alla vita

La vita non è uno scherzo,

………………………………………

prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant’anni, ad esempio,
pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli,
ma perché non crederai alla morte,
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.

(Nazim Hikmet)

 

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budino di succo di melagrana

Un dessert di stagione che ho improvvisato per utilizzare le melagrane che i miei alberelli hanno prodotto in quantità nonostante la siccità. È abbastanza rapido da farsi, la parte più lunga è ricavare il succo di melagrana. Io le taglio in due e le spremo nello spremi limoni, schiacciando un poco i chicchi con le dita. Ce ne vogliono tante perchè in genere si ricava poco succo da ognuna.

300 ml di succo sono sufficienti a preparare il budino per 4 persone. Per questa quantità di succo occorreranno poi 20 g di amido e 30-40 g di zucchero, dipende dal gusto personale e dalla dolcezza dei frutti.

Diluire nel succo l’amido e lo zucchero aiutandosi con un colino immerso nel liquido per evitare che si formino grumi.

Mettere a fuoco basso e lasciar cuocere dolcemente mescolando ogni tanto fino a che il liquido si addensa e fila se vi si immerge e poi si solleva un mestolo.

Distribuire in coppette individuali o in una singola pirofila, far raffreddare e poi porre in frigorifero.

È un dessert gradevole alla vista e al gusto adatto per finire un pasto abbondante.

Sempre con le melagrane in un post precedente ho scritto la mia ricetta per il coniglio al succo di melagrana.

 

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primo giorno d’autunno!

“Autunno adorato come la stagione più sontuosa, allegra e malinconica dell’anno. Questo è quello che vedevo mentre contemporaneamente passeggiavo, a Roma, per le lunghe rive del Tevere, giocando con i profondi riflessi degli alberi piantati nelle acque agitate e raramente azzurrine del Tevere.”

(Rafael Alberti, L’albereto perduto. Edizioni Riunite)

Anche io come Rafael Alberi amo l’autunno, quest’anno in particolare che l’estate è stata torrida e siccitosa.

Ora vedo la campagna respirare dopo le prime piogge, gli alberi non hanno più un aspetto desolato, le erbette stanno rispuntando e c’è abbondanza di frutta autunnale: uva, melagrane, mele, noci, le ultime prugne, pere.

Nella macchia rosseggiano le bacche della rosa canina, del biancospino, dell’agazzino.

cinorrodi

Fra poco matureranno le cotogne, le corbezzole, le sorbe e le giuggiole e i boschi si tingeranno di colori bellissimi.

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È ora di fare le marmellate autunnali, qui ho descritto la marmellata di mele e succo di melagrane.

Buon autunno a tutti!

 

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tempo di vendemmia

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… l’autunno offre frutti svariati e in alto sulle rupi soleggiate matura la dolce vendemmia“. (Virgilio, Georgiche, Libro II, 521-522).

È arrivato il momento di vendemmiare. Molti hanno già iniziato, noi inizieremo fra pochi giorni. Rito antichissimo, fatica gradita, occasione di socialità, ripetuto da noi da anni, dagli esseri umani da molti millenni.

Guarda il calor del sol che si fa vino giunto all’umor che della vite cola” canta Dante Alighieri nel Purgatorio (canto XXV).

È molto interessante ritrovare in tanti musei archeologici o delle tradizioni contadine le testimonianze della produzione, la conservazione e il trasporto del vino.

Questo torchio conservato all’abbazia di Fiastra è veramente monumentale, ma ricordo un torchio ancora più gigantesco ritrovato negli scavi di Pompei.

Al castello di Ischia sono conservati vecchi attrezzi e vasche per il vino

I primi contenitori impiegati per il vino furono i tronchi di legno scavati grossolanamente e le vasche di pietra, mentre per il trasporto venivano usate pelli cucite di animali, impiegate dall’età del bronzo fino all’epoca romana.

