quando a Roma pascolavano gli elefanti

fra i tantissimi musei che si possono visitare a Roma, per la maggior parte di epoca storica, ci sono altri musei interessanti da visitare: quelli paleontologici che ci raccontano del territorio di Roma prima di Roma.

Nella nostra città sono stati rinvenuti, nel corso del tempo, molti siti preistorici testimonianza di un’era geologica molto distante dalla nostra: il Pleistocene che si estende per gli unltimi 3 milioni di anni. Uno di questi siti si trova in una delle periferie romane, il popoloso quartiere di Rebibbia, a nord-est della città.

La storia geologica del territorio di Roma è molto complessa: durante il Pleistocene, si sono succedute numerose fasi glaciali e interglaciali che hanno causato oscillazioni anche notevoli del livello del mare; la zona è stata inoltre soggetta a sollevamento connesso con la formazione della catena appenninica.

Oltre a questi eventi che hanno interessato un territorio più ampio,la zona di Roma è stata interessata da un’attività vulcanica molto intensa, con eruzioni esplosive, da parte di due distretti: quello Sabatino a nord-ovest e quello dei Colli Albani a sud-est.

Infine ha inciso sul territorio la presenza di due importanti corsi d’acqua: il PaleoTevere e il PaleoAniene, il cui corso fu deviato più volte dai prodotti vulcanici.

Nel 1981, durante i lavori di scavo per la costruzione di nuovi edifici, una ruspa incontrò una enorme zanna di elefante lunga più di 3 metri. Si iniziò subito un’indagine archeologica che scavò i materiali di origine vulcanica che colmavano un tratto dell’antico alveo di un fiume, il PaleoAniene o un suo affluente.

I reperti di questi scavi sono oggi in parte conservati in un museo costruito sopra il sito, in cui si può vedere il letto dell’antico fiume con i suoi massi arrotontati dalla corrente e i resti di una fauna piuttosto ricca, con specie che oggi non si incontrano certo nella campagna romana. Quelli più impressionanti appartengono a una specie ora estinta di elefante: il Palaeoloxodon antiquus, uno dei più poderosi elefanti che siano mai vissuti. L’altezza alla spalla di un maschio poteva superare i 4 metri!

Furono trovati anche resti di altre specie non più presenti alle nostre latitudini: iena, ippopotamo, bue primigenio, rinoceronte, oltre a specie più attuali come cavallo, cinghiale, daino, cervo e vari uccelli acquatici. Oltre alle ossa di questi animali furono trovate anche molte impronte lasciate dagli animali sul limo e poi fossilizzatesi.

Alcuni reperti attestano anche la presenza di resti del genere Homo: un frammento di un osso del cranio e strumenti ricavati dai ciottoli del torrente.

La visita è resa molto interessante anche per i bambini da pannelli illustrativi e da una proiezione che fa rivivere l’ambiente preistorico. Nelle vetrine sono poi collocati molti reperti qui rinvenuti fra cui un’enorme zanna.

All’esterno del museo sono stati piantati in un piccolo giardino alcune delle essenze che caratterizzavano l’ambiente fluviale di 200 mila anni fa; fra queste la Zelkova, un albero della famiglia dell’olmo che oggi si può trovare nel Caucaso, ma è estinta nei nostri boschi.

Il museo ha sempre interagito con le realtà sociali del quartiere periferico in cui si trova, tanto che i cittadini che vi abitano, e in particolare i ragazzi delle scuole, lo sentono proprio e partecipano volentieri alle sue attività.

Il quartiere popolare di Rebibbia è fatto di palazzoni di cemento, grigi e monotoni, che sono però stati colorati da murales che rievocano l’evoluzione.

Un altro murales, che si trova all’uscita della metropolitana di Rebibbia, propone l’enorme elefante diventato un po’ il simbolo del quartiere. Fu realizzato da Zerocalcare, il noto fumettista che in questo quartiere ha sempre abitato.

Per avere maggiori informazioni sul museo e sugli orari di apertura si può consultare il suo sito: Museo Casal de’ Pazzi

l’Aniene, il secondo fiume di Roma

L’Aniene è il secondo fiume di Roma, nasce sulla catena dei monti Simbruini; si può arrivare alle sue sorgenti con una facile e bella passeggiata in una magnifica faggeta, nel comune di Filettino. Scorre poi interamente in territorio laziale per circa 100 km, fino a confluire nel Tevere dentro la città di Roma, vicino al ponte Salario.

