#sensomieiviaggi, i ponti dei miei viaggi

E’ arrivato il mio turno di proporre il tema per il #sensomieiviaggi la bella iniziativa di Monica, che nel suo blog Viaggi e baci l’ha ideata e gestita per due anni, poi ha ceduto il timone alle altre blogger che a turno il 20 di ogni mese propongono un tema.
Fra i tanti che mi sono venuti in mente ho infine scelto: “I ponti dei miei viaggi“.

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Sono fra le opere umane più antiche, costruiti fin dai tempi più remoti per legare due sponde, furono sempre opere ardite non solo per la difficoltà di portare a termine la struttura architettonica, ma poiché i fiumi erano considerati sacri e costruire un ponte era considerato una vera e propria violenza che doveva essere riparata con riti propiziatori alle divinità. Nell’antica Roma a ciò provvedeva il collegio sacerdotale dei pontefici, da pontem facere, il termine lo usiamo ancora per indicare il massimo esponente della Chiesa cattolica!

Per me sono simboli di pace, di unione, di comunicazione, sono infatti le prime strutture che vengono fatte saltare in guerra, non solo perché così si tagliano al nemico i collegamenti, ma proprio per il loro significato simbolico. Del resto non si dice proprio “tagliare i ponti” per indicare rompere ogni rapporto?

Tanti sono i ponti che ognuno di noi ricorda e tutti i viaggiatori prima o poi ne fotografano qualcuno o magari a volte fotografano “dai” ponti, perchè è difficile resistere al fascino di affacciarsi e vedere l’acqua che scorre. E così nel nostro archivio fotografico spesso ci sono ponti monumentali e famosi, ponti che vengono ricordati perfino nelle canzoni o nei film, dal London Bridge al ponte d’Avignone, a quello di Bassano.

E poi ponti di tavole traballanti sull’abisso ed altri costruiti arditamente su torrenti impetuosi, fra due pareti di rocce contrapposte, tanto arditi che le leggende narrano di un patto fatto con il diavolo per la loro costruzione, diavolo astutamente gabbato a lavoro ultimato. Ho visto ponti del diavolo un po’ in tutta Europa!
E ancora ponti di legno, piccoli ponti sui torrenti di montagna o arditi ponti moderni a volte lunghi chilometri, come il ponte sul Bosforo di Istanbul, che collega addirittura due continenti. E perché no anche ponti di barche o ponti naturali nei quali la roccia è stata scavata dagli agenti atmosferici fino a lasciare solo uno stretto collegamento.
Spero che l’argomento vi piaccia e che arrivino foto da tutto il mondo!
Ricordo a tutti le poche regole: ognuno può scrivere uno o più post con questo titolo entro il 5 di ottobre mettendo però in ogni post solo 3 foto. Nel titolo del post va riportato l’hashtag #sensomieiviaggi. Il link dell’articolo va poi copiato nei commenti qua sotto. Io lo condividerò sulla mia pagina Facebook Fiorievecchiepezze.
Il 5 ottobre pubblicherò il mio post sull’argomento e fra le mie 3 foto potrete scegliere quella che preferite e che metterò nel post finale. Il 10 ottobre scriverò un post riassuntivo con tutti i contributi che mi saranno arrivati. Ed allora buon lavoro e grazie a tutti quelli che vorranno partecipare!

#sensomieiviaggi: i simboli dei miei viaggi

Tema difficile, ma stimolante quello proposto da Audrey nel blog Borderline per il #sensomieiviaggi di questo mese.

Gli esseri umani sono gli unici animali in grado di immaginare, di compiere astrazioni e raffigurarsi la realtà circostante in maniera simbolica. Il linguaggio in particolare ci ha distinto dagli altri primati, consentendoci un enorme passo avanti verso una forma di elaborazione mentale e comunicazione con i nostri simili. Solo gli esseri umani sono in grado di esprimere il proprio pensiero in maniera astratta e di elaborare miti, religioni, forme di arte.
Fra le tante possibili immagini che ho incontrato nei miei viaggi ho scelto gli alberi, entità altamente simboliche per gli esseri umani fin dalla preistoria.
Nella mitologia antica l’albero collega la terra al cielo, con le radici che scendono in profondità nel suolo ed i rami che si protendono verso il sole. Era considerato pilastro del mondo ed elemento di legame con gli antenati. Rappresentava inoltre la vita che rinasce ad ogni primavera dopo l’apparente morte invernale. Per  questo ho scelto come prima foto un maestoso faggio della Sila.