Verso il 1500 a.C. con la diffusione dei commerci venne introdotta dai Fenici l’anfora di terracotta con i manici che divenne il contenitore maggiormente usato da Etruschi e Romani sia per il trasporto che per la conservazione del vino.

Successivamente si diffusero le botti, ma l’uso delle anfore non fu mai abbandonato soprattutto per i commerci via mare. La forma con la base appuntita consentiva di stivarle nella sabbia.

Oggi  è molto usato l’acciao inox di facile utilizzo e pulizia, ma il legno continua a mantenere la sua importanza per l’invecchiamento dei grandi vini rossi italiani come il Barolo, il Barbaresco, il Brunello, il Chianti cui il legno cede sostanze che creano intensità aromatiche particolarmente apprezzate.

Il nostro torchio e la nostra botte di acciaio sono più modeste, ma ci danno la soddisfazione di produrre il  vin per casa. Con il mosto poi anche quest’anno farò la marmellata di mosto e frutta mista la cui ricetta è descritta in questo post.

 

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le antenate selvatiche

Lunga è la storia dell’agricoltura, lunga molti millenni, da quando 10-12 mila anni fa i nostri antenati hanno cominciato a domesticare le specie animali e vegetali di cui già si cibavano raccogliendole o cacciando.

Alcune erbacee selvatiche che possiamo incontrare comunemente sono le antenate delle piante coltivate, l’uomo, generazione dopo generazione, le ha selezionate scegliendo per la semina quelle che avevano caratteristiche convenienti: con semi più grandi e più abbondanti, che rimanevano attaccati alla pianta a maturità senza disperdersi nell’ambiente e che avevano perduto  sostanze amare o poco digeribili.

I cereali sono stati i vegetali più coltivati in assoluto seguiti dai legumi, il farro che oggi viene riscoperto è l’antenato del nostro grano.

farro 002

Molte specie del genere Avena che oggi troviamo ai bordi delle strade o nei campi incolti erano un tempo importanti fonti di nutrimento, sono state rinvenute in villaggi europei di 7 millenni prima di Cristo. Le varietà attuali sono state ottenute selezionando le piante con maggior quantità di spighette e con cariossidi che non cadevano a maturità, in questo modo si rendeva possibile la mietitura.

I cardi sono gli antenati dei carciofi.

Dal finocchio selvatico abbondante nelle nostre campagne e ancora raccolto per aromatizzare molti piatti della nostra tradizione culinaria sono state selezionate cultivar con guaine fogliari carnose e ingrossate che noi consumiamo praticamente tutto l’anno.

L’antenata della carota  è questa comunissima infiorescenza formata da fiorellini bianchi e da un fiore scuro centrale; la radice della pianta selvatica è immangiabile, ma i nostri antenati hanno iniziato  coltivarla e selezionarla più di 3000 anni fa. Le prime carote erano probabilmente biancastre o violacee; greci e romani le utilizzavano più per uso medicinale che commestibile, convinti che fossero afrodisiache, erano ancora con buccia coriacea e molto fibrose, non ancora le radici carnose e dolci di color arancione che coltiviamo.

Anche la cicoria si trova comunemente nei prati e viene raccolta dagli appassionati di verdure selvatiche.

La Brassica oleracea è una specie che cresce sui dirupi rocciosi del Mediterraneo nord-occidentale, è l’antenata di tutti i tipi di cavolo, dai broccoli ai cavolfiori, alle verze ai cavolini di Bruxelles.

 

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marmellata di prugnoli

I prugnoli selvatici costituiscono nelle campagne siepi spesse e impenetrabili riparo per la fauna selvatica e fonte di cibo per gli uccelli.

prugnoli

Sono stati i primi a fiorire all’inizio di marzo, ma come tanta altra frutta selvatica bisogna aspettare la fine dell’estate perché siano maturi. L’epoca adatta alla raccolta va da agosto in poi, prima della raccolta converrà assaggiare un frutto per verificare che sia maturo e non allappi.

Con i frutti ben maturi si può fare una buona marmellata, asprigna, ma piacevole.

