portoni

Mi piace fotografare portoni, porte, porticine per quel che lasciano intravedere o immaginare, per quello che posso fantasticare che nascondano, per l’idea di solidità che trasmettono, a volte di vetustà, per l’infinita varietà delle loro forme e colori.

Portoni di vecchie case nobiliari che lasciano intravedere cortili,

porte sgangherate di cantine,

portoni con cornici di pietra,

portoni istoriati dai colori vivaci

o tutti azzurri

posso immaginare chi abita dietro questa porta!

Portoni di legno massiccio corroso dagli anni, ma ingentiliti da vasi di fiori;

vecchie porte incastrate fra le mura

o perse fra i vicoli.

Romantici portoni a vetrate affacciati sui fiori del cortile.

………………

Quando un giorno da un malchiuso portone

tra gli alberi di una corte

ci si mostrano i gialli dei limoni;

e il gelo dei cuori si sfa,

e in petto ci scrosciano

le loro canzoni

le trombe d’oro della solarità.

………………………

(Eugenio Montale, Ossi di seppia)

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un anno di vita in montagna

Leggo molto, ma in genere non parlo delle mie letture nel blog. Questa volta voglio fare un’eccezione perché sono stata piacevolmente colpita dal libro di due giovani romani, “Un anno di vita in montagna“.

Alessia e Tommaso si sono lasciati alle spalle la città, il lavoro, la casa confortevole, per fare un’esperienza di vita in un piccolo paese di alta montagna, in un angolo sperduto delle nostre Alpi.

La Val Maira, in provincia di Cuneo non è sicuramente una valle conosciuta dai vacanzieri in cerca di piste di sci e divertimenti vari. È piuttosto impervia e isolata in mezzo alle belle montagne che la cicondano. L′abbiamo frequentata piú volte a cominciare dai primi anni novanta, quando con la tenda e due figli piccoli al seguito vi abbiamo trascorso bei giorni di camminate ed escursioni.

Quello però che più mi ha  piacevolmente colpito nell’esperienza dei due giovani sono le tante situazioni in cui anche noi ci siamo trovati tanti anni fa e che continuiamo a sperimentare: l’amore per la natura e per la terra ci ha spinti a restaurare un vecchio casale e a cominciare a coltivare poco terreno intorno.

Noi vissuti sempre in città come i due giovani autori del libro, abbiamo provato a lavorare con le mani, abbiamo seminato e curato l’orto, piantato nuovi alberelli e curato quelli esistenti, vendemmiato e torchiato l’uva,

raccolto le olive e prodotto il nostro buon olio.

E poi ancora abbiamo sperimentato la cucina tradizionale e creativa con quello che offriva la nostra campagna e  recuperato e restaurato vecchi oggetti.

Anche noi abbiamo sperimentato il freddo di una casa senza riscaldamento, anche se meno estremo che in alta montagna e la fatica che ci vuole a tagliare e trasportare la legna con cui scaldarsi. La fatica del lavoro in campagna è però ampiamente ricompensata dal poter osservare gli animali selvatici: l’istrice che cerca le radici succulente, il picchio che scambia le nostre imposte per alberi, il pettirosso curioso che ci viene a trovare, i merli che fanno il nido sul davanzale.

E poi seguire il ritmo delle stagioni, veder spuntare i fiori dei fruttiferi e le prime foglie,

veder maturare i frutti, raccogliere le erbe spontanee, veder tramontare il sole su un orizzonte libero.

Raccogliere bacche selvatiche,

trasformare il trasformabile in marmellate.

Veder spuntare i narcisi in primavera

i papaveri s’estate

e maturare le cotogne in autunno.

I nostri due figli sono cresciuti anche loro con l’amore per la terra e la natura ed ora si è appena affacciata alla vita la nuova generazione e per lei abbiamo piantato nuovi alberelli che ora iniziano a fiorire!

Per tutte queste esperienze che abbiamo fatto in quasi trent’anni di vita in campagna mi piace consigliare il libro e il blog di Alessia e Tommaso. Chi fosse incuriosito da quello che hanno da raccontare può seguirli a questo indirizzo www.alritmodellestagioni.it Nel blog ci sono anche bellissime foto e video naturalistici ed è possibile acquistare il loro libro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

a Roma con il naso per aria

Mi piace girovagare per la mia città con il naso per aria, anche se questa mia abitudine mi ha provocato non pochi inconvenienti: cadute più o meno rovinose per le buche dei marciapiedi di Roma, incontri delle suole delle mie scarpe con ricordini di cani, scontri con qualche passante. Nonostante ciò continuo a guardarmi intorno, contenta se posso aggrapparmi al braccio di qualcuno che mi fa da appoggio!

