l’ombelico di Venere

Sulle pietre del nostro casale è cresciuta questa graziosa piantina dal nome ancora più grazioso e evocativo: l’ombelico di Venere (Umbilicus rupestris)! È una pianta che si può trovare comunemente nei luoghi rocciosi, nelle fessure dei vecchi muri o sui tetti, fra le tegole, nella regione mediterranea.

È una pianta appartenente alla famiglia delle Crassulacee, le piante grasse, le sue caratteristiche foglie sono rotonde e carnose, con una fossetta al centro che ricorda appunto un ombelico. Le foglie succulente sono un adattamento alle condizioni di aridità in cui vive questa piantina, contengono tessuti che trattengono l’acqua di riserva; sono inoltre rivestite da un tessuto ceroso e impermeabile per evitare l’eccessiva perdita di acqua.

I fiori sono piccole campanelle verdastre riunite in infiorescenze. producono piccolissimi semi che vengono dispersi dal vento.

Forse Venere non c’entra, ma a me ha fatto un grande piacere notarle fra le pietre del vecchio muro, capaci di germogliare e fiorire in condizioni difficili.

 

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il luppolo e la birra

Comincia a fare caldo e cresce la voglia di birra fresca, magari una di quelle buone birre artigianali che si sono molto diffuse negli ultimi anni incontrando il gusto dei consumatori.

Gli italiani fino a pochi decenni fa preferivano il vino, ma ormai il consumo di birra si è prepotentemente affermato. Non è una bevanda nuova, anzi è entrata nell’alimentazione dell’uomo in tempi antichissimi,  prima del vino. I Sumeri fabbricavano la birra già 10 mila anni fa. Anche i Cinesi e le civiltà precolombiane producevano birra cambiavano solo i cereali utilizzati: mais, grano, orzo.

Anche gli Etruschi e poi i Romani producevano birra. I Romani impararono dai Celti a usare il luppolo invece del rosmarino e del mirto precedentemente usato.

Il luppolo è una pianta rampicante delle Cannabacee che cresce anche spontanea, ma è stata largamente coltivata per la fabbricazione della birra per conferirne il caratteristico sapore amarognolo e  favorirne la conservazione.

Luppolo

Luppolo

Fiorisce in estate. Esistono piante che portano solo fiori maschili e piante che portano quelli femminili, l’impollinazione è garantita dal vento.

Per la birra vengono utilizzati i fiori femminili a forma di cono, che secernono una sostanza giallastra e amara. I fiori maschili sono invece riuniti in pannocchie pendule.

Le cime del luppolo sono anche usate in cucina per risotti, frittate e minestre. Vengono chiamati bruscandoli.

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vecchi oggetti carichi di storie

Amo i vecchi oggetti che hanno storie da raccontare. Sarà per questo che conservo con rispetto molti di quelli che furono dei miei nonni o addirittura dei bisnonni.

Così ancora utilizzo la vecchia bilancia a pesi, lo scaldaletto di rame insieme alla vecchia conca e al mestolo invece sono diventati invece oggetti di arredamento. Sono tutti testimoni di un tempo in cui grande era la fatica quotidiana delle persone comuni. Mi ricordo ancora quando non c’era la conduttura in casa dei miei nonni e lei andava a prendere l’acqua alla fontana trasportando poi la pesante conca sulla testa come prima avevano fatto generazioni e generazioni di donne.

Quante storie potrebbe poi raccontare la coperta di mio nonno che proprio quest’anno compie cento anni!

È per questo che ho visitato con piacere e curiosità il Museo del lavoro contadino nel castello di Piandimeleto,  un minuscolo comune in provincia di Pesaro-Urbino.

Castello Oliva a Piandimeleto

Nel museo sono in mostra attrezzi agricoli legati al lavoro con l’aratro che prima dell’avvento dei mezzi meccanici era trainato dai bianchi e possenti buoi di razza marchigiana.

Il vino aveva un ruolo centrale insieme al grano fra le colture e importante era la cantina con le botti, il deraspatore, il torchio.

Altri spazi sono dedicati ai lavori artigianali come quello del fabbro, del cordaio, del calzolaio, del falegname e alla filatura e tessitura della canapa con cui erano confezionati indumenti, asciugamani, lenzuola.

Quindi sono riprodotti gli ambienti della casa rurale: la cucina in cui erano appese le stoviglie di rame e i grandi piatti. Un piatto rotto non si buttava, ma veniva riparato con graffe di metallo. la grande madia era il mobile più importante, conservava gli alimenti, ma nelle annate di carestia rimaneva penosamente vuota.

