murales sul muro di Berlino

Era il novembre del 1989, il muro di Berlino iniziava ad essere demolito. Le immagine di migliaia di berlinesi festanti fecero il giro del mondo ed entrarono nella storia del travagliato secolo XX. Il muro per 28 anni era stato il simbolo della separazione delle due Germanie e della guerra fredda.

La divisione di Berlino in due sfere di influenza: quella dei paesi occidentali e quella dei Paesi socialisti era iniziata dopo la fine della seconda guerra mondiale, ma i berlinesi potevano spostarsi nelle due zone della città. Improvvisamente il governo della Germania est decise di porre fine all’esodo continuo di giovani berlinesi dell’est verso Berlino ovest. Nel giro di una notte fu eretta una barriera di filo spinato lungo il confine cui fece seguito nel giro di pochissimi giorni il muro, separando famiglie e amici e impedendo a molti di raggiungere i posti di lavoro.

Nei decenni successivi furono migliaia i berlinesi dell’est che tentarono con tutti i mezzi di fuggire all’ovest, molti vi persero la vita.

Oggi il muro è completamente smantellato, per decenni i banchetti improvvisati vicino alla Porta di Brandeburgo ne vendevano dei pezzetti, per lo meno loro li spacciavano per tali. A ricordo del buio periodo passato ne è stato lasciato un tratto che forma la East Side Gallery, la più lunga collezione di murales del mondo.

Artisti noti e meno noti da tutto il mondo a partire dagli anni ’90 ne hanno dipinto le grige e lugubri pareti con colorati e significativi murales molto fotografati dai turisti.

Da simbolo della guerra fredda e di tante sofferenze è diventato un simbolo di pace ed un monito.

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l’isola del ferro

L’ Elba è la più grande isola dell’Arcipelago Toscano, a poche miglia dal promontorio di Piombino. Ricca di giacimenti di ferro è stata sfruttata fin dai tempi dei greci e degli etruschi per ricavarne il prezioso minerale. L’attività estrattiva continuò nei millenni, prima con i romani, nel medioevo con i pisani, infine con i le famiglie dei Medici e poi dei Lorena.

L’isola è geologicamente molto interessante e varia, con le rocce più antiche d’Italia. Il Monte Capanne, il più elevato, è granitico, la zona orientale, quella verso il continente, è calcarea e ricca di giacimenti di ferro.

La costa è prevalentemente alta e frastagliata con piccole spiagge nei golfi, promontori rocciosi e scogli isolati. È  ricoperta da pinete e da arbusti della macchia mediterranea.

Il 50% del territorio dell’isola è compreso nel Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano.

Ovunque la vista del mare regna sovrana.

Rio Marina fu per decenni la capitale dell’attività estrattiva. È un grazioso paese dalle belle spiagge contornate da rocce rossastre per gli ossidi di ferro. Vi fu identificata per la prima volta l’ilvaite, un minerale ferroso (Ilva era il nome latino dell’isola).

Un piccolo e interessante museo mineralogico mostra migliaia di esemplari, pannelli con notizie geologiche e sull’attività estrattiva.

Si organizzano anche visite guidate alle miniere a cielo aperto ora abbandonate, dove è possibile raccogliere campioni di rocce.

L’isola ha anche interessanti monumenti, che ne testimoniano la storia, anche questa molto varia. Da visitare è la villa in cui soggiornò Napoleone nel suo primo esilio. I numerosi forti ci rimandano ad epoche turbolente, con la costante minaccia dei pirati e dei signori rivali.

Un’isola interessante da tanti punti di vista: geologico e in generale naturalistico, storico, con un mare limpido e belle passeggiate da fare.

 

 

 

 

incontri in montagna

Capita durante una bella escursione in montagna di fare un incontro inaspettato; pochi gioni fa, salendo in una faggeta del Parco Nazionale d’Abruzzo, abbiamo visto un lupo a poche decine di metri, evento molto raro essendo questi animali molto elusivi. Non si era accorto di noi e procedeva solitario, forse un maschio isolato. È durato solo pochi istanti, ma è stato ugualmente emozionante!

