Ottobre oro e rosso

Lo splendore dei colori autunnali nei castagneti e nelle faggete del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi.

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tempo di castagne

È tempo di raccogliere le castagne, il dolce frutto ben protetto dal suo riccio spinoso che in questo periodo si apre per mostrare il suo lucido contenuto di un caldo marrone.

Ancora resistono, nonostante l’abbandono e le malattie, vastissime aree montane in cui i castagni dominano incontrastati, alcuni sono pluricentenari, dai tronchi enormi e contorti.

I castagneti fornirono nutrimento e combustibile a decine di generazioni di gente di montagna per le quali i loro frutti erano la principale fonte di cibo e di reddito.

Sul nostro Appennino in molti borghi si susseguono feste e sagre della castagna, una buona occasione per fare provvista di questo dolce frutto e per visitare territori montani in tutto il loro splendore autunnale.

Le ricette con le castagne sono innumerevoli, spesso di antica origine e tradizione come il castagnaccio o i necci, focacce fatte con la farina di castagne.

Io ho provato più volte questo dolce che utilizza anche le mele, l’altro abbondante frutto di stagione.

È un dolce ottimo, anche se richiede un po’ di tempo per sbucciare le castagne.

Budino di castagne e mele

Ingredienti

  • 200 g di castagne
  • 3 mele renette
  • 2 dl di latte
  • 100 g di zucchero
  • 60 g di burro
  • 1 bustina di vanillina
  • 2 cucchiai di maraschino
  • 50 g di uvetta
  • 4 uova
  • semi di finocchio

Si incide la buccia delle castagne, quindi si lessano in abbondante acqua cui si aggiungono i semi di finocchio. Intanto si sbucciano le mele, si tagliano a fettine sottili e si fanno cuocere nel latte, fino a che non siano disfatte. Si aggiunge lo zucchero lasciandone da parte 1 cucchiaio.

Si sbucciano le castagne e si passano al passaverdura o si omogenizzano con il frullatore insieme alle mele. Si aggiunge il burro fuso a bagnomaria, la vanillina, il maraschino, l’uvetta precedentemente ammorbidita in poca acqua tiepida, i rossi d’uovo ed infine i bianchi montati a neve fermissima.

Si cosparge l’interno di uno stampo da budino con il cucchiaio di zucchero rimasto e di fa caramellare tenendolo sul fornello e facendolo girare in modo che si distribuisca sulle pareti e sul fondo. Si versa il budino e si fa cuocere per 45 minuti in forno a bagnomaria a 180°.

Si serve caldo.

chiese romaniche

Il romanico è il mio stile preferito, mi piacciono le belle chiese chiare, armoniche, dalle linee morbide e semplici, senza tutti i sovraccarichi del barocco. I grandi rosoni e le bifore sono merletti di pietra.

Gli interni sono luminosi e spogli,

risaltano i pavimenti spesso a intarsi e le colonne dai capitelli scolpiti.

Sono proprio le sculture che mi colpiscono di più, in esse sono raccontate storie delle Sacre Scritture, le cacce, i lavori dei campi, i mestieri, i ritmi delle stagioni, sono cariche di simbologie il cui significato era ben chiaro e leggibile anche da chi non sapeva leggere, la maggioranza dei fedeli.

Ci sono tralci, grappoli d’uva, foglie d’acanto che formano volute, motivi geometrici, uccelli, fiere, animali fantastici e mostruosi, angeli e diavoli, santi accigliati e simboli sacri e profani.

Tutto ciò doveva indurre il fedele al raccoglimento e alla meditazione, alla riflessione sulla fede e i suoi castighi e ricompense.

 

le cassette delle lettere

Ai nostri giorni sono un po’ dimenticate, soppiantate dalla comunicazione telematica. Non si scruta più con ansia e trepidazione il loro interno con la speranza di trovare la lettera tanto attesa, al massimo con qualche fastidio vi si trovano pubblicità, spesso sovrabbondanti, o bollette da pagare. È un piacere quando qualcuno ci manda nonostante tutto una cartolina!

