buona Pasqua!

 

È Pasqua, la festa cristiana che celebra una rinascita, ma tutti i popoli e tutte le religioni fin da tempi antichissimi hanno festeggiato nei giorni vicini all’equinozio di primavera la rinascita della natura dopo il freddo e il buio dell’inverno con riti e simboli simili.

È in questo periodi che gli alberi cominciano a mettere le foglie, gli uccelli fanno il nido in cui depongono e covano le uova, i mammiferi partoriscono.

monti Lessini 077

È la festa della vita che nasce e uno dei simboli più comuni è l’uovo, come questo mio che lascia uscire il suo pulcino.

Buona Pasqua!

 

fiori di lillà

Che bello il lillà fiorito! Bello e profumato, frequentato dagli insetti impollinatori fra cui queste bellissime farfalle.

Il lillà (Syringa vulgaris) è un arbusto originario dell’Europa, ma diffuso in tutto il mondo grazie alla bellezza delle sue fioriture ed alla sua rusticità, resiste infatti sia alle basse temperature che all’aridità estiva.

I suoi fiori si possono utilizzare in cucina dopo averli staccati uno a uno dalla pannocchia. Con essi si può decorare un risotto o un’insalata, sggiungendoli alla fine dopo averla condita e mescolata. Hanno un sapore amarognolo, quindi non conviene aggiungerne troppi.

Questa insalata di arance e fiori di lillà ha un giusto equilibrio fra l’amaro dei fiori e il dolce del frutto.

Si sbucciano a vivo le arance privandole anche della parte bianca, si tagliano a fette, si dispongono in un’insalatiera e si condiscono con olio e.v.o. e un pizzico di sale, si mescola e poi si dispongono i fiori in superficie.

piante spontanee medicinali

Un tempo le erbe spontanee erano le uniche medicine che la povera gente si poteva permettere e molte di loro erano realmente in grado di curare piccole patologie, raccolte e somministrate dalle donne che ne conoscevano i benefici.

Anche oggi possiamo alleviare con successo piccoli fastidi e malanni utilizzando le piante, l’accortezza è quella di raccogliere solo quelle di cui siamo sicuri e che crescano lontane da fonti di inquinamento e da escrementi animali. Per i malanni più gravi è meglio evitare il fai-da-te e i dosaggi artigianali e rivolgersi a un medico.

Le preparazioni casalinghe in genere prevedono l’uso della pianta fresca o essiccata per fare tisane che si preparano versando in una tazza di acqua bollente un cucchiaino di pianta essiccata (se è fresca un poco di più), come si fa per il tè, si copre poi il recipiente e si attendono dieci minuti prima di filtrare. Se gradito si può dolcificare con un cucchiaino di miele.

Si possono preparare tisane calmanti con i fiori della camomilla, le foglie e i fiori del biancospino, le infiorescenza femminili del luppolo, la melissa che oltre a conciliare il sonno calma anche i disturbi digestivi, molto efficace contro la nausea.

Biancospino

La malva è conosciuta fin dall’altichità per le sue proprietà antinfiammatorie e emollienti, si può bere la tisana di malva per contrastare le infiammazioni gengivali o applicare con garza sugli occhi affaticati e arrossati. Mangiata come verdura è utile contro la stitichezza.

malva

malva

Le varie specie di menta hanno tutte proprietà digestive e rinfrescanti. L’infuso è efficace contro la nausea e i dolori ventrali, se ne possono anche fare gargarismi per disinfettare bocca e gola. I lavaggi del viso con l’infuso combattono la pelle grassa.

fiori di menta

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Anche il finocchio è efficace contro la cattiva digestione e contro la nausea. L’infuso favorisce inoltre la secrezione lattea.

finocchio

Le proprietà curative della salvia erano ben conosciute fin dall’antichità. “Cur moriatur homo cuius salvia crescit in horto?” (Perchè dovrebbe morire l’uomo nel cui orto cresce la salvia?). Questo motto risale alla Scuola Medica Salernitana ed esprime bene quale era la considerazione degli antichi per questa pianta, del resto il suo stesso nome in latino significa sano. Infatti ha proprietà digestive, antisettiche, toniche, antispasmodiche.

