un albero quasi immortale

Venafro

L’olivo è un albero quasi eterno, “Alberi non a misura di vita umana” scriveva Leonardo Sciascia riferendosi ad alcuni olivi centenari siciliani.

Alla base del tronco o sulle grosse radici lignificate che emergono a fior di terra si trovano gemme chiamate ovoli per la loro forma; da queste si sviluppano continuamente nuovi virgulti, i polloni, tanto che uno dei lavori estivi nell’oliveto è proprio la spollonatura, perchè la loro crescita ridurrebbe la produzione di olive.

Quando però un imponente individuo è stato distrutto da un incendio o dal freddo eccessivo e il suo legno corroso dalla carie, dai polloni non potati si formano nuovi tronchi e in pochi anni si rigenerano nuovi alberelli  che traggono nutrimento e forza dalle poderose radici del vecchio centenario.

Nelle nostre campagne si vedono molti olivi che hanno tre o più tronchi che crescono su un vecchio ciocco ormai semidecomposto. Dalla loro dimensione si può capire se risalgono alla gelata del 1956 o a quella del 1985 che misero a dura prova i nostri oliveti. Per alcuni bisogna risalire ancora più indietro a quella del 1929!

L’olivo fa parte della storia dell’uomo da seimila anni ed è parte integrante del paesaggio mediterraneo. Nel nostro Paese è diffuso negli ambienti più vari, dalle colline umbre e toscane, alle fasce degli scoscesi pendii liguri, alle fertili pianure calabresi. Testimone di immani fatiche di generazioni di coltivatori per ricavarne il prezioso olio.

Molti di questi oliveti sono stati abbandonati e gli alberi hanno moltiplicato i loro polloni assumendo un portamento arbustivo o, invasi dalla macchia, hanno sviluppato rami e foglie solo sulla sommità, l’unica parte dell’albero che riesce ad avere luce del sole.

Liberarli e farli respirare di nuovo è un lavoro faticoso, ma che dopo alcuni anni ripaga, perchè l’albero ripreso vigoria, tornerà a produrre frutti.

 

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tante spine

Dopo il post “pungente” un post “spinoso”.

“Non c’è rosa senza spine”, “Stare sulle spine”, “Un letto di spine”, “Una questione spinosa”, “Una spina nel fianco”, quanti proverbi e modi di dire usano la parola spina per indicare un ostacolo, un cruccio, qualcosa di sgradevole e difficile.

Una spina in botanica è una formazione vegetale rigida e appuntita derivante in alcuni casi dalla trasformazione di foglie come nel caso dell’agrifoglio o del crespino,

in altri casi come nel pungitopo, quelle che sembrano foglie rigide e appuntite sono in realtà steli modificati.

pungitopo

In altri casi le spine sono protuberanze ascellari lignificate come in molti arbusti delle regioni aride: il prugnolo,  il giuggiolo e il biancospino.

In altre piante le spine sono derivate dal parenchima corticale come nelle rose e nei rovi.

La funzione delle spine è quella di difendere la pianta dall’attacco degli animali erbivori oppure di limitare la traspirazione delle foglie nelle piante adattate a climi secchi.

C’è da dire che se è vero che molti animali evitano le piante spinose, altri se le gustano con appetito, come le capre che devono proprio avere un palato di ferro! Questa capretta si sta nutrendo golosamente su un cespuglio di rosa canina!

Dove però è più comune il pascolo di vacche prosperano i cardi e le altre erbacee spinose, le uniche erbacee non appetite insieme a piante dal sapore o odore sgradevole.

Le pecore e gli asini invece non disdegnano i cardi!

Spesso gli agricoltori hanno incoraggiato la crescita di piante spinose come barriera impenetrabile per proteggere i propri campi. Nelle regioni del sud si trovano siepi di fichi d’India che levano le loro pale verso il cielo come animali mostruosi.

Originari del Messico hanno trovato nelle regioni del nostro sud un clima adatto a prosperare.
Nella macchia mediterranea ci sono siepi assolutamente impraticabili per la presenza di un fitto intrico di cespugli di rovo, biancospino, rosa canina, prugnolo e smilace che fa onore al suo nome volgare di stracciabraghe.

Molte piante che danno frutti commestibili hanno le spine, ma con un po’ di attenzione non esitiamo certo a cogliere more, giuggiole, fichi d’India, melagrane!

Spinosi sì, ma anche dolci!

