempo trasformando la iniziale piattaforma in un paesaggio collinare, fra le tante colline anche i famosi “sette colli”.

Il Quirinale visto dall’Altare della Patria

Il Colosseo fu costruito in parte su una piccola depressione in cui scorreva uno degli affluenti di sinistra del Tevere, il Fosso Labicano. Quindi la parte meridionale, costruita sui sedimenti lasciati da questo corso d’acqua, fu maggiormente danneggiata dai terremoti cui Roma è periodicamente soggetta rispetto alla parte che dà verso via dei Fori Imperiali costruita su solidi terreni tufacei.

Il Fosso Labicano scorreva tra Esquilino, Celio e Palatino, dove ora è la via Labicana, faceva un gomito dove ora è il Colosseo, per poi scorrere verso la valle del Circo Massimo e immettersi nel Velabro Maggiore che scorreva nella valle dove è ora la Passeggiata Archeologica per poi confluire direttamente nel Tevere presso l’isola Tiberina che fu probabilmente formata dai detriti portati dal fiume. La Cloaca Massima fu fatta costruire dai re Tarquini proprio per drenare le acque del Velabro.

Lo sbocco della Cloaca Massima nel Tevere

 

un antichissimo ponte romano

Un ponte romano antichissimo e poco conosciuto è il Ponte Nomentano detto anche “Ponte Vecchio”, non è uno dei numerosi e noti ponti sul Tevere, ma unisce le due sponde del secondo fiume di Roma, l’Aniene.

Anche se poco noto ai turisti ed anche ai romani che non abitano in zona, non è meno carico di storia di ponti ben più famosi.

Sorge in periferia, nel quartiere di Montesacro, lungo la via Nomentana (anticamente chiamata Ficulensis) che collegava Roma con l’antica Nomentum. Probabilmente è nei suoi pressi che si rifugiò la plebe dopo la secessione del 494 a.C. e l’episodio dell’apologo dello stomaco e delle membra con cui Menenio Agrippa convinse i secessionisti a tornare a Roma.

Il ponte in muratura fu costruito dai romani probabilmente intorno al 100 a.C., in precedenza doveva esserci al suo posto un ponte in legno. Era un passaggio importante sia per gli uomini che per il bestiame, si trovava infatti sui percorsi della transumanza, come attesta un rilievo sulla chiave di volta dell’arcata a monte, costituito da una testa bovina e una clava, simbolo di Ercole, divinità protettrice del bestiame. Sull’arcata a valle è rappresentatata invece una clava diritta.

Il ponte fu più volte distrutto dalle piene del fiume o dalle guerre. Era infatti uno dei pochi accessi all’area di Roma da parte di eserciti invasori che provenivano da nord ed inoltre era isolato dalla città, distando quasi 4 chilometri dalle mura aureliane. Probabilmente fu distrutto una prima volta nel 547 dal re dei goti Totila prima di abbandonare Roma, sconfitto da Narsete, il generale bizantino che combatteva per l’imperatore Giustiniano.

Nell’anno 800 probabilmente qui si incontrarono il papa Leone III e Carlo Magno che fu incoronato pochi giorni dopo “Grande Pacifico Imperatore dei Romani” nella basilica di San Pietro.

Il ponte fu restaurato più volte, nel 1452 papa Niccolò V dispose che si fortificasse, facendo costruire l’incastellatura centrale e sopraelevando le torri. Il ponte assunse così l’aspetto attuale.

Anche in tempi più vicini a noi fu più volte tagliato: nel 1849 dalle truppe francesi per impedire il passaggio di Garibaldi e dei suoi uomini, nel 1867 di nuovo per contrastare l’avanzata dei garibaldini.

Fra la fine del 1800 e l’inizio del ‘900 il ponte fu teatro di cacce alla volpe da parte della nobiltà romana e dell’alta borghesia, si trovava infatti allora in aperta campagna e fu ritratto in moltissimi dipinti e fotografie d’epoca come quelle di Giuseppe Primoli.

Dal 1997 è stato chiuso al traffico veicolare, ma lo si può attraversare a piedi; è inserito nel Parco Naturale della Valle dell’Aniene e continua a resistere alle piene del fiume.

Il Ponte Nomentano semisommerso dalla piena del 2011

gli alberi sacri di Roma antica

I luoghi dove sorse Roma erano ricoperti da boschi di cui resta memoria nei nomi di alcuni dei sette colli: il colle Viminale dai salici da cui si ricavavano i vimini, usati per fare cesti, ma anche scudi, il Celio anticamente si chiamava Querquetulanus.

Virgilio canta di un CampidoglioOlim silvestribus horrida dumis” (Irto un tempo di silvestri cespugli. Eneide, VIII, 348). Le selve e I cespugli erano horrida, cioè irti, ma anche orridi, che incutevano timore, abitati da numi e quindi sacri.

