il rione Trastevere

Trans Tiberim” Oltre il Tevere, questa è l’origine del nome del rione romano, diventato celebre in tutto il mondo per la sua caratteristica popolare e colorita e per le sue case, piazze, chiese, vicoli di origine medioevale.

Palazzo Mattei a piazza in Piscinula

Nell’antica Roma non faceva parte della città dentro le mura, vi erano soprattutto strutture commerciali legate al porto che si trovava però sulla riva opposta del fiume. In età repubblicana vi abitavano marinai, pescatori e forestieri. Il ponte Sublicio, un ponte di legno lo collegava alla città. Più tardi vi sorsero grandi ville, fra queste anche quella di Giulio Cesare. Solo quando furono costruite le mura Aureliane la parte più a sud vi fu compresa.

In epoca medioevale ebbe vie strette e tortuose su cui si affacciavano botteghe e casupole spesso miserabili abitate da popolani fieri e generosi che si consideravano i romani veraci.

I vicoli si aprono all’improvviso in piazze con palazzi e chiese come Santa Maria in Trastevere, fra le più antiche di Roma, costruita nel 340 d. C.

Il contatto dei trasteverini con il Tevere era costante, molti vi lavoravano come pescatori, facchini, scaricatori, marinai o mugnai nei numerosi mulini che sfruttavano la corrente del fiume. Vi erano poi numerose botteghe artigiane: bottai, chiodaroli, tintori, falegnami, cordari.

Il fiume però periodicamente straripava provocando danni e vittime, l’alluvione del dicembre del 1870, pochi mesi dopo la presa di Roma da parte dei bersaglieri, fu la prima con cui dovette confrontarsi il nuovo Stato italiano. I muraglioni voluti dal nuovo Parlamento appena insediato misero fine alle alluvioni, ma deturparono per sempre un paesaggio unico al mondo.

Casa medioevale all’angolo fra via della Lungaretta e vicolo della Luce

Lo snaturamento del quartiere continuerà anche i decenni successivi quando facoltosi americani, affascinati dallo spirito del rione, si comprarono le case medioevali per ristrutturarle. In breve nel luogo delle vecchie botteghe sono sorti locali di ogni tipo e la vita notturna attira chiassose comitive. Nonostante tutto il quartiere mantiene il suo fascino e passeggiare fra i suoi vicoli è un’esperienza piacevole soprattutto in ore in cui i festaioli non si sono ancora svegliati!

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il Ponte Rotto a Roma

Roma, il Ponte Rotto
Il Ponte Rotto dall’Isola Tiberina, dietro si vede il Ponte Palatino

Dopo le recenti piogge il livello del Tevere è molto aumentato e ha invaso le banchine. Il Tevere è un fiume a regime torrentizio, soggetto a piene che un tempo, prima della costruzione dei muraglioni, provocavano ingenti danni e vittime. Nelle vie del centro storico sono numerose le lapidi che ricordano quelle più rovinose. Io ne ho parlato in questo articolo.

La più antica lapide indicante il livello di una piena del Tevere si trova sotto l’Arco dei Banchi e risale al 1277

Nel cuore di Roma, di fronte all’Isola Tiberina sopravvive ancora un troncone di quello che è conosciuto come Ponte Rotto. Ebbe una storia travagliata: fu semidistrutto più volte dalle piene del Tevere, soprattutto perché costruito obliquamente rispetto alla direzione della corrente, in un punto in cui il fiume fa una curva.

Fu fatto costruire nel 179 a. C. dai censori Marco Emilio Lepido e Marco Fulvio Nobiliore e per questo chiamato Ponte Lepido o Ponte Emilio, fu il primo ponte romano ad essere costruito in pietra. Era in origine ricco di ornamenti e di epigrafi che ricordavano i costruttori.

Assistette a fasi drammatiche della storia romana, come quando da qui furono gettati in acqua i cadaveri degli imperatori Commodo e Eliogabalo. La tradizione narra poi che da questo ponte fu gettato nel Tevere il candelabro d’oro a sette bracci, la Menorah ebraica che l’imperatore Tito aveva razziato a Gerusalemme. Un sonetto del Belli ne parla:

…sto candelabro

per èsse c’è, ma nun lo gode un cane,

perché sta giù ner fiume a fonno a fonno.

Lo vòi sape’, lo vòi, dove arimane?

Vicino a Ponte Rotto, e si lo vònno,

se tira su per un tozzo de pane”.