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Quando iniziò ad allevare alberi da frutto l’uomo creò con loro un nuovo rapporto ed un universo simbolico più ricco: ai significati precedenti si aggiunse quello della fecondità. La dolcezza, il profumo e la bellezza dei  frutti sollecitavano tutti i sensi e davano piacere e benessere. Il giardino di alberi da frutto recintato da un muro era detto peri daeza (muro intorno) dai Persiani, i greci derivarono la parola paràdeisos, il paradiso terrestre.

Ho scelto le foto di due alberi come particolarmente simbolici, per me e per tante generazioni che mi hanno preceduto: l’olivo e il melograno.

L’olivo è stato allevato dall’uomo da seimila anni ed è parte integrante del paesaggio mediterraneo, per gli antichi Greci era il simbolo stesso della civiltà, dono di Atena. È una colomba con un ramoscello d’olivo nel becco che annuncerà a Noè la fine del diluvio, un simbolo di pace e di patto rinnovato con la divinità dopo una terribile catastrofe ambientale. Per i Romani era sacro a Giove e Minerva ed ancora un simbolo di pace, Virgilio scrive nelle Georgiche “Fai crescere il pingue olivo caro alla Pace”.  Era sacro anche per le tre grandi religioni mediterranee.

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Albero bellissimo quando si guarda il mare di oliveti che con il vento cambiano continuamente di colore mostrando ora il verde scuro ora il verde argenteo delle foglie; albero possente quando si abbraccia il tronco nodoso di un esemplare centenario. Nodoso perchè dalla base del tronco si formano in continuazione polloni, che possono dare vita ad una nuova pianta se la parte aerea muore. Albero quasi eterno, esempio di solidità e di unione fra generazioni, perchè non è a misura di una sola vita umana. In un olivo secolare si ritrovano la fatica, l’amore per la terra, il sapere di chi ci ha preceduto, monito per noi a mantenerlo e custodirlo per chi ci seguirà.

Si incontra allevato in forme diverse in tutti i Paesi del Mediterraneo, attraversando la meseta spagnola per centinaia di chilometri si vedranno solo oliveti. I filari di olivi delle colline umbre e toscane sono fra i paesaggi più belli del mondo, raffigurati dai pittori del nostro Medioevo e Rinascimento. E poi gli enormi olivi calabresi e quelli delle fasce liguri costruite con il sudore della fronte da generazioni di contadini portando su per i ripidi pendii terra e sassi per i muretti a secco. Ed ancora gli olivi turchi, tunisini, marocchini densi di fronde. E quelli della Palestina che non riescono più ad essere simbolo di pace, ma sono anch’essi come la popolazione sradicati, incendiati, bombardati in una regione dilaniata dalla guerra.

Il melograno è un piccolo albero frugale adatto a climi aridi, fra i primi ad essere allevato dagli esseri umani nella mezzaluna fertile. La bellezza delle sue foglie di un verde brillante, dei suoi fiori vermigli e dei suoi frutti dal succo dolce ed acidulo ne fa un albero anch’esso carico di significati simbolici, che è stato presente nei miti, nelle leggende, nelle favole fin dagli albori delle civiltà.

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I suoi numerosi frutticini rossi lo hanno reso simbolo di fertilità, abbondanza e di rinascita, ma anche di sensualità.

Ne parla Omero descrivendo il giardino dei Feaci dove crescono meli, peri, fichi, olivi e melograni. Melograne accompagnarono il viaggio nell’aldilà del faraone Ramsete IV; in Israele il re Salomone scelse come simbolo per la sua corona regale il calice del fiore che persiste anche nel frutto e che è diventato il prototipo delle corone di tutti i sovrani successivi.

Albero presente in molti miti, come quello di Demetra e della figlia Persefone, rapita da Ade e restituita alla madre per nove mesi all’anno, i mesi della rinascita della natura. Persefone deve tornare da Ade nei tre mesi invernali perchè ha assaggiato sette chicchi di una melograna cresciuta nel regno dei morti.

È presente come simbolo di fecondità nelle sculture e pitture di molte epoche.

Non è più diffuso come una volta nel nostro Paese, ma se si attraversano la regione spagnola di Alicante o le piane turche sulle sponde del Mediterraneo si incontrano estese coltivazioni di questo alberello, rivalutato recentemente per le sostanze antiossidanti ed antinfiammatorie che contiene.

