l’Appennino d’autunno

È piacevole camminare lungo i sentieri dell’Appennino in tutte le stagioni, ma in autunno si può godere di un’eccezionale esplosione di colori.

All’inizio dell’autunno molte foglie sono ancora verdi, ma stanno cambiando colore.

Purtroppo quest’anno molti alberi hanno perso tante foglie in piena estate a causa dell’eccessivo calore e della siccità, così che nelle faggete c’è già un letto di foglie secche.

I colori e le sfumature sono però bellissimi specie quando si specchiano nei laghetti di montagna.

Dalla bruma emergono i caldi colori dei sorbi e degli aceri.

I cespugli rosseggiano delle loro bacche

e nel sottobosco sono spuntati i ciclamini.

Nelle zone collinari le viti e gli alberi da frutto hanno le foglie dorate. Ormai la vendemmia e la raccolta sono terminate e gli alberi si preparano al riposo invernale.

 

 

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paesi abbandonati

Camminando per le nostre montagne si incontrano a volte ruderi di paesi abbandonati invasi dalla vegetazione che conservano un certo fascino e lasciano solo immaginare la vita che vi si svolgeva.

Rovine di Castel Foiano

Furono spesso costruiti in luoghi elevati o comunque inaccessibili per sfuggire a invasioni nemiche. Dopo centinaia di anni in cui innumerevoli generazioni si sono succedute furono abbandonati per cause varie, per pestilenze, incendi o semplicemente perchè la vita era eccessivamente dura a quelle quote.

Un luogo misterioso e suggestivo è Castel Foiano presso Calcata nel viterbese. È collocato su uno stretto sperone di tufo fra due fossi scavati da torrenti, come spesso facevano gli Etruschi. Le pareti scoscese dei due lati lunghi lo rendono facilmente difendibile con fortificazioni solo lungo i lati più corti. Fu abitato in epoca preromana e poi di nuovo nel Medioevo, quando le invasioni barbariche minacciavano Roma. Quando le minacce si fecero meno concrete fu abbandonato perché lontano dalle grandi vie di comunicazione.

Altri paesi furono fondati per motivi strategici di controllo del territorio sottostante. È il caso della Città del Sole sul pianoro del Sasso Simone nel Montefeltro. Al termine di una bella escursione si scoprono i resti di quello che fu un esperimento di fondazione di una città ideale: nel 1566 Cosimo I de’ Medici pose le prime pietre della città, che fu costruita secondo i principi della filosofia neoplatonica e doveva  rappresentrea l’ordine e la ragione.

Il progetto prevedeva l’insediamento di una guarnigione militare e di civili. L’esperimento fallì soprattutto a causa di un inverno molto rigido che rese difficoltosa la vita a quella quota. Rimangono pochi resti di pietre a testimonianza di questo antico tentativo umano.

Sui Monti Lucretili a circa 30 chilometri da Roma si possono raggiungere con una breve passeggiata le rovine di Montefalco, a quasi 900 m di altezza. Di probabili origine romana, fu abitato fino al XV secolo quando la popolazione si spostò più in basso. Ora è pascolo per i cavalli, ma sono ancora visibili le cinte murarie ed i ruderi di alcuni edifici.

Camerata vecchia è un altro paese abbandonato nel Parco Regionale dei Monti Simbruini, nel Lazio al confine con l’Abruzzo. Fu abbandonato nel 1859 in seguito a un incendio e ricostruito più a valle con il nome di Camerata nuova, paese accogliente, punto di partenza degli escursionisti e speleologi laziali. Sugli altopiani carsici che si trovano a monte furono girati molti film western italiani, il più famoso “Lo chiamavano Trinità”.  Oggi le rovine del vecchio centro sono state liberate dalla vegetazione e percorse da sentieri ben tenuti. La visita è molto suggestiva, le costruzioni di pietra si addossano alla roccia e il grande arco della chiesa crollata è visibile a distanza.