Guardare in aria è l’unico modo per accorgersi di particolari  che passerebbero inosservati, soprattutto in una città come Roma che ha una storia plurimillenaria durante la quale si sono stratificate vestigia diverse!

Così è possibile notare una minuscola finestra aperta chissà quando e chissà da chi nello spessore delle mura Aureliane,

o la bella fioritura delle bocche di leone sulle stesse mura.

La targa attestante il livello raggiunto dalle acque del Tevere durante l’alluvione disastrosa del 1870,

o la targa posta al Gianicolo a ricordo dei disperati combattimenti a difesa della Repubblica romana nel 1849, con la palla di cannone qui trovata.

La finestrella con le piantine accanto all’immagine sacra,

e magari anche un asino che vola!

Fra palazzi moderni e traffico convulso, se si va a piedi con il naso per aria si scoprono angoli in cui a resti romani si sono sovrapposte costruzioni medioevali e rinascimentali. Perché Roma è una città dove nulla dei secoli e millenni passati si perde mai veramente.

Stando ben attenti a non farsi travolgere è persino possibile, all’angolo di via Piave, trovare il sepolcro di un giovanissimo poeta, Quinto Sulpicio Massimo, vissuto nel I secolo d. C. e morto a soli 11 anni, ma già in grado di comporre poesie in lingua greca.

Il sepolcro fu trovato all’inizio del 1900 durante i lavori di demolizione della porta Salaria. Il bassorilievo del fanciullo e l’iscrizione in greco fatta incidere dagli affranti genitori sono una copia, mentre l’originale è ai Musei Capitolini (Centrale Montemartini).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

vicoli

………………………………….

Vicolo: una croce di case

che si chiamano piano

e non sanno ch’è paura

di restare sole nel buio

( Salvatore Quasimodo, Vicolo)

Roma

Vicoli, strette viuzze fra le case, a volte strettissimi, tanto che si può dare la mano al dirimpettaio, angusti e bui eppure affascinanti e ricchi di storia e di storie.

Vicoli di città e di paesi, di borghi arrampicati in collina e di centri di pianura. Risalgono al medioevo quando eserciti invasori e bande di assalitori rendevano necessario stringersi per potersi meglio difendere.

A volte sono ripidi e tortuosi per meglio adattarsi al territorio scosceso.

Capolìveri (Li)

Solo qualche raggio di sole riesce a farsi largo a fatica per poche ore al giorno.

Sorano (Vt)

Sono arrivati fino a noi con le loro architetture, i loro balconcini, le scale, gli archivolti e gli archetti che sorreggono i vecchi muri.

Montefortino (Ap)

Terracina

Roma, via dei 3 Archi

Alcuni stretti e bui lasciano intravedere la valle verde e assolata.

Città della Pieve (Pg)

Raccontano la vita di tutti i giorni che continua, con i panni stesi, la motocicletta appoggiata, le antenne, i fili della luce, le grondaie, i lampioni, le tettoie, i vasi di fiori, i gatti.

Sorano (Vt)

Ischia

Hanno colori diversi a seconda della pietra con cui sono costruite le case e a seconda dei gusti, dai colori pastello di Ischia, al beneaugurante azzurro marocchino.

Rabat (Marocco)

In Puglia prevale il bianco,

in Abruzzo il chiaro calcare luminoso.

Barrea (Aq)

Altrove li si è decorati con macchie di colore.

Sciacca

Alcuni sono coperti per facilitare il rifornimento delle botteghe come la via degli Asini di Brisighella.

Brisighella, via degli asini

 

Monte San Biagio (Lt)

Nei vicoli è sempre piacevole perdersi, ma se si guarda in alto si intravede un rivolo di azzurro.

 

 

la via Vandelli

Mi aveva incuriosito molto leggere della via Vandelli, una strada costruita alla metà del XVIII secolo per collegare le città di Modena e Massa, attraversando l’Appennino, tanto che quest’autunno abbiamo progettato un’escursione alla sua scoperta.