 

#sensomieiviaggi: i cartelli dei miei viaggi

È arrivato l’appuntamento mensile con il #sensomieiviaggi, l’iniziativa di Monica del blog Viaggi e baci, che da due anni propone un tema da sviluppare intorno a tre foto. Monica ora ha ceduto il timone alle altre blogger, che a turno ogni mese propongono un nuovo tema. Questa volta è Monica Liverani che sul suo blog Idee di tutto un po’ ha proposto questo titolo originale e stimolante ed io, come sempre faccio ormai da molti mesi, raccolgo la sfida.

Ho un rapporto di amore e odio con i cartelli stradali, quelli che indicano la direzione da prendere per una  destinazione. Per noi che viaggiamo soprattutto con l’automobile queste indicazioni sono fondamentali, insieme ad una buona mappa stradale. Io di solito sono quella che deve fare da navigatore ed indicare la rotta, sono però un pessimo secondo: non ho il senso dell’orientamento, non riesco a leggere la carta stradale in macchina ed in genere vedo i cartelli all’ultimo momento, quando nel flusso del traffico è troppo tardi per cambiare direzione. Questo è fonte di bisticci e discussioni con il mio pilota, ma tant’è: uno il senso dell’orientamento non se lo può dare!

Da parte loro le indicazioni stradali sono spesso messe lì da sadici che dopo averti guidato coscienziosamente per più incroci, quando ti stai cominciando a rilassare e ti senti già arrivato alla meta, ti abbandonano e tu finisci in qualche periferia uguale in tutto il mondo e continui a girare come un asino alla mola sperando di ritrovare uno straccio di cartello. Questo soprattutto nelle grandi città ci fa perdere un mucchio di tempo ed accumulare tensione e stanchezza. Mi ricordo le nostre peregrinazioni vane in gran parte delle città europee, senza distinzioni fra nazioni: così fu a Brescia, a Berlino, Stoccarda, Bratislava, Londra, Oslo dove girammo più volte il raccordo anulare (a pagamento) alla ricerca del camping dove eravamo alloggiati.

Sarà sicuramente questo il motivo per cui foto mie di cartelli stradali non ne ho trovata neanche una! Neanche nel periodo pre-digitale.

Così mi dedico ad altri cartelli, più congeniali per me, come  quelli che segnalano i sentieri di montagna.

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Quando sbucando dalla nebbia si arriva ad un passo ed il cartello è lì, bello e colorato ad indicare la direzione ed il tempo di percorrenza, si tira un sospiro di sollievo e ci si concede una sosta per riprendere fiato. Questa foto la fece mio figlio tredicenne, che era già arrivato al passo mentre noi due “vecchi” arrancavamo ancora nella nebbia. Purtroppo anche in montagna spesso i cartelli non ci sono o non sono abbastanza ed allora sbagliare strada è ancora più duro, perchè vuol dire tanto tempo in più di camminata, quando si è già stanchi.

Questo secondo cartello è invece solo per gioco, “Attenzione ai trolls” lungo la Trollstigveien norvegese, la strada dei troll. La mia trollina se la ride e non è neanche dispettosa come un troll.

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Anche l’ultimo cartello è per gioco, l’ho fotografato ad Asolo e l’unico quadrupede ammesso vicino alla fontana è finto.

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#sensomieiviaggi – gli spettacoli dei miei viaggi

Nuovo appuntamento con il #senso dei miei viaggi, l’iniziativa ideata e condotta fino ad ora da Monica del blog Viaggi e Baci, a cui  partecipo ormai da molti mesi. Monica ha deciso di cedere il testimone alle blogger che hanno scritto tante volte sui temi da lei proposti, quindi da ora in avanti a turno una di noi proporrà un tema sul suo blog, raccoglierà i post di chi vorrà partecipare e curerà il post finale in cui tesserà insieme tutti i contributi arrivati. Per partecipare a questa iniziativa bisogna pubblicare entro il 5 giugno un post con il titolo proposto, corredato da 3 foto e non più di 3.

Questo mese è Annalisa del blog Guàsti Quotidiani, che si è offerta di iniziare il nuovo corso con questo tema scintillante e festoso.

Tante sono le feste, le sagre, gli spettacoli cui ho assistito in tanti anni, alcune hanno lasciato però solo un ricordo vago e quasi nessuna foto. Lo spettacolo che non posso dimenticare risale però a 33 anni fa, nel mio amatissimo e poverissimo Mozambico. Le foto che ho scelto non sono bellisime, ma allora il digitale non esisteva e lì era impossibile trovare perfino i rollini.