Nei millenni della storia di Roma questi boschi furono tagliati e addomesticati per costruire templi, palazzi, vie lasricate, abitazioni e nuovi alberi esotici furono importati da molte parti dell’impero, ma la sacralità di alcuni alberi rimase intatta.

Il fico ruminale secondo la leggenda aveva ospitato sotto i suoi rami frondosi la lupa che allattava i gemelli.

L’alloro era pianta sacra ad Apollo e serviva ad incoronare i vincitori di giochi e battaglie e la sua coltivazione era obbligatoria nei giardini della Roma imperiale. L’antica credenza che dove cresce l’alloro non cada mai il fulmine era ancora viva nelle nostre campagne fino a pochi decenni fa.

La quercia era sacra a Giove. Sul Campidoglio il primo tempio di Giove era stato edificato da Romolo accanto a una quercia venerata dai pastori.

Il mirto era pianta sacra a Venere e doveva essere molto diffuso nella zona dove poi fu fondata Roma, ne parla Plinio “…fuit myrtus ubi nunc Roma est“.

Anche il faggio fu albero sacro presente in fitti boschi anche a Roma in tempi molto antichi, relitto di un’epoca in cui il clima era più freddo. Esisteva anche un colle Fagutale (forse l’Esquilino) su cui sorgeva un tempio di Giove Facutale accanto ad un enorme faggio.

Il pino era albero sacro a Cibele e a Diana, fu probabilmente importato e coltivato fin dall’epoca etrusca.

Così anche il cipresso fu sempre oggetto di venerazione da parte degli antichi popoli mediterranei, legato al culto dei morti e usato nei recinti funerari, fu introdotto a Roma in tempi molto antichi.

La sacralità degli alberi era tale che abbatterne uno era considerato un crimine grave da espiare con riti e sacrifici per evitare che la violazione fosse pagata con la vita di qualche altro essere vivente. Forse dovremmo ricordarci di queste antiche credenza, se non altro perché effettivamento l’abbattimento degli alberi ha portato in molte situazioni a catastrofi naturali che hanno causato morti e distruzioni.

 

a Roma con il naso per aria

Mi piace girovagare per la mia città con il naso per aria, anche se questa mia abitudine mi ha provocato non pochi inconvenienti: cadute più o meno rovinose per le buche dei marciapiedi di Roma, incontri delle suole delle mie scarpe con ricordini di cani, scontri con qualche passante. Nonostante ciò continuo a guardarmi intorno, contenta se posso aggrapparmi al braccio di qualcuno che mi fa da appoggio!

Guardare in aria è l’unico modo per accorgersi di particolari  che passerebbero inosservati, soprattutto in una città come Roma che ha una storia plurimillenaria durante la quale si sono stratificate vestigia diverse!

Così è possibile notare una minuscola finestra aperta chissà quando e chissà da chi nello spessore delle mura Aureliane,

o la bella fioritura delle bocche di leone sulle stesse mura.

La targa attestante il livello raggiunto dalle acque del Tevere durante l’alluvione disastrosa del 1870,

o la targa posta al Gianicolo a ricordo dei disperati combattimenti a difesa della Repubblica romana nel 1849, con la palla di cannone qui trovata.

La finestrella con le piantine accanto all’immagine sacra,

e magari anche un asino che vola!

Fra palazzi moderni e traffico convulso, se si va a piedi con il naso per aria si scoprono angoli in cui a resti romani si sono sovrapposte costruzioni medioevali e rinascimentali. Perché Roma è una città dove nulla dei secoli e millenni passati si perde mai veramente.

Stando ben attenti a non farsi travolgere è persino possibile, all’angolo di via Piave, trovare il sepolcro di un giovanissimo poeta, Quinto Sulpicio Massimo, vissuto nel I secolo d. C. e morto a soli 11 anni, ma già in grado di comporre poesie in lingua greca.

Il sepolcro fu trovato all’inizio del 1900 durante i lavori di demolizione della porta Salaria. Il bassorilievo del fanciullo e l’iscrizione in greco fatta incidere dagli affranti genitori sono una copia, mentre l’originale è ai Musei Capitolini (Centrale Montemartini).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

vicoli

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Vicolo: una croce di case

che si chiamano piano

e non sanno ch’è paura

di restare sole nel buio

( Salvatore Quasimodo, Vicolo)

Roma

Vicoli, strette viuzze fra le case, a volte strettissimi, tanto che si può dare la mano al dirimpettaio, angusti e bui eppure affascinanti e ricchi di storia e di storie.

Vicoli di città e di paesi, di borghi arrampicati in collina e di centri di pianura. Risalgono al medioevo quando eserciti invasori e bande di assalitori rendevano necessario stringersi per potersi meglio difendere.