Nei secoli le ricerche ci furono pure, ma i risultati furono deludenti.

Nel medioevo divenne Ponte Senatorio, infine Ponte Santa Maria, probabilmente perché era di fronte alla chiesa di Santa Maria Egiziaca costruita su quello che era il tempio del dio Portunus.

Fu rinforzato e ricostruito più volte sia al tempo degli imperatori romani che nel Medioevo; vi mise mano anche Michelangelo, su incarico del papa.

La violenta alluvione del 1598 ne portò via tre archi, rimase così mutilato per secoli, fino a quando nel 1853 fu unito alla terraferma da una pensilina di ferro. Questa soluzione non parve ottimale e la pensilina fu demolita insieme a parte del ponte per poter costruire subito a valle il Ponte Palatino (1886). Rimane una sola malinconica arcata superstite e la nuova desolata denominazione di Ponte Rotto.

Il Ponte Rotto dal Ponte Palatino, sullo sfondo l’Isola Tiberina

il quartiere del Tufello a Roma

Il quartiere del Tufello a Roma è situato nel III Municipio della Capitale, a nord-est del territorio comunale, tra la via Salaria e la Nomentana. Il suo nome deriva dal materiale piroclastico eruttato dal complesso vulcanico dei Monti Sabatini che in questa zona forma collinette scavate da fossi.

Al tempo degli antichi romani, due millenni fa, qui passava la via Patinaria, che collegava la via Nomentana con la via Salaria. Lungo questa via sorgevano probabilmente diverse ville, di una rimangono i ruderi, ormai assediati da edifici costruiti più recentemente. Si tratta dei resti della villa di Faonte, liberto di Nerone. Secondo la narrazione di Svetonio fu qui che l’imperatore, ormai abbandonato da tutti e braccato dai suoi nemici, si rifugiò e poi si uccise. Io ne ho parlato qui. Le uniche parti ancora visibili dell’antica villa sono i resti di una cisterna.

La zona rimase agricola fino agli anni 20 del novecento quando sorsero i primi edifici di edilizia popolare, a quell’epoca la zona era coltivata con vigne, orti e pascoli, una via importante del quartiere si chiama proprio via delle Vigne Nuove. ll primo nucleo di case era costituito da edifici di due o tre piani con ampi spazi verdi coltivati ad orto o con giardini comuni.

Viale Jonio, il nucleo più antico

Una vera espansione si ebbe però un decennio dopo quando l’Istituto Fascista Autonomo Case Popolari decise di costruire palazzi di quattro o cinque piani per alloggiare parte degli abitanti poveri del centro città le cui case, spesso di origine medioevale, erano state demolite nell’ambito degli sventramenti voluti da Mussolini per costruire via dei Fori Imperiali e via della Conciliazione. Fu una vera deportazione.

Negli anni ’40 a questi cittadini si aggiunsero gli italiani rimpatriati dall’estero, soprattutto dalla Francia, dopo lo scoppio della guerra.

via Monte Resegone

La popolazione era composta da artigiani e piccoli commercianti che si trovarono ad essere deportati in quella che allora era un’estrema periferia, non servita da trasporti, lontani quindi dai loro abituali clienti e committenti. Ciò comportò un abbassamento delle condizioni di vita che determinò un aumento della delinquenza e dell’insubordinazione che si mantenne anche dopo la caduta del fascismo, tanto che negli anni cinquanta e sessanta molti dei luoghi di questo quartiere divennero sfondo dei film neorealisti che ne sottolinearono la distanza dalla città e l’isolamento.

Negli anni ’60 e ’70 in piena espansione edilizia, nel quartiere sorsero edifici di edilizia popolare, fra questi il lungo agglomerato di case in linea realizzato negli anni ’70 in via Antonio de Curtis dall’IACP (Istituto Autonomo Case Popolari)

Attualmente il Tufello conserva il suo carattere di quartiere popolare, con molte criticità, ma con una vivacità che dà spazio a molte iniziative culturali aperte a tutti come la palestra popolare intitolata a Valerio Verbano, il giovane antifascista ucciso nella sua casa davanti ai genitori nel 1980, il cui assassinio è rimasto impunito. Ogni anno, ormai da quarant’anni, i giovani del quartiere organizzano una manifestazione il giorno del suo omicidio.