Il 1° giugno era il “Giorno Internazionale del Bambino” ed anche a Maputo, la capitale, si  organizzò una festa per i bambini. La banda attraversò le ampie strade della città suonando seduta nel cassone di un camion che procedeva lentamente, seguito da una marea festante che gli correvano dietro.

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Arrivati sul lungomare iniziò una gara di papagaios, cioè di aquiloni realizzati dai più piccoli con mezzi di fortuna.

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Lo spettacolo continuò con un lancio di paracadutisti multicolori, accolti dalla folla estasiata.

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Non c’erano bancarelle di dolciumi e giocattoli, ma i bambini erano felici di questi spettacoli fuori del comune, cui potevano assistere. Quel giorno mi è particolarmente caro ed è nella mia memoria per sempre anche per un altro motivo: fu probabilmente quello in cui fu concepita la mia bambina…, nel Dia Internacionàl da Criança.

 

le strade dei miei viaggi

Nuovo appuntamento con il Senso dei miei viaggi di Monica Viaggi e Baci. Questa volta Monica ci induce a ricordare le strade percorse ed io provo a seguire questo suo nuovo spunto.

I nostri viaggi in genere non sono lungo le grandi arterie che collegano nella maniera più rapida luoghi lontani, non che non ci serviamo anche delle autostrade, ma appena possibile preferiamo abbandonarle per seguire vie più tortuose, vie secondarie dove il traffico è solo locale e si può procedere con lentezza, fermandosi quando si vuole alla scoperta del territorio. A volte attirati da un nome sulla mappa, da un’indicazione stradale o anche solo dalla conformazione particolare del territorio non esitiamo ad imboccare vie ancora più traverse, a volte sterrate.

“Andiamo a vedere?”

“Andiamo!”

Non ce ne siamo mai pentiti.

È così che scoprimmo una vecchia cava abbandonata nei pressi di Altamura, dove decine di migliaia di impronte fossili di dinosauri testimoniano dopo milioni di anni i percorsi di questi enormi bestioni: strade che noi potevamo ripercorrere ponendo i nostri piedi sulle loro impronte.

Puglia dic.'11 113

A volte le strade bisogna percorrerle a piedi per poter cogliere ogni aspetto di quello che ci circonda, lasciarsi incuriosire da ogni pianta, roccia, segno, tana, sentire i suoni e gli odori, toccare i licheni su un vecchio tronco o le bacche dei cespugli, utilizzare insomma tutti i sensi. Camminare e scoprire ad ogni curva un nuovo panorama sul quale l’occhio può spaziare con quel senso di appagamento e conquista che dà la scoperta di nuove bellezze naturali. Studiare la geografia così, sul posto, come abbiamo fatto in tanti percorsi lungo le nostre coste, attraverso la profumatissima macchia mediterranea. Questo è un sentiero lungo le coste dell’isola d’Elba, che si può esplorare veramente solo andando a piedi.

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Le strade più belle sono però quelle che conducono verso le vette, quando procedendo faticosamente si sale lentamente in alto, verso luoghi sempre più solitari, dove perfino gli alberi si diradano per lasciare il posto a poche piante pioniere, alla roccia, alle acque, spesso impetuose, l’aria è più rarefatta e sullo sfondo si elevano maestose le cime innevate. Allora seppure stanchi ci si sente veramente in equilibrio con se stessi e parte dell’ambiente che ci circonda.

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le disavventure dei miei viaggi

Nuovo appuntamento con il Senso dei miei viaggi di Monica Viaggi e Baci. Questo mese Monica ha deciso di farsi un po’ di risate con i nostri post!

L’appuntamento con il Senso dei miei viaggi di Monica è diventata un po’ una sfida per me, anche se non sempre è facile scrivere. Così ho cominciato a pensare alle mie disavventure di viaggio e mi sono resa conto che, nonostante la quasi quarantennale esperienza, non abbiamo avuto esperienze negative significative.

La realtà è che abbiamo sempre viaggiato con pochissimi soldi a disposizione solo per il gusto di viaggiare e tutti gli inconvenienti che ci capitavano non li prendevamo per dis-avventure, ma per avventure, cioè erano quello che dava gusto al viaggio.

