una pianta salvifica!

Oggi ho potato la mia salvia che è diventata una pianta enorme, gode di ottima salute, resiste a tutto: ai rigori invernali ed all’aridità estiva, ma tende ad espandersi anche dove non dovrebbe!

Cur moriatur homo cuius salvia crescit in horto?” (Perchè dovrebbe morire l’uomo nel cui orto cresce la salvia?). Questo motto risale alla Scuola Medica Salernitana ed esprime bene quale era la considerazione degli antichi per questa pianta, del resto il suo stesso nome deriva dal latino salvus che significa sano. Infatti ha proprietà digestive, antisettiche, toniche, antispasmodiche.

Ancora si trovano luoghi sulle montagne del centro-sud in cui la salvia cresce spontanea. Non è la stessa specie di quella che utilizziamo in cucina (Salvia officinalis), ma ha lo stesso profumo. E’ bellissima la fioritura di questi arbustini che tappezzano un intero pendio della montagna. Molti toponimi italiani la ricordano.

Ho ora tante belle foglie da utilizzare in cucina. Una parte le farò seccare e le triturerò insieme a rosmarino e alloro, per tenerle da parte come condimento tuttofare. Con le altre mi sbizzarrirò in piatti di tutti i tipi, dai classici saltimbocca alla romana in cui la salvia è protagonista, ad arrosti, marinate, intingoli vari. Qualche foglia la metto in infusione nell’alcool insieme ad altre erbe aromatiche per fare un liquore profumato.

Un piatto che faccio sempre volentieri e che ha sempre successo sono le foglie di salvia fritte, che si possono usare sia come antipasto che come accompagnamento ad un fritto misto. Ecco come fa: si puliscono le foglie di salvia, quando sono ancora umide si passano nella farina e si friggono in abbondante olio. A volte quando mi avanza della pastella da un’altra frittura ce le tuffo dentro.

Un’altra ricetta insolita con le foglie di salvia è la polvere di Venezia: far seccare il mallo di alcune noci, foglie di salvia e di ruta nella stessa quantità. Macinare finemente e conservare in un barattolo di vetro. Utilizzare questa polvere sui sughi o sugli arrosti al posto del pepe.

alviano 3 ottobre 15 014

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solstizio, streghe e nocino!

La notte di San Giovanni, la notte delle streghe, in cui per millenni si sono rinnovati gli antichi riti del solstizio che risalgono alla preistoria e che festeggiavano il sole nel suo massimo splendore e con esso la fertilità.

Pochi di questi riti fra magia e superstizione sono rimasti, ma fra questi si rinnova la tradizione del nocino. Infatti le noci vanno raccolte in questo periodo, quando il frutto è ancora tenero e gelatinoso.

alviano 30 giugno 13 025

Non manco mai di farlo ed anche quest’anno ho raccolto le fatidiche 19 noci. Perché proprio 19? Non lo so, presumo che sia un numero magico come tanti altri numeri primi!

Anche il rituale di raccolta delle noci fa pensare alla magia e ad antichi riti legati all’albero sacro a Giove ed ai druidi celtici e poi degradato nel medioevo a testimone di riti satanici. La tradizione vorrebbe che le noci vengano raccolte da una donna anziana, scalza, alla mezzanotte fra il giorno 23 e 24 giugno. Per quel che riguarda il primo requisito non ci sono problemi, ma per gli altri due preferisco deviare dalla tradizione e dalla magìa!

Questa è la ricetta che seguo e che mi fu data da un’amica campana. So che di versioni di nocino ne esistono tante, forse una per ogni famiglia!

Nocino

  • 19 noci verdi
  • 500 g di alcool a 95 gradi
  • 1 scorza di limone
  • 2 chiodi di garofano
  • 1 stecca di cannella
  • 1 pizzico di camomilla
  • da 200 a 400 g di zucchero.

Tagliare le noci in 4, sono già abbastanza dure, occorre usare un coltello affilato e un tagliere e se non si riesce battere sul coltello con qualcosa di resistente.

Metterle in un barattolo di vetro, unire l’alcool e le altre spezie, lasciar riposare 30 giorni, scuotendo ogni giorno il vaso.

Filtrare con un filtro di carta o un telo di stoffa ed unire lo sciroppo fatto sciogliendo lo zucchero in 300-400 g di acqua.

Deve riposare almeno tre mesi, meglio se lo si comincia a Natale, (in genere a casa mia devo nasconderlo perchè a forza di assaggi non riesce ad arrivare ad essere maturo al punto giusto!)

In una ricetta ligure fra gli odori si aggiungono anche 20 petali di rosa fatti seccare all’ombra, ma l’aggiunta degli odori è  soggettiva, a seconda del gusto.

Una volta filtrato il liquore le noci si possono ancora sfruttare per preparare un liquore meno alcolico mettendole 20 giorni in infusione in 1 litro vino bianco con 200 g di zucchero.