 

 

 

 

 

 

 

 

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un incontro pungente!

Di sera capita che sulle strade di campagna uno sciocco istrice decida di attaversare proprio mentre sopraggiunge la nostra auto. Frenata brusca e l’istrice sparisce incolume nei campi non senza aver lasciato sul gigantesco nemico una manciata dei suoi aculei che si sono conficcati bene in profondità intorno a una delle luci di posizione.

Gli istrici sono grossi roditori abbastanza diffusi nel nostro territorio grazie al fatto che sono animali protetti e che difficilmente un predatore ardisce cercare di farne la propria cena! Hanno infatti la parte superiore e posteriore del dorso e la coda ricoperti da grossi aculei lunghi fino a 30 cm. L’Italia è l’unico territorio europeo in cui vivono. Il seguente video che ho preso da youtube fa conoscere meglio questo singolare animale.

Possono arrivare ad una lunghezza di 70 cm e ad un peso di 15 chilogrammi. Un tempo venivano cacciati per le loro carni. Hanno abitudini notturne, con il buio vanno alla ricerca di frutti e radici di cui nutrirsi; trovo spesso mele ed altra frutta caduta rosicchiata e nei campi sono numerose le buche che questa bestia scava per nutrirsi di qualche radice o bulbo ricchi di amido.

Dalle nostre parti gli orti sono tutti recintati con una rete bassa ma un poco interrata per salvare gli ortaggi dalle razzie di istrici e cinghiali.

Di giorno si nascondono invece nella macchia, adattando a rifugio cavità naturali  con l’aiuto dei potenti unghioni.

Pur essendo piuttosto diffusi nelle nostre campagne un incontro con loro è abbastanza fortuito perchè sono animali schivi e timidi. Si trovano invece frequentemente i loro aculei che perdono quando fanno la muta.

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le nostre campagne e la mezzadria

San Martino, festa religiosa ancora molto sentita in Italia, dal nord a sud. Legata al culto del santo, ma anche al particolare periodo in cui si faceva la svinatura. Era perciò una data simbolica che poneva fine  ai lavori agricoli dell’anno.e in cui iniziavano e finivano i contratti di lavoro e di mezzadria.

Nelle campagne del Centro Italia e in parte della Pianura padana, soprattutto in Toscana, nelle Marche, in Umbria e nel Veneto. si vedono ancora le testimonianze di quel sistema di gestione dell’agricoltura che erano i contratti di mezzadria, che avevano regolato i rapporti fra proprietari terrieri e contadini per più di 800 anni.

Il nome indica cosa fosse il rapporto mezzadrile: il proprietario si accordava con il mezzadro affinché quest’ultimo e la sua famiglia coltivassero un fondo corrispondente alla propria capacità lavorativa fornendo il lavoro e parte delle sementi, i prodotti agricoli dopo il raccolto venivano divisi a metà. Il genere il proprietario forniva anche gli attrezzi e il bestiame. Il contadino e la sua famiglia avevano diritto anche alla casa che spesso era costruita al centro del podere in modo da poter controllare tutti campi, spesso le case contadine erano perciò  isolate e circondate dalle terre, a volte in posizione elevata su un poggio.

3 - Copia

Ancora oggi nelle campagne del Centro Italia si incontrano questi casali isolati sopra un poggio, a volte abbandonati, ma più spesso rimessi a nuovo ed abitati stabilmente.

Il tipo di casa più diffusa nelle regioni della mezzadria era quella di tipo “italico” una forma molto antica con abitazione al piano superiore cui si accedeva attraverso una scala esterna. Al piano terra le stalle, il magazzino, la cantina. Ospitava in un solo edificio la famiglia, gli animali e i prodotti dei campi.

Il proprietario invece spesso risiedeva in città o nel paese, spesso non metteva mai piede nei suoi campi, affidando il controllo e la gestione a un fattore che controllava il lavoro dei contadini facendo da intermediario. I coloni erano sfruttati duramente e il compenso per le proprie fatiche di tutto l’anno non consentiva loro di vivere in maniera dignitosa e di trovare le risorse per affrancarsi dalla loro condizione e migliorarla, diventando proprietari di un terreno.

La riluttanza del proprietario a investire capitali in tecnologie e macchinari agricoli hanno cominciato a segnare il declino della mezzadria alla fine del XIX secolo, le misere condizioni in cui erano mantenuti i mezzadri con poche possibilità di miglioramento, hanno accelerato questo processo, quando il lavoro in edilizia o nelle miniere del Belgio attirò masse di poveri braccianti.