Le cassette delle lettere ora sono abbastanza anonime, d’alluminio, tutte uguali nei palazzoni alveari delle città. Una volta erano in legno, nei palazzi più vecchi se ne possono ancora vedere, decenni di storie hanno dato loro una fisionomia e un carattere.

C’erano poi quelle singole di metallo, oggi se ne possono vedere le riproduzioni con tanto di stemma delle Regie Poste.

Belle erano quelle di pietra, come questa nel palazzo comunale di Stroncone (Ri). Non doveva esserci molta corrispondenza, ne bastava una collettiva! Impareggiabile la scritta: “Lettere p. Tutto”. Una t non entrava o forse era stata dimenticata dall’artigiano ed allora è stata aggiunta in dimensioni ridotte!

 

la strage di Collelungo

Dopo la pausa estiva torno a scrivere sul blog con un post su un episodio semi sconosciuto e terribile avvenuto durante la seconda guerra mondiale sulle montagne delle Mainarde fra Ciociaria, Abruzzo e Molise. Una delle purtroppo numerose testimonianze della ferocia inutile dell’uomo sui suoi simili. Anche io lo ignoravo fino a che non ci siamo imbattuti nel sacrario che ricorda le vittime durante un’escursione sulle nostre belle montagne.

Era il mattino del 28 dicembre 1943 e nella faggeta c’era la neve. Alcuni nuclei familiari del vicino paese di Cardito si erano rifugiati in una grotta per sfuggire ai bombardamenti alleati e alla battaglia che infuriava a pochi chilometri. Fra loro molte donne, bambini, alcuni piccolissimi, la più piccola nata da appena un mese.

Cosa spinse un drappello di soldati tedeschi a radunare tutta quella povera gente ed a ammazzarli con raffiche di mitra, senza pietà. Si può chiamare uomo chi uccide coscientemente un neonato e la madre inginocchiata che chiede pietà? Nessuna pietà, solo odio cieco, per chi? Perché?

49 furono le vittime della strage inutile ed efferata. Nella bella faggeta dove si consumò la tragedia un monumento ed una lapide ricordano il loro sacrificio. Non sono stati dimenticati dalla popolazione dei paesi vicini. Purtroppo di esempi di incitamento all’odio e all’indifferenza ne abbiamo troppi anche ai nostri giorni.

Per noi dovrebbe rimanere un monito a restare umani ed a combattere e respingere tutto ciò che può indurre a provare un odio e un disprezzo tali da non vedere più l’altro come un proprio simile con gli stessi sentimenti e desideri.

murales sul muro di Berlino

Era il novembre del 1989, il muro di Berlino iniziava ad essere demolito. Le immagine di migliaia di berlinesi festanti fecero il giro del mondo ed entrarono nella storia del travagliato secolo XX. Il muro per 28 anni era stato il simbolo della separazione delle due Germanie e della guerra fredda.

La divisione di Berlino in due sfere di influenza: quella dei paesi occidentali e quella dei Paesi socialisti era iniziata dopo la fine della seconda guerra mondiale, ma i berlinesi potevano spostarsi nelle due zone della città. Improvvisamente il governo della Germania est decise di porre fine all’esodo continuo di giovani berlinesi dell’est verso Berlino ovest. Nel giro di una notte fu eretta una barriera di filo spinato lungo il confine cui fece seguito nel giro di pochissimi giorni il muro, separando famiglie e amici e impedendo a molti di raggiungere i posti di lavoro.

Nei decenni successivi furono migliaia i berlinesi dell’est che tentarono con tutti i mezzi di fuggire all’ovest, molti vi persero la vita.

