l’orso e la lupa

Roma e Madrid hanno entrambe come simbolo un animale, Roma ha la leggendaria lupa, Madrid un orso.

La storia della lupa che allatta i gemelli è conosciuta da tutti, romani e non, da quella leggenda di fondazione la lupa è stata usata come simbolo della città fin dall’antichità, ancora oggi è presente in effige o come statua in molti luoghi della municipalità.

Fino agli anni ’70 al Campidoglio, sulla sinistra della scalinata, c’era anche, dentro una stretta gabbia, una lupa in carne e ossa, doveva essere un simbolo di potere, ma era solo un povero animale che andava freneticamente avanti e indietro, tanto che a Roma a una persona frenetica, che non riusciva a stare ferma si diceva “me pari ‘a lupa der Capidojo”.

Per fortuna poi ci si è accontentati di lupe di bronzo. Splendida e famosa è quella esposta al Palazzo dei Conservatori, opera del V secolo a. C.

Anche l’aquila era un simbolo di Roma fin dall’antichità e come la lupa un’aquila viveva pigioniera fino a pochi decenni fa, in una gabbia sotto la rupe Tarpea, ai piedi del Campidoglio. Ora è rimasta la gabbia vuota e l’aquila è simbolo della squadra di calcio della Lazio, mentre la lupa lo è della Roma.

L’orso, insieme al corbezzolo (el oso y el madroño), è invece il simbolo della città di Madrid. La statua bronzea dell’orso e del corbezzolo nella piazza di Puerta del Sol, in pieno centro cittadino, è fotografatissima e rappresenta questo animale mentre ritto sulle zampe posteriori ed appoggiandosi al tronco, mangia le corbezzole, i madroños appunto.

madrid 024

Gli orsi erano diffusissimi un tempo nei boschi intorno alla città ed il corbezzolo era un arbusto tipico della macchia. Il simbolo araldico risale al secolo XIII e sembra derivare da una disputa fra il clero e la cittadinanza per lo sfruttamento delle terre. Il re intervenne assegnando i pascoli al clero e lo sfruttamento del legname e della selvaggina alla popolazione.

Lo stemma con l’orso e il corbezzolo è presente un po’ ovunque a Madrid, su edicole, insegne e tutto ciò che riguarda la municipalità.

 

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l’Italia dei piccoli comuni

“Così questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi di molto”. (Cesare Pavese, La luna e i falò.)

Civita di Bagnoregio

L’Italia, per la conformazione del suo territorio e la sua storia, è ricca di piccoli borghi, ben il 72% dei Comuni d’Italia ha meno di 5000 abitanti, in essi risiede il 19% della popolazione italiana.

Il territorio amministrato dai piccoli Comuni costituisce il 55% della superficie nazionale e possiede una straordinaria varietà ambientale e un immenso patrimonio artistico.

Castello Oliva a Piandimeleto

La vita vi si è svolta uguale per centinaia di anni, ma che nel secondo dopoguerra hanno cominciato a spopolarsi, i giovani soprattutto hanno cercato in città prospettive di vita e di lavoro più attraenti.

Cicogna (Vb)

L’abbandono è continuato anche negli ultimi decenni, anche se in alcuni casi ci sono stati giovani che hanno deciso di tornare e lavorare e vivere in queste piccole realtà in cui notevole e insostituibile è il patrimonio di cultura, tradizioni, ambiente; in cui si riscoprono reti e relazioni sociali.

Scontrone (Aq)

Quanti saranno stati i cittadini del borgo……? Io credo che non si andrebbe, se ci contassimo, oltre le 1500-2000 persone. Sono poche nell’astratto mare della vita, sono molte nel concreto spazio in cui le persone acquistano un volto e un nome; non sono mille, ma uno più uno più uno e così via, e ciascuna deve vivere, vivere per conto suo e nello stesso tempo vivere con l’altro“. “Il giorno del giudizio” Salvatore Satta.