Abbiamo sempre programmato ed attuato viaggi senza porci tanti problemi, ma ci è andato sempre tutto bene, o quasi: abbiamo fatto il periplo della Gran Bretagna con una 500, dormendo in tenda e quando pioveva, cioè quasi sempre, in macchina; mettevamo fuori, sotto la macchina, tutto quello che proprio non entrava una volta sbragati, cioè abbassati i sedili e la mattina dopo ce ne dimenticavamo ripartendo. Pure in macchina si cucinava e si mangiava quando pioveva, ma siamo riusciti così a vedere posti straordinari.

Gran Bretagna (Foresta di Sherwood), 1976

Gli anni di lavoro in Mozambico ci permisero di viaggiare all’altro capo del mondo, anche lì con quello che potevamo permetterci (una vecchia VW Polo) e pochi soldi. Il Mozambico aveva da poco conquistato l’indipendenza  e, oltre ad essere un paese poverissimo, aveva perso la maggior parte dei dirigenti e dei quadri intermedi che erano scappati in Portogallo; molte cose non funzionavano, i negozi erano vuoti e per comperare i generi di prima necessità ognuno aveva una tessera annonaria e si dovevano fare lunghe file, altro che consumismo! Eppure anche lì ci industriavamo per viaggiare e conoscere il paese come potevamo.

In una di queste nostre esplorazioni prendemmo un piccolo aereo a 8 posti per passare un fine settimana sull’isoletta di Inhaca, a pochi chilometri dalla capitale Maputo. Durante il volo lo sportello che era accanto ai posti dietro a noi si aprì ed il ragazzo che era lì seduto passò tutto il viaggio tenendo disperatamente la maniglia per impedirgli di spalancarsi! Io imperterrita continuavo a scattare foto aeree di Maputo. Fortunatamente il volo durava solo una ventina di minuti, ma il povero ragazzo uscì barcollante.

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Durante i due anni di lavoro, superando le non indifferenti difficoltà di ottenere visti e permessi dalla burocrazia mozambicana, in un periodo storico in cui il Paese era ancora in conflitto con il Sudafrica dell’apartheid, riuscimmo a viaggiare in Mozambico, in Sudafrica e Zimbabwe.

Il viaggio in Zimbabwe fu epico: quattro adulti ed una bambina di 2 anni stipati nella nostra Polo, io ero al sesto mese di gravidanza, eppure riuscimmo a superare le difficili frontiere di paesi in guerra, a vedere posti straordinari, come le cascate Vittoria e i parchi naturali, a tornare carichi di cesti e vasi.

Eravamo ancora in due, ma quando siamo diventati 3 e poi 4 la filosofia di viaggio non è cambiata ed i miei figli hanno dormito in tenda a pochi mesi d’età; si sono divertiti un mondo quando ci perdevamo per le strade francesi, quando la sera cominciava la caccia all’insegna di un albergo o campeggio, quando dall’interno dell’auto  guardavano i genitori smontare la tenda sotto la pioggia, o quando cucinavo le salsicce in macchina, mentre loro aspettavano sul sedile posteriore di ricevere la loro porzione, mentre fuori diluviava. Bastavano le maniglie dorate dell’armadio anni ’50 in un alberghetto per far loro esclamare: “Ma questo è proprio di lusso!”. Vicende che ricordiamo tutti con divertimento e che sono entrate a far parte del nostro lessico familiare.

A pensarci bene qualche disavventura ci capitò, sì, c’è stata quella volta che ci rubarono dalla macchina le borse con gli indumenti miei e dei bambini. Il povero ladro non sarà riuscito a venderli neanche alla bancarella dell’usato, ma noi, rimasti solo con quello che avevamo indosso, dovemmo interrompere la vacanza e mio figlio di 7 anni non prese per niente bene questo furto e continuò a sbraitare per tutto il viaggio di ritorno.

Qualche “dis-avventura” ci capitò anche nel lungo viaggio che ci portò lungo la costa del Mediterraneo fino a Gibilterra, dove le bertucce erano fotografatissime. Insieme a tanti altri turisti ci fermammo e scendemmo per guardarle e fotografarle. Mio marito scattò improvvisamente verso la macchina cercando di fermare una scimmietta col suo bebè attaccato che si stava portando via il pacchetto di dolci lasciato sul cruscotto. La vinse  la scimmia, noi rimanemmo senza dolce e la scenetta venne ripresa da decine di macchine fotografiche provenienti da mezzo mondo.