Non è facile incontrare animali selvatici, si tengono bene al riparo del bosco o della macchia. Più frequentemente gli incontri non sono visivi, ma si sentono fruscii, calpestii, rotolare di pietre, versi di uccelli, il tamburellare di un picchio, il bramito dei cervi in amore in autunno. Per quanto si scruti fra le fronde e i chiaroscuri del bosco non si riesce a distinguere niente e si possono solo immaginare gli animali che li hanno prodotti. A volte se ne trovano le impronte o gli escrementi come segnali della loro presenza.

Raramente si scorgono branchi di camosci che pascolano su pendii lontani. Questo bel maschio di stambecco nel Parco Nazionale dello Stelvio era troppo vecchio o troppo sicuro di sè per scappare. Manteneva comunque una discreta distanza di sicurezza.

Più facile è vedere gli animali domestici che pascolano allo stato brado, qui una cavalla con il suo piccolo appena nato che si è allontanata dal branco,

cavalli 2

e una placida mandria di candide vacche.

Gli uccelli che volano sopra di noi si avvistano facilmente come questi splendidi e maestosi grifoni al Parco Nazionale del Pollino.

Raramente mi è capitato di vedere l’aquila, più frequenti sono i nibbi e le poiane annunciati dai loro gridi.

Gli insetti si lasciano avvicinare facilmente, come questo bellissimo bruco colorato

o le due zigene in accoppiamento.

O questi rospetti che in grande numero si spostavano lungo le pendici boscose del monte in cerca d’acqua.

Ad ogni escursione si ha la speranza di vedere qualcuno degli animali più elusivi ed anche se ciò non si verifica qualche bella sorpresa il bosco o il cielo ce la regala!

il paese fantasma

Celleno vecchia è un paese fantasma, uno degli innumerevoli paesi abbandonati che è suggestivo visitare.

Il vecchio paese fu fondato fra il X e l’XI secolo, in un’epoca piuttosto turbolenta, fu perciò costruito su uno sperone di tufo con pareti a strapiombo, protetto anche da una cinta muraria. Era feudo dei conti di Bagnoregio, utile città fortificata a metà strada fra Orvieto e Viterbo.

Nei secoli successivi cambiò più volte signore, fu a lungo degli Orsini che fecero costruire il possente castello.

Appartenne infine allo Stato pontificio fino all’Unità d’Italia.

Fu più volte colpita dai terremoti e dalle frane, frequenti a causa dell’erosione del basamento di tufo come in altri borghi della zona, fra cui la più famosa Civita di Bagnoregio. L’ultimo terremoto negli anni 30 del ‘900 provocò tali danni da determinare il trasferimento di parte della popolazione circa un chilometro più a valle, lungo la via Teverina. Lo spopolamento continuò nei decenni successivi e il paese fu definitivamente abbandonato negli anni 50 del ‘900.

Gli edifici senza più manutenzione caddero in rovina, opera accelerata dagli stessi abitanti che saccheggiarono il loro paese di blocchi di tufo, colonne, architravi per costruire le nuove case o per venderli.

Oggi il paese fantasma è stato riscoperto ed alcuni edifici restaurati. Un piccolo gruppo di volontari si occupa di tenere pulito il sentiero e i ruderi, di gestire gli spazi utili per organizzare concerti e manifestazioni, di accompagnare i turisti in visite guidate. Alcuni edifici sono stati ristrutturati dalla Sopraintendenza e aspettano di ospitare musei e punti di accoglienza.

Il forno del paese è stato ripulito e al suo interno sono esposti gli strumenti per la panificazione.