Infine uno dei tanti paesi forzatamente abbandonati dai suoi abitanti perché finiti in fondo a un lago di sbarramento, sacrificati alla fame di energia elettrica. Ci troviamo al passo di Resia, al confine fra Italia, Svissera e Austria, presso le sorgenti dell’Adige.

Del vecchio paese ormai spunta solo il campanile.

Innumerevoli sono i paesi abbandonati e diventano mete suggestive di belle camminate in montagna.

 

 

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balconi

Anche se non è più epoca di serenate e trecce calate a mo’ di scaletta da un balcone per far salire l’amato, i balconi conservano il loro fascino. Balconi da cui affacciarsi, su cui prendere il fresco o il sole e guardare chi passa nella via,

Sierra de Francia, Spagna

balconi da riempire di fiori,

Forni di Sopra (Ud)

 

Sierra de Francia, Spagna

 

Marche

balconi in cui stendere il bucato come un gran pavese colorato

Pacentro (Aq)

balconi di legno sorretti da robuste travi,

Sierra de Francia, Spagna

 

Cinchòn, Spagna

 

Sierra de Francia, Spagna

 

Cicogna, Val Grande

balconi di pietra con ringhiere ornate.

Marciana, Isola d’Elba

 

Stroncone (Ri)

 

Roma, Piazza Navona

 

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finestrelle

Finestre, finestrine, finestrelle, piccole aperture verso il mondo che fanno entrare un poco di luce, a volte solo un raggio di sole, di più non ce n’entrano!

Finestrelle illeggiadrite da tendine

o da vasi di fiori

 

o incorniciate dal verde.

Finestrelle scavate nella roccia

da cui ci si affaccia per uno sguardo sul mondo

o su un cortile.

Finestrelle aperte nelle mura millenarie.

Roma, mura Aureliane

Roma, arco di Dolabella

Finestrelle aperte nell’abbaino sotto un nido di cicogne, come in una favola!

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vecchi oggetti carichi di storie

Amo i vecchi oggetti che hanno storie da raccontare. Sarà per questo che conservo con rispetto molti di quelli che furono dei miei nonni o addirittura dei bisnonni.

Così ancora utilizzo la vecchia bilancia a pesi, lo scaldaletto di rame insieme alla vecchia conca e al mestolo invece sono diventati invece oggetti di arredamento. Sono tutti testimoni di un tempo in cui grande era la fatica quotidiana delle persone comuni. Mi ricordo ancora quando non c’era la conduttura in casa dei miei nonni e lei andava a prendere l’acqua alla fontana trasportando poi la pesante conca sulla testa come prima avevano fatto generazioni e generazioni di donne.

Quante storie potrebbe poi raccontare la coperta di mio nonno che proprio quest’anno compie cento anni!

È per questo che ho visitato con piacere e curiosità il Museo del lavoro contadino nel castello di Piandimeleto,  un minuscolo comune in provincia di Pesaro-Urbino.

Castello Oliva a Piandimeleto

Nel museo sono in mostra attrezzi agricoli legati al lavoro con l’aratro che prima dell’avvento dei mezzi meccanici era trainato dai bianchi e possenti buoi di razza marchigiana.

Il vino aveva un ruolo centrale insieme al grano fra le colture e importante era la cantina con le botti, il deraspatore, il torchio.

Altri spazi sono dedicati ai lavori artigianali come quello del fabbro, del cordaio, del calzolaio, del falegname e alla filatura e tessitura della canapa con cui erano confezionati indumenti, asciugamani, lenzuola.

Quindi sono riprodotti gli ambienti della casa rurale: la cucina in cui erano appese le stoviglie di rame e i grandi piatti. Un piatto rotto non si buttava, ma veniva riparato con graffe di metallo. la grande madia era il mobile più importante, conservava gli alimenti, ma nelle annate di carestia rimaneva penosamente vuota.

Interessanti sono gli attrezzi per fare il bucato utilizzando la cenere, altra fatica di braccia in mancanza della nostra insostituibile lavatrice.

Fra i piccoli oggetti di uso quotidiano oltre al macinino, al contenitore del latte, al setaccio, mi ha colpito lo spruzzatore per il DDT, usato contro gli insetti nella casa, ma anche direttamente sulla testa dei bambini contro i pidocchi!