Pacentro (Aq)

Molti di questi comuni sono però minacciati dal dissesto idrogeologico perché collocati in zone montane in cui l’abbandono dell’agricoltura ha reso instabile il territorio.

Pesche (Is)

Nonostante ciò il 93% delle DOP e delle IGP e il 79% dei vini pregiati sono prodotti in questi territori.

È da poco diventato legge il d.d.l.  “salva borghi“, che detta misure per promuovere e incentivare la residenza nei piccoli comuni e salvaguardare il loro patrimonio culturale e ambientale. Riguarda i comuni con meno di cinquemila abitanti che in Italia sono 5585. La legge stanzia fondi per garantire scuole, trasporti e reti telematiche adeguate, tutelare l’ambiente e l’artigianato artistico, mantenendone le caratteristiche di diversità e specificità.

Sant’Oreste, Roma

I fondi destinati ai comuni serviranno anche per recuperare i centri storici e le zone di particolare pregio acquistando case, terreni, cantoniere e stazioni abbandonate per riqualificarle ed utilizzarle come alberghi diffusi, per incentivare il turismo.

Barrèa (Aq)

Inoltre i piccoli Comuni potranno promuovere il consumo e la commercializzazione dei prodotti agroalimentari provenienti da filiera corta o a chilometro zero.

I piccoli Comuni sono una risorsa e non un costo per la loro azione di manutenzione e cura del territorio  che previene il dissesto idrogeologico.

Licenza (Rm)

la colonna dell’ospitalità

Bertinoro è una graziosa cittadina di origine medioevale situata in cima a un colle dai ripidi fianchi, in bella posizione dominante la pianura romagnola. dalle sue piazzette si gode un magnifico panorama sulle colline ricoperte di vigne e sulla costa e il mare in lontananza.

È piacevole passeggiare per le sue strette vie fino alla rocca posta sulla sommità del colle, ma uno dei monumenti più caratteristici è la Colonna degli Anelli o Colonna dell’Ospitalità testimonianza dell’antico costume di cortesia e ospitalità delle famiglie benestanti di Bertinoro che si contendevano l’onore di ospitare i pellegrini che giungevano in città.

Per porre fine a tali contese il giudice Guido del Duca, ricordato da Dante nel canto XIV del Purgatorio, all’inizio del 1200 fece erigere la colonna in cui erano infissi dodici anelli di ferro. Ad ogni anello corrispondeva la famiglia e il pellegrino veniva ospitato dalla famiglia al cui anello avesse legato il suo bastone o la sua cavalcatura.

jLa colonna fu poi rimossa nel 1500, ma nel 1926 fu riedificata in memoria degli antichi costumi di ospitalità.

Erano altri tempi, ma leggendo i versi di Dante e la sua invettiva nel canto del Purgatorio, sembra che già ai suoi tempi il popolo di Bertinoro non possedesse più le antiche virtù.

 

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la chiesa di Polenta

 Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui della bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sí forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

(Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, canto V, 100-105)

Nel cuore della Romagna, in un territorio di colline ondulate ricoperte di viti, su una strada secondaria  fra alti cipressi appare la piccola chiesa di Polenta dedicata a San Donato, antichissima, la sua costruzione primitiva risale forse ai secoli IX-X.

L’interno a tre navate conserva bei capitelli romanici.

La tradizione narra che vi pregasse Dante Alighieri, che era ospite di Guido da Polenta signore di Ravenna. Fu certamente durante tale soggiorno che gli fu narrato il tragico episodio di Paolo Malatesta e Francesca da Polenta, i due cognati amanti uccisi dal marito di lei, Gianciotto Malatesta. Fatto accaduto solo pochi anni prima, ma che le due famiglie avevano cercato di nascondere.

La vicenda divenne famosa con i versi di Dante e continua ad essere circondata da un alone  sentimentale, tanto che il parroco della piccola chiesa si è visto costretto ad affiggere avvisi che negano agli sposi non residenti nella parrocchia di celebrarvi il proprio matrimonio. Immagino sia stato subissato da richieste provenienti da tutta Italia, se non da tutto il mondo per sposarsi in una chiesa in cui  è probabile che sostasse in preghiera la stessa Francesca!