La via fu fortemente voluta dal duca Francesco III d’Este in occasione del matrimonio di suo figlio Ercole con una Cybo-Malaspina erede del ducato di Massa e Carrara. L’incarico fu assegnato all’ingegnere e geografo di corte Domenico Vandelli che progettò questa opera particolarmente complessa perché doveva superare ambienti ripidi e impervi dell’Appennino e poi delle Alpi Apuane arrivando a oltre 1600 metri di quota. La strada avrebbe dovuto inoltre essere adatta al passaggio di carri pesanti per il trasporto del marmo delle cave delle Apuane.

Il percorso che noi abbiamo fatto inizia a pochi chilometri da Castelnuovo in Garfagnana, sale per la valle Arnetola lungo la quale si incontrano diverse cave di marmo ancora in funzione.

Un cippo di marmo scolpito racconta uno degli usi della strada da parte degli abitanti delle zone montane che attraversavano le Apuane per andare a comprare il sale.

Sotto un enorme masso fu costruita una grande capanna d’abrì,  che sfruttava il riparo offerto dalla roccia che ne costituiva una delle pareti. Probabilmente era usata come stazione di appoggio e di sosta per chi percorreva la strada.

 Ancora oggi il tracciato è ben conservato, supera torrenti e  dislivelli notevoli con muri a secco.
 Attraversa cave di marmo ancora in funzione
 e cave abbandonate in cui i blocchi di marmo si accumulano disordinatamente.

Una bella passeggiata in luoghi carichi di storia, il nostro percorso ne ha esplorato solo una piccola parte, ma ora che la abbiamo scoperta ne percorreremo presto un altro tratto.

 

spaventapasseri

Frontino è un piccolo paese medioevale in provincia di Pesaro Urbino, in cima ad un colle da cui si gode un bellissimo panorama sul Montefeltro. È cinto di mura e possiede una ben conservata torre civica.

Dall’unica strada pricipale fiancheggiata da belle case di pietra si dipartono stretti vicoli.

Nella sede della Pro Loco una simpatica esposizione di spaventapasseri costruiti con fantasia e materiali di recupero per il Festival degli Spaventapasseri.

C’è di tutto: i signori in giacca, cravatta e cappello, il carabiniere, il sindaco con la sua fascia tricolore, il ragazzino e la ragazzina, la nonna in vestaglia.

Affacciati alla balaustra altri pupazzi di stoffa e paglia ci guardano dall’alto, allegri e ingenui, la donnina e il pirata, il meccanico e la vecchina.

Che bella iniziativa! Perché se gli spaventapasseri sono quasi spariti dai campi (sottolineo il quasi perché io continuo a vederne), continuano ad esistere grazie alla fantasia dei bambini e di chi si sente tale anche a tarda età.

le vie consolari romane 2

Continua il mio viaggio attraverso le vie consolari romane ancora oggi arterie importanti di comunicazione fra nord e sud del nostro paese e prime SS (strade statali) per numerazione. La prima parte dell’articolo si può leggere qui.
La SS n. 4 è la Salaria. Il suo nome deriva dal fatto che veniva utilizzata per trasportare il sale proveniente dalle saline del Tirreno, vicino alla foce del Tevere, verso i paesi dell’ Appennino.
Usciva dalle Mura Aureliane attraverso la Porta Salaria che ormai  non esiste più, sacrificata alle esigenze della moderna viabilità. In via Piave, vicino a Piazza Fiume, rimane in terra una lapide a suo ricordo.

Attraversava l’Aniene con il Ponte Salario, ancora oggi esistente vicino a Villa Ada, passava (e passa) accanto alla vicina torre medievale

e poi sotto le alture di Fidenae, antica città sabina, ora popoloso quartiere periferico di Roma.

Proseguiva attraversando le città sabine: Eretum (Monterotondo), Cures (Passo Corese), Reate (Rieti), Città Ducale, Cotilia, la Piana di San Vittorino da cui scaturiscono sorgenti copiose che forniscono oggi gran parte dell’acqua della Capitale.

Attraversa poi la conca di Amatrice passando per città diventate tristemente famose per il recente terremoto: Accumoli, Pescara del Tronto, Arquata del Tronto e giunge infine in vista dell’Adriatico ad Ascoli Piceno.
La n.5 è la Tiburtina che collegava Roma con l’antica Tibur (Tivoli), proseguiva poi (e prosegue) con il nome di Tiburtina Valeria dal console che la fece lastricare. Fu per millenni il percorso più utilizzato per la transumanza dai monti dell’Abruzzo alle pianure della costra tirrenica.
Dopo la costruzione delle mura Aureliane ne usciva attraverso la porta Tiburtina dalla quale attualmente inizia attraversando il popolare quartiere di San Lorenzo.