Infine la camera da letto; sul letto matrimoniale troneggia il “prete” con lo scaldaletto in cui venivano introdotte le braci. In primo piano la culla per l’ultimo nato. L’intelaiatura di legno per sostenere un telo protettivo contro le zanzare è ora coperta da una tovaglia stampata con la ruggine, tecnica tradizionale romagnola per decorare i tessuti.

L’acqua corrente non c’era e nelle gelide mattine invernali ci si accontentava di lavarsi sommariamente la faccia con l’acqua della catinella.

 

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passeggiata primaverile nel Montefeltro

Una piacevole passeggiata nel cuore del Montefeltro, regione poco popolata fra Romagna, Marche e Toscana, aspra e montuosa, fra calanchi e pareti verticali, ricca di boschi, borghi, rocche e castelli, nel Parco Interregionale del Sasso Simone e Simoncello.

Il Montefeltro ha una storia geologica interessante, altrettanto interessanti sono la sua preistoria e storia: fu frequentato da genti italiche, poi dagli Etruschi e dai Romani. Nel medioevo i feudatari se ne contesero le terre e costruirono sulle sue alture castelli e fortificazioni.

Castello dei conti Oliva a Piandimeleto (PU)

Molto interessante è stata per noi la passeggiata  al Sasso di Simone spettacolare tacco originatosi dall’erosione dei terreni circostanti composti di arenarie e marne. Il percorso di circa un’ora e mezza attraversa il bosco di cerri, aceri, faggi e frassini che cominciano ad ingrossare le loro gemme. Nel sottobosco bellissime sono le fioriure dei biancospini, dei pruni, delle primole e degli anemoni.

Lungo il sentiero numerosi cartelli illustrano la geologia, la flora, la fauna della zona. Particolarmente interessanti e spettacolari sono le ripide pareti marnoso-arenacee scavate dal torrente Seminico che mostrano la tormentata storia geologica degli ultimi milioni di anni: il fondo marino subì contorsioni, piegature e pressioni enormi durante i processi di formazione dell’Appennino.

Finalmente usciti dal bosco si arriva a vedere la sagoma del Sasso Simone, un tacco calcareo dalle pareti scoscese.

Attraverso prati e pascoli si arriva alla base del Sasso, un sentiero lastricato porta alla sommità dove si estende un vasto pianoro.

Da qui il panorama è bellissimo, a 360°, sul vicino monte Carpegna, i  più distanti rilievi dell’Appennino Tosco-Romagnolo e le colline marchigiane fino al mare. Vicino è il Sasso Simoncello, ancora più inaccessibile.

Esplorando il pianoro del Sasso Simone si scoprono i resti di quello che fu un esperimento di fondazione di una città ideale: nel 1566 Cosimo I de’Medici pose le prime pietre della Città del Sole, che secondo la filosofia neoplatonica rappresentava il principio dell’ordine e della ragione. Il progetto prevedeva l’insediamento di una guarnigione militare e di civili. L’esperimento fallì soprattutto a causa di un inverno molto rigido che rese difficoltosa la vita a quella quota. Rimangono pochi resti di pietre a testimonianza di questo antico tentativo umano.

 

 

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la Riserva del Monte Orlando a Gaeta

Il Monte Orlando è un promontorio roccioso che domina la città di Gaeta e la divide a metà. Immerso nella macchia mediterranea è diventato parte del Parco della Riviera d’Ulisse, che già dal nome suggerisce una storia antichissima che affonda le sue radici nella leggenda.

È una bellissima passeggiata piacevole in ogni stagione, anche in inverno perché il clima resta mite e la vegetazione mediterranea conserva il suo verde. In estate poi il bosco di lecci che copre gran parte della sua superficie insieme a pini e roverelle offre refrigerio e tranquillità dopo la vita di spiaggia.