Dalla rupe di Celleno vecchia si gode un bel panorama sui vicini colli tufacei e sulle colture, in particolare molto diffusa è quella dei ciliegi. Nella prima settimana di giugno a Celleno nuova si tiene infatti la Sagra della ciliegia.

 

 

portoni

Mi piace fotografare portoni, porte, porticine per quel che lasciano intravedere o immaginare, per quello che posso fantasticare che nascondano, per l’idea di solidità che trasmettono, a volte di vetustà, per l’infinita varietà delle loro forme e colori.

Portoni di vecchie case nobiliari che lasciano intravedere cortili,

porte sgangherate di cantine,

portoni con cornici di pietra,

portoni istoriati dai colori vivaci

o tutti azzurri

posso immaginare chi abita dietro questa porta!

Portoni di legno massiccio corroso dagli anni, ma ingentiliti da vasi di fiori;

vecchie porte incastrate fra le mura

o perse fra i vicoli.

Romantici portoni a vetrate affacciati sui fiori del cortile.

………………

Quando un giorno da un malchiuso portone

tra gli alberi di una corte

ci si mostrano i gialli dei limoni;

e il gelo dei cuori si sfa,

e in petto ci scrosciano

le loro canzoni

le trombe d’oro della solarità.

………………………

(Eugenio Montale, Ossi di seppia)

un anno di vita in montagna

Leggo molto, ma in genere non parlo delle mie letture nel blog. Questa volta voglio fare un’eccezione perché sono stata piacevolmente colpita dal libro di due giovani romani, “Un anno di vita in montagna“.

Alessia e Tommaso si sono lasciati alle spalle la città, il lavoro, la casa confortevole, per fare un’esperienza di vita in un piccolo paese di alta montagna, in un angolo sperduto delle nostre Alpi.

La Val Maira, in provincia di Cuneo non è sicuramente una valle conosciuta dai vacanzieri in cerca di piste di sci e divertimenti vari. È piuttosto impervia e isolata in mezzo alle belle montagne che la cicondano. L′abbiamo frequentata piú volte a cominciare dai primi anni novanta, quando con la tenda e due figli piccoli al seguito vi abbiamo trascorso bei giorni di camminate ed escursioni.

Quello però che più mi ha  piacevolmente colpito nell’esperienza dei due giovani sono le tante situazioni in cui anche noi ci siamo trovati tanti anni fa e che continuiamo a sperimentare: l’amore per la natura e per la terra ci ha spinti a restaurare un vecchio casale e a cominciare a coltivare poco terreno intorno.

Noi vissuti sempre in città come i due giovani autori del libro, abbiamo provato a lavorare con le mani, abbiamo seminato e curato l’orto, piantato nuovi alberelli e curato quelli esistenti, vendemmiato e torchiato l’uva,

raccolto le olive e prodotto il nostro buon olio.

E poi ancora abbiamo sperimentato la cucina tradizionale e creativa con quello che offriva la nostra campagna e  recuperato e restaurato vecchi oggetti.

Anche noi abbiamo sperimentato il freddo di una casa senza riscaldamento, anche se meno estremo che in alta montagna e la fatica che ci vuole a tagliare e trasportare la legna con cui scaldarsi. La fatica del lavoro in campagna è però ampiamente ricompensata dal poter osservare gli animali selvatici: l’istrice che cerca le radici succulente, il picchio che scambia le nostre imposte per alberi, il pettirosso curioso che ci viene a trovare, i merli che fanno il nido sul davanzale.

E poi seguire il ritmo delle stagioni, veder spuntare i fiori dei fruttiferi e le prime foglie,

veder maturare i frutti, raccogliere le erbe spontanee, veder tramontare il sole su un orizzonte libero.

Raccogliere bacche selvatiche,

trasformare il trasformabile in marmellate.

Veder spuntare i narcisi in primavera

i papaveri s’estate

e maturare le cotogne in autunno.