 

compassione

La quercia è tutta nera. Una saetta

la fece secca, la lasciò stecchita

e da quel giorno nun s’è mossa più.

Ma la Natura, sempre generosa,

pe’ daje l’illusione de la vita

ogni tanto je copre la ferita

co’ le foje de rosa…

(Trilussa)

 

l’albero del Paradiso

L’albero del Paradiso, un nome che fa immaginare chissà quali delizie! In realtà è uno dei pochi alberi, forse l’unico, che non ho in simpatia! È conosciuto anche come Ailanto (Ailanthus altissimus) ed è un albero estremamente invasivo, capace di svilupparsi rapidamente sia da seme sia da polloni e di inibire e soffocare la crescita di altre specie vegetali.

I suoi polloni radicali si diffondono rapidamente e danno origine a veri boschetti. Estirparli è particolarmente difficile perché non basta reciderli, dalle radici in poco tempo spunteranno nuovi virgulti. Sono rimasta colpita da un paletto usato per una recinzione che sebbene tagliato aveva radicato e messo nuove foglie!

La sua capacità di resistere alle condizioni più avverse è per alcuni aspetti ammirevole, riesce a prosperare in terreni aridi, poco fertili, disturbati. Resiste bene all’inquinamento e per questo cresce spontaneo e si diffonde rigogliosamente in città.

È un albero di origine cinese che fu importato in Europa nel XVIII secolo, come albero ornamentale e per la produzione di un tipo particolare di seta dei bruchi di una falena. Questa produzione presto si rivelò fallimentare, ma ormai gli alberi si erano naturalizzati e diffusi ampiamente competendo efficacemente con le specie autoctone.

Il suo legno non si presta ad essere utilizzato nè per fabbricare utensili, nè per essere bruciato perché è molto leggero e poco consistente, inoltre emana un odore sgradevole.

Un suo pregio, l’unico che riesco a trovargli, è che dal nettare dei suoi fiori, che fioriscono in grandi pannocchie proprio in questo periodo, le api producono un miele profumato.

 

i gelsi e i bachi da seta

Le famiglie contadine in alcune regioni d’Italia, fino all’inizio del secolo scorso, ricavavano una parte consistente del proprio reddito dall’allevamento dei bachi da seta. La produzione e lavorazione della seta era iniziata in Cina e risaliva a molti millenni prima, ma i segreti della lavorazione furono tenuti nascosti per molto tempo.

I bachi da seta furono introdotti in Italia nel medioevo, in Sicilia erano presenti fin dall’anno mille, sotto la dominazione normanna, in Lombardia furono introdotti nel XIV secolo.

Le regioni in cui si praticava maggiormente la bachicoltura erano il Piemonte, la Lombardia, il Veneto, l’Emilia Romagna, la Toscana, le Marche e la Calabria.

Furono piantati filari e filari di gelsi poiché i bachi da seta si nutrono esclusivamente delle foglie di questi alberi. A volte venivano coltivati vicino alla casa colonica o in siepi di confine o ancora maritati alla vite.

Nel XX secolo la produzione della seta cominciò a declinare e i filari di gelsi vennero eliminati perché ostacolavano le pratiche agricole moderne con i mezzi agricoli motorizzati.

Di quelle antiche colture rimane poco, ma ancora sopravvivono alcuni gelsi monumentali con il tronco massiccio e rugoso.

Il nostro gelso invece non si può certo dire monumentale, è venuto su da solo, forse da un seme lasciato dagli uccelli. Gli uccelli sono infatti ghiotti delle more del gelso e finora io non sono riuscita neanche ad assaggiarle. Aspetto comunque fiduciosa, verrà il momento che saranno troppe anche per loro e qualcuna ce ne lasceranno!

fiori di ligustro

Maggio è il mese delle fioriture, intorno a casa sono fioriti i ligustri (Ligustrum vulgare) e il loro profumo è intenso e inebriante, le pannocchie di fiori bianchi attirano molti insetti.

Eppure sono piante selvatiche cresciute spontaneamente a formare spesse siepi.

Sono piante che crescono ai margini delle boscaglie e lungo le rive dei ruscelli, in luoghi freschi. Non vengono più coltivati perché si preferiscono i cugini giapponesi che sono sempreverdi e raggiungono dimensioni maggiori. Eppure un tempo i loro sottili rami terminali venivano usati per legature e lavori di intreccio. Il nome del genere infatti deriva dal latino ligo, lego.

Seguiranno poi i frutti piccoli e rotondi, dapprima verdi poi neri e lucidi; sono purtroppo velenosi e non li potrò utilizzare in nessun modo. Sono però belli a vedersi!

 

il sorbo fiorito

È una pianta maestosa dal bel portamento a cupola, ora è ricoperta da migliaia e migliaia di bei fiori bianchi in mazzetti intorno ai quali ronzano incessantemente gli insetti impollinatori.