A volte sono ripidi e tortuosi per meglio adattarsi al territorio scosceso.

Capolìveri (Li)

Solo qualche raggio di sole riesce a farsi largo a fatica per poche ore al giorno.

Sorano (Vt)

Sono arrivati fino a noi con le loro architetture, i loro balconcini, le scale, gli archivolti e gli archetti che sorreggono i vecchi muri.

Montefortino (Ap)

Terracina

Roma, via dei 3 Archi

Alcuni stretti e bui lasciano intravedere la valle verde e assolata.

Città della Pieve (Pg)

Raccontano la vita di tutti i giorni che continua, con i panni stesi, la motocicletta appoggiata, le antenne, i fili della luce, le grondaie, i lampioni, le tettoie, i vasi di fiori, i gatti.

Sorano (Vt)

Ischia

Hanno colori diversi a seconda della pietra con cui sono costruite le case e a seconda dei gusti, dai colori pastello di Ischia, al beneaugurante azzurro marocchino.

Rabat (Marocco)

In Puglia prevale il bianco,

in Abruzzo il chiaro calcare luminoso.

Barrea (Aq)

Altrove li si è decorati con macchie di colore.

Sciacca

Alcuni sono coperti per facilitare il rifornimento delle botteghe come la via degli Asini di Brisighella.

Brisighella, via degli asini

 

Monte San Biagio (Lt)

Nei vicoli è sempre piacevole perdersi, ma se si guarda in alto si intravede un rivolo di azzurro.

 

 

un antico tribuno del popolo

Le folle di turisti che salgono la bellissima cordonata che sale da piazza d’Aracoeli a piazza del Campidoglio incontrano sulla sinistra una statua di un personaggio incappucciato in un atteggiamento oratorio, su un piedistallo ricco di frammenti architettonici antichi. La maggioranza dei visitatori ignora chi egli sia e non è interessata a saperlo.

Il personaggio in abiti medioevali è Cola di Rienzo, vissuto a Roma nella prima matà del 1300. Era un periodo buio per la città, il papato si era trasferito ad Avignone e i nobili spadroneggiavano  commettendo prepotenze e violenze di ogni genere.

Cola di Rienzo era un giovane colto, recatosi ad Avignone si fece apprezzare dal papa che lo nominò notaio della Camera Apostolica. Tornato a Roma decise di porre un argine alla triste situazione in cui si trovava la città. Nel 1347 si autonominò pertanto tribuno del popolo mettendosi a capo delle sommosse cittadine contro lo strapotere delle famiglie nobili.

Il suo intento era quello di riportare Roma all’antico splendore del periodo repubblicano e all’inizio del suo governo riuscì effettivamente a sottomettere i baroni e cercò di tessere accordi con altri comuni italiani, soprattutto quelli dell’Italia centrale. Varò regole per limitare le violenze e per destinare le risorse pubbliche ai cittadini. Sembrò che Roma potesse avere un governo equo e una buona amministrazione della giustizia. In questo periodo ebbe fra i suoi ammiratori anche Francesco Petrarca.

Dovette però fuggire una prima volta a causa della reazione dei nobili. Inviato di nuovo a Roma dal papa vi entrò come trionfatore. Ma la popolarità lo esaltò a tal punto da portarlo a comportamenti tirannici e  folli. Si circondò di lussi, si diede sd eccessi di tutti i tipi. Il popolo che lo aveva osannato gli si rivoltò contro e Cola di Rienzo fu ucciso in un tumulto nel 1354, proprio in Campidoglio, dove è ora la statua.

Figura paradigmatica dell’esaltazione folle a cui può portare il potere, a Roma viene comunque ricordato forse per quel tanto di speranza che seppe dare precorrendo i tempi. Tanto che una importante arteria del quartiere Prati, edificato dopo l’unità d’Italia, porta il suo nome.

 

strade di Roma e antichi mestieri

Nel cuore di Roma, fra piazza Campo de’ Fiori e piazza Navona, nel dedalo di vie e vicoli che conservano ancora un’impronta medioevale, molte strade portano ancora il nome degli artigiani e venditori che avevano lì le loro botteghe. Sono ancora oggi piccole vie dai nomi evocativi, alcuni noti altri meno, ma è sempre piacevole percorrerle scantonando come più ci piace.

Ecco così via dei Giubbonari, ancora oggi una via commerciale lungo la quale si susseguono negozi di abbigliamento. La via si apre nel delizioso largo dei Librari, in cui è come incastrata la chiesetta di Santa Barbara dei Librari. Nello stesso largo si impone una sosta mangereccia per gustare i romanissimi filetti di baccalà, cibo povero e saporitissimo.

