murales sul muro di Berlino

Era il novembre del 1989, il muro di Berlino iniziava ad essere demolito. Le immagine di migliaia di berlinesi festanti fecero il giro del mondo ed entrarono nella storia del travagliato secolo XX. Il muro per 28 anni era stato il simbolo della separazione delle due Germanie e della guerra fredda.

La divisione di Berlino in due sfere di influenza: quella dei paesi occidentali e quella dei Paesi socialisti era iniziata dopo la fine della seconda guerra mondiale, ma i berlinesi potevano spostarsi nelle due zone della città. Improvvisamente il governo della Germania est decise di porre fine all’esodo continuo di giovani berlinesi dell’est verso Berlino ovest. Nel giro di una notte fu eretta una barriera di filo spinato lungo il confine cui fece seguito nel giro di pochissimi giorni il muro, separando famiglie e amici e impedendo a molti di raggiungere i posti di lavoro.

Nei decenni successivi furono migliaia i berlinesi dell’est che tentarono con tutti i mezzi di fuggire all’ovest, molti vi persero la vita.

Oggi il muro è completamente smantellato, per decenni i banchetti improvvisati vicino alla Porta di Brandeburgo ne vendevano dei pezzetti, per lo meno loro li spacciavano per tali. A ricordo del buio periodo passato ne è stato lasciato un tratto che forma la East Side Gallery, la più lunga collezione di murales del mondo.

Artisti noti e meno noti da tutto il mondo a partire dagli anni ’90 ne hanno dipinto le grige e lugubri pareti con colorati e significativi murales molto fotografati dai turisti.

Da simbolo della guerra fredda e di tante sofferenze è diventato un simbolo di pace ed un monito.

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fior di cicoria

Belli i fiori di cicoria! In questa stagione tingono di azzurro cielo i campi incolti ed i bordi delle strade, si aprono con il sole del mattino.

La loro fioritura si protrarrà fino al tardo autunno. Poi con le piogge metteranno nuove foglioline ed allora si potrà andare a “far cicoria” e portarsi a casa la verdura per tante ricette. Per non danneggiare la pianta che è perenne conviene non tagliarla al colletto, ma raccogliere le singole foglie.

Ha radici carnose e amare che un tempo venivano seccate, tostate, macinate e quindi usate come sostituto del caffè.

Se non si vuole o non si può “andare  per cicoria” la si trova al mercato perché è largamente coltivata e apprezzata proprio per il suo sapore amaro. Dalla cicoria selvatica (Cichorium intybis) sono derivate tutte le forme coltivate, a volte molto diverse dalla progenitrice, come i vari tipi di radicchio e la catalogna.

Nella cucina romana la cicoria la fa da padrona ed anche la catalogna, con le famose ed impareggiabili “puntarelle”.

Questa è invece la ricetta di una minestra, buona da mangiarsi bella calda nella stagione invernale, ma anche tiepida se è ancora caldo. È una minestra sana e rinfrescante.

Minestra di riso e cicoria

Per 2 persone occorrono:

  • 100 g di riso per minestre
  • 300 g di cicoria, meglio se selvatica
  • polpa di pomodoro
  • carota, cipolla, sedano, prezzemolo
  • poco guanciale

Pulire, lavare e lessare la cicoria. Scolarla e tritarla non troppo finemente. Fare il “battuto” con gli odori e il guanciale, farlo soffriggere dolcemente, preferibilmente utilizzando una pentola di coccio.

Aggiungere il pomodoro e far insaporire una decina di minuti, quindi aggiungere la cicoria, il riso e circa mezzo litro di acqua calda. Salare, aggiungere pepe se piace e far cuocere la minestra a fuoco medio, togliendola dal fuoco quando il riso è al dente perché continuerà a cuocere. Deve risultare piuttosto densa.

 

 

 

 

 

 

il tasso barabasso

“Il tasso barabasso con le sue grandi foglie lanose a terra, e lo stelo diritto all’aria, e le lunghe spighe sparse e come stellate di vivi fiori gialli” ( Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi ).

Questa vistosa pianta spicca per la sua altezza nei campi e ai bordi delle strade. Il bestiame la risparmia perchè è sgradevole e tossica, così si incontra frequentemente nei pascoli, dove le altre erbacee vengono brucate.

Il nome del genere è Verbascum e ne esistono molte specie, il tasso-barabasso ha grandi foglie coperte da una densa lanugine e belle pannocchie di fiori gialli. Con i suoi steli alti fino a 1 metro e mezzo non passa inosservato!

 

l’isola del ferro

L’ Elba è la più grande isola dell’Arcipelago Toscano, a poche miglia dal promontorio di Piombino. Ricca di giacimenti di ferro è stata sfruttata fin dai tempi dei greci e degli etruschi per ricavarne il prezioso minerale. L’attività estrattiva continuò nei millenni, prima con i romani, nel medioevo con i pisani, infine con i le famiglie dei Medici e poi dei Lorena.

