la Riserva del Monte Orlando a Gaeta

Il Monte Orlando è un promontorio roccioso che domina la città di Gaeta e la divide a metà. Immerso nella macchia mediterranea è diventato parte del Parco della Riviera d’Ulisse, che già dal nome suggerisce una storia antichissima che affonda le sue radici nella leggenda.

È una bellissima passeggiata piacevole in ogni stagione, anche in inverno perché il clima resta mite e la vegetazione mediterranea conserva il suo verde. In estate poi il bosco di lecci che copre gran parte della sua superficie insieme a pini e roverelle offre refrigerio e tranquillità dopo la vita di spiaggia.

Il promontorio termina con una impressionante falesia a picco sul mare, che da decenni è diventata palestra di roccia attrezzata dal Club Alpino Italiano.

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Sulla falesia crescono aggrappati alle rocce e affacciati sullo strapiombo pini d’Aleppo, palme nane e malvoni delle rupi.

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Impressionante è anche la cosiddetta Montagna Spaccata, una stretta e profonda fenditura nella roccia nelle vicinanze della quale sorse il Santuario della Santissima Trinità,

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e la Grotta del Turco che si apre direttamente sul mare e alla quale si accede attraverso una scala scavata nella roccia.

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Le rocce calcaree che formano il promontorio si sono formate nel Cretacico, in un ambiente di mare caldo e poco profondo, la piattaforma sottomarina si è poi sollevata emergendo durante il processo di formazione dell’Appennino.

I gusci calcarei degli organismi che la popolavano si sono fossilizzati e molti di questi fossili sono ben riconoscibili come queste rudiste, molluschi che vissero fra i 150 e i 65 milioni di anni fa e la cui presenza nelle rocce contribuisce a determinarne l’ antichità.

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Il comodo sentiero nel bosco e nella macchia profumata di allori, viburni, lentischi e mirti, si affaccia spesso sulle falesie a picco sul mare, all’orizzonte si possono vedere le Isole Ponziane. Da alcuni punti si vede invece la città di Gaeta e il suo golfo che il Monte Orlando taglia in due, con la bella spiaggia di Serapo da un lato

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e il porto e la città medioevale dall’altro.

gaeta

Gaeta ha una storia millenaria, l’ampio golfo fu scalo degli antichi navigatori come ci cantano Omero nell’Odissea e Virgilio nell’Eneide (secondo Virgilio il nome della città risalirebbe a Caieta, nutrice di Enea che qui fu sepolta). In epoca romana fu porto e la bellezza della costa indusse molti ricchi romani e gli stessi imperatori a farvi costruire splendide ville.

Sulla cima del promontorio sorge il Mausoleo di Lucio Munazio Planco che fu uno dei più noti generali di Cesare, fondatore delle città di Lugdunum (Lione) e Augusta Raurica (Augst) presso Basilea.

gaeta

Durante la passeggiata si incontrano testimonianze della storia più recente della città che fu porto strategico del Regno dei Borbone: bastioni, piazzole di sparo e polveriere utilizzate fino alla seconda guerra mondiale e ora trasformate in musei. Gli orari di apertura si possono trovare sul sito dei Parchi del Lazio.

gaeta

I sentieri sono ben segnalati, con indicazioni e pannelli informativi. Sono percorribili anche in mountain bike o a cavallo. In estate è possibile anche aggiungere itinerari subacquei negli splendidi fondali profondi fino a 40 metri.

castelli

“Un triste residuo di fasti e splendore, senza tappeti, arazzi né armi, ospitano queste mura ammutolite, ora c’è soltanto silenzio, abbandono, ombre.