salvia

salvia

Anche il rosmarino, onnipresente in cucina, è una pianta che può essere usata in infuso per curare disturbi da cattiva digestione e gli spasmi ventrali.

rosmarino

rosmarino

L’ortica si può usare in cucina per un buon risotto, una minestra o una frittata. Se ne può utilizzare l’infuso contro le affezioni dell’apparato intestinale e per depurare l’organismo. Si possono fare frizioni del cuoio capelluto con il liquido ottenuto facendo bollire qualche manciata di foglie in mezzo litro di acqua per combattere efficacemente la seborrea e la forfora.

ortica

ortica

L’infuso di alloro aiuta la digestione evitando le fermentazioni, i dolori di stomaco e le infiammazioni.

alloro

alloro

La lavanda è antisettica e antinfiammatoria, se ne può usare l’infuso per impacchi in caso di acne o l’oleolito per pulire la pelle. Per preparare l’oleolito si mettono 100 g di fiori in 250 ml di olio e si lasciano 2-3 mesi prima di filtrare.

lavanda

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L’achillea è antinfiammatoria, cicatrizzante, lenitiva. Se ne può utilizzare la tisana come digestivo o preparare un olio di achillea mettendo in olio di germe di mais o in olio di mandorle i fiori freschi (100 g in 250 ml). Dopo un mese l’olio ottenuto si può utilizzare per frizioni contro gli arrossamenti e le irritazioni della pelle.

Le calendole contengono un olio essenziale, acido salicilico, mucillagine che danno proprietà depurative, antinfiammatorie e cicatrizzanti, tanto che viene usato l’olio di calendula per fare creme per il trattamento dei problemi della pelle.

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Si può ottenere un olio alla calendola con proprietà calmanti delle irritazioni della pelle mettendo a macerare 25 g di petali tagliuzzati e 30 g di fiori secchi di camomilla in 3 dl di olio di mandorle in un vaso di vetro a chiusura ermetica, lasciarlo al sole per un mese o d’inverno vicino ad un termosifone e al termine del periodo filtrare. I petali possono essere anche aggiunti all’acqua del bagno o per risciacquare i capelli, per decongestionare ed idratare.

Il decotto aiuta a combattere l’influenza ed il raffreddore, si ottiene facendo bollire un cucchiaino di fiori di calendula per qualche attimo in 2,5 dl di acqua, si lascia riposare 10 minuti, quindi si filtra e dolcifica a piacere.

 

 

una storia millenaria

Venafro (10)

La bellezza di un oliveto con alberi imponenti dalla corteccia nodosa e dai rami contorti è un paesaggio frequente nelle nostre regioni mediterranee, la storia dell’olivo si è intrecciata molto presto con quella delle popolazioni umane che vivevano in questi territori dal clima mite. Testimonianze archeologiche ci raccontano che anche prima della sua coltivazione i suoi frutti furono utilizzati per millenni.

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L’olivo è una delle prime piante coltivate dall’uomo. Nel sud d’Italia fu coltivato per la produzione di olio dagli Enotri, un’antica popolazione italica vissuta in un territorio fra la Campania e la Calabria 1500 anni a.C., nell’età del Bronzo, cinque secoli prima della colonizzazione greca.

I Romani lo coltivarono intensivamente, le braccia per l’agricoltura non mancavano vista l’abbondanza di schiavi! L’olio era usato non solo in cucina, ma anche come farmaco e unguento, il più scadente era destinato all’illuminazione.

Più tardi i monaci coltivarono gli olivi e fu grazie a loro che l’olivicoltura si diffuse  nel periodo incerto seguito alla caduta dell’Impero Romano e poi per tutto il medioevo.

La maggioranza degli oliveti italiani sono coltivati in collina, del resto il nostro territorio è per più di due terzi collinoso o montagnoso. La collina è l’ambiente più adatto alla coltura degli olivi, ma è anche un territorio difficile, in cui spesso non riescono ad accedere i mezzi motorizzati.

