compassione

La quercia è tutta nera. Una saetta

la fece secca, la lasciò stecchita

e da quel giorno nun s’è mossa più.

Ma la Natura, sempre generosa,

pe’ daje l’illusione de la vita

ogni tanto je copre la ferita

co’ le foje de rosa…

(Trilussa)

 

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l’albero del Paradiso

L’albero del Paradiso, un nome che fa immaginare chissà quali delizie! In realtà è uno dei pochi alberi, forse l’unico, che non ho in simpatia! È conosciuto anche come Ailanto (Ailanthus altissimus) ed è un albero estremamente invasivo, capace di svilupparsi rapidamente sia da seme sia da polloni e di inibire e soffocare la crescita di altre specie vegetali.

I suoi polloni radicali si diffondono rapidamente e danno origine a veri boschetti. Estirparli è particolarmente difficile perché non basta reciderli, dalle radici in poco tempo spunteranno nuovi virgulti. Sono rimasta colpita da un paletto usato per una recinzione che sebbene tagliato aveva radicato e messo nuove foglie!

La sua capacità di resistere alle condizioni più avverse è per alcuni aspetti ammirevole, riesce a prosperare in terreni aridi, poco fertili, disturbati. Resiste bene all’inquinamento e per questo cresce spontaneo e si diffonde rigogliosamente in città.

È un albero di origine cinese che fu importato in Europa nel XVIII secolo, come albero ornamentale e per la produzione di un tipo particolare di seta dei bruchi di una falena. Questa produzione presto si rivelò fallimentare, ma ormai gli alberi si erano naturalizzati e diffusi ampiamente competendo efficacemente con le specie autoctone.

Il suo legno non si presta ad essere utilizzato nè per fabbricare utensili, nè per essere bruciato perché è molto leggero e poco consistente, inoltre emana un odore sgradevole.

Un suo pregio, l’unico che riesco a trovargli, è che dal nettare dei suoi fiori, che fioriscono in grandi pannocchie proprio in questo periodo, le api producono un miele profumato.

 

il ponte Matteotti

Nel cuore di Roma, di fronte al Ministero della Marina, questo ponte fu costruito in un momento buio della storia d’Italia.

Fu progettato nei primi anni del 1900 a somiglianza dei ponti dell’antica Roma, in tufo rivestito di mattoni con fasce e architravi di travertino. Doveva collegare i quartieri Prati e Flaminio.

Il cantiere fu insediato nel 1924, ma per due anni i lavori rimasero fermi a causa del grave fatto di sangue che accadde sul lungotevere proprio all’altezza del luogo dove doveva sorgere il ponte.

Il 10 giugno del 1924 una squadraccia fascista sequestrò il deputato socialista Giacomo Matteotti che fu poi ritrovato cadavere 2 mesi dopo a 20 chilometri da Roma. Matteotti alla Camera dei deputati si era coraggiosamente opposto  a Mussolini che andava affermando sempre di più il suo potere, denunciando le violenze e glli abusi commessi dai fascisti durante le recenti elezioni.

Il crimine suscitò una grande indignazione, tanto da mettere in difficoltà la nascente dittatura. La maggior parte dell’opinione pubblica era convinta che Mussolini ne fosse il mandante.

Ma messi a tacere gli oppositori, Mussolini consolidò il suo potere e i lavori del ponte ripresero. Terminarono nel ’29 e fu inaugurato con il nome di Littorio, il simbolo del nuovo regime. Dopo la caduta del fascismo non si tollerò più quel nome che fu sostituito da quello del deputato ucciso.

Lungo il trafficatissimo lungotevere Arnaldo da Brescia, al centro di un giardinetto, svetta  slanciato il monumento a Giacomo Matteotti e una lapide lo ricorda.

Sulla sponda sottostante vi è lo scalo Francesco De Pinedo dove nel 1925 l’aviatore approdò con il suo idrovolante dopo la trasvolata che lo aveva portato in Australia e in Giappone percorrendo ben 55 mila chilometri.