Forse il suo nome senza storia potrebbe narrare ancora infinite leggende e sulle volte, le torri e le colonne, ormai cresce solo erba gialla come la paglia. Sotto i tetti abitano gli uccelli  e il ragno laborioso tesse la sua tela.” (Josè Zorilla)

Penaranda de dUERO

Peñaranda de Duero (Spagna)

pacentro (Aq)

Pacentro (Aq)

Civitavecchia (Arpino, Fr)

Civitavecchia (Arpino, Fr)

Sermoneta (Lt)

Sermoneta (Lt)

Castello di Lombardia (Enna)

Castello di Lombardia (Enna)

Puglia, Castel del Monte

Puglia, Castel del Monte

Rocca Flea, Gualdo Tadino

Rocca Flea, Gualdo Tadino

la via Amerina

via Amerina

La via Amerina in epoca romana e medioevale collegava Roma con importanti città umbre, ma la sua storia è in realtà molto più antica, legata, anche nel nome, alla città di Ameria (l’odierna Amelia, in provincia di Terni) che fu uno di più antichi centri italici, di centinaia di anni più antico di Roma, ancora oggi circondata dalle imponenti e suggestive mura megalitiche che ne sono uno dei monumenti di maggiore interesse.

Amelia

La via attraversava il territorio degli Umbri e dei Falisci e molti centri etruschi come Veio, Corchiano (forse l’antica Fescennia), Gallese, Orte (Hortae) e Nepi (l’antica Nepet), fra gli altri centri importanti  Civita Castellana, l’antica Falerii capoluogo dei Falisci.

via Amerina

I Romani la aprirono nel 241 a. C. sfruttando e ampliando il precedente tracciato, a nord di Ameria riprese altri antichi collegamenti che si dirigevano verso la media e l’alta valle del Tevere lungo il confine con il territorio etrusco toccando centri come Todi (Tuder), Bettona (Vettona) e Perusia, poi verso l’Adriatico attraverso il territorio degli Umbri.

Alcuni tratti dell’antico tracciato sono stati recuperati e si possono percorrere a piedi o in bicicletta in un territorio di pianure e colline che fu modellato dai vulcani dei distretti sabatino e cimino-vicano. Vi si incontrano campi coltivati, pascoli, boschi, forre scavate dai corsi d’acqua e pianori di tufo.

oasi di Pian sant'Angelo

un’antichissima tragedia

Era il 409 a.C. quando Selinunte, una delle più splendide e ricche città della Magna Grecia, fu saccheggiata e distrutta dai Cartaginesi.

La città greca sorgeva su tre piccole colline in vista del mar d’Africa, nella Sicilia occidentale ed occupava una vasta area. Il suo nome deriva forse dal nome greco del prezzemolo selvatico, selinon, molto diffuso nella zona.

Selinunte

Selinunte, il tempio E

Era un’epoca in cui le contese fra le diverse città della Sicilia erano frequenti e sanguinose e sulla sponda opposta del mediterraneo Cartagine era una città ricca e potente che si alleava ora con questa ora con quella. Una flotta di centomila soldati cartaginesi assediò la città aleata di Siracusa e nemica di Segesta, la distrusse e la incendiò, uccise decine di migliaia di suoi cittadini e molte migliaia ne fece prigionieri.

Selinunte non si risollevò più completamente, la città fu ricostruita, ma condusse un’esistenza più modesta e fu completamente abbandonata nel 250 a. C. durante la I guerra punica, quando Cartagine la distrusse nuovamente.

Gli splendidi templi testimoni della passata grandezza crollarono in seguito a un devastante terremoto e della potente città ridotta a un cumulo di rovine si perse anche il ricordo, le sue pietre servirono come cava di materiali da costruzione.

Selinunte

La visita del luogo è suggestiva ed emozionante, una delle maggiori mete del turismo internazionale in Sicilia.

La maggior parte dei templi risale al VI secolo a. C., molti sono di dimensioni gigantesche. Sono stati contrassegnati con lettere dell’alfabeto perché la loro attribuzione a un dio è incerta. Fra questi il tempio E era quello in condizioni migliori, pertanto fu in parte ricostruito.