Nelle ultime settimane il Tufello è balzato di nuovo all’attenzione dei media per il murales che è stato dipinto sulla facciata del palazzo dove da ragazzino abitò Gigi Proietti. Lo si può vedere fa queste immagini di street view.

Recentissimamente l’Associazione Riverrum ha dato il via al progetto “Storytelling nell’Oltre Aniene”. Il progetto costruirà nei prossimi anni tanti itinerari in cui su un palazzo o su un cartello si potrà inquadrare con il cellulare il Qr code ed ascoltare una storia raccontata dagli abitanti del quartiere.

il Monte Sacro a Roma

Montesacro è un quartiere della periferia romana, costruito a partire dagli anni venti del 1900. Prende il nome da una collinetta di cui parlano gli storici latini perché qui avvenne secondo la tradizione la secessione della plebe del 494 a. C. Secondo Livio “Si ritirarono senza l’autorizzazione dei consoli sul monte Sacro. Esso si trova al di là dell’Aniene, a tre miglia dall’Urbe” (Tito Livio, 2, 32). Fu qui che sempre secondo la tradizione Menenio Agrippa pronunciò il suo famoso discorso per porre fine a tale secessione.

Oggi la collina è un giardino pubblico con grandi alberi e un monumento che ricorda un episodio storico più recente: qui Simón Bolívar, uno dei generali sudamericani che lottarono per l’indipendenza dell’America latina dalla dominazione spagnola, all’età di ventidue anni giurò di liberare il suo paese.

Bolívar nacque in Venezuela e studiò in Europa dove si entusiasmò per le gesta di Napoleone. Durante la sua visita a Roma volle fare un’escursione in quella che allora era la campagna romana. Oltre il fiume Aniene fu suggestionato dalla collina del Monte Sacro così ricca di storia, tale impressione lo indusse a giurare per la sua patria. Tornato in America latina partecipò alla liberazione del Venezuela, della Colombia, Equador, Perù, fondò la repubblica di Bolivia. Per queste sue imprese fu chiamato “Libertador”.

Nel 2005 per iniziativa del governo venezuelano fu innalzato l’obelisco che oltre ad un busto di Bolívar e ad alcuni pannelli esplicativi in italiano e spagnolo vogliono ricordare l’evento. Purtroppo il busto non esiste più, distrutto da vandali, restano l’obelisco e i pannelli a testimonianza di quell’antico evento.

 

novembre 1922, il quartiere San Lorenzo contro gli squadristi fascisti

Quartiere San Lorenzo con la Porta Tiburtina

Nel novembre 1922 era appena avvenuta la marcia su Roma degli squadristi fascisti che non avevano ottenuto significativa resistenza in gran parte della città, ma i quartieri popolari come Testaccio,Trionfale, Trastevere e soprattutto San Lorenzo opposero una strenua difesa agli attacchi dei fascisti.

San Lorenzo è un quartiere edificato alla fine dell’ottocento lungo la via Tiburtina, prende il nome dall’antichissima basilica di San Lorenzo detta fuori le mura perché sorge fuori delle Mura Aureliane.

In quella che allora era piena campagna, furono costruiti palazzoni di edilizia popolare in pieno sviluppo urbanistico della nuova capitale del Regno d’Italia. Erano destinati ai ferrovieri, operai e artigiani, da qui deriva il carattere popolare del quartiere e l’orientamento politico decisamente a sinistra.

Il quartiere è una sorta di quadrilatero delimitato dalle Mura Aureliane, dalla ferrovia e dal cimitero del Verano che offrirono una difesa naturale e ne fecero un fortino che fu difeso a lungo.

Tutta la popolazione, comprese le donne, i vecchi, i bambini si oppose agli squadristi bersagliandoli dalle finestre e dai tetti con ogni sorta di arma, dai sampietrini all’olio bollente. Si eressero barricate con ciò che si aveva a disposizione per coprire la ritirata degli uomini armati, perfino i preti parteciparono facendo suonare le campane a stormo.

La resistenza fu vana e successivamente una rappresaglia dei fascisti ormai vittoriosi provocò tredici vittime.

Durante la seconda guerra mondiale il quartiere pagò pesantemente con il sangue dei suoi abitanti il bombardamento del 19 luglio 1943 quando gli alleati rovesciarono su Roma più di 4 mila bombe. San Lorenzo fu il quartiere più colpito perché vicino ad uno dei bersagli, la ferrovia con lo scalo merci. Ci furono 3 mila morti e 11 mila feriti, moltissime case furono distrutte e anche la basilica romanica subì ingenti danni. Pochi giorni dopo anche in seguito alla grande impressione provocata dal bombardamento, il Gran Consiglio del fascismo sfiduciò Mussolini.