Il promontorio termina con una impressionante falesia a picco sul mare, che da decenni è diventata palestra di roccia attrezzata dal Club Alpino Italiano.

gaeta-

Sulla falesia crescono aggrappati alle rocce e affacciati sullo strapiombo pini d’Aleppo, palme nane e malvoni delle rupi.

gaeta

Impressionante è anche la cosiddetta Montagna Spaccata, una stretta e profonda fenditura nella roccia nelle vicinanze della quale sorse il Santuario della Santissima Trinità,

gaeta

e la Grotta del Turco che si apre direttamente sul mare e alla quale si accede attraverso una scala scavata nella roccia.

gaeta

Le rocce calcaree che formano il promontorio si sono formate nel Cretacico, in un ambiente di mare caldo e poco profondo, la piattaforma sottomarina si è poi sollevata emergendo durante il processo di formazione dell’Appennino.

I gusci calcarei degli organismi che la popolavano si sono fossilizzati e molti di questi fossili sono ben riconoscibili come queste rudiste, molluschi che vissero fra i 150 e i 65 milioni di anni fa e la cui presenza nelle rocce contribuisce a determinarne l’ antichità.

gaeta

Il comodo sentiero nel bosco e nella macchia profumata di allori, viburni, lentischi e mirti, si affaccia spesso sulle falesie a picco sul mare, all’orizzonte si possono vedere le Isole Ponziane. Da alcuni punti si vede invece la città di Gaeta e il suo golfo che il Monte Orlando taglia in due, con la bella spiaggia di Serapo da un lato

gaeta

e il porto e la città medioevale dall’altro.

gaeta

Gaeta ha una storia millenaria, l’ampio golfo fu scalo degli antichi navigatori come ci cantano Omero nell’Odissea e Virgilio nell’Eneide (secondo Virgilio il nome della città risalirebbe a Caieta, nutrice di Enea che qui fu sepolta). In epoca romana fu porto e la bellezza della costa indusse molti ricchi romani e gli stessi imperatori a farvi costruire splendide ville.

Sulla cima del promontorio sorge il Mausoleo di Lucio Munazio Planco che fu uno dei più noti generali di Cesare, fondatore delle città di Lugdunum (Lione) e Augusta Raurica (Augst) presso Basilea.

gaeta

Durante la passeggiata si incontrano testimonianze della storia più recente della città che fu porto strategico del Regno dei Borbone: bastioni, piazzole di sparo e polveriere utilizzate fino alla seconda guerra mondiale e ora trasformate in musei. Gli orari di apertura si possono trovare sul sito dei Parchi del Lazio.

gaeta

I sentieri sono ben segnalati, con indicazioni e pannelli informativi. Sono percorribili anche in mountain bike o a cavallo. In estate è possibile anche aggiungere itinerari subacquei negli splendidi fondali profondi fino a 40 metri.

castelli

“Un triste residuo di fasti e splendore, senza tappeti, arazzi né armi, ospitano queste mura ammutolite, ora c’è soltanto silenzio, abbandono, ombre.

Forse il suo nome senza storia potrebbe narrare ancora infinite leggende e sulle volte, le torri e le colonne, ormai cresce solo erba gialla come la paglia. Sotto i tetti abitano gli uccelli  e il ragno laborioso tesse la sua tela.” (Josè Zorilla)

Penaranda de dUERO

Peñaranda de Duero (Spagna)

pacentro (Aq)

Pacentro (Aq)

Civitavecchia (Arpino, Fr)

Civitavecchia (Arpino, Fr)

Sermoneta (Lt)

Sermoneta (Lt)

Castello di Lombardia (Enna)

Castello di Lombardia (Enna)

Puglia, Castel del Monte

Puglia, Castel del Monte

Rocca Flea, Gualdo Tadino

Rocca Flea, Gualdo Tadino

la via Amerina

via Amerina

La via Amerina in epoca romana e medioevale collegava Roma con importanti città umbre, ma la sua storia è in realtà molto più antica, legata, anche nel nome, alla città di Ameria (l’odierna Amelia, in provincia di Terni) che fu uno di più antichi centri italici, di centinaia di anni più antico di Roma, ancora oggi circondata dalle imponenti e suggestive mura megalitiche che ne sono uno dei monumenti di maggiore interesse.