Qui è l’antichissima basilica di San Lorenzo Fuori le Mura fatta costruire dall’imperatore Costantino sulla tomba del santo. Nei pressi il cimitero monumentale del Verano.

La Tiburtina prosegue verso la periferia est di Roma, giunge a Tivoli, risale la valle dell’Aniene e si dirige verso l’Abruzzo collegando Roma con Chieti e Pescara.

La n.6 la è la Casilina che congiungeva Roma a Casilinum (la moderna Capua). Inizia da piazzale Labicano, fuori da Porta Maggiore.

La grande porta monumentale fu ricavata nelle mura Aureliane dagli archi degli acquedotti Claudio e dell'”Anio Novus“. Le porte erano in realtà due, da una usciva la via Prenestina che si dirigeva e si dirige ancora verso Praeneste (Palestrina), dall’altra la via Labicana, poi chiamata Casilina.

La Casilina attraversa popolosi quartieri caratterizzati da un’edilizia disordinata e spesso abusiva, iniziata fin dai primi decenni del novecento per accogliere la forte immigrazione dal resto del Lazio e da tutta Italia.

Fra i grandi caseggiati si nota a malapena qualche vestigia del passato come il Mausoleo di Sant’Elena risalente al 4° secolo d.C. un grande edificio a pianta ottagonale coperto da una cupola nella cui muratura si notano le anfore inserite per alleggerirla.

Veniva chiamata Tor Pignattara  proprio per la presenza di queste anfore ben in evidenza nella muratura diroccata, da ciò hanno preso nome la via e il quartiere adiacenti.

La via si dirige poi a sud-est, verso la Ciociaria, dove attraversa città dalla storia antichissima come  Frosinone e Cassino, entra quindi in Campania dove in provincia di Caserta si congiunge con la via Appia.

 

 

 

 

 

 

 

l’orso e la lupa

Roma e Madrid hanno entrambe come simbolo un animale, Roma ha la leggendaria lupa, Madrid un orso.

La storia della lupa che allatta i gemelli è conosciuta da tutti, romani e non, da quella leggenda di fondazione la lupa è stata usata come simbolo della città fin dall’antichità, ancora oggi è presente in effige o come statua in molti luoghi della municipalità.

Fino agli anni ’70 al Campidoglio, sulla sinistra della scalinata, c’era anche, dentro una stretta gabbia, una lupa in carne e ossa, doveva essere un simbolo di potere, ma era solo un povero animale che andava freneticamente avanti e indietro, tanto che a Roma a una persona frenetica, che non riusciva a stare ferma si diceva “me pari ‘a lupa der Capidojo”.

Per fortuna poi ci si è accontentati di lupe di bronzo. Splendida e famosa è quella esposta al Palazzo dei Conservatori, opera del V secolo a. C.

Anche l’aquila era un simbolo di Roma fin dall’antichità e come la lupa un’aquila viveva pigioniera fino a pochi decenni fa, in una gabbia sotto la rupe Tarpea, ai piedi del Campidoglio. Ora è rimasta la gabbia vuota e l’aquila è simbolo della squadra di calcio della Lazio, mentre la lupa lo è della Roma.

L’orso, insieme al corbezzolo (el oso y el madroño), è invece il simbolo della città di Madrid. La statua bronzea dell’orso e del corbezzolo nella piazza di Puerta del Sol, in pieno centro cittadino, è fotografatissima e rappresenta questo animale mentre ritto sulle zampe posteriori ed appoggiandosi al tronco, mangia le corbezzole, i madroños appunto.

madrid 024

Gli orsi erano diffusissimi un tempo nei boschi intorno alla città ed il corbezzolo era un arbusto tipico della macchia. Il simbolo araldico risale al secolo XIII e sembra derivare da una disputa fra il clero e la cittadinanza per lo sfruttamento delle terre. Il re intervenne assegnando i pascoli al clero e lo sfruttamento del legname e della selvaggina alla popolazione.

Lo stemma con l’orso e il corbezzolo è presente un po’ ovunque a Madrid, su edicole, insegne e tutto ciò che riguarda la municipalità.

 

l’Italia dei piccoli comuni

“Così questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi di molto”. (Cesare Pavese, La luna e i falò.)