Oggi San Lorenzo è un quartiere prevalentemente studentesco, vicino al grande ateneo della Sapienza con numerosissimi pub e locali, ma nel quale resistono ancora molte botteghe artigiane.

il monumento misterioso

A poche centinaia di metri dalla Stazione Termini a Roma, in via Giolitti, fra la ferrovia, le rotaie del tram e il traffico cittadino, c’è un monumento imponente vicino al quale passano ogni giorno migliaia di persone senza neanche farci caso. Qualcuno passando si chiede pure cosa esso sia, ma il bello è che gli studiosi una risposta definitiva non l’hanno data!

Il nome con cui lo si conosce è “Tempio di Minerva Medica”. In realtà questa attribuzione è sicuramente errata, deriva dal ritrovamento nei pressi di una statua della dea Atena con un serpente ai piedi, ora custodita ai Musei Vaticani.

Il grandioso edificio è a pianta decagonale con i lati che si espandono in profonde nicchie sopra alle quali si aprono grandi finestroni ad arco.

La grande struttura è stata datata al III.IV secolo d.C. e servì come modello per costruzioni rinascimentali e barocche. L’audace cupola è in parte crollata, ma conserva la sua potenza con il suo notevole diametro di 25 m. Era realizzata in calcestruzzo e rivestita di marmi e mosaici. Probabilmente la struttura faceva parte della villa dei Licini ed era un padiglione di rappresentanza.

le più antiche mura di Roma

Mura serviane a largo Magnanapoli

Le più antiche mura di Roma sono le mura serviane che prendono il nome da Servio Tullio il 6° re di Roma. Erano già state iniziate sotto il suo predecessore, Tarquinio Prisco, ma l’ampliamento della città per l’aumento della popolazione ne rese necessaria la prosecuzione sotto Servio Tullio che secondo la tredizione regnò dal 578 al 534 a. C. È sempre la tradizione a indicarlo come il figlio di una nobile di Cornicolo tratta in schiavitù dopo la conquista della città da parte dei Romani e allevato alla reggia dal re Tarquinio e dalla moglie Tanaquilla che in seguito gli diedero in sposa la figlia. Alla morte di Tarquinio fu la stessa regina a volerlo sul trono.

Dopo aver sconfitto i Veienti si accinse a indire un censimento della popolazione e una divisione della città in quattro parti che chiamò tribù. La popolazione romana risultò notevolmente cresciuta, lo storico Livio parla di ottantamila cittadini maschi atti alle armi.

“Di fronte a una simile popolazione gli parve opportuno ampliare anche la città. Vi include due colli, il Quirinale e il Viminale, successivamente aggiunge al Viminale l’Esquilino e qui, per dargli lustro, pone la sua dimora. Cinge la città di un bastione, un fossato e una cerchia muraria, estendendo così i limiti del pomerio”. (Tito Livio, Ab urbe condita, I, 44).

Mura Serviane a largo Giovanni Montemartini

Le mura serviane avevano una lunghezza di circa 7 chilometri, furono costruite con blocchi di cappellaccio, un tufo piuttosto tenero e facile da cavare proveniente dal Palatino. Erano alte in media 10 m, spesse 4 m e circondavano i sette colli. Un muro interno alto circa un metro e mezzo sosteneva un terrapieno addossato al muro vero e proprio, un largo fossato completava l’opera. Alcuni tratti erano difesi solo da un terrapieno alto 5 m.

Tratti di queste mura si sono conservate fino ad oggi, nonostante gli sconvolgimenti urbanistici avvenuti in più di due millenni e mezzo. I resti più imponenti e ben conservati, lunghi ben 94 m, sono quelli di Piazza dei Cinquecento, davanti alla Stazione Termini, sulla destra uscendo dalla stazione e poi ancora verso largo Giovanni Montemartini. Furono rinvenute nel 1876 durante i lavori di ampliamento della Stazione Termini.

Le mura protessero Roma per 150 anni, ma non resistettero alla disastrosa invasione dei Galli Senoni che nel 290  riuscirono ad espugnare il Campidoglio e misero la città a ferro e fuoco. Furono riedificate e ampliate in epoca repubblicana sfruttando come appoggio la base delle vecchie mura. I resti che si possono vedere oggi risalgono a questo ultimo periodo, ma conservano il nome di mura serviane.