Qualunque sia la nostra motivazione la chiesa merita una visita, il posto è molto tranquillo e suggestivo e le colline intorno offrono un bel panorama. Se poi vogliamo fare una sosta in una delle cantine lungo la strada possiamo rifornirci, molto più prosaicamente, di albana e sangiovese!

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l’Appennino d’autunno

È piacevole camminare lungo i sentieri dell’Appennino in tutte le stagioni, ma in autunno si può godere di un’eccezionale esplosione di colori.

All’inizio dell’autunno molte foglie sono ancora verdi, ma stanno cambiando colore.

Purtroppo quest’anno molti alberi hanno perso tante foglie in piena estate a causa dell’eccessivo calore e della siccità, così che nelle faggete c’è già un letto di foglie secche.

I colori e le sfumature sono però bellissimi specie quando si specchiano nei laghetti di montagna.

Dalla bruma emergono i caldi colori dei sorbi e degli aceri.

I cespugli rosseggiano delle loro bacche

e nel sottobosco sono spuntati i ciclamini.

Nelle zone collinari le viti e gli alberi da frutto hanno le foglie dorate. Ormai la vendemmia e la raccolta sono terminate e gli alberi si preparano al riposo invernale.

 

 

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paesi abbandonati

Camminando per le nostre montagne si incontrano a volte ruderi di paesi abbandonati invasi dalla vegetazione che conservano un certo fascino e lasciano solo immaginare la vita che vi si svolgeva.

Rovine di Castel Foiano

Furono spesso costruiti in luoghi elevati o comunque inaccessibili per sfuggire a invasioni nemiche. Dopo centinaia di anni in cui innumerevoli generazioni si sono succedute furono abbandonati per cause varie, per pestilenze, incendi o semplicemente perchè la vita era eccessivamente dura a quelle quote.

Un luogo misterioso e suggestivo è Castel Foiano presso Calcata nel viterbese. È collocato su uno stretto sperone di tufo fra due fossi scavati da torrenti, come spesso facevano gli Etruschi. Le pareti scoscese dei due lati lunghi lo rendono facilmente difendibile con fortificazioni solo lungo i lati più corti. Fu abitato in epoca preromana e poi di nuovo nel Medioevo, quando le invasioni barbariche minacciavano Roma. Quando le minacce si fecero meno concrete fu abbandonato perché lontano dalle grandi vie di comunicazione.

Altri paesi furono fondati per motivi strategici di controllo del territorio sottostante. È il caso della Città del Sole sul pianoro del Sasso Simone nel Montefeltro. Al termine di una bella escursione si scoprono i resti di quello che fu un esperimento di fondazione di una città ideale: nel 1566 Cosimo I de’ Medici pose le prime pietre della città, che fu costruita secondo i principi della filosofia neoplatonica e doveva  rappresentrea l’ordine e la ragione.

Il progetto prevedeva l’insediamento di una guarnigione militare e di civili. L’esperimento fallì soprattutto a causa di un inverno molto rigido che rese difficoltosa la vita a quella quota. Rimangono pochi resti di pietre a testimonianza di questo antico tentativo umano.

Sui Monti Lucretili a circa 30 chilometri da Roma si possono raggiungere con una breve passeggiata le rovine di Montefalco, a quasi 900 m di altezza. Di probabili origine romana, fu abitato fino al XV secolo quando la popolazione si spostò più in basso. Ora è pascolo per i cavalli, ma sono ancora visibili le cinte murarie ed i ruderi di alcuni edifici.