De Pinedo aveva compiuto un’impresa epica e straordinaria per l’epoca, ammarò in un tripudio di folla fra roboanti dichiarazioni di Mussolini sull’audacia degli aviatori italiani. La circostanza contribuì a mettere a tacere il gravissimo fatto di sangue avvenuto a pochi metri da lì, poco più di un anno prima.

i gelsi e i bachi da seta

Le famiglie contadine in alcune regioni d’Italia, fino all’inizio del secolo scorso, ricavavano una parte consistente del proprio reddito dall’allevamento dei bachi da seta. La produzione e lavorazione della seta era iniziata in Cina e risaliva a molti millenni prima, ma i segreti della lavorazione furono tenuti nascosti per molto tempo.

I bachi da seta furono introdotti in Italia nel medioevo, in Sicilia erano presenti fin dall’anno mille, sotto la dominazione normanna, in Lombardia furono introdotti nel XIV secolo.

Le regioni in cui si praticava maggiormente la bachicoltura erano il Piemonte, la Lombardia, il Veneto, l’Emilia Romagna, la Toscana, le Marche e la Calabria.

Furono piantati filari e filari di gelsi poiché i bachi da seta si nutrono esclusivamente delle foglie di questi alberi. A volte venivano coltivati vicino alla casa colonica o in siepi di confine o ancora maritati alla vite.

Nel XX secolo la produzione della seta cominciò a declinare e i filari di gelsi vennero eliminati perché ostacolavano le pratiche agricole moderne con i mezzi agricoli motorizzati.

Di quelle antiche colture rimane poco, ma ancora sopravvivono alcuni gelsi monumentali con il tronco massiccio e rugoso.

Il nostro gelso invece non si può certo dire monumentale, è venuto su da solo, forse da un seme lasciato dagli uccelli. Gli uccelli sono infatti ghiotti delle more del gelso e finora io non sono riuscita neanche ad assaggiarle. Aspetto comunque fiduciosa, verrà il momento che saranno troppe anche per loro e qualcuna ce ne lasceranno!

giacchino per neonato a crochet

Un piccolissimo giacchino di cotone adatto alla primavera-estate. Io l’ho fatto per una bimba di 6 mesi.

Occorrono 150 g di filo di cotone e un uncinetto n. 2,5.

Il corpino l’ho lavorato in un pezzo solo: avviare 118 catenelle e lavorare 116 m. alte (49 cm). Dopo 3 giri lavorare 1 giro a petali: 2 cat., nella m. seguente * 3 m. alte chiuse insieme, 1 cat., saltare 1 m. Ripetere da * fino alla fine del giro.

Continuare a m. alta per 20 giri (16 cm) quindi proseguire il lavoro solo sulle 29 m. iniziali (mezzo davanti) lavorando avanti e indietro a m. alta. Dopo 1 giro cominciare lo scollo: dal lato manica lavorare 17 m. alte, 1 mezza m. alta, 1 m. bassa, mezza m. bassa. Lasciare le altre m. non lavorate e tornare indietro: non lavorare la prima m., 1 m. bassa, 1 mezza m. alta, continuare a m. alta fino alla fine del giro.

Nel giro seguente lavorare 13 m. alte, 1 mezza m. a., 1 m. bassa, 1 mezza m.bassa. Nel giro seguente, non lavorare la prima m., 1m. bassa, 1 mezza m. alta, continuare a m. alta fino alla fine del giro. Tagliare il filo e affrancare.

Riprendere le maglie del dietro lasciando 1 maglia non lavorata dal lato manica come spazio fra il mezzo davanti e il dietro, lavorare a m. alta 56 m. per 6 giri, poi dividere il lavoro per lo scollo del dietro. Lavorare 10 m. dal lato manica, tornare indietro facendo 1 diminuzione all’inizio del giro dal lato scollo, lavorare 9 m, tagliare il filo e affrancare.

Lavorare il secondo mezzo dietro in senso inverso, tagliare il filo e affrancare.

Lavorare il secondo mezzo davanti in senso inverso rispetto al primo.