Oggi il muro è completamente smantellato, per decenni i banchetti improvvisati vicino alla Porta di Brandeburgo ne vendevano dei pezzetti, per lo meno loro li spacciavano per tali. A ricordo del buio periodo passato ne è stato lasciato un tratto che forma la East Side Gallery, la più lunga collezione di murales del mondo.

Artisti noti e meno noti da tutto il mondo a partire dagli anni ’90 ne hanno dipinto le grige e lugubri pareti con colorati e significativi murales molto fotografati dai turisti.

Da simbolo della guerra fredda e di tante sofferenze è diventato un simbolo di pace ed un monito.

l’isola del ferro

L’ Elba è la più grande isola dell’Arcipelago Toscano, a poche miglia dal promontorio di Piombino. Ricca di giacimenti di ferro è stata sfruttata fin dai tempi dei greci e degli etruschi per ricavarne il prezioso minerale. L’attività estrattiva continuò nei millenni, prima con i romani, nel medioevo con i pisani, infine con i le famiglie dei Medici e poi dei Lorena.

L’isola è geologicamente molto interessante e varia, con le rocce più antiche d’Italia. Il Monte Capanne, il più elevato, è granitico, la zona orientale, quella verso il continente, è calcarea e ricca di giacimenti di ferro.

La costa è prevalentemente alta e frastagliata con piccole spiagge nei golfi, promontori rocciosi e scogli isolati. È  ricoperta da pinete e da arbusti della macchia mediterranea.

Il 50% del territorio dell’isola è compreso nel Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano.

Ovunque la vista del mare regna sovrana.

Rio Marina fu per decenni la capitale dell’attività estrattiva. È un grazioso paese dalle belle spiagge contornate da rocce rossastre per gli ossidi di ferro. Vi fu identificata per la prima volta l’ilvaite, un minerale ferroso (Ilva era il nome latino dell’isola).

Un piccolo e interessante museo mineralogico mostra migliaia di esemplari, pannelli con notizie geologiche e sull’attività estrattiva.

Si organizzano anche visite guidate alle miniere a cielo aperto ora abbandonate, dove è possibile raccogliere campioni di rocce.

L’isola ha anche interessanti monumenti, che ne testimoniano la storia, anche questa molto varia. Da visitare è la villa in cui soggiornò Napoleone nel suo primo esilio. I numerosi forti ci rimandano ad epoche turbolente, con la costante minaccia dei pirati e dei signori rivali.

Un’isola interessante da tanti punti di vista: geologico e in generale naturalistico, storico, con un mare limpido e belle passeggiate da fare.

 

 

 

 

incontri in montagna

Capita durante una bella escursione in montagna di fare un incontro inaspettato; pochi gioni fa, salendo in una faggeta del Parco Nazionale d’Abruzzo, abbiamo visto un lupo a poche decine di metri, evento molto raro essendo questi animali molto elusivi. Non si era accorto di noi e procedeva solitario, forse un maschio isolato. È durato solo pochi istanti, ma è stato ugualmente emozionante!

Non è facile incontrare animali selvatici, si tengono bene al riparo del bosco o della macchia. Più frequentemente gli incontri non sono visivi, ma si sentono fruscii, calpestii, rotolare di pietre, versi di uccelli, il tamburellare di un picchio, il bramito dei cervi in amore in autunno. Per quanto si scruti fra le fronde e i chiaroscuri del bosco non si riesce a distinguere niente e si possono solo immaginare gli animali che li hanno prodotti. A volte se ne trovano le impronte o gli escrementi come segnali della loro presenza.

Raramente si scorgono branchi di camosci che pascolano su pendii lontani. Questo bel maschio di stambecco nel Parco Nazionale dello Stelvio era troppo vecchio o troppo sicuro di sè per scappare. Manteneva comunque una discreta distanza di sicurezza.

Più facile è vedere gli animali domestici che pascolano allo stato brado, qui una cavalla con il suo piccolo appena nato che si è allontanata dal branco,

cavalli 2

e una placida mandria di candide vacche.