Camerata vecchia è un altro paese abbandonato nel Parco Regionale dei Monti Simbruini, nel Lazio al confine con l’Abruzzo. Fu abbandonato nel 1859 in seguito a un incendio e ricostruito più a valle con il nome di Camerata nuova, paese accogliente, punto di partenza degli escursionisti e speleologi laziali. Sugli altopiani carsici che si trovano a monte furono girati molti film western italiani, il più famoso “Lo chiamavano Trinità”.  Oggi le rovine del vecchio centro sono state liberate dalla vegetazione e percorse da sentieri ben tenuti. La visita è molto suggestiva, le costruzioni di pietra si addossano alla roccia e il grande arco della chiesa crollata è visibile a distanza.

Infine uno dei tanti paesi forzatamente abbandonati dai suoi abitanti perché finiti in fondo a un lago di sbarramento, sacrificati alla fame di energia elettrica. Ci troviamo al passo di Resia, al confine fra Italia, Svissera e Austria, presso le sorgenti dell’Adige.

Del vecchio paese ormai spunta solo il campanile.

Innumerevoli sono i paesi abbandonati e diventano mete suggestive di belle camminate in montagna.

 

 

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balconi

Anche se non è più epoca di serenate e trecce calate a mo’ di scaletta da un balcone per far salire l’amato, i balconi conservano il loro fascino. Balconi da cui affacciarsi, su cui prendere il fresco o il sole e guardare chi passa nella via,

Sierra de Francia, Spagna

balconi da riempire di fiori,

Forni di Sopra (Ud)

 

Sierra de Francia, Spagna

 

Marche

balconi in cui stendere il bucato come un gran pavese colorato

Pacentro (Aq)

balconi di legno sorretti da robuste travi,

Sierra de Francia, Spagna

 

Cinchòn, Spagna

 

Sierra de Francia, Spagna

 

Cicogna, Val Grande

balconi di pietra con ringhiere ornate.

Marciana, Isola d’Elba

 

Stroncone (Ri)

 

Roma, Piazza Navona

 

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finestrelle

Finestre, finestrine, finestrelle, piccole aperture verso il mondo che fanno entrare un poco di luce, a volte solo un raggio di sole, di più non ce n’entrano!

Finestrelle illeggiadrite da tendine

o da vasi di fiori

 

o incorniciate dal verde.

Finestrelle scavate nella roccia

da cui ci si affaccia per uno sguardo sul mondo

o su un cortile.

Finestrelle aperte nelle mura millenarie.

Roma, mura Aureliane

Roma, arco di Dolabella

Finestrelle aperte nell’abbaino sotto un nido di cicogne, come in una favola!

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vecchi oggetti carichi di storie

Amo i vecchi oggetti che hanno storie da raccontare. Sarà per questo che conservo con rispetto molti di quelli che furono dei miei nonni o addirittura dei bisnonni.

Così ancora utilizzo la vecchia bilancia a pesi, lo scaldaletto di rame insieme alla vecchia conca e al mestolo invece sono diventati invece oggetti di arredamento. Sono tutti testimoni di un tempo in cui grande era la fatica quotidiana delle persone comuni. Mi ricordo ancora quando non c’era la conduttura in casa dei miei nonni e lei andava a prendere l’acqua alla fontana trasportando poi la pesante conca sulla testa come prima avevano fatto generazioni e generazioni di donne.

Quante storie potrebbe poi raccontare la coperta di mio nonno che proprio quest’anno compie cento anni!

È per questo che ho visitato con piacere e curiosità il Museo del lavoro contadino nel castello di Piandimeleto,  un minuscolo comune in provincia di Pesaro-Urbino.

Castello Oliva a Piandimeleto

Nel museo sono in mostra attrezzi agricoli legati al lavoro con l’aratro che prima dell’avvento dei mezzi meccanici era trainato dai bianchi e possenti buoi di razza marchigiana.

Il vino aveva un ruolo centrale insieme al grano fra le colture e importante era la cantina con le botti, il deraspatore, il torchio.

Altri spazi sono dedicati ai lavori artigianali come quello del fabbro, del cordaio, del calzolaio, del falegname e alla filatura e tessitura della canapa con cui erano confezionati indumenti, asciugamani, lenzuola.