A Tivoli le sue acque alimentano i giochi d’acqua della villa d’Este e la grande cascata della villa Gregoriana, che venne creata artificialmente nel 1834, quando il papa Gregorio XVI fece deviare il corso del fiume, dopo un’ ondata di piena che distrusse molte case nel territorio. Il fiume è straripato innumerevoli volte nel corso della storia, anche in questi giorni di pioggia intensa è uscito dagli argini in diversi punti del suo percorso.

A valle di Tivoli scorre ormai in pianura; alle porte di Roma si estende la Riserva Naturale della Valle dell’Aniene, parte in territorio extraurbano e parte urbano, che presenta fauna e flora caratteristici e molte testimonianze archeologiche: resti di acquedotti, necropoli, ville, strade romane.

montesacro 007

Nella zona di Casal de’ Pazzi, fra la via Tiburtina e la via Nomentana, scavi della Sovrintendenza ai Beni Culturali effettuati negli anni ’80, hanno rinvenuto sull’antico letto del fiume, che attualmente scorre a poche decine di metri,  il deposito pleistocenico di Casal De’Pazzi. Circa 200 mila anni fa, durante il Pleistocene, le acque del fiume trasportarono migliaia di ossa di animali. I sedimenti dell’antico Aniene li seppellirono. Fra i resti che si sono conservati fino a oggi ci sono ossa di elefanti, rinoceronti, ippopotami, cervi, iene, lupi, cavalli, tutti animali che vivevano nel territorio romano in una fase climatica diversa da quella attuale. Nello stesso luogo è stato rinvenuto anche il frammento di un cranio umano e numerose pietre selcifere che venivano usate come raschiatoi dagli antichi abitanti di questi territori.
Questo patrimonio di reperti paleontologici e geologici è oggi ospitato in un museo gestito dalla Sovrintendenza ai Beni Culturali, situato nel luogo stesso dei ritrovamenti, in via Ciciliano. Il grande edificio costruito appositamente, ospita e protegge il paleoalveo del fiume così come fu trovato, con tutti i frammenti di ossa.

museo paleontologico 002

Il fiume continua il suo fluire in pianura, formando ampie anse; nel quartiere di Montesacro esiste ancora un ponte antico che era transitabile dalle auto fino a pochi decenni fa, il ponte Nomentano, sulla via omonima che collegava Roma con l’antica Nomentum (oggi Mentana). Della struttura romana resta l’arcata centrale, mentre la parte superiore venne fortificata nel Medioevo. Il ponte è ancora in grado di resistere alle piene del fiume, quella della foto è la piena del 2011, oggi dopo le piogge degli ultimi giorni, l’arco è quasi completamente sommerso .

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Nei pressi del ponte, secondo la tradizione, avvenne la secessione della plebe, che qui si stanziò negli anni 493 e 448 a. C. per protesta contro le ingiuste leggi che favorivano i patrizi.

Il vecchio ponte assistè a molte altre vicende storiche: nel 549 d. C. il re dei Goti, Totila, lo distrusse abbandonando Roma. Fu subito ricostruito e poi nel corso dei secoli più volte restaurato dai papi. Nell’ 800 Leone III qui si incontrò con Carlo Magno che veniva a Roma per essere incoronato imperatore del Sacro Romano Impero.

Poco distante nel 1929, in località Sacco Pastore, durante i lavori di una cava di ghiaia posta in un’ansa dello stesso fiume, vennero rinvenuti due crani neanderthaliani, ora conservati al museo di Antropologia dell’Università La Sapienza di Roma. Ormai l’area è densa di palazzoni, ma della zona rimane il nome di una via: via di sacco Pastore, una traversa della via Nomentana.

Giunto al termine del suo viaggio l’Aniene va a confluire nelle acque del Tevere presso monte Antenne, vicino alla via Salaria, dopo essere fluito sotto l’ultimo ponte antico: il ponte Salario.

Le leggende parlano di re antichissimi a cui far risalire il nome del fiume, è possibile però che derivi dal greco amnios, acqua, come del resto Antenne (ante amnios, davanti al fiume).

 

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