Il tempio G era il più gigantesco, misurava più di 110 m di lunghezza, più di 50 di larghezza e le sue colonne erano alte 16 metri. Ne rimane in piedi solo una, circondata da un ammasso impressionante di rocchi di colonne, capitelli, frontoni precipitati al suolo.

Selinunte

Il tempio probabilmente non fu mai completato per la distruzione della città.

Una drammatica testimonianza di ciò ci deriva dalle Cave di Cusa a circa 11 chilometri dall’antica città. Erano le cave da cui si estraeva la pietra per costruire; qui, circondati da grandi olivi, in un ambiente solitario e suggestivo, si possono vedere ancora gli enormi rocchi di colonna probabilmente destinati a completare il tempio G.

Cave di Cusa

Sono in diverse fasi della lavorazione, alcuni già completamente sbozzati, altri ancora non del tutto isolati dalla roccia, con i segni degli scalpelli che li stavano lavorando, abbandonati quando l’assalto dei cartaginesi mise fine alla storia della città.

cave di Cusa

Testimoni muti e per questo ancora più toccanti della tragedia di più di 2400 anni fa.

in autunno spuntano le foglie!

È iniziato l’autunno, ma non tutte le piante perdono le foglie; ci sono quelle che invece le foglie le mettono. Si tratta di piante adattate a vivere in climi caldi e aridi in cui l’estate è una stagione avversa, con condizioni da cui ci si deve difendere.

Una piacevole sorpresa durante il nostro ultimo viaggio in Sicilia: le prime piogge autunnali hanno fatto fiorire le mandragore. Infatti d’estate queste piantine  conservano solo la grossa radice a fittone, le foglie e i fiori spuntano solo in autunno e la fioritura si protrarrà per tutto l’inverno.

Mandragora autunnale

Sono piante dai bei fiori lilla, circondate da un’aura di magia. Infatti la robusta radice a fittone è ramificata e ha una forma che richiama la figura umana con tanto di braccia e gambe, ciò ha fatto nascere fin dai tempi più antichi fantasiose credenze sulle sue qualità terapeutiche e magiche. Se ne facevano pozioni cui si attribuivano proprietà afrodisiache e il potere di curare la sterilità, “…non è cosa più certa a ingravidare una donna che darli a bere una pozione fatta di mandragola“. (La Mandragola, Niccolò Machiavelli, Atto II, Scena VI). Tali proprietà erano però legate a poteri perversi in grado di uccidere un uomo.

La realtà è che questa bella piantina appartenente alla famiglia delle Solanacee contiene alcaloidi che hanno un’azione tossica e allucinogena, da non sperimentare per cure fai-da -te.

La piantina è molto attraente con le grandi foglie coriacee di un bel verde scuro che sembrano nascere direttamente dal terreno e i fiori raggruppati al centro della rosetta di foglie.

Mandragora autunnale

Anche alle euforbie arborescenti cominciano a spuntare le nuove foglie, per tutta l’estate hanno avuto l’aspetto di un grande corallo con i rametti nudi.

Euforbia arborescente

Nella tarda primavera le loro foglie assumono quella che per le altre piante è la colorazione rosso-bruna dell’autunno, poi cadono per rispuntare con le prime piogge e con le temperature più fresche. Fioriranno in inverno quando si ricopriranno di fiorellini gialli. Contengono un lattice velenoso che le difendono dai morsi degli erbivori.

Sono frequenti lungo le scogliere marine del centro-sud.

Euforbia arborescente

Terracina e il tempio di Giove Anxur

Terracina è una bella cittadina ai margini meridionali del Lazio, su una costa splendida, circondata da luoghi carichi di storia, mito e leggenda.