All’inizio del sec. XX la mezzadria venne etichettata dai movimenti socialisti come un esempio di sfruttamento dei contadini e ne venne chiesta a gran voce l’abolizione.

 La legge che vietava la stipula di nuovi contratti di mezzadria arrivò solo nel 1964 e si dovrà aspettare il 1982 per la completa abolizione di quelli esistenti che furono trasformati in contratti di affitto.

Ancora oggi i vecchi contadini ricordano le dure condizioni di vita e i soprusi dei padroni delle terre che cercavano di approfittare dell’ignoranza e dell’ingenuità dei contadini, spesso analfabeti per imbrogliare sui conti finali!

 

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olivi

………

E lì

negli assolati

oliveti,

dove

soltanto

cielo azzurro con cicale

e terra dura

esistono,

il prodigio,

la capsula

perfetta

dell’oliva

che riempie

il fogliame con le sue costellazioni

più tardi

i recipienti,

il miracolo,

l’olio

……….

(Pablo Neruda, Io amo le patrie dell’olio)

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ricette con le cotogne

Anche quest’anno il nostro alberello è carico di cotogne, nonostante tutto: il gelo tardivo che ha danneggiato il raccolto di mele, il caldo e la siccità estiva. Il cotogno è invece generoso e rustico e non salta un anno!

Così mi ritrovo con alcune decine di chili di frutti profumati da conservare, da noi infatti non si butta niente, è un peccato sprecare! Le cotogne non si possono mangiare crude per l’alto contenuto di tannino e pectina, ma cotte per farne una marmellata o un dolce sono deliziose e il loro profumo inconfondibile! Inoltre l’alto contenuto di pectina fa sì che la marmellata si faccia rapidamente e risulti cremosa e vellutata.

Peccato che siano uno dei tanti “frutti dimenticati” perché una tradizionale cotognata data ai nostri bambini invece delle merendine industriali ne rieducherebbe il gusto e gioverebbe alla loro salute.

Come al solito ho cominciato a fare la marmellata, ogni anno ne faccio decine di barattoli, ma è ottima e profumata. D’altra parte il termine “marmellata” deriva dalla parola portoghese marmelo: mela cotogna, in  latino melimelum dal greco melimelon.

Ho provato un nuovo modo per farla più rapidamente cuocendo le cotogne nella pentola a pressione, ci vogliono solo 10 minuti, certo più il tempo per sbucciarle. La mia ricetta l’ho scritta in questo post.

Ho già fatto due volte la torta di cotogne e ne farò altre.

Molto buono è anche questo dolce di cotogne che ho trovato in un vecchio libro e che ho fatto più volte con successo.

  • 150 g di savoiardi
  • 2 bicchierini di alkermes
  • 3 grosse cotogne
  • 250 g di zucchero
  • 50 g di farina
  • 2 tuorli d’uovo
  • 1/4 di litro di latte
  • scorza di limone grattata

Tagliare in quarti, sbucciare e mondare le cotogne, cuocerle in poca acqua, anche con la pentola a pressione, quando sono morbide aggiungere 150 g di zucchero e ridurle in purè con il frullatore a immersione.

Con lo zucchero restante, i tuorli d’uovo, la farina e il latte fare una crema ben soda cuocendola 20 minuti a fuoco dolce mescolando continuamente. Far raffreddare le due creme.

Foderare una pirofila con i savoiardi imbevuti nel liquore allungato con un poco di latte. Riempire lo spazio interno con strati alternati delle due creme, coprire con altri biscotti e porre in frigo per circa 12 ore con un piatto e un peso sopra.

Al momento di servire capovolgere su un piatto di portata e ornare a piacere con canditi o frutta fresca.

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alla vita

La vita non è uno scherzo,

………………………………………

prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant’anni, ad esempio,
pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli,
ma perché non crederai alla morte,
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.

(Nazim Hikmet)

 

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budino di succo di melagrana

Un dessert di stagione che ho improvvisato per utilizzare le melagrane che i miei alberelli hanno prodotto in quantità nonostante la siccità. È abbastanza rapido da farsi, la parte più lunga è ricavare il succo di melagrana. Io le taglio in due e le spremo nello spremi limoni, schiacciando un poco i chicchi con le dita. Ce ne vogliono tante perchè in genere si ricava poco succo da ognuna.