Pulire i fruttini con un panno per togliere il più possibile la pruina, la sostanza cerosa che li ricopre, metterli in una pentola di acciaio con il fondo spesso con mezzo bicchiere di acqua sul fondo e farli cuocere a fuoco moderato fino a che non si disfino.

Passarli al passaverdure per eliminare semi e bucce, pesarli e rimetterli sul fuoco con 200 g di zucchero per ogni chilo di frutta passata.

Invasare la marmellata bollente, chiudere i vasetti e capovolgerli, lasciandoli così fino a che si siano intiepiditi.

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pannocchie di mais

I campi coltivati a mais si avvicinano ormai alla raccolta. Sono vasti appezzamenti di terreno alternati ad altre colture che sono già state trebbiate. È un paesaggio comune nelle nostre campagne eppure la sua diffusione nei nostri territori è relativamente recente.

Il mais era il principale alimento della cucina maya e azteca, fu introdotto in Europa da Cristoforo Colombo. Pochi anni dopo si era diffuso in Spagna, grazie alle sue alte rese rispetto al grano. Da qui si diffuse in Francia e in Italia diventando da metà del settecento il principale se non unico alimento dei contadini.

A seguito di ciò scoppiarono terribili epidemia di pellagra, una malattia di cui allora non si conosceva la causa, fra i contadini più poveri che si nutrivano solo di polenta.

La malattia causava lesioni profonde della pelle, dermatiti, diarrea, demenza e infine la morte. Fu solo nel XX secolo che si riuscì a capire che la malattia era causata dalla mancanza nel mais di alcune vitamine, fra cui la niacina o vitamina B3, si poterono così curare gli ammalati somministrando loro la vitamina che fu chiamata PP (Pellagra Preventing).

In Messico dove per secoli la popolazione si era nutrita quasi esclusivamente di mais, la pellagra non era conosciuta, ma solo nel 1983 che si è scoperto il perché. Il mais veniva e viene sottoposto a un trattamento per consentirgli di essere impastabile (infatti il mais non contiene glutine). I chicchi maturi di mais sono fatti bollire in una soluzione di calce e lasciati in riposo per diverse ore, il liquido viene poi gettato e i chicchi lavati e macinati. Questo trattamento rende possibile impastare la farina e preparare le tortillas che costituiscono l’alimento base della popolazione, così si libera anche la niacina dall’amido che impedisce che questa sia assorbita dal nostro corpo durante l’alimentazione.

Ora per fortuna non abbiamo più bisogno di questo processo perché la nostra alimentazione è ricca e varia e possiamo ricavare la niacina da tanti altri alimenti che la contengono come alimenti di origine animale, lievito, latticini.

amati dalle farfalle

La Farfalla

Nascere a primavera, morire con le rose,
sulle ali di uno zefiro nuotare nella luce,
cullarsi in grembo ai fiori appena schiusi,
in una brezza pura di profumi e d’azzurro,
scuotere, ancora giovane, la polvere alle ali,
volare come un soffio verso la volta infinita:
ecco della farfalla il destino incantato!
Somiglia al desiderio che non si posa mai,
che mai si sazia, ogni cosa sfiorando
per poi tornare al cielo,in cerca di piacere.

(Alphonse De Lamartine)

Le bellissime farfalle amano gli ambienti assolati e non inquinati da insetticidi, in cui si alternino prati, siepi, boschi, fonti di acqua.

La maggior parte delle farfalle è legata a determinate piante di cui si cibano quando sono bruchi. Per esempio i bruchi delle splendide Vanesse si cibano delle foglie dell’ortica.

Gli insetti adulti invece, nella loro brevissima vita, suggono il nettare dei fiori con la lunga spiritromba, una sorta di cannuccia tenuta arrotolata e distesa poi  quando deve essere introdotta nelle corolle e nei calici dei fiori.

 I fiori più visitati sono quelli più ricchi di nettare,

Salvia nemorosa

i lillà sono visitati dal podalirio il cui bruco si ciba delle foglie dei prugnoli selvatici.