Interessanti sono gli attrezzi per fare il bucato utilizzando la cenere, altra fatica di braccia in mancanza della nostra insostituibile lavatrice.

Fra i piccoli oggetti di uso quotidiano oltre al macinino, al contenitore del latte, al setaccio, mi ha colpito lo spruzzatore per il DDT, usato contro gli insetti nella casa, ma anche direttamente sulla testa dei bambini contro i pidocchi!

Infine la camera da letto; sul letto matrimoniale troneggia il “prete” con lo scaldaletto in cui venivano introdotte le braci. In primo piano la culla per l’ultimo nato. L’intelaiatura di legno per sostenere un telo protettivo contro le zanzare è ora coperta da una tovaglia stampata con la ruggine, tecnica tradizionale romagnola per decorare i tessuti.

L’acqua corrente non c’era e nelle gelide mattine invernali ci si accontentava di lavarsi sommariamente la faccia con l’acqua della catinella.

 

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buona Pasqua!

 

È Pasqua, la festa cristiana che celebra una rinascita, ma tutti i popoli e tutte le religioni fin da tempi antichissimi hanno festeggiato nei giorni vicini all’equinozio di primavera la rinascita della natura dopo il freddo e il buio dell’inverno con riti e simboli simili.

È in questo periodi che gli alberi cominciano a mettere le foglie, gli uccelli fanno il nido in cui depongono e covano le uova, i mammiferi partoriscono.

monti Lessini 077

È la festa della vita che nasce e uno dei simboli più comuni è l’uovo, come questo mio che lascia uscire il suo pulcino.

Buona Pasqua!

 

fiori di lillà

Che bello il lillà fiorito! Bello e profumato, frequentato dagli insetti impollinatori fra cui queste bellissime farfalle.

Il lillà (Syringa vulgaris) è un arbusto originario dell’Europa, ma diffuso in tutto il mondo grazie alla bellezza delle sue fioriture ed alla sua rusticità, resiste infatti sia alle basse temperature che all’aridità estiva.

I suoi fiori si possono utilizzare in cucina dopo averli staccati uno a uno dalla pannocchia. Con essi si può decorare un risotto o un’insalata, sggiungendoli alla fine dopo averla condita e mescolata. Hanno un sapore amarognolo, quindi non conviene aggiungerne troppi.

Questa insalata di arance e fiori di lillà ha un giusto equilibrio fra l’amaro dei fiori e il dolce del frutto.

Si sbucciano a vivo le arance privandole anche della parte bianca, si tagliano a fette, si dispongono in un’insalatiera e si condiscono con olio e.v.o. e un pizzico di sale, si mescola e poi si dispongono i fiori in superficie.

piante spontanee medicinali

Un tempo le erbe spontanee erano le uniche medicine che la povera gente si poteva permettere e molte di loro erano realmente in grado di curare piccole patologie, raccolte e somministrate dalle donne che ne conoscevano i benefici.

Anche oggi possiamo alleviare con successo piccoli fastidi e malanni utilizzando le piante, l’accortezza è quella di raccogliere solo quelle di cui siamo sicuri e che crescano lontane da fonti di inquinamento e da escrementi animali. Per i malanni più gravi è meglio evitare il fai-da-te e i dosaggi artigianali e rivolgersi a un medico.

Le preparazioni casalinghe in genere prevedono l’uso della pianta fresca o essiccata per fare tisane che si preparano versando in una tazza di acqua bollente un cucchiaino di pianta essiccata (se è fresca un poco di più), come si fa per il tè, si copre poi il recipiente e si attendono dieci minuti prima di filtrare. Se gradito si può dolcificare con un cucchiaino di miele.

Si possono preparare tisane calmanti con i fiori della camomilla, le foglie e i fiori del biancospino, le infiorescenza femminili del luppolo, la melissa che oltre a conciliare il sonno calma anche i disturbi digestivi, molto efficace contro la nausea.