Quindi sono riprodotti gli ambienti della casa rurale: la cucina in cui erano appese le stoviglie di rame e i grandi piatti. Un piatto rotto non si buttava, ma veniva riparato con graffe di metallo. la grande madia era il mobile più importante, conservava gli alimenti, ma nelle annate di carestia rimaneva penosamente vuota.

Interessanti sono gli attrezzi per fare il bucato utilizzando la cenere, altra fatica di braccia in mancanza della nostra insostituibile lavatrice.

Fra i piccoli oggetti di uso quotidiano oltre al macinino, al contenitore del latte, al setaccio, mi ha colpito lo spruzzatore per il DDT, usato contro gli insetti nella casa, ma anche direttamente sulla testa dei bambini contro i pidocchi!

Infine la camera da letto; sul letto matrimoniale troneggia il “prete” con lo scaldaletto in cui venivano introdotte le braci. In primo piano la culla per l’ultimo nato. L’intelaiatura di legno per sostenere un telo protettivo contro le zanzare è ora coperta da una tovaglia stampata con la ruggine, tecnica tradizionale romagnola per decorare i tessuti.

L’acqua corrente non c’era e nelle gelide mattine invernali ci si accontentava di lavarsi sommariamente la faccia con l’acqua della catinella.

 

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passeggiata primaverile nel Montefeltro

Una piacevole passeggiata nel cuore del Montefeltro, regione poco popolata fra Romagna, Marche e Toscana, aspra e montuosa, fra calanchi e pareti verticali, ricca di boschi, borghi, rocche e castelli, nel Parco Interregionale del Sasso Simone e Simoncello.

Il Montefeltro ha una storia geologica interessante, altrettanto interessanti sono la sua preistoria e storia: fu frequentato da genti italiche, poi dagli Etruschi e dai Romani. Nel medioevo i feudatari se ne contesero le terre e costruirono sulle sue alture castelli e fortificazioni.

Castello dei conti Oliva a Piandimeleto (PU)

Molto interessante è stata per noi la passeggiata  al Sasso di Simone spettacolare tacco originatosi dall’erosione dei terreni circostanti composti di arenarie e marne. Il percorso di circa un’ora e mezza attraversa il bosco di cerri, aceri, faggi e frassini che cominciano ad ingrossare le loro gemme. Nel sottobosco bellissime sono le fioriure dei biancospini, dei pruni, delle primole e degli anemoni.

Lungo il sentiero numerosi cartelli illustrano la geologia, la flora, la fauna della zona. Particolarmente interessanti e spettacolari sono le ripide pareti marnoso-arenacee scavate dal torrente Seminico che mostrano la tormentata storia geologica degli ultimi milioni di anni: il fondo marino subì contorsioni, piegature e pressioni enormi durante i processi di formazione dell’Appennino.

Finalmente usciti dal bosco si arriva a vedere la sagoma del Sasso Simone, un tacco calcareo dalle pareti scoscese.

Attraverso prati e pascoli si arriva alla base del Sasso, un sentiero lastricato porta alla sommità dove si estende un vasto pianoro.

Da qui il panorama è bellissimo, a 360°, sul vicino monte Carpegna, i  più distanti rilievi dell’Appennino Tosco-Romagnolo e le colline marchigiane fino al mare. Vicino è il Sasso Simoncello, ancora più inaccessibile.

Esplorando il pianoro del Sasso Simone si scoprono i resti di quello che fu un esperimento di fondazione di una città ideale: nel 1566 Cosimo I de’Medici pose le prime pietre della Città del Sole, che secondo la filosofia neoplatonica rappresentava il principio dell’ordine e della ragione. Il progetto prevedeva l’insediamento di una guarnigione militare e di civili. L’esperimento fallì soprattutto a causa di un inverno molto rigido che rese difficoltosa la vita a quella quota. Rimangono pochi resti di pietre a testimonianza di questo antico tentativo umano.

 

 

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