Altri tratti si possono notare a Largo Magnanapoli, all’interno dell’aiola spartitraffico, sono forse i resti di una delle porte dell’antica cinta, la porta Sanqualis. Altri ancora a largo di Santa Susanna, presso il Ministero dell’Agricoltura. Altri resti sono presenti all’Aventino e al Campidoglio, nell’aiola sotto la chiesa dell’Ara Pacis.

Campidoglio

soggiorni famosi a Roma

Passeggiando per il centro di Roma sono tantissimi gli edifici che hanno ospitato personaggi famosi, soprattutto nel Rinascimento quando il mecenatismo dei papi e delle famiglie nobili attirava artisti da tutto il mondo.

Lungo la passeggiata del Gianicolo a Roma si può vedere la facciata di una casa medioevale, detta casa di Michelangelo. È stata collocata davanti al serbatoio dell’acqua dell’ACEA.

La casa era situata in piazza Macel de’ Corvi, una piccola piazza accanto a Piazza Venezia, demolita nel 1902 per allargare piazza Venezia in modo da valorizzare l’Altare della Patria. La facciata della casa fu poi ricostruita nel luogo attuale nel 1941, come è indicato da una lapide.

Raffaello abitò e morì al rione Borgo in un edificio demolito nel 1933 per far posto all’ampia via della Conciliazione, voluta da Mussolini per celebrare i Patti Lateranensi che riconcilavano il Regno d’Italia con la Santa Sede. Raffaello possedeva anche un edificio in Via Giulia che è conosciuto come casa di Raffaello anche se l’artista non vi soggiuornò mai.

Gian Lorenzo Bernini visse e morì a Via della Vite dove possedeva un palazzo

Nella vicina via del Corso al numero 18 si può visitare Museo Casa di Goethe, nella vicina Piazza di Spagna al civico 31 la Casa Museo Giorgio De Chirico.

Sempre a via del Corso soggiornò nel 1819 il poeta inglese Percy Bysshe Shelley che è sepolto nel cimitero acattolico di Roma dopo la tragica morte in mare al largo di Lerici. Ancora a via del Corso una lapide ricorda il soggiorno del musicista Pietro Mascagni.

Altri soggiorni famosi sono quelli di Vincenzo Monti a Via degli Uffizi del Vicario presso Montecitorio. In quello che era l’Albergo Cesari  presso Piazza di Pietra alloggiarono Manara, Stendhal, Mommsen, Mazzini che soggiornò anche a Via Capo le Case. Lo stesso albergo ospitò anche Giuseppe Garibaldi i cui luoghi di soggiorno a Roma furono molteplici,quando fu deputato del Regno d’Italia, fra gli altri al numero 35 di Via delle Coppelle e nel Monastero di Piazza San Silvestro.

All’Albergo del Sole, ancora esistente, in Piazza della Rotonda soggiornò Ludovico Ariosto nel 1513. Hans Christian Andersen visse a Via Sistina 104 dal 1833 al 1834 e  Gabriele D’Annunzio in Via Quattro Fontane 159.

Nacque a Roma  nel 1698 a Via de’ Cappellari il poeta Pietro Trapassi che tradusse in greco il suo cognome in  Metastasio. Nella vicina Piazza della Chiesa Nuova un monumento lo ricorda.

Nacquero a Roma anche i due poeti in romanesco: Giuseppe Gioacchino Belli ricordato con una lapide al rione Sant’Eustachio

e Trilussa, pseudonimo di Carlo Alberto Salustri, nato al numero 14 di via del Babuino nel 1871.

Monumento a Trilussa a Trastevere

il chilometro zero

Oggi parlare di chilometro zero ci fa venire in mente i prodotti alimentari che provengono da molto vicino e che non hanno dovuto percorrere grandi distanze per arrivare sulle nostre tavole, ma esiste un altro chilometro zero, di antica origine, è il punto di partenza convenzionale della misura delle distanze delle strade statali e delle ferrovie.

Nell’antica Roma era chiamato Miliarum aureum, era indicato da una colonna i cui resti si trovano al Foro Romano a est del Tempio di Saturno, di fronte a quel che resta della sua scalinata.

Ancora oggi è rimasto l’uso un po’ in tutto il mondo di fissare il punto d’inizio convenzionale della misura delle distanze delle strade statali e ferrovie e di indicarlo con un segnale.