Di origine antichissima, secondo la leggenda fu fondata dagli spartani, fu città del popolo degli Ausoni, poi etrusca, volsca ed infine romana, di importanza strategica per questi ultimi perché collocata sulla via Appia che conduceva in Campania e poi verso sud. Interessante è il Pisco Montano rupe calcarea fatta tagliare dall’imperatore Traiano per consentire il passaggio della via Appia lungo il mare evitando un percorso più tortuoso a monte. Accanto fu eretta la Porta Napoli.

terracina

Sulla roccia sono ancora visibili i numeri romani che indicano l’altezza del taglio, terminano con la cifra CXX corrispondente a 36 metri.

terracina

La cittadina attuale, oltre alla parte moderna vicino al mare, ha un interessante nucleo medioevale nella parte alta che ha come suo centro la piazza del Municipio, sul luogo dell’antico Foro, di cui si possono vedere i ruderi. Il Duomo e il campanile sono romanici, la Torre Frumentaria del XII secolo, è sede del Museo Archeologico.

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Spettacolare è la visita al Tempio di Giove Anxur sul monte Sant’Angelo alle spalle della cittadina da cui si gode una splendida vista che spazia sul Golfo di Terracina fino al Monte Circeo, dimora della Maga Circe secondo Omero.

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Dalla parte opposta, verso sud, la fertile piana di Fondi con il lago e in lontananza la punta di Gaeta, sullo sfondo la catena dei monti Aurunci.

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Di fronte l’ampia distesa del mare con le Isole  Pontine all’orizzonte.

…Ci arrampichiamo per tre miglia fin sotto le pendici di Anxur, arroccata su rupi che biancheggiano lontano.” (Orazio, Satire, libro I, V).

Il tempio era un antico santuario dei popoli laziali, ristrutturato dai romani fra il II e il I secolo a.C. Costruito su un alto podio con portici si presentava imponente agli occhi dei pellegrini, visibile sicuramente anche da chi arrivava dal mare. Non è chiara la divinità a cui era dedicato, forse Giove Anxur, Giove fanciullo o forse Feronia, dea della fertilità o ancora Venere.

Rimangono ancora imponenti il basamento, il podio e l’oracolo costruito intorno a un grande masso.

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La visita,  a pagamento, si svolge in un ambiente in cui allo splendido panorama si aggiungono le essenze della macchia mediterranea illustrate da pannelli lungo il sentiero di visita. Per informazioni sugli orari consultare il sito.

Terracina 073

A pochi chilometri da Terracina è possibile raggiungere il Monumento Naturale di Campo Soriano, un’area protetta in cui il carsismo assume caratteristiche uniche; è una valle formata per l’erosione di una piattaforma carbonatica di cui restano i relitti rappresentati da numerosissime formazioni rocciose di tutte le dimensioni; fra queste spicca per imponenza la cosiddetta “Cattedrale” conosciuta anche come “Il Carciofo” un hum alto 18 m.

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Sull’altopiano si susseguono campi carreggiati, roccioni isolati, pinnacoli, doline, grotte. Le terre rosse residuali presenti a Campo Soriano sono molto fertili e qui fra le rocce viene coltivato il pregiato moscato di Terracina.

l’antica arte del vasaio

Ficulle è un grazioso paese a circa venti chilometri da Orvieto, sulla statale Umbro-Casentinese-Romagnola, zona di grandi coltivazioni di vigneti, con insediamenti che risalgono all’epoca degli Etruschi. Le colline argillose e calanchive hanno consentito fin da tempi antichissimi, sicuramente all’epoca degli Etruschi e poi dei Romani, l’estrazione dell’argilla per fabbricare vasi, orci, ciotole e contenitori di ogni tipo. Probabilmente anche il nome Ficulle deriva dal latino figulus (vasaio).

La fabbricazione di terrecotte vi è conservata da un unico artigiano, Fabio Fattorini, che imparò fin da bambino l’antica arte e continua con passione a lavorare secondo i metodi tradizionali.  L’argilla non si estrae più nella zona, ma la lavorazione rimane quella di una volta, ogni oggetto viene prodotto al tornio, un piatto girevole su cui viene posta la quantità di argilla necessaria che si modella solo con l’uso delle mani. Vedendo lavorare l’artigiano ci si stupisce come dalle sue mani in pochi istanti un informe ammasso di argilla si trasformi in oggetti dalle forme perfettamente simmetriche, diventa una ciotola che si trasforma in un vaso e questo in una brocca!