Amelia

La via attraversava il territorio degli Umbri e dei Falisci e molti centri etruschi come Veio, Corchiano (forse l’antica Fescennia), Gallese, Orte (Hortae) e Nepi (l’antica Nepet), fra gli altri centri importanti  Civita Castellana, l’antica Falerii capoluogo dei Falisci.

via Amerina

I Romani la aprirono nel 241 a. C. sfruttando e ampliando il precedente tracciato, a nord di Ameria riprese altri antichi collegamenti che si dirigevano verso la media e l’alta valle del Tevere lungo il confine con il territorio etrusco toccando centri come Todi (Tuder), Bettona (Vettona) e Perusia, poi verso l’Adriatico attraverso il territorio degli Umbri.

Alcuni tratti dell’antico tracciato sono stati recuperati e si possono percorrere a piedi o in bicicletta in un territorio di pianure e colline che fu modellato dai vulcani dei distretti sabatino e cimino-vicano. Vi si incontrano campi coltivati, pascoli, boschi, forre scavate dai corsi d’acqua e pianori di tufo.

oasi di Pian sant'Angelo

un’antichissima tragedia

Era il 409 a.C. quando Selinunte, una delle più splendide e ricche città della Magna Grecia, fu saccheggiata e distrutta dai Cartaginesi.

La città greca sorgeva su tre piccole colline in vista del mar d’Africa, nella Sicilia occidentale ed occupava una vasta area. Il suo nome deriva forse dal nome greco del prezzemolo selvatico, selinon, molto diffuso nella zona.

Selinunte

Selinunte, il tempio E

Era un’epoca in cui le contese fra le diverse città della Sicilia erano frequenti e sanguinose e sulla sponda opposta del mediterraneo Cartagine era una città ricca e potente che si alleava ora con questa ora con quella. Una flotta di centomila soldati cartaginesi assediò la città aleata di Siracusa e nemica di Segesta, la distrusse e la incendiò, uccise decine di migliaia di suoi cittadini e molte migliaia ne fece prigionieri.

Selinunte non si risollevò più completamente, la città fu ricostruita, ma condusse un’esistenza più modesta e fu completamente abbandonata nel 250 a. C. durante la I guerra punica, quando Cartagine la distrusse nuovamente.

Gli splendidi templi testimoni della passata grandezza crollarono in seguito a un devastante terremoto e della potente città ridotta a un cumulo di rovine si perse anche il ricordo, le sue pietre servirono come cava di materiali da costruzione.

Selinunte

La visita del luogo è suggestiva ed emozionante, una delle maggiori mete del turismo internazionale in Sicilia.

La maggior parte dei templi risale al VI secolo a. C., molti sono di dimensioni gigantesche. Sono stati contrassegnati con lettere dell’alfabeto perché la loro attribuzione a un dio è incerta. Fra questi il tempio E era quello in condizioni migliori, pertanto fu in parte ricostruito.

Il tempio G era il più gigantesco, misurava più di 110 m di lunghezza, più di 50 di larghezza e le sue colonne erano alte 16 metri. Ne rimane in piedi solo una, circondata da un ammasso impressionante di rocchi di colonne, capitelli, frontoni precipitati al suolo.

Selinunte

Il tempio probabilmente non fu mai completato per la distruzione della città.

Una drammatica testimonianza di ciò ci deriva dalle Cave di Cusa a circa 11 chilometri dall’antica città. Erano le cave da cui si estraeva la pietra per costruire; qui, circondati da grandi olivi, in un ambiente solitario e suggestivo, si possono vedere ancora gli enormi rocchi di colonna probabilmente destinati a completare il tempio G.

Cave di Cusa

Sono in diverse fasi della lavorazione, alcuni già completamente sbozzati, altri ancora non del tutto isolati dalla roccia, con i segni degli scalpelli che li stavano lavorando, abbandonati quando l’assalto dei cartaginesi mise fine alla storia della città.

cave di Cusa

Testimoni muti e per questo ancora più toccanti della tragedia di più di 2400 anni fa.

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