In Italia il chilometro zero si trova a Roma, al Campidoglio ed è rappresentato da un tondino di ottone del diametro di 2 cm incastonato nella cornice di travertino davanti al piedistallo della statua di Marco Aurelio, a circa 50 cm da questo. Centinaia di migliaia di romani e turisti lo calpestano senza notarlo e senza saperne il significato.

In altri Paesi è più evidente, per esempio in Spagna è una lapide semicircolare a Madrid, al centro della Puerta del Sol, sull’iscrizione è inciso: “Origen de las carreteras radiales”. In Francia è una stella a otto punte nella piazza della cattedrale Notre Dame.

Non sarebbe il caso che il Comune di Roma provvedesse a renderlo più evidente e a valorizzarlo?

 

obelischi a Roma

Obelisco del Quirinale

La presenza di obelischi a Roma è antichissima.

Augusto volle trasportare a Roma due enormi obelischi per ornare la spina centrale del Circo Massimo, il primo era stato fatto erigere davanti al tempio di Ammone a Karnak dai faraoni Tutmose III e Tutmose IV nel XV secolo a. C. ed era alto 47 metri, il secondo era stato eretto da Ramesse II nel 1232 a. C. Augusto riuscì a far arrivare a Roma solo il secondo, per il primo l’impresa si rivelò impossibile per le dimensioni eccezionali. Raggiungerà il compagno al Circo Massimo solo tre secoli dopo sotto l’imperatore Costanzo. Per trasportarlo fu costruita una enorme nave che arrivata alle foci del Tevere lo risalì fino all’Isola  Tiberina.

Circo Massimo

Quando il Circo Massimo cadde in disuso dopo la fine dell’Impero Romano gli obelischi rovinarono a terra a causa dei terremoti, si spezzarono e furono ricoperti di sedimenti. Sotto il pontificato di Sisto V nel XVI secolo furono rinvenuti a 7 metri di profondità. Il papa li fece trasportare il primo a Piazza San Giovanni in Laterano, il secondo a Piazza del Popolo dove sono tuttt’ora, l’Obelisco lateranense è il più alto fra quelli presenti a Roma, l’Obelisco Flaminio di Piazza del Popolo è il secondo per altezza fra quelli eretti a Roma con i suoi 36,5 m compresa la base.

Obelisco Flaminio

Molto noto a romani e turisti, spesso inquadrato nelle riprese da Montecitorio è L’Obelisco di Montecitorio nella piazza omonima. Anche questo fu fatto trasportare da Augusto, era l’obelisco che fece erigere a Heliopolis il faraone Psammetico II nel VI secolo a.C. Augusto lo fece collocare a Campo Marzio come gnomone di un enorme orologio solare, l’horologium Aususti.

Anche questo era caduto nel medioevo, fu restaurato ed eretto in questa piazza nel 1792 sotto il pontificato di Pio VI. Frammenti del basamento originario sono ancora visibili nei sotterranei della chiesa Di San Lorenzo in Lucina. Si ripristinò l’originaria funzione di orologio solare: sulla cima dell’obelisco un globo di bronzo forato con le insegne del papa faceva passare i raggi del sole mentre sulla piazza appositi selci indicavano le ore.

Obelisco di Montecitorio

Altri obelischi celebri sono quello del Quirinale che proviene dal Mausoleo di Augusto e insieme al gemello è un’imitazione romana di quelli egizi e fu qui collocato nel 1783 al centro della fontana con i dioscuri. Il gemello fu collocato a piazza dell’Esquilino nel 1587. Quello della Fontana dei Fiumi di piazza Navona era invece proveniente dal Circo di Massenzio. Anche l’Obelisco Sallustiano sopra Trinità de’ Monti è un’imitazione romana di quelli egiziani, proviene dai vicini Horti sallustiani.

Fontana dei Fiumi, il Nilo

Obelischi più piccoli sono quello di Ramsses II a piazza della Rotonda, presso il Pantheon, collocato al centro della fontana rinascimentale e quello a piazza santa Maria sopra Minerva, collocato sul dorso della statua di un elefante concepito da Gian Lorenzo Bernini.

La moda di usare gli obelischi come arredi urbani è stata molto duratura tanto che il principe Alessandro Torlonia all’inizio del 1800 ne fece scolpire ed erigere due nella sua villa sulla Nomentana in memoria dei genitori.

Villa Torlonia

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