Biancospino

La malva è conosciuta fin dall’altichità per le sue proprietà antinfiammatorie e emollienti, si può bere la tisana di malva per contrastare le infiammazioni gengivali o applicare con garza sugli occhi affaticati e arrossati. Mangiata come verdura è utile contro la stitichezza.

malva

malva

Le varie specie di menta hanno tutte proprietà digestive e rinfrescanti. L’infuso è efficace contro la nausea e i dolori ventrali, se ne possono anche fare gargarismi per disinfettare bocca e gola. I lavaggi del viso con l’infuso combattono la pelle grassa.

fiori di menta

menta

Anche il finocchio è efficace contro la cattiva digestione e contro la nausea. L’infuso favorisce inoltre la secrezione lattea.

finocchio

Le proprietà curative della salvia erano ben conosciute fin dall’antichità. “Cur moriatur homo cuius salvia crescit in horto?” (Perchè dovrebbe morire l’uomo nel cui orto cresce la salvia?). Questo motto risale alla Scuola Medica Salernitana ed esprime bene quale era la considerazione degli antichi per questa pianta, del resto il suo stesso nome in latino significa sano. Infatti ha proprietà digestive, antisettiche, toniche, antispasmodiche.

salvia

salvia

Anche il rosmarino, onnipresente in cucina, è una pianta che può essere usata in infuso per curare disturbi da cattiva digestione e gli spasmi ventrali.

rosmarino

rosmarino

L’ortica si può usare in cucina per un buon risotto, una minestra o una frittata. Se ne può utilizzare l’infuso contro le affezioni dell’apparato intestinale e per depurare l’organismo. Si possono fare frizioni del cuoio capelluto con il liquido ottenuto facendo bollire qualche manciata di foglie in mezzo litro di acqua per combattere efficacemente la seborrea e la forfora.

ortica

ortica

L’infuso di alloro aiuta la digestione evitando le fermentazioni, i dolori di stomaco e le infiammazioni.

alloro

alloro

La lavanda è antisettica e antinfiammatoria, se ne può usare l’infuso per impacchi in caso di acne o l’oleolito per pulire la pelle. Per preparare l’oleolito si mettono 100 g di fiori in 250 ml di olio e si lasciano 2-3 mesi prima di filtrare.

lavanda

lavanda

L’achillea è antinfiammatoria, cicatrizzante, lenitiva. Se ne può utilizzare la tisana come digestivo o preparare un olio di achillea mettendo in olio di germe di mais o in olio di mandorle i fiori freschi (100 g in 250 ml). Dopo un mese l’olio ottenuto si può utilizzare per frizioni contro gli arrossamenti e le irritazioni della pelle.

Le calendole contengono un olio essenziale, acido salicilico, mucillagine che danno proprietà depurative, antinfiammatorie e cicatrizzanti, tanto che viene usato l’olio di calendula per fare creme per il trattamento dei problemi della pelle.

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Si può ottenere un olio alla calendola con proprietà calmanti delle irritazioni della pelle mettendo a macerare 25 g di petali tagliuzzati e 30 g di fiori secchi di camomilla in 3 dl di olio di mandorle in un vaso di vetro a chiusura ermetica, lasciarlo al sole per un mese o d’inverno vicino ad un termosifone e al termine del periodo filtrare. I petali possono essere anche aggiunti all’acqua del bagno o per risciacquare i capelli, per decongestionare ed idratare.

Il decotto aiuta a combattere l’influenza ed il raffreddore, si ottiene facendo bollire un cucchiaino di fiori di calendula per qualche attimo in 2,5 dl di acqua, si lascia riposare 10 minuti, quindi si filtra e dolcifica a piacere.

 

 

una storia millenaria

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La bellezza di un oliveto con alberi imponenti dalla corteccia nodosa e dai rami contorti è un paesaggio frequente nelle nostre regioni mediterranee, la storia dell’olivo si è intrecciata molto presto con quella delle popolazioni umane che vivevano in questi territori dal clima mite. Testimonianze archeologiche ci raccontano che anche prima della sua coltivazione i suoi frutti furono utilizzati per millenni.

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L’olivo è una delle prime piante coltivate dall’uomo. Nel sud d’Italia fu coltivato per la produzione di olio dagli Enotri, un’antica popolazione italica vissuta in un territorio fra la Campania e la Calabria 1500 anni a.C., nell’età del Bronzo, cinque secoli prima della colonizzazione greca.

I Romani lo coltivarono intensivamente, le braccia per l’agricoltura non mancavano vista l’abbondanza di schiavi! L’olio era usato non solo in cucina, ma anche come farmaco e unguento, il più scadente era destinato all’illuminazione.

Più tardi i monaci coltivarono gli olivi e fu grazie a loro che l’olivicoltura si diffuse  nel periodo incerto seguito alla caduta dell’Impero Romano e poi per tutto il medioevo.