L’isola è geologicamente molto interessante e varia, con le rocce più antiche d’Italia. Il Monte Capanne, il più elevato, è granitico, la zona orientale, quella verso il continente, è calcarea e ricca di giacimenti di ferro.

La costa è prevalentemente alta e frastagliata con piccole spiagge nei golfi, promontori rocciosi e scogli isolati. È  ricoperta da pinete e da arbusti della macchia mediterranea.

Il 50% del territorio dell’isola è compreso nel Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano.

Ovunque la vista del mare regna sovrana.

Rio Marina fu per decenni la capitale dell’attività estrattiva. È un grazioso paese dalle belle spiagge contornate da rocce rossastre per gli ossidi di ferro. Vi fu identificata per la prima volta l’ilvaite, un minerale ferroso (Ilva era il nome latino dell’isola).

Un piccolo e interessante museo mineralogico mostra migliaia di esemplari, pannelli con notizie geologiche e sull’attività estrattiva.

Si organizzano anche visite guidate alle miniere a cielo aperto ora abbandonate, dove è possibile raccogliere campioni di rocce.

L’isola ha anche interessanti monumenti, che ne testimoniano la storia, anche questa molto varia. Da visitare è la villa in cui soggiornò Napoleone nel suo primo esilio. I numerosi forti ci rimandano ad epoche turbolente, con la costante minaccia dei pirati e dei signori rivali.

Un’isola interessante da tanti punti di vista: geologico e in generale naturalistico, storico, con un mare limpido e belle passeggiate da fare.

 

 

 

 

incontri in montagna

Capita durante una bella escursione in montagna di fare un incontro inaspettato; pochi gioni fa, salendo in una faggeta del Parco Nazionale d’Abruzzo, abbiamo visto un lupo a poche decine di metri, evento molto raro essendo questi animali molto elusivi. Non si era accorto di noi e procedeva solitario, forse un maschio isolato. È durato solo pochi istanti, ma è stato ugualmente emozionante!

Non è facile incontrare animali selvatici, si tengono bene al riparo del bosco o della macchia. Più frequentemente gli incontri non sono visivi, ma si sentono fruscii, calpestii, rotolare di pietre, versi di uccelli, il tamburellare di un picchio, il bramito dei cervi in amore in autunno. Per quanto si scruti fra le fronde e i chiaroscuri del bosco non si riesce a distinguere niente e si possono solo immaginare gli animali che li hanno prodotti. A volte se ne trovano le impronte o gli escrementi come segnali della loro presenza.

Raramente si scorgono branchi di camosci che pascolano su pendii lontani. Questo bel maschio di stambecco nel Parco Nazionale dello Stelvio era troppo vecchio o troppo sicuro di sè per scappare. Manteneva comunque una discreta distanza di sicurezza.

Più facile è vedere gli animali domestici che pascolano allo stato brado, qui una cavalla con il suo piccolo appena nato che si è allontanata dal branco,

cavalli 2

e una placida mandria di candide vacche.

Gli uccelli che volano sopra di noi si avvistano facilmente come questi splendidi e maestosi grifoni al Parco Nazionale del Pollino.

Raramente mi è capitato di vedere l’aquila, più frequenti sono i nibbi e le poiane annunciati dai loro gridi.

Gli insetti si lasciano avvicinare facilmente, come questo bellissimo bruco colorato

o le due zigene in accoppiamento.

O questi rospetti che in grande numero si spostavano lungo le pendici boscose del monte in cerca d’acqua.

Ad ogni escursione si ha la speranza di vedere qualcuno degli animali più elusivi ed anche se ciò non si verifica qualche bella sorpresa il bosco o il cielo ce la regala!

40 lavoretti estivi a crochet colorati, facili e veloci, seconda parte

Continua la serie dei miei lavoretti estivi con spiegazioni:

le applicazioni

i sottobicchieri

gli orecchini

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il bracciale è una semplice catenella, prima diiniziare a lavorare con un filo di lino e canapa, ho inserito le perline e le medagliette.

il portasapone

gli astucci per penne o occhiali

i bordi a filet

il copritazza colorato

le presine

la sciarpa estiva

le borse di cotone o di fettuccia

 

 

40 lavoretti estivi a crochet colorati, facili e veloci

In estate in genere non mi va di fare niente, ma forse qualcuna più volenterosa di me può prendere spunto da questi miei lavoretti per fare qualcosa di facile e rapido. Li divido in due post. La maggior parte delle foto ha il link al post in cui scrivo la spiegazione.

Ecco quindi il cappellino e le mutandine per neonato.

gli animaletti amigurumi

le bomboniere

il libretto giocattolo

i bavaglini

i portachiavi

le sporte e le borse di cotone o fettuccia.

Con i quadrati all’uncinetto si può decorare una borsa un po’ anonima.