Ficulle

Dopo il tornio la lavorazione è ancora lunga e richiede pazienza e attenzione vista la fragilità del materiale, le terrecotte vengono messe a seccare all’aria e devono essere rigirate più volte perché ciò avvenga in maniera uniforme.

Ficulle

Verranno poi dipinte secondo l’antica tecnica: vengono spruzzate con un rametto di erica immerso in una poltiglia di ossido di rame (che dà il colore verde-azzurro) e ossido di manganese per il colore marrone. Il risultato sono oggetti ai quali le macchie di colore irregolari danno un fascino particolare e li rende molto vicini al gusto moderno. Con gli stessi colori altri oggetti vengono dipinti con colature.

ceramiche

Il passaggio successivo è la rivestitura con una vernice vetrosa trasparente ed infine avviene la cottura al forno ad altissima temperatura.

Una lavorazione lunga e accurata in cui l’abilità e l’attenzione umana hanno un ruolo fondamentale. Dalle mani dell’artigiano escono infiniti oggetti: coppe, ciotole, insalatiere, piatti e piattini, tazzine, vassoi, vasi, brocche e anfore, oggetti di uso comune, ma con una loro bellezza e dignità che l’oggetto industriale non può possedere.

Sono particolarmente legata a oggetti di questo tipo perché mi ricordano i recipienti che usava mia nonna, fra questi la grande conca in cui metteva a lievitare l’impasto del pane.

ceramiche (2)

fari

 

Gargano

Gargano

“…in mare, tra le onde, c’è un’isola, davanti all’Egitto, che si chiama Faro.. “

(Omero, Odissea Libro IV, versi 354-355, traduzione E.Villa)

Il primo faro fu costruito su un’isoletta del porto di Alessandria verso il 280 a.C.; l’isola si chiamava Phàros e ha dato il nome in tutto il mondo a queste costruzioni che hanno salvato la vita di innumerevoli equipaggi di marinai. Era un’applicazione dell’avanzatissima tecnologia ellenistica; la sua altezza totale era di 95 m, aveva un primo piano a pianta quadrata che giungeva fino a circa metà dell’altezza, poi proseguiva a pianta ottagonale e sulla sommità un contenitore cilindrico per la lanterna.

La sua luce secondo gli storici del tempo giungeva fino a una distanza di circa 50 chilometri. Per far giungere la luce così lontano ci si serviva di superfici metalliche riflettenti, probabilmente uno specchio parabolico girevole.

Era a ragione considerato una delle Sette meraviglie del mondo e sul suo modello sorsero fari in tutti i porti del Mediterraneo ellenizzato e successivamente nei porti romani.

Scavi di Ostia Antica

Ancora oggi i fari continuano a essere ammirati, sorgono spesso in luoghi bellissimi, su rocce a picco sul mare o in piccole isole, luoghi di incredibile fascino, spesso circondati da un’atmosfera romantica per il loro isolamento.

Alcuni sono stati dismessi e vanno in rovina come il faro di capo d’Otranto, nel punto più orientale d’Italia. Altri sono in piena funzione un po’ in ogni parte delle coste del mondo.

capri

Capri

Alcuni sorgono in luoghi simbolo, come quello di Capo Peloro sulla costa siciliana, a guardia dello Stretto di Messina

Faro di Capo Peloro

Faro di Capo Peloro

o quello di Capo Spartel in Marocco, presso lo stretto di Gibilterra, là dove il Mediterraneo si incontra con l’Oceano Atlantico.