Maniche: avviare una catenella di 7 m. e lavorare 6 m. alte, continuare a m. alta in costa per 30 cm (18 giri), girare il lavoro e lavorare lungo il bordo lungo del rettangolo a m. alta avanti e indietro per 17 cm. Fare una seconda manica uguale.

Rifiniture: fare la cucitura delle maniche e poi cucirle al corpino. Lavorare un giro di m bassa lungo lo scollo e i due bordi di abbottonatura. Su uno dei bordi inserire due asole di 2 m. ciascuna. Cucire le applicazioni.

geologia di Roma antica

Tutti sanno che Roma fu fondata su sette colli: il Palatino, l’Aventino, il Capitolino, il Quirinale, il Viminale, il Celio e l’Esquilino. Interessante è conoscere la genesi geologica di questi colli così importanti per la storia di questa città che un tempo fu caput mundi.

I colli furono generati dalle stratificazioni di materiale vulcanico eruttato dal complesso dei colli Albani, a sud di Roma che con un’intensa attività formarono una piattaforma costituita di tufi, colate piroclastiche e colate di lava. L’attività vulcanica di questo distretto iniziò circa 600 mila anni fa e fu particolarmente energica tanto che ad ogni eruzione furono emessi decine di chilometri cubi di materiale che formò un’ampia piattaforma

Il colle Palatino

I  terreni vulcanici appena formati furono subito sottoposti all’azione erosiva da parte delle piogge e dei corsi d’acqua, primo fra tutti il Tevere il cui corso fu inizialmente deviato dai prodotti vulcanici.

Alcune delle più importanti vie del centro di Roma come ad esempio via Cavour e via Nazionale sono tracciate proprio nelle valli scavate dai corsi d’acqua che dai colli scendevano verso il Tevere.

 

Il colle Aventino visto dal Tevere

L’attività erosiva delle acque continuò nel tempo trasformando la iniziale piattaforma in un paesaggio collinare, fra le tante colline anche i famosi “sette colli”.

Il Quirinale visto dall’Altare della Patria

Il Colosseo fu costruito in parte su una piccola depressione in cui scorreva uno degli affluenti di sinistra del Tevere, il Fosso Labicano. Quindi la parte meridionale, costruita sui sedimenti lasciati da questo corso d’acqua, fu maggiormente danneggiata dai terremoti cui Roma è periodicamente soggetta rispetto alla parte che dà verso via dei Fori Imperiali costruita su solidi terreni tufacei.

Il Fosso Labicano scorreva tra Esquilino, Celio e Palatino, dove ora è la via Labicana, faceva un gomito dove ora è il Colosseo, per poi scorrere verso la valle del Circo Massimo e immettersi nel Velabro Maggiore che scorreva nella valle dove è ora la Passeggiata Archeologica per poi confluire direttamente nel Tevere presso l’isola Tiberina che fu probabilmente formata dai detriti portati dal fiume. La Cloaca Massima fu fatta costruire dai re Tarquini proprio per drenare le acque del Velabro.

Lo sbocco della Cloaca Massima nel Tevere

 

fiori di ligustro

Maggio è il mese delle fioriture, intorno a casa sono fioriti i ligustri (Ligustrum vulgare) e il loro profumo è intenso e inebriante, le pannocchie di fiori bianchi attirano molti insetti.

Eppure sono piante selvatiche cresciute spontaneamente a formare spesse siepi.

Sono piante che crescono ai margini delle boscaglie e lungo le rive dei ruscelli, in luoghi freschi. Non vengono più coltivati perché si preferiscono i cugini giapponesi che sono sempreverdi e raggiungono dimensioni maggiori. Eppure un tempo i loro sottili rami terminali venivano usati per legature e lavori di intreccio. Il nome del genere infatti deriva dal latino ligo, lego.

Seguiranno poi i frutti piccoli e rotondi, dapprima verdi poi neri e lucidi; sono purtroppo velenosi e non li potrò utilizzare in nessun modo. Sono però belli a vedersi!

 

6 anni di blog!

Sono passati 6 anni dal mio primo articolo, ora ne ho scritti e pubblicati quasi 800! Un bel traguardo che non mi sarei certo aspettata quando ho iniziato questa avventura!