I nostri due figli sono cresciuti anche loro con l’amore per la terra e la natura ed ora si è appena affacciata alla vita la nuova generazione e per lei abbiamo piantato nuovi alberelli che ora iniziano a fiorire!

Per tutte queste esperienze che abbiamo fatto in quasi trent’anni di vita in campagna mi piace consigliare il libro e il blog di Alessia e Tommaso. Chi fosse incuriosito da quello che hanno da raccontare può seguirli a questo indirizzo www.alritmodellestagioni.it Nel blog ci sono anche bellissime foto e video naturalistici ed è possibile acquistare il loro libro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

a Roma con il naso per aria

Mi piace girovagare per la mia città con il naso per aria, anche se questa mia abitudine mi ha provocato non pochi inconvenienti: cadute più o meno rovinose per le buche dei marciapiedi di Roma, incontri delle suole delle mie scarpe con ricordini di cani, scontri con qualche passante. Nonostante ciò continuo a guardarmi intorno, contenta se posso aggrapparmi al braccio di qualcuno che mi fa da appoggio!

Guardare in aria è l’unico modo per accorgersi di particolari  che passerebbero inosservati, soprattutto in una città come Roma che ha una storia plurimillenaria durante la quale si sono stratificate vestigia diverse!

Così è possibile notare una minuscola finestra aperta chissà quando e chissà da chi nello spessore delle mura Aureliane,

o la bella fioritura delle bocche di leone sulle stesse mura.

La targa attestante il livello raggiunto dalle acque del Tevere durante l’alluvione disastrosa del 1870,

o la targa posta al Gianicolo a ricordo dei disperati combattimenti a difesa della Repubblica romana nel 1849, con la palla di cannone qui trovata.

La finestrella con le piantine accanto all’immagine sacra,

e magari anche un asino che vola!

Fra palazzi moderni e traffico convulso, se si va a piedi con il naso per aria si scoprono angoli in cui a resti romani si sono sovrapposte costruzioni medioevali e rinascimentali. Perché Roma è una città dove nulla dei secoli e millenni passati si perde mai veramente.

Stando ben attenti a non farsi travolgere è persino possibile, all’angolo di via Piave, trovare il sepolcro di un giovanissimo poeta, Quinto Sulpicio Massimo, vissuto nel I secolo d. C. e morto a soli 11 anni, ma già in grado di comporre poesie in lingua greca.

Il sepolcro fu trovato all’inizio del 1900 durante i lavori di demolizione della porta Salaria. Il bassorilievo del fanciullo e l’iscrizione in greco fatta incidere dagli affranti genitori sono una copia, mentre l’originale è ai Musei Capitolini (Centrale Montemartini).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

vicoli

………………………………….

Vicolo: una croce di case

che si chiamano piano

e non sanno ch’è paura

di restare sole nel buio

( Salvatore Quasimodo, Vicolo)

Roma

Vicoli, strette viuzze fra le case, a volte strettissimi, tanto che si può dare la mano al dirimpettaio, angusti e bui eppure affascinanti e ricchi di storia e di storie.

Vicoli di città e di paesi, di borghi arrampicati in collina e di centri di pianura. Risalgono al medioevo quando eserciti invasori e bande di assalitori rendevano necessario stringersi per potersi meglio difendere.

A volte sono ripidi e tortuosi per meglio adattarsi al territorio scosceso.

Capolìveri (Li)

Solo qualche raggio di sole riesce a farsi largo a fatica per poche ore al giorno.

Sorano (Vt)

Sono arrivati fino a noi con le loro architetture, i loro balconcini, le scale, gli archivolti e gli archetti che sorreggono i vecchi muri.

Montefortino (Ap)

Terracina

Roma, via dei 3 Archi

Alcuni stretti e bui lasciano intravedere la valle verde e assolata.