La maggioranza degli oliveti italiani sono coltivati in collina, del resto il nostro territorio è per più di due terzi collinoso o montagnoso. La collina è l’ambiente più adatto alla coltura degli olivi, ma è anche un territorio difficile, in cui spesso non riescono ad accedere i mezzi motorizzati.

Bellissimi sono gli oliveti coltivati sulle “fasce” liguri, terrazze ottenute su ripidi pendii trasportando pietre per i muretti a secco e terra per riempirli: una immane fatica di generazioni e generazioni!

L’olivo è una pianta molto longeva, innumerevoli sono le piante centenarie sparse per le nostre campagne, ma vi sono anche piante millenarie! Il più antico olivo d’Italia si trova in Sardegna, nel comune di Luras (OT), ha ben 4 mila anni ed è stato dichiarato Monumento Naturale.

Ai nostri giorni l’olivo è la principale specie arborea coltivata, seguito dalla vite; l’olivicoltura è  condotta per più del 70% da piccole aziende familiari.

L’Italia è il secondo produttore di olio al mondo, ma ne siamo anche dei grandi consumatori, così che dobbiamo importarlo. Siamo anche fra i paesi con il più grande numero di varietà autoctone.

Sarà anche grazie al consumo di olio extravergine di oliva e alle sue virtù salutari che la nostra popolazione è fra quelle più longeve al mondo!

giganti con le radici

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Gli alberi sono i più grandi esseri viventi esistenti sulla Terra, alcuni sono anche i più longevi, arrivando a vivere migliaia di anni.

Con il loro apparato radicale che li àncora saldamente al suolo scendendo spesso a profondità considerevoli e la loro corteccia che li protegge e offre un rivestimento solido riescono a elevarsi da terra per decine di metri. Per questa loro caratteristica sono sempre stati venerati dagli esseri umani fin dall’antichità,  erano consacrati ad una divinità e spesso sotto la protezione della loro chioma si svolgevano i riti sacri.

Per i Greci la quercia, simbolo di forza e di longevità, era sacra a Zeus. Anche i Romani, i Celti e gli Slavi l’associavano al dio supremo del loro Pantheon.

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oasi di Pian sant'Angelo (10)

Fra le tante specie di querce i lecci sono tipici della regione mediterranea, sono alberi sempreverdi, a crescita lenta, spesso tagliati perché forniscono un ottimo legname e per far posto al pascolo, ma dove qualche esemplare è riuscito a sopravvivere alla scure e al fuoco può raggiungere dimensioni veramente considerevoli ed un’età pluricentenaria.

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Le querce da sughero ancora sono allevate per la loro corteccia, che viene loro tolta ogni sette anni. Nonostante questo le renda più esposte alle malattie si incontrano ancora esemplari imponenti.

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Quercia da sughero

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Le faggete dei nostri monti ci regalano scorci di bellezza e maestosità, anche se l’uomo ha abbattuto o bruciato fin dai primi millenni della pastorizia i fittissimi boschi esistenti sulle nostre montagne per avere pascoli per il bestiame.

I faggi che si incontrano ai giorni nostri sono spesso grandi individui isolati, ma a volte si riesce a trovare un bosco abbastanza fitto, con esemplari secolari ed è piacevole camminare, anche se la salita si fa ripida, con la frescura ed il profumo della terra ricca di humus. Bosco che cambia colore con le stagioni, bianco sotto la neve in inverno, marrone chiaro in primavera, quando le foglie sono ancora avvolte nelle brattee che le riparano da improvvisi ritorni di gelo, ma il sottobosco ospita i primi fiori che sbocciano dopo lo sciolsersi della neve, verde brillante in estate, dorato in autunno.

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Questo enorme esemplare delle foreste molisane, soprannominato a buona ragione “Re Faione,” raggiunge i 25 m di altezza ed ha un diametro di 6,40 m, si stima abbia più di 500 anni ed è stato incluso nella lista degli alberi monumentali d’Italia.

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I castagneti secolari sono quello che resta delle antiche coltivazioni che hanno sfamato generazioni e generazioni di gente di montagna che poteva contare sul calorico frutto per tutto l’inverno.

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Nonostante l’abbandono delle nostre montagne rimangono ancora esemplari giganteschi che portano il fascino dei secoli sulla loro corteccia contorta.

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L’olivo è un altro albero legato alla storia dell’uomo, coltivato da millenni. Ancora si incontrano nelle nostre campagne esemplari secolari, nonostante le malattie, l’incuria e il furto di grandi esemplari per lo stupido desiderio di sfoggiarlo nella propria seconda casa.