Bellissimi sono gli oliveti coltivati sulle “fasce” liguri, terrazze ottenute su ripidi pendii trasportando pietre per i muretti a secco e terra per riempirli: una immane fatica di generazioni e generazioni!

L’olivo è una pianta molto longeva, innumerevoli sono le piante centenarie sparse per le nostre campagne, ma vi sono anche piante millenarie! Il più antico olivo d’Italia si trova in Sardegna, nel comune di Luras (OT), ha ben 4 mila anni ed è stato dichiarato Monumento Naturale.

Ai nostri giorni l’olivo è la principale specie arborea coltivata, seguito dalla vite; l’olivicoltura è  condotta per più del 70% da piccole aziende familiari.

L’Italia è il secondo produttore di olio al mondo, ma ne siamo anche dei grandi consumatori, così che dobbiamo importarlo. Siamo anche fra i paesi con il più grande numero di varietà autoctone.

Sarà anche grazie al consumo di olio extravergine di oliva e alle sue virtù salutari che la nostra popolazione è fra quelle più longeve al mondo!

giganti con le radici

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Gli alberi sono i più grandi esseri viventi esistenti sulla Terra, alcuni sono anche i più longevi, arrivando a vivere migliaia di anni.

Con il loro apparato radicale che li àncora saldamente al suolo scendendo spesso a profondità considerevoli e la loro corteccia che li protegge e offre un rivestimento solido riescono a elevarsi da terra per decine di metri. Per questa loro caratteristica sono sempre stati venerati dagli esseri umani fin dall’antichità,  erano consacrati ad una divinità e spesso sotto la protezione della loro chioma si svolgevano i riti sacri.

Per i Greci la quercia, simbolo di forza e di longevità, era sacra a Zeus. Anche i Romani, i Celti e gli Slavi l’associavano al dio supremo del loro Pantheon.

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oasi di Pian sant'Angelo (10)

Fra le tante specie di querce i lecci sono tipici della regione mediterranea, sono alberi sempreverdi, a crescita lenta, spesso tagliati perché forniscono un ottimo legname e per far posto al pascolo, ma dove qualche esemplare è riuscito a sopravvivere alla scure e al fuoco può raggiungere dimensioni veramente considerevoli ed un’età pluricentenaria.

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Le querce da sughero ancora sono allevate per la loro corteccia, che viene loro tolta ogni sette anni. Nonostante questo le renda più esposte alle malattie si incontrano ancora esemplari imponenti.

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Quercia da sughero

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Le faggete dei nostri monti ci regalano scorci di bellezza e maestosità, anche se l’uomo ha abbattuto o bruciato fin dai primi millenni della pastorizia i fittissimi boschi esistenti sulle nostre montagne per avere pascoli per il bestiame.

I faggi che si incontrano ai giorni nostri sono spesso grandi individui isolati, ma a volte si riesce a trovare un bosco abbastanza fitto, con esemplari secolari ed è piacevole camminare, anche se la salita si fa ripida, con la frescura ed il profumo della terra ricca di humus. Bosco che cambia colore con le stagioni, bianco sotto la neve in inverno, marrone chiaro in primavera, quando le foglie sono ancora avvolte nelle brattee che le riparano da improvvisi ritorni di gelo, ma il sottobosco ospita i primi fiori che sbocciano dopo lo sciolsersi della neve, verde brillante in estate, dorato in autunno.

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Questo enorme esemplare delle foreste molisane, soprannominato a buona ragione “Re Faione,” raggiunge i 25 m di altezza ed ha un diametro di 6,40 m, si stima abbia più di 500 anni ed è stato incluso nella lista degli alberi monumentali d’Italia.

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I castagneti secolari sono quello che resta delle antiche coltivazioni che hanno sfamato generazioni e generazioni di gente di montagna che poteva contare sul calorico frutto per tutto l’inverno.