Fra i fiori di campagna sono molto visitati la ruta

e il finocchio selvatico.

finocchio selvatico

E poi la lavanda,

l’achillea, la verbena e il fiordaliso.

Anche fiori apparentemente irti e coriacei sono appetiti dalle farfelle che devono guardarsi però dai predatori in agguato.

Le farfalle vivono pochi giorni, a volte uno solo, in questo breve tempo devono accoppiarsi e deporre le uova da cui usciranno i bruchi della generazione successiva. Il bruco si trasformerà in crisalide che immobile, avvolta in un astuccio protettivo, compirà una completa metamorfosi cambiando tutti i suoi tessuti. A metamorfosi compiuta ne uscirà lo splendido insetto adulto che ricomincerà il ciclo.

 

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odiati ma utili

Se c’è un animale che suscita paura, ribrezzo, odio è il serpente, per lo meno nella nostra cultura; perché in altre culture questi animali sono stati e sono oggetto di venerazione.

La nostra paura porta spesso all’uccisione dell’animale, senza distinguere fra specie innocue, la maggioranza, e specie velenose che in Europa sono solo quelle appartenenti al genera Vipera. Ciò priva la nostra fauna di animali utilissimi a tenere sotto controllo lo sviluppo di specie nocive come i topi.

I serpenti sono rettili appartenenti al gruppo tassonomico Serpentes ( dal latino serpens, strisciante), hanno infatti il corpo allungato e privo di arti, che consente loro di muoversi agilmente sul terreno, in mezzo alla vegetazione e in acqua.

Tutti i serpenti nostrani si nutrono di piccoli animali che catturano grazie al morso velenoso o stritolandoli fra le spire e inghiottono interi.

Singolari sono le caratteristiche con cui l’evoluzione ha adattato questi animali: la colonna vertebrale è costituita da numerosissime vertebre molto mobili cui sono articolate le coste su cui si inseriscono i muscoli robusti con i quali l’animale compie i suoi spostamenti. Manca uno sterno per consentire al corpo di dilatarsi quando ingoiano prede intere.

Per adattarsi al corpo allungato gli organi interni sono disposti in successione, un polmone è atrofizzato mentre l’altro è molto allungato.

Hanno il corpo rivestito di squame sopra le quali c’è uno strato corneo che viene sostituito periodicamente durante la muta. Il processo di muta è rapido, ma durante questa fase l’animale è vulnerabile e ricerca perciò ambienti protetti. Il vecchio strato corneo, chiamato esuvia, viene rivoltato come un calzino e abbandonato intero. Ogni anno intorno al mio casale trovo esuvie di serpente, alcune di considerevole lunghezza.

alviano 10 maggio 14 006

Si alimentano irregolarmente, possono trascorrere giorni e settimane fra un pasto e l’altro, in compenso possono ingoiare prede più grandi di loro la cui digestione può durare giorni.

Come gli altri rettili i serpenti hanno bisogno di calore per essere attivi, calore che ricavano dall’ambiente circostante non essendo in grado di produrlo internamente come gli uccelli e i mammiferi. Quando la temperature esterna si abbassa troppo non riescono più a mantenersi attivi perciò in autunno si rifugiano in ripari dove possono essere protetti dal gelo invernale.

La paura che abbiamo di questi rettili è dovuta soprattutto al morso delle vipere. In realtà queste sono piuttosto piccole, schive e non attaccano l’uomo se non per difesa se la fuga non è possibile. Basta prendere qualche precauzione per evitarle quando si cammina in campagna o in montagna:

  • non avventurarsi con calzature inadatte in mezzo all’erba alta o in terreni rocciosi, indossare sempre calze e scarponcini o stivali,
  • Non rovistare a mani nude fra l’erba alta e vicino ad ammassi di pietre, magari alla ricerca di frutti di bosco.
  • Munirsi di un bastone con cui rovistare fra l’erba prima di chinarsi a raccogliere qualcosa.
  • Prestare maggiore attenzione nelle prime ore della mattina quando gli animali sono intorpiditi dalle temperature basse.
  • Insegnare ai bambini queste precauzioni

Il morso di una vipera molto raramente è mortale per una persona adulta, quindi eventualmente si può raggiungere il posto di soccorso più vicino cercando di stare tranquilli ed evitando di intervenire in qualsiasi modo sulla ferita.