È un ciavardello (Sorbus torminalis), un tempo piantato per servire da tutore vivo alle viti. La vite che sosteneva è morta da tempo e l’albero è cresciuto liberamente regalando ogni anno questa sontuosa fioritura.

In autunno matureranno i frutti, le sorbe, piccole e brunastre a maturazione, raggruppate in grappoli.

Un tempo si facevano ammezzire nella paglia perché la presenza di tannini le rende sgradevoli da mangiare appena raccolte. Forse qualcuno ricorda ancora il detto: “Col tempo e con la paglia maturano le sorbe” per indicare che solo sapendo aspettare si può raggiungere uno scopo. Filosofia non molto popolare ai nostri tempi!

Un tempo venivano usate come frutti da cui ricavare marmellate e salse dalle proprietà astringenti. Il nome specifico torminalis infatti indica la proprietà di questa pianta contro coliche e dissenteria (il termine latino tormina significa dolori di ventre, coliche).

Naturalmente non mi sono fatta sfuggire l’occasione di provare a fare la marmellata, chi fosse interessato può trovare la ricetta in questo mio post di qualche anno fa.

 

 

 

una spa per cinghiali

Nel nostro terreno, nel fitto di una macchia, un avvallamento del terreno forma una pozza per tutta la durata della stagione piovosa.

I cinghiali la frequentano spesso, hanno a disposizione una bella piscina in cui possono anche fare i fanghi! Penso che non disdegneranno anche di bere la stessa acqua. Finita la sosta in piscina una piacevole breve passeggiata in mezzo ai giovani olmi

ed accedono alla zona massaggio, il tronco liscio di un orniello è fatto apposta per strofinarsi sopra eliminando così fango e parassiti!

I cinghiali sono diventati un vero problema per i raccolti. Sono sempre più numerosi perché molto prolifici, inoltre non ci sono predatori in grado di attaccarli.

Essendo onnivori si cibano di ghiande, bulbi, rettili e uova, ma anche di cereali, mais, uva tanto che nelle zone in cui sono più numerosi gli agricoltori hanno dovuto predisporre recinzioni, dissuasori sonori ed altri accorgimenti, come quello di allevare la vite con un tutore alto per impedire che ne facciano razzia.

fiori di orniello

Una bellissima fioritura primaverile: quella degli ornelli o ornielli (Fraxinus ornus). In mezzo agli altri alberi che hanno appena messo le foglie, spiccano le macchie vaporose e profumate di un bianco candido di questi piccoli alberi comuni nei  nostri boschi.

I fiori bianchissimi formano dense pannocchie erette all’estremità dei rami.

Da questi fiori matureranno i semi dotati di un involucro simile a una piccola ala, le samare.

Da alcune varietà coltivate soprattutto in Sicilia si ricava la manna, un succo che fuoriesce da incisioni ricavate sul tronco e sui rami; si rapprende rapidamente formando una sostanza gommosa usata in farmacia come blando lassativo.

foglie

Che bello vedere gli alberi che si stanno rivestendo delle prime foglie! Piccole e di colore diverso dalle foglie definitive, li ricoprono di verde chiaro, rosso, giallino.

Il sole viene filtrato da questo manto colorato fatto di innumerevoli foglie e il vento agitandole ricama disegni sempre diversi.

Finiti i rigori invernali l’albero riprende la sua attività vegetativa e le foglie appena spuntate cominciano nuovamente a fabbricare sostanza organica attraverso la fotosintesi.

In alcuni alberi, come nel melograno, le prime foglie che appaiono non sono del tutto verdi, segno che la clorofilla non è ancora il pigmento prevalente, ma sono visibili ad esempio i carotenoidi che danno un colore rosso-arancione.

Le foglie del fico appena nate tendono verso il cielo come tante manine.

Molti alberi mettono le foglie dopo i fiori: prima di tutto è importante la riproduzione!

In montagna le foglie non sono ancora comparse, c’è sempre il rischio di gelate tardive, i faggi le tengono ancora al riparo delle brattee che appaiono come un pulviscolo marrone-rossiccio.

Non tutte le piante hanno perso le foglie in inverno, quelle adattate al clima mediterraneo non temono gli inverni rigidi e sono sempreverdi. Il nemico da cui difendersi è piuttosto l’aridità e l’eccessiva insolazione estiva.

Le loro foglie sono infatti ricoperte da un rivestimento ceroso o da peluria che evita la perdita di acqua.  Le spine sono poi utili per evitare i morsi degli erbivori.

Fra pochi giorni le viti metteranno le foglie nuove, allungheranno ogni giorno i nuovi tralci e compariranno i grappoli di fiori.

Si allungano anche i virgulti della vitalba, buoni da aggiungere ad una frittata!

 

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