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Nonostante l’abbandono delle nostre montagne rimangono ancora esemplari giganteschi che portano il fascino dei secoli sulla loro corteccia contorta.

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L’olivo è un altro albero legato alla storia dell’uomo, coltivato da millenni. Ancora si incontrano nelle nostre campagne esemplari secolari, nonostante le malattie, l’incuria e il furto di grandi esemplari per lo stupido desiderio di sfoggiarlo nella propria seconda casa.

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Venafro (10)

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In città alberi storici sfidano i secoli come i cipressi di Michelangelo che l’artista piantò nel chiostro dell’ex Convento dei Certosini, all’ingresso del Museo Nazionale Romano delle Terme di Diocleziano (Piazza dei Cinquecento). È sorretto da un’impalcatura di ferro dopo che fu colpito da un fulmine, ma è ancora vitale.

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Giganteschi sono anche alcuni alberi delle ville storiche di Roma, come questo cedro

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o i romanissimi pini a ombrello.

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Alcuni giganti hanno invaso con le loro radici antiche città abbandonate dall’uomo, come questo che cresce sulle rovine di Castel Foiano, presso Calcata (Vt).

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I grandi olmi pare stiano scomparendo a causa della grafiosi, la malattia trasmessa da un insetto del legno, che impedisce a questi alberi maestosi di superare una certa altezza, ma questo vecchio e imponente esemplare ancora riesce a emettere nuove foglie in primavera.

alviano 10 aprile 15 009

Un solo esemplare di questi giganti è un microcosmo in cui vivono innumerevoli specie diverse di vertebrati ed invertebrati, alcune delle quali compiono l’intero ciclo vitale sull’albero. Anche un gigante ormai morto ospita sul suo tronco ancora per decenni una enorme varietà di specie viventi sia animali che vegetali.

vecchi tronchi 3

fiori di pervinca

Una sorpresa piacevole di inizio primavera, sotto la gigantesca quercia centenaria sono fiorite le pervinche che come un tappeto hanno ricoperto il terreno su cui ancora persiste un tappeto di foglie secche. D’inverno erano presenti le foglie coriacee, ma è solo in primavera che diventano ben evidenti con i loro innumerevoli fiori azzurri.

So perché sempre ad un pensier di cielo
misterïoso il tuo pensier s’avvinca,
sì come stelo tu confondi a stelo,
vinca pervinca;

……………………………………….

(Giovanni Pascoli, Pervinca)

È un fiore che mi ha sempre affascinato per il suo colore azzurro violaceo, molto bello e particolare, tanto che si usa per indicare quella sfumatura, il color pervinca, che caratterizza gli occhi di qualcuno o il cielo in qualche circostanza, mi è sempre sembrato molto romantico ed evocativo.

La pervinca appartiene alla famiglia delle Apocinacee, la stessa dell’oleandro e come questo è una pianta tossica. Ama i luoghi ombrosi e freschi, come appunto il sottobosco dei querceti.

Con i suoi fusticini striscia sul terreno a cui si àncora con le radici  emesse via via che la pianta cresce, arrivando a tappezzarlo per vasti tratti. A volte riesce ad arrampicarsi, se trova un sostegno. Forse il suo nome deriva proprio dal latino  vincire (legare).

fiori di marzo

I primi fiori di primavera, i fiori di marzo, quelli che sbocciano non appena le giornate si allungano e si fanno più tiepide, sono per la maggioranza gialli, adatti ad attirare le prime specie di insetti impollinatori che approfittano delle ore di sole per far provvista di nettare.

Le primule anche nel nome ricordano la loro fioritura precoce, pronte a sbocciare nel sottobosco sbucando da un letto di foglie secche,

Monte Macchia Porrara 016 (7)

come i crochi, le viole e le pratoline che hanno il cuore giallo: gli stami dove si trova il prezioso polline.

Monte Macchia Porrara

Monte Macchia Porrara 016 (3)

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Belle sorprese ci offrono i nostri campi in queste prime giornate di primavera, che si accendono del colore vivace dei ranuncoli

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e delle siepi del gelsomino giallo, che ha sfidato il freddo.