Civita di Bagnoregio

L’Italia, per la conformazione del suo territorio e la sua storia, è ricca di piccoli borghi, ben il 72% dei Comuni d’Italia ha meno di 5000 abitanti, in essi risiede il 19% della popolazione italiana.

Il territorio amministrato dai piccoli Comuni costituisce il 55% della superficie nazionale e possiede una straordinaria varietà ambientale e un immenso patrimonio artistico.

Castello Oliva a Piandimeleto

La vita vi si è svolta uguale per centinaia di anni, ma che nel secondo dopoguerra hanno cominciato a spopolarsi, i giovani soprattutto hanno cercato in città prospettive di vita e di lavoro più attraenti.

Cicogna (Vb)

L’abbandono è continuato anche negli ultimi decenni, anche se in alcuni casi ci sono stati giovani che hanno deciso di tornare e lavorare e vivere in queste piccole realtà in cui notevole e insostituibile è il patrimonio di cultura, tradizioni, ambiente; in cui si riscoprono reti e relazioni sociali.

Scontrone (Aq)

Quanti saranno stati i cittadini del borgo……? Io credo che non si andrebbe, se ci contassimo, oltre le 1500-2000 persone. Sono poche nell’astratto mare della vita, sono molte nel concreto spazio in cui le persone acquistano un volto e un nome; non sono mille, ma uno più uno più uno e così via, e ciascuna deve vivere, vivere per conto suo e nello stesso tempo vivere con l’altro“. “Il giorno del giudizio” Salvatore Satta.

Pacentro (Aq)

Molti di questi comuni sono però minacciati dal dissesto idrogeologico perché collocati in zone montane in cui l’abbandono dell’agricoltura ha reso instabile il territorio.

Pesche (Is)

Nonostante ciò il 93% delle DOP e delle IGP e il 79% dei vini pregiati sono prodotti in questi territori.

È da poco diventato legge il d.d.l.  “salva borghi“, che detta misure per promuovere e incentivare la residenza nei piccoli comuni e salvaguardare il loro patrimonio culturale e ambientale. Riguarda i comuni con meno di cinquemila abitanti che in Italia sono 5585. La legge stanzia fondi per garantire scuole, trasporti e reti telematiche adeguate, tutelare l’ambiente e l’artigianato artistico, mantenendone le caratteristiche di diversità e specificità.

Sant’Oreste, Roma

I fondi destinati ai comuni serviranno anche per recuperare i centri storici e le zone di particolare pregio acquistando case, terreni, cantoniere e stazioni abbandonate per riqualificarle ed utilizzarle come alberghi diffusi, per incentivare il turismo.

Barrèa (Aq)

Inoltre i piccoli Comuni potranno promuovere il consumo e la commercializzazione dei prodotti agroalimentari provenienti da filiera corta o a chilometro zero.

I piccoli Comuni sono una risorsa e non un costo per la loro azione di manutenzione e cura del territorio  che previene il dissesto idrogeologico.

Licenza (Rm)

la colonna dell’ospitalità

Bertinoro è una graziosa cittadina di origine medioevale situata in cima a un colle dai ripidi fianchi, in bella posizione dominante la pianura romagnola. dalle sue piazzette si gode un magnifico panorama sulle colline ricoperte di vigne e sulla costa e il mare in lontananza.

È piacevole passeggiare per le sue strette vie fino alla rocca posta sulla sommità del colle, ma uno dei monumenti più caratteristici è la Colonna degli Anelli o Colonna dell’Ospitalità testimonianza dell’antico costume di cortesia e ospitalità delle famiglie benestanti di Bertinoro che si contendevano l’onore di ospitare i pellegrini che giungevano in città.

Per porre fine a tali contese il giudice Guido del Duca, ricordato da Dante nel canto XIV del Purgatorio, all’inizio del 1200 fece erigere la colonna in cui erano infissi dodici anelli di ferro. Ad ogni anello corrispondeva la famiglia e il pellegrino veniva ospitato dalla famiglia al cui anello avesse legato il suo bastone o la sua cavalcatura.

jLa colonna fu poi rimossa nel 1500, ma nel 1926 fu riedificata in memoria degli antichi costumi di ospitalità.

Erano altri tempi, ma leggendo i versi di Dante e la sua invettiva nel canto del Purgatorio, sembra che già ai suoi tempi il popolo di Bertinoro non possedesse più le antiche virtù.

 

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