 

 

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girasoli

… portami il girasole impazzito di luce”  così canta Eugenio Montale. Se c’è un fiore che racchiude in sè l’estate questo è proprio il girasole con il suo grande capolino rotondo giallo e arancio che richiama l’immagine del sole.

I campi di girasoli in questa stagione si estendono come un mare giallo carico e le grandi infiorescenze ci guardano come faccioni ridenti sopra un fusto che può arrivare anche a 2 metri di altezza e grandi foglie a forma di cuore.

Quello che chiamiamo fiore, come per le altre piante della stessa famiglia delle Asteracee, è in realtà un’infiorescenza formata da moltissimi fiorellini disposti secondo un sistema a spirali.

Il nome del fiore deriva dalla credenza che i capolini seguano il movimento del sole durante la giornata, in realà non è così, soltanto il fiore ancora in boccio segue il sole, che ne scalda i semi in fase di sviluppo.

Quando i fiori maturano, diventano acheni, i frutti secchi che contengono i semi. Sono questi semi contenenti grassi che li resero appetibili dagli esseri umani.

Furono i nativi americani dell’America del Nord che cominciarono a coltivarli ben 3500 anni fa selezionando le varietà con semi più grossi. Li utilizzavano poi arrostiti e macinati per preparare focacce e pappe.

Non furono però i coloni europei degli Stati Uniti a coltivare per primi il girasole su larga scala, ma, stranamente, i russi e per un motivo, diciamo così, religioso.  Agli inizi del 1800 la Chiesa Ortodossa russa emanò un decreto che proibiva il consumo di una lunga lista di alimenti ricchi di olio durante la Quaresima e l’Avvento, periodi in cui nel rigido clima russo, gli alimenti calorici sono particolarmente ricercati.

I semi di girasole, contenenti il 30% di olio, non erano contenuti nell’elenco dei cibi proibiti per il semplice fatto che erano quasi sconosciuti. Furono così adottati avidamente e coltivati su larga scala, solo successivamente se ne capì il potenziale anche in occidente e si cominciò a coltivarli a partire dalla metà del 1900 in America e in Europa. La Russia e l’Ucraina rimangono però ancora oggi i maggiori produttori mondiali.

Oggi sono una coltura estesamente utilizzata per la produzione di olio che nelle varietà attualmente coltivate ha un elevato contenuto di acido oleico monoinsaturo, stabile a elevate temperature; ciò lo rende salutare e adatto alle fritture. È utilizzato anche per l’alimentazione animale e come biocarburante ed è inoltre resistente all’aridità e utile nelle rotazioni colturali in alternanza al grano e al mais.

Usato come cosmetico è utilissimo per ringiovanire la pelle di tutto il corpo che nutre restituendole elasticità. Può essere anche usato come detergente applicandolo con un batuffolo di cotone e poi rimovendolo con un altro batuffolo.

Io ho preparato un olio di girasole alla lavanda: per 400 ml di olio di girasole servono 30 g di fiori secchi di lavanda, si mettono in un barattolo di vetro e si lasciano macerare alcuni mesi, poi si cola spremendo bene i fiori e si conserva in bottigliette di vetro bruno.

Visto il successo che ha avuto quello fatto lo scorso anno quest’anno ne farò una quantità maggiore. È consigliabile scegliere il prodotto biologico ottenuto da spremitura a freddo in modo che il prodotto conservi tutte le proprietà benefiche dell’olio. La lavanda oltre ad essere profumata ha anche proprietà antisettiche ed è utile per le pelli con acne o troppo grasse.

 

 

 

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