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I narcisi sono spuntati spontaneamente ed ogni anno fioriscono sempre più abbondanti davanti a casa.

narciso

Il giallo della mimosa è quello che richiama a tutti questi primi giorni di marzo e la Festa della Donna. Buon 8 marzo a tutte e un pensiero a tutte coloro che hanno subìto e continuano a subire soprusi e violenze per il solo fatto di essere donne e alle giovani che lottano per trovare la loro strada.

mimosa

la nuova vigna

Grandi lavori nel nostro terreno questo inverno per impiantare una nuova vigna ad integrazione di quella che piantammo più di venti anni fa: poche decine di viti per fare il vino per la nostra famiglia. Una grande fatica, ma anche una grande soddisfazione!

La nostra zona ha una tradizione vinicola antichissima, che risale al tempo degli Etruschi e dei vicini Umbri, i vigneti crescono su terreni argillosi ricchi di gusci di conchiglie fossili, rimuovendo il terreno se ne trovano in quantità. Sono testimoni della presenza di un mare antico quasi tre milioni di anni che arrivava a lambire la catena dei Monti Amerini.

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Gli Etruschi erano buoni viticoltori, esperti nell’arte dell’innesto e nella disposizione degli impianti; erano apprezzati per questa loro abilità in tutto il bacino del Mediterraneo. Coltivavano con la tecnica della “vite maritata” in cui il tutore era un albero, ne rimangono ancora esempi nel territorio.

vite maritata

Ora si preferisce la tecnica “a tutore morto” come facevano gli antichi Greci: le viti sono sorrette da pali che nel nostro territorio devono essere alti per evitare che i numerosi cinghiali facciano scempio dei grappoli maturi.

Noi non siamo degli esperti, impariamo facendo e quindi abbiamo impiegato più tempo del normale a misurare il terreno per piantare i picchetti di riferimento per fare le buche, poi abbiamo dovuto bruciare esternamente la punta dei pali che andrà sottoterra per indurirla ed evitare che marcisca. Mi ha fatto venire in mente Ulisse che intrappolato nell’antro di Polifemo, indurisce sul fuoco un palo con cui accecare il ciclope. Anche per noi è stato un lavoro veramente “ciclopico”!

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Il lavoro meno gravoso è stato comprare le barbatelle, le talee di vite radicate, provviste perciò di “barba”.

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Per fortuna le buche le ha fatte la pala meccanica, ma il lavoro non è mancato comunque, fra sostenere i pali nel giusto punto, misurare di nuovo le distanze e collocarli in maniera perfettamente verticale.

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Alla fine il risultato è questo: tre filari di pali vicino ai quali piantare le barbatelle.

impianto vigna

A questo punto l’ultima fatica: mettere a dimora le piantine con attenzione e cura perché ognuna sia posta nella posizione più favorevole a ricevere il sole e abbia la terra ben aderente alle radici, affinché fra qualche settimana, al momento del risveglio vegetativo, possa svilupparsi nel migliore dei modi.

E così  il vino che verrà porterà in sè una geografia di milioni di anni, una storia millenaria, oltre che la nostra fatica.

 

 

 

 

cortecce

olmo

La corteccia degli alberi è un po’ come la loro pelle, protegge le parti interne del tronco, dei rami e delle radici, le più delicate e vitali. Inoltre dà sostegno alla pianta che a volte è veramente imponente e grazie a questo rivestimento solido e resistente riesce a puntare diritto verso il cielo anche per decine di metri sfidando la forza di gravità e si mantiene eretta e ben salda al suolo.

pini

La sua consistenza varia molto, esistono cortecce rugose e fessurate ed altre lisce e perfino soffici al tatto. Gli alberi più vecchi ne hanno una spessa e estremamente contorta.

castagno

Variano anche lo spessore e il  colore che va dal bianco candido della betulla, ai diversi toni del marrone e del rosso.