Intorno vi sono via de’ Catinari, dove erano le botteghe dei venditori di catini, via de’ Chiavari, via de’ Balestrari, via de’ Chiodaroli, via dei Funari, i venditori di funi, via de’ Sediari e poi ancora via dei Barbieri, dei Falegnami, dei Cappellari, dei Baullari, che vendevano bauli, dei Canestrari, degli Staderari, che vendevano le stadère, le bilance ancora usate nei mercati romani fino agli anni 60 del secolo scorso. e poi via dei Pianellari, i venditori di pantofole, via dei Leutari, via dei Pettinari, via dei Cartari, via degli Ombrellari.

Vicolo delle Vacche prende il nome da una stalla che nel ‘500 vendeva direttamente il latte al minuto.

Più nota è la via dei Coronari dove un tempo erano i venditori di corone sacre, ora ha cambiato il suo aspetto popolare ed è diventata una via elegante con botteghe di antiquariato.

Anche via dei Banchi Vecchi prende il nome dai fondaci che vi si trovavano, fra gli altri vi erano i guantari e i trinatoli, oltre che banchieri e notai.

Le botteghe degli artigiani e dei venditori non ci sono più, ma possiamo ancora immaginarle, con il loro colorito viavai di compratori e popolino.

la regina viarum

La SS n.7 è l’Appia, la “Regina viarum” per gli splendidi monumenti funerari che la ornavano. Fu aperta nel 312 a.C. rettificando e prolungando fino a Capua (l’odierna Santa Maria Capua Vetere), il precedente tracciato che terminava ai Colli Albani.

Attraversava (e attraversa, pur con le necessarie varianti) Aricia (Ariccia), Tarracina (Terracina), Fundi (Fondi), Formiae (Formia), Minturno (Minturno). Fu in seguito prolungata fino a raggiungere Benevento, Venosa ed infine Brindisi e Taranto.

Quando furono costruite le Mura Aureliane ne usciva attraverso quella che attualmente è la Porta San Sebastiano.

Il primo tratto fuori delle mura dal 1962 è diventato parte del Parco dell’Appia Antica che ha sede presso l’ex cartiera che sfruttava l’acqua del torrente Almone.

A poche decine di metri fuori della porta si trova la copia della prima colonna miliare che segnava il primo miglio della via consolare romana che iniziava a Porta Capena vicino alle Terme di Caracalla.

Proseguendo la passeggiata sull’Appia antica si incontrano gli antichi sepolcri, quello di Geta,

Sepolcro di Geta

quello di Priscilla, più avanti la tomba di Cecilia Metella. Molti di questi sepolcri nel medioevo furono trasformati in torri di difesa dalle famiglie dei nobili romani. Lungo il percorso c’è anche la chiesetta di Domine Quo Vadis, dove la leggensa narra che san Pietro, mentre tentava di scappare da Roma, incontrò Gesù Cristo. Altri monumenti importanti sono le catacombe di san Callisto e quelle di san Sebastiano, la villa dei Quintili e quella di Massenzio. In alcuni tratti è stato riportato alla luce l’antico basolato romano di basalto.

Il tratto urbano dell’Appia antica termina dove incontra il Gran Raccordo Anulare, ma l’Appia moderna continua toccando tutte le antiche cittadine dei Castelli romani e poi della costa laziale, dirigendosi verso sud, fino a Brindisi e Taranto.

 

Trilussa, un poeta romanesco

A Trastevere, accanto al trafficatissimo lungotevere, di fronte a Ponte Sisto, si apre la piccola piazza Trilussa, dedicata a uno dei più noti poeti contemporanei in romanesco, Carlo Alberto Salustri, conosciuto con lo pseudonimo di Trilussa, anagramma del suo cognome.

Nella piazzetta oltre alla fontana dell’Acqua Paola c’è il monumento al poeta qui collocato nel 1954.

Ironico e arguto, Trilussa si è espresso in un dialetto solo apparentemente spontaneo, in realtà mescolato all’italiano fino ad ottenere un linguaggio raffinato.

Nella cultura popolare romana Trilussa è ben conosciuto ed alcuni suoi versi sono diventati proverbiali come i “polli di Trilussa”, dalla poesia “La Statistica”.

Sai ched’è la statistica? È na cosa
che serve pe fa’ un conto in generale
de la gente che nasce, che sta male,
che more, che va in carcere e che sposa.
ma pe’ me la statistica curiosa
è dove c’entra la percentuale,
pe’ via che lì la media è sempre eguale
puro co’ la persona bisognosa.
M spiego: da li conti che se fanno
secondo le statistiche d’adesso
risurta che te tocca un pollo all’anno:
e se nun entra nelle spese tue
t’entra ne la statistica lo stesso
perché c’è un antro che ne magma due.

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