Sono successe tante cose in questo ultimo anno, alcune importantissime, tutte hanno avuto un’eco sul blog.

I viaggi e le escursioni,

i fiori

la campagna,

i miei lavori.

Posso dire di essermi divertita e di continuare a divertirmi. Ringrazio tutte le persone che mi seguono e che commentano, ma anche tutti quelli che passano per caso attraverso qualche parola chiave.

un mazzo di fiori a filet

L’uncinetto filet è molto versatile e divertente, consente di realizzare tanti lavori con disegni diversi. Questo quadrato fiorito lo fece la mia instancabile nonna ormai molti decenni fa, ma è sempre attuale. Ora è inserito in una tenda, ma può essere utilizzato per coprire un cuscino o per farne un pannello da appendere come un quadro.

Sono tanti i lavori che si possono fare all’uncinetto filet: cuscini, tende, borse, magliette, coperte, bomboniere, presine, paralumi, bordi per asciugamani e tutto quello che la fantasia suggerisce.

un antichissimo ponte romano

Un ponte romano antichissimo e poco conosciuto è il Ponte Nomentano detto anche “Ponte Vecchio”, non è uno dei numerosi e noti ponti sul Tevere, ma unisce le due sponde del secondo fiume di Roma, l’Aniene.

Anche se poco noto ai turisti ed anche ai romani che non abitano in zona, non è meno carico di storia di ponti ben più famosi.

Sorge in periferia, nel quartiere di Montesacro, lungo la via Nomentana (anticamente chiamata Ficulensis) che collegava Roma con l’antica Nomentum. Probabilmente è nei suoi pressi che si rifugiò la plebe dopo la secessione del 494 a.C. e l’episodio dell’apologo dello stomaco e delle membra con cui Menenio Agrippa convinse i secessionisti a tornare a Roma.

Il ponte in muratura fu costruito dai romani probabilmente intorno al 100 a.C., in precedenza doveva esserci al suo posto un ponte in legno. Era un passaggio importante sia per gli uomini che per il bestiame, si trovava infatti sui percorsi della transumanza, come attesta un rilievo sulla chiave di volta dell’arcata a monte, costituito da una testa bovina e una clava, simbolo di Ercole, divinità protettrice del bestiame. Sull’arcata a valle è rappresentatata invece una clava diritta.

Il ponte fu più volte distrutto dalle piene del fiume o dalle guerre. Era infatti uno dei pochi accessi all’area di Roma da parte di eserciti invasori che provenivano da nord ed inoltre era isolato dalla città, distando quasi 4 chilometri dalle mura aureliane. Probabilmente fu distrutto una prima volta nel 547 dal re dei goti Totila prima di abbandonare Roma, sconfitto da Narsete, il generale bizantino che combatteva per l’imperatore Giustiniano.

Nell’anno 800 probabilmente qui si incontrarono il papa Leone III e Carlo Magno che fu incoronato pochi giorni dopo “Grande Pacifico Imperatore dei Romani” nella basilica di San Pietro.

Il ponte fu restaurato più volte, nel 1452 papa Niccolò V dispose che si fortificasse, facendo costruire l’incastellatura centrale e sopraelevando le torri. Il ponte assunse così l’aspetto attuale.

Anche in tempi più vicini a noi fu più volte tagliato: nel 1849 dalle truppe francesi per impedire il passaggio di Garibaldi e dei suoi uomini, nel 1867 di nuovo per contrastare l’avanzata dei garibaldini.

Fra la fine del 1800 e l’inizio del ‘900 il ponte fu teatro di cacce alla volpe da parte della nobiltà romana e dell’alta borghesia, si trovava infatti allora in aperta campagna e fu ritratto in moltissimi dipinti e fotografie d’epoca come quelle di Giuseppe Primoli.

Dal 1997 è stato chiuso al traffico veicolare, ma lo si può attraversare a piedi; è inserito nel Parco Naturale della Valle dell’Aniene e continua a resistere alle piene del fiume.

Il Ponte Nomentano semisommerso dalla piena del 2011

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