betulle

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Fra le sue fessure si installa tutto un mondo, dai licheni

lichene

 agli insetti che spesso svernano sotto i suoi strati, ai funghi del legno,

vecchi tronchi

all’edera che riesce così a crescere vigorosa e grazie al sostegno dell’albero tende sempre più in alto,

edera

a piante come il vischio i cui semi appiccicosi sono trasportati sugli alberi dagli uccelli e in qualche fessura della corteccia riescono a germinare così che la pianta si sviluppa a spese dell’albero parassitato.

vischio

In alcuni alberi come il platano gli strati superficiali si staccano in placche, portando via parassiti e sostanze nocive. È forse per questo che il platano resiste bene all’inquinamento tanto da essere spesso usato nelle alberature stradali.

platano

Incidere la corteccia o strapparla danneggia la pianta perché da quella ferita possono penetrare parassiti di ogni genere. Gli esseri umani tuttavia la hanno utilizzata nei millenni della loro storia per gli usi più diversi, quello più conosciuto è quello del sughero.

La quercia da sughero ha una corteccia elastica, spessa e porosa, utilizzata per fare tappi, rivestimenti isolanti, galleggianti e ogni sorta di oggetto diverso. Si può perfino tagliare in fogli tanto sottili da farne una stoffa per abiti, simile a pellame morbido. Si può levare senza far morire l’albero, a condizione che ciò avvenga  solo ogni 7-10 anni. Gli alberi così denudati hanno un aspetto impressionante, di un rosso sanguigno, sembrano uomini cui sia stata tolta la pelle.

quercia da sughero

Anche le cortecce di altri alberi come quelle del tiglio e del tasso, in passato sono servite per confezionare abiti, corde e altri manufatti, perché fibrose, elastiche e resistenti.

Dalla corteccia dei castagni, e da quella delle querce, si estraeva il tannino per la concia delle pelli e per usi farmaceutici.

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Ancora oggi nella dehesa della meseta spagnola i lecci vengono potati drasticamente per utilizzare il legname a questo scopo o come combustibile.

lecci

La corteccia interna della betulla è commestibile e quella esterna. che è impermeabile, è sempre stata usata dalle popolazioni nordiche per fare scarpe, canoe e contenitori.

La corteccia del salice contiene l’acido salicilico che preserva i cibi conservati dalle muffe ed è il principio attivo di molti farmaci antinfiammatori come l’aspirina. Da quella dell’albero tropicale di china si estrae invece il chinino usato contro la malaria.

La corteccia dei rami più sottili del Cinnamomum zeylanicum, un piccolo albero di origine orientale, è quella che noi conosciamo come cannella che profuma cibi e bevande e dà loro un sapore inconfondibile.

 

fuochi e focolari

In inverno è piacevole leggere, chiacchierare o semplicemente oziare vicino al focolare. Un tempo era il centro della vita familiare, nell’unica stanza che serviva da cucina, soggiorno, stanza da pranzo, tanto che in italiano si usava la parola fuoco o focolare per indicare un nucleo familiare. Termine che per noi è ora desueto, ma viene ancora utilizzato dagli spagnoli per i quali hogar significa ancora casa intesa sia come appartamento che come luogo di residenza del nucleo familiare.

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Oltre che questo significato il fuoco ne aveva anche altri legati a riti di purificazione e rinnovamento intesi a propiziare una nuova annata agricola ricca di messi. In periodi diversi della stagione invernale alcune di queste manifestazioni si sono conservate, in molte zone d’Italia si accendono falò la sera dell’Epifania, a volte bruciando un fantoccio che rappresenta una vecchia strega. In altre zone i falò si accendono per Sant’Antonio Abate il 17 gennaio, in altri a Carnevale.

Questo grande valore simbolico ha il suo significato anche ai nostri giorni, se tante feste che li vede protagonisti continuano a essere celebrate. Con il fuoco si distrugge simbolicamente ciò che è vecchio e si traggono auspici per i raccolti futuri. ma soprattutto il fuoco mette allegria soprattutto se si è in compagnia.

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