Con la corda e l’uncinetto si può fare il portavaso da appendere,

con poco cotone colorato i porta tovaglioli.

Con la fettuccia ricavata da vecchie magliette si possono fare tante cose colorate e utili: il tappetino,

il cesto,

il bracciale lavorato a maglia bassa inserendo le perline

la collana.

Un bracciale si può fare anche con le granny e qualche perlina.

Il resto nel prossimo post!

il paese fantasma

Celleno vecchia è un paese fantasma, uno degli innumerevoli paesi abbandonati che è suggestivo visitare.

Il vecchio paese fu fondato fra il X e l’XI secolo, in un’epoca piuttosto turbolenta, fu perciò costruito su uno sperone di tufo con pareti a strapiombo, protetto anche da una cinta muraria. Era feudo dei conti di Bagnoregio, utile città fortificata a metà strada fra Orvieto e Viterbo.

Nei secoli successivi cambiò più volte signore, fu a lungo degli Orsini che fecero costruire il possente castello.

Appartenne infine allo Stato pontificio fino all’Unità d’Italia.

Fu più volte colpita dai terremoti e dalle frane, frequenti a causa dell’erosione del basamento di tufo come in altri borghi della zona, fra cui la più famosa Civita di Bagnoregio. L’ultimo terremoto negli anni 30 del ‘900 provocò tali danni da determinare il trasferimento di parte della popolazione circa un chilometro più a valle, lungo la via Teverina. Lo spopolamento continuò nei decenni successivi e il paese fu definitivamente abbandonato negli anni 50 del ‘900.

Gli edifici senza più manutenzione caddero in rovina, opera accelerata dagli stessi abitanti che saccheggiarono il loro paese di blocchi di tufo, colonne, architravi per costruire le nuove case o per venderli.

Oggi il paese fantasma è stato riscoperto ed alcuni edifici restaurati. Un piccolo gruppo di volontari si occupa di tenere pulito il sentiero e i ruderi, di gestire gli spazi utili per organizzare concerti e manifestazioni, di accompagnare i turisti in visite guidate. Alcuni edifici sono stati ristrutturati dalla Sopraintendenza e aspettano di ospitare musei e punti di accoglienza.

Il forno del paese è stato ripulito e al suo interno sono esposti gli strumenti per la panificazione.

Dalla rupe di Celleno vecchia si gode un bel panorama sui vicini colli tufacei e sulle colture, in particolare molto diffusa è quella dei ciliegi. Nella prima settimana di giugno a Celleno nuova si tiene infatti la Sagra della ciliegia.

 

 

piccoli elicotteri vivi

In questa stagione possiamo notare in città ed in campagna piccoli elicotteri che girano vorticosamente su se stessi e che il vento trasporta lontano. Sono i frutti del Tiglio provvisti di una lunga brattea che funziona come la pala di un elicottero o come un’ala; il nome del genere Tilia si riferisce proprio a questa, ptilion in greco infatti significa ala.

L’imperativo per una pianta è infatti di disperdere la sua discendenza il più lontano possibile. Ognuno di questi piccoli frutti a scorza dura racchiude uno o due semini. Quando eravamo bambini ci divertivamo a sgranocchiarli.

Fra maggio e giugno i fiori di tiglio hanno diffuso ovunque il loro intenso profumo. Cantava Rimbaud

…………………………..

Com’è gradevole il tiglio

nelle sere di Giugno!

L’aria è si dolce che a palpebre chiuse

annusi il vento….

Questo profumo e la loro particolare abbondanza di nettare attira molti insetti, le api ne ricavano un miele pregiato e profumato, piuttosto raro a trovarsi.

I fiori sono anche usati per infusi calmanti e antispasmodici.

Anche quando i fiori non ci sono più è bello sostare in città o in campagna sotto l’ombra di un possente tiglio, si trova refrigerio dall’afa e ci si diverte ad osservare le belle foglie a forma di cuore e i piccoli elicotteri che volano via vorticando.

garofani e chiodi

Che emozione incontrare durante un’escursione in montagna un prato in cui si accendono le fioriture sgargianti dei garofanini!

Molte sono le specie di garofani, alcune diventate rare sulle nostre montagne e protette dalla legge.

Uno dei più comuni è il Dyanthus caryophillus capostipite dei garofani coltivati. Cresce spontaneo in collina e montagna, come le due specie affini D. deltoides e D. chartusianum.

Non ha nessun rapporto con i garofani la spezia che usiamo frequentemente nelle marinate, sughi, arrosti, liquori. I chiodi di garofano infatti sono i boccioli di un albero della famiglia delle Myrtacee originario delle Molucche e coltivato nei paesi caldi.

Era conosciuto fin dai tempi degli antichi romani  che lo usavano nei profumi e come medicamento. Infatti i chiodi di garofano contengono in gran quantità un potente antisettico, l’ eugenolo, utilizzato nel medioevo durante le pestilenze.

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