Tangeri, Capo Spartel

Tangeri, Capo Spartel

A settembre e ottobre tornano le giornate Open Lighthouse organizzate dall’Agenzia del Demanio e da Difesa Servizi Spa con il supporto del WWF e del Touring Club Italiano. Sarà possibile visitare i fari e gli edifici costieri inseriti nel bando di gara 2016 del Progetto Valore Paese Fari. Per informazioni sui fari aperti si può consultare questo sito.

Amatrice

È passato solo un anno da quando siamo stati ad Amatrice ed abbiamo girato per la cittadina laziale circondata dai monti, scoprendone con piacere anche gli angoli più nascosti. Scrivo questo post per ricordarla e ricordare tutte le vittime del terremoto. Terremoto che ho sentito bene da dove mi trovo, senza averne conseguenze, se non lo spavento e il pensiero che qualcun altro in quei momenti stava perdendo tutto.

Nella sua storia fu devastanta più volte dai terremoti. Dopo la ricostruzione in seguito al terremoto del 1529 fu ricostruita con una pianta regolare, secondo i canoni rinascimentali. Lungo le sue vie diritte sorgevano molti palazzi e case in pietra serena (arenaria) dei secoli XVI, XVII, XVIII.

Al centro della cittadina la torre civica del XIII secolo è l’unica rimasta in piedi. La guida turistica cita che oscilla di 20 cm ogni volta che suona la campana, per questo motivo non veniva fatta suonare. In realtà l’alta e stretta costruzione ha resisito a ben maggiori sollecitazioni.

Marche maggio 15 022

Nella piazzetta accanto alla torre il Palazzo municipale non esiste più e la fontana con le teste d’ariete è stata sommersa dalle macerie.

La bella chiesa romanico-gotica di San Francesco che risale al ‘300 ha riportato gravissimi danni. La facciata è crollata in parte e il bel rosone non esiste più.

Marche maggio 15 019

Davanti a tanti lutti e a tanta devastazione si può solo sperare e auspicare che la ricostruzione delle case e delle opere d’arte parta in fretta e si porti a termine in tempi brevi.

pentole di pietra

La pietra ollare prende il suo nome da una parola  latina: olla (pentola). Infatti fin dai tempi antichi se ne sfruttavano le caratteristiche di facilità di lavorazione e grande resistenza alle alte temperature per fabbricare al tornio pentole di varie dimensioni, bicchieri, tegami. Il termine olla in italiano rimane solo in alcuni dialetti settentrionali, mentre in spagnolo si è conservato.

Malesco, Ecomuseo della pietra ollare

Malesco, Ecomuseo della pietra ollare

La pietra ollare veniva utilizzata anche per fabbricare i calderoni  per la lavorazione del latte e le vasche per la salamoia delle forme di formaggio. È una pietra metamorfica forgiata dalle enormi pressioni e temperature verificatesi negli immani processi che, attraverso lo scontro fra la placca africana e quella europea, portarono alla formazione delle Alpi.

In Val Vigezzo e Val Grande si possono incontrare enormi massi di tale pietra con incisioni rupestri risalenti alla preistoria: coppelle e graffiti dal probabile significato religioso. In alcuni siti invece si trovano le tracce più recenti dell’estrazione della pietra per farne manufatti, oltre che per le pentole venne usata per scolpire motivi architettonici, sculture, fontane e utensili vari.

Malesco, Val Vigezzo

Malesco, Val Vigezzo

Nel Medioevo venne utilizzata per scolpire elementi di decoro architettonico nelle chiese romaniche, teste e animali mostruosi di cui restano testimonianze nella zona.

A Malezzo in Val Vigezzo si può visitare l’Ecomuseo della pietra ollare, un interessante esposizione che ne descrive la genesi, l’estrazione, le tecniche di lavorazione e l’utilizzo.

Malesco

Anche ai nostri giorni la pietra ollare può essere usata per cucinare soprattutto la carne, le lastre di questa pietra consentono una cottura sana e senza grassi.

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