Gli uccelli che volano sopra di noi si avvistano facilmente come questi splendidi e maestosi grifoni al Parco Nazionale del Pollino.

Raramente mi è capitato di vedere l’aquila, più frequenti sono i nibbi e le poiane annunciati dai loro gridi.

Gli insetti si lasciano avvicinare facilmente, come questo bellissimo bruco colorato

o le due zigene in accoppiamento.

O questi rospetti che in grande numero si spostavano lungo le pendici boscose del monte in cerca d’acqua.

Ad ogni escursione si ha la speranza di vedere qualcuno degli animali più elusivi ed anche se ciò non si verifica qualche bella sorpresa il bosco o il cielo ce la regala!

il paese fantasma

Celleno vecchia è un paese fantasma, uno degli innumerevoli paesi abbandonati che è suggestivo visitare.

Il vecchio paese fu fondato fra il X e l’XI secolo, in un’epoca piuttosto turbolenta, fu perciò costruito su uno sperone di tufo con pareti a strapiombo, protetto anche da una cinta muraria. Era feudo dei conti di Bagnoregio, utile città fortificata a metà strada fra Orvieto e Viterbo.

Nei secoli successivi cambiò più volte signore, fu a lungo degli Orsini che fecero costruire il possente castello.

Appartenne infine allo Stato pontificio fino all’Unità d’Italia.

Fu più volte colpita dai terremoti e dalle frane, frequenti a causa dell’erosione del basamento di tufo come in altri borghi della zona, fra cui la più famosa Civita di Bagnoregio. L’ultimo terremoto negli anni 30 del ‘900 provocò tali danni da determinare il trasferimento di parte della popolazione circa un chilometro più a valle, lungo la via Teverina. Lo spopolamento continuò nei decenni successivi e il paese fu definitivamente abbandonato negli anni 50 del ‘900.

Gli edifici senza più manutenzione caddero in rovina, opera accelerata dagli stessi abitanti che saccheggiarono il loro paese di blocchi di tufo, colonne, architravi per costruire le nuove case o per venderli.

Oggi il paese fantasma è stato riscoperto ed alcuni edifici restaurati. Un piccolo gruppo di volontari si occupa di tenere pulito il sentiero e i ruderi, di gestire gli spazi utili per organizzare concerti e manifestazioni, di accompagnare i turisti in visite guidate. Alcuni edifici sono stati ristrutturati dalla Sopraintendenza e aspettano di ospitare musei e punti di accoglienza.

Il forno del paese è stato ripulito e al suo interno sono esposti gli strumenti per la panificazione.

Dalla rupe di Celleno vecchia si gode un bel panorama sui vicini colli tufacei e sulle colture, in particolare molto diffusa è quella dei ciliegi. Nella prima settimana di giugno a Celleno nuova si tiene infatti la Sagra della ciliegia.

 

 

portoni

Mi piace fotografare portoni, porte, porticine per quel che lasciano intravedere o immaginare, per quello che posso fantasticare che nascondano, per l’idea di solidità che trasmettono, a volte di vetustà, per l’infinita varietà delle loro forme e colori.

Portoni di vecchie case nobiliari che lasciano intravedere cortili,

porte sgangherate di cantine,

portoni con cornici di pietra,

portoni istoriati dai colori vivaci

o tutti azzurri

posso immaginare chi abita dietro questa porta!

Portoni di legno massiccio corroso dagli anni, ma ingentiliti da vasi di fiori;

vecchie porte incastrate fra le mura

o perse fra i vicoli.

Romantici portoni a vetrate affacciati sui fiori del cortile.

………………

Quando un giorno da un malchiuso portone

tra gli alberi di una corte

ci si mostrano i gialli dei limoni;

e il gelo dei cuori si sfa,

e in petto ci scrosciano

le loro canzoni

le trombe d’oro della solarità.

………………………

(Eugenio Montale, Ossi di seppia)

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