Venafro (29)

Venafro (10)

calanco maggio 12 014

In città alberi storici sfidano i secoli come i cipressi di Michelangelo che l’artista piantò nel chiostro dell’ex Convento dei Certosini, all’ingresso del Museo Nazionale Romano delle Terme di Diocleziano (Piazza dei Cinquecento). È sorretto da un’impalcatura di ferro dopo che fu colpito da un fulmine, ma è ancora vitale.

museo delle terme di Diocleziano 006 - Copia

Giganteschi sono anche alcuni alberi delle ville storiche di Roma, come questo cedro

roma maggio 13 070

o i romanissimi pini a ombrello.

villa Ada 021

Alcuni giganti hanno invaso con le loro radici antiche città abbandonate dall’uomo, come questo che cresce sulle rovine di Castel Foiano, presso Calcata (Vt).

parco della Banditaccia castel Foiano 036

I grandi olmi pare stiano scomparendo a causa della grafiosi, la malattia trasmessa da un insetto del legno, che impedisce a questi alberi maestosi di superare una certa altezza, ma questo vecchio e imponente esemplare ancora riesce a emettere nuove foglie in primavera.

alviano 10 aprile 15 009

Un solo esemplare di questi giganti è un microcosmo in cui vivono innumerevoli specie diverse di vertebrati ed invertebrati, alcune delle quali compiono l’intero ciclo vitale sull’albero. Anche un gigante ormai morto ospita sul suo tronco ancora per decenni una enorme varietà di specie viventi sia animali che vegetali.

vecchi tronchi 3

fiori di pervinca

Una sorpresa piacevole di inizio primavera, sotto la gigantesca quercia centenaria sono fiorite le pervinche che come un tappeto hanno ricoperto il terreno su cui ancora persiste un tappeto di foglie secche. D’inverno erano presenti le foglie coriacee, ma è solo in primavera che diventano ben evidenti con i loro innumerevoli fiori azzurri.

So perché sempre ad un pensier di cielo
misterïoso il tuo pensier s’avvinca,
sì come stelo tu confondi a stelo,
vinca pervinca;

……………………………………….

(Giovanni Pascoli, Pervinca)

È un fiore che mi ha sempre affascinato per il suo colore azzurro violaceo, molto bello e particolare, tanto che si usa per indicare quella sfumatura, il color pervinca, che caratterizza gli occhi di qualcuno o il cielo in qualche circostanza, mi è sempre sembrato molto romantico ed evocativo.

La pervinca appartiene alla famiglia delle Apocinacee, la stessa dell’oleandro e come questo è una pianta tossica. Ama i luoghi ombrosi e freschi, come appunto il sottobosco dei querceti.

Con i suoi fusticini striscia sul terreno a cui si àncora con le radici  emesse via via che la pianta cresce, arrivando a tappezzarlo per vasti tratti. A volte riesce ad arrampicarsi, se trova un sostegno. Forse il suo nome deriva proprio dal latino  vincire (legare).

fiori di marzo

I primi fiori di primavera, i fiori di marzo, quelli che sbocciano non appena le giornate si allungano e si fanno più tiepide, sono per la maggioranza gialli, adatti ad attirare le prime specie di insetti impollinatori che approfittano delle ore di sole per far provvista di nettare.

Le primule anche nel nome ricordano la loro fioritura precoce, pronte a sbocciare nel sottobosco sbucando da un letto di foglie secche,

Monte Macchia Porrara 016 (7)

come i crochi, le viole e le pratoline che hanno il cuore giallo: gli stami dove si trova il prezioso polline.

Monte Macchia Porrara

Monte Macchia Porrara 016 (3)

marzo 14 024

Belle sorprese ci offrono i nostri campi in queste prime giornate di primavera, che si accendono del colore vivace dei ranuncoli

alviano 15 marzo 14 017

e delle siepi del gelsomino giallo, che ha sfidato il freddo.

alviano 29 marzo 14 033

I narcisi sono spuntati spontaneamente ed ogni anno fioriscono sempre più abbondanti davanti a casa.

narciso

Il giallo della mimosa è quello che richiama a tutti questi primi giorni di marzo e la Festa della Donna. Buon 8 marzo a tutte e un pensiero a tutte coloro che hanno subìto e continuano a subire soprusi e violenze per il solo fatto di essere donne e alle giovani che lottano per trovare la loro strada.

mimosa

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