300 ml di succo sono sufficienti a preparare il budino per 4 persone. Per questa quantità di succo occorreranno poi 20 g di amido e 30-40 g di zucchero, dipende dal gusto personale e dalla dolcezza dei frutti.

Diluire nel succo l’amido e lo zucchero aiutandosi con un colino immerso nel liquido per evitare che si formino grumi.

Mettere a fuoco basso e lasciar cuocere dolcemente mescolando ogni tanto fino a che il liquido si addensa e fila se vi si immerge e poi si solleva un mestolo.

Distribuire in coppette individuali o in una singola pirofila, far raffreddare e poi porre in frigorifero.

È un dessert gradevole alla vista e al gusto adatto per finire un pasto abbondante.

Sempre con le melagrane in un post precedente ho scritto la mia ricetta per il coniglio al succo di melagrana.

 

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primo giorno d’autunno!

“Autunno adorato come la stagione più sontuosa, allegra e malinconica dell’anno. Questo è quello che vedevo mentre contemporaneamente passeggiavo, a Roma, per le lunghe rive del Tevere, giocando con i profondi riflessi degli alberi piantati nelle acque agitate e raramente azzurrine del Tevere.”

(Rafael Alberti, L’albereto perduto. Edizioni Riunite)

Anche io come Rafael Alberi amo l’autunno, quest’anno in particolare che l’estate è stata torrida e siccitosa.

Ora vedo la campagna respirare dopo le prime piogge, gli alberi non hanno più un aspetto desolato, le erbette stanno rispuntando e c’è abbondanza di frutta autunnale: uva, melagrane, mele, noci, le ultime prugne, pere.

Nella macchia rosseggiano le bacche della rosa canina, del biancospino, dell’agazzino.

cinorrodi

Fra poco matureranno le cotogne, le corbezzole, le sorbe e le giuggiole e i boschi si tingeranno di colori bellissimi.

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È ora di fare le marmellate autunnali, qui ho descritto la marmellata di mele e succo di melagrane.

Buon autunno a tutti!

 

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tempo di vendemmia

vendemmia 12 009

… l’autunno offre frutti svariati e in alto sulle rupi soleggiate matura la dolce vendemmia“. (Virgilio, Georgiche, Libro II, 521-522).

È arrivato il momento di vendemmiare. Molti hanno già iniziato, noi inizieremo fra pochi giorni. Rito antichissimo, fatica gradita, occasione di socialità, ripetuto da noi da anni, dagli esseri umani da molti millenni.

Guarda il calor del sol che si fa vino giunto all’umor che della vite cola” canta Dante Alighieri nel Purgatorio (canto XXV).

È molto interessante ritrovare in tanti musei archeologici o delle tradizioni contadine le testimonianze della produzione, la conservazione e il trasporto del vino.

Questo torchio conservato all’abbazia di Fiastra è veramente monumentale, ma ricordo un torchio ancora più gigantesco ritrovato negli scavi di Pompei.

Al castello di Ischia sono conservati vecchi attrezzi e vasche per il vino

I primi contenitori impiegati per il vino furono i tronchi di legno scavati grossolanamente e le vasche di pietra, mentre per il trasporto venivano usate pelli cucite di animali, impiegate dall’età del bronzo fino all’epoca romana.

Verso il 1500 a.C. con la diffusione dei commerci venne introdotta dai Fenici l’anfora di terracotta con i manici che divenne il contenitore maggiormente usato da Etruschi e Romani sia per il trasporto che per la conservazione del vino.

Successivamente si diffusero le botti, ma l’uso delle anfore non fu mai abbandonato soprattutto per i commerci via mare. La forma con la base appuntita consentiva di stivarle nella sabbia.

Oggi  è molto usato l’acciao inox di facile utilizzo e pulizia, ma il legno continua a mantenere la sua importanza per l’invecchiamento dei grandi vini rossi italiani come il Barolo, il Barbaresco, il Brunello, il Chianti cui il legno cede sostanze che creano intensità aromatiche particolarmente apprezzate.

Il nostro torchio e la nostra botte di acciaio sono più modeste, ma ci danno la soddisfazione di produrre il  vin per casa. Con il mosto poi anche quest’anno farò la marmellata di mosto e frutta mista la cui ricetta è descritta in questo post.

 

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