Città della Pieve (Pg)

Raccontano la vita di tutti i giorni che continua, con i panni stesi, la motocicletta appoggiata, le antenne, i fili della luce, le grondaie, i lampioni, le tettoie, i vasi di fiori, i gatti.

Sorano (Vt)

Ischia

Hanno colori diversi a seconda della pietra con cui sono costruite le case e a seconda dei gusti, dai colori pastello di Ischia, al beneaugurante azzurro marocchino.

Rabat (Marocco)

In Puglia prevale il bianco,

in Abruzzo il chiaro calcare luminoso.

Barrea (Aq)

Altrove li si è decorati con macchie di colore.

Sciacca

Alcuni sono coperti per facilitare il rifornimento delle botteghe come la via degli Asini di Brisighella.

Brisighella, via degli asini

 

Monte San Biagio (Lt)

Nei vicoli è sempre piacevole perdersi, ma se si guarda in alto si intravede un rivolo di azzurro.

 

 

la via Vandelli

Mi aveva incuriosito molto leggere della via Vandelli, una strada costruita alla metà del XVIII secolo per collegare le città di Modena e Massa, attraversando l’Appennino, tanto che quest’autunno abbiamo progettato un’escursione alla sua scoperta.

La via fu fortemente voluta dal duca Francesco III d’Este in occasione del matrimonio di suo figlio Ercole con una Cybo-Malaspina erede del ducato di Massa e Carrara. L’incarico fu assegnato all’ingegnere e geografo di corte Domenico Vandelli che progettò questa opera particolarmente complessa perché doveva superare ambienti ripidi e impervi dell’Appennino e poi delle Alpi Apuane arrivando a oltre 1600 metri di quota. La strada avrebbe dovuto inoltre essere adatta al passaggio di carri pesanti per il trasporto del marmo delle cave delle Apuane.

Il percorso che noi abbiamo fatto inizia a pochi chilometri da Castelnuovo in Garfagnana, sale per la valle Arnetola lungo la quale si incontrano diverse cave di marmo ancora in funzione.

Un cippo di marmo scolpito racconta uno degli usi della strada da parte degli abitanti delle zone montane che attraversavano le Apuane per andare a comprare il sale.

Sotto un enorme masso fu costruita una grande capanna d’abrì,  che sfruttava il riparo offerto dalla roccia che ne costituiva una delle pareti. Probabilmente era usata come stazione di appoggio e di sosta per chi percorreva la strada.

 Ancora oggi il tracciato è ben conservato, supera torrenti e  dislivelli notevoli con muri a secco.
 Attraversa cave di marmo ancora in funzione
 e cave abbandonate in cui i blocchi di marmo si accumulano disordinatamente.

Una bella passeggiata in luoghi carichi di storia, il nostro percorso ne ha esplorato solo una piccola parte, ma ora che la abbiamo scoperta ne percorreremo presto un altro tratto.

 

spaventapasseri

Frontino è un piccolo paese medioevale in provincia di Pesaro Urbino, in cima ad un colle da cui si gode un bellissimo panorama sul Montefeltro. È cinto di mura e possiede una ben conservata torre civica.

Dall’unica strada pricipale fiancheggiata da belle case di pietra si dipartono stretti vicoli.

Nella sede della Pro Loco una simpatica esposizione di spaventapasseri costruiti con fantasia e materiali di recupero per il Festival degli Spaventapasseri.

C’è di tutto: i signori in giacca, cravatta e cappello, il carabiniere, il sindaco con la sua fascia tricolore, il ragazzino e la ragazzina, la nonna in vestaglia.

Affacciati alla balaustra altri pupazzi di stoffa e paglia ci guardano dall’alto, allegri e ingenui, la donnina e il pirata, il meccanico e la vecchina.

Che bella iniziativa! Perché se gli spaventapasseri sono quasi spariti dai campi (sottolineo il quasi perché io continuo a vederne), continuano ad esistere grazie alla fantasia dei bambini e di chi si sente tale anche a tarda età.

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