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Mia figlia si divertì di meno quando decidemmo di fare una puntata sul continente africano attraversando il mitico stretto di Gibilterra con il traghetto fino a Céuta. Lasciammo in auto i passaporti dei ragazzi, convinti che non servissero poiché Céuta è ancora territorio spagnolo. Ignoravamo quanto fosse problematica quella zona di frontiera, da cui entravano droga e clandestini. Mia figlia, che allora aveva 15 anni, ha i caratteri sardi della nonna paterna, e dopo settimane di mare era abbronzatissima. Quando cercammo di prendere il traghetto del ritorno, il poliziotto spagnolo non voleva credere che fosse figlia nostra, forse pensava fosse una servetta che ci portavamo clandestinamente dal Marocco. Dopo qualche domanda alla ragazza, che rispondeva ovviamente in italiano, si convinse a lasciarci partire tutti insieme, ma nel frattempo la poverina era sbiancata ed ancora oggi ricorda quella vicenda come un incubo.

il sacro dei miei viaggi

Per questo appuntamento con “Il senso dei miei viaggi” di Monica sono un po’ in difficoltà. “Sacro“, se si cerca sul dizionario si trova: “Che si riferisce o appartiene alla divinità; che riguarda la religione o il culto” ed io diciamo che sono molto terrena. Poi però lo stesso dizionario dà anche le altre interpretazioni e forse posso accostarmi a “inviolabile, intoccabile; degno di rispetto, di onore, di venerazione” “che incute un senso di riverenza quasi religioso“, (Dizionario Garzanti della lingua italiana).

Bene, ci provo. Cosa mi incute riverenza e rispetto?

Sicuramente le montagne fra cui vado sempre volentieri. Quando faticosamente raggiungo una cima e da lì osservo un panorama a 360°, non mi sento il mondo ai miei piedi, ma quel che vedo mi riempie di rispetto per la natura, di ammirazione ed anche di timore per la forza che quella natura può scatenare e mi sento una ben piccola cosa di fronte alla grandezza di ciò che ho intorno ed ai segni che i millenni hanno lasciato. Il silenzio, rotto solo dal vento e dal grido di qualche rapace è sicuramente sacro. Fra tutte scelgo la foto della montagna più alta d’Europa: il Monte Bianco. Non sono salita lassù con le mie gambe, non è nelle mie possibilità, ma la sensazione che si ha lassù è veramente di riverenza, penso che possa entrare nella sfera del sacro.

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La seconda foto rappresenta il Perda ‘e Liana il più imponente tacco dell’altipiano calcareo sardo, al confine fra Barbagia e Ogliastra, che con i suoi 1293 metri si erge ed è visibile da grande distanza. La parte superiore è un torrione cilindrico alto 50 m dalle  pareti verticali. Anche questa volta è una cima che mi evoca il termine sacro. Le stesse sensazioni doveva suscitare negli esseri umani che abitarono quei luoghi nella preistoria, fin dal III millennio a.C. Questa enorme torre che si eleva verso il cielo era un luogo sacro per gli antichi popoli nuragici. I luoghi elevati, impervi, che puntano verso il cielo hanno sempre ispirato negli esseri umani di ogni tempo e latitudine il senso del sacro.

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Cosa ci può essere di maggiormente degno di rispetto e di onore del dolore di una madre cui hanno ucciso il figlio? Questo dolore è di nuovo veramente quello che considero sacro. Per la terza foto scelgo questa scultura di Francesco Ciusa che esprime con intensa emozione ed efficacia tutta la disperazione di questa madre che si è chiusa in se stessa ed è rimasta come impietrita.

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gli alberi e i fiori dei miei viaggi

Non posso certo mancare questo mese all’appuntamento con Il Senso dei miei Viaggi, la bella iniziativa di Monica del blog Viaggi e Baci.

Il tema mi attira particolarmente, poiché ho sempre avuto un grande interesse per alberi e fiori. In ogni nostro viaggio costringo mio marito a frequenti soste per fotografare piante nei posti più strani. Improvvisamente lungo un sentiero di montagna si volta e non mi trova più perché sono inginocchiata o sdraiata a fotografare un fiorellino. Lui pazientemente mi sopporta da decenni! Ho scattato migliaia e migliaia di foto di alberi maestosi e secolari in ogni stagione, dai pini loricati del Pollino, alle acacie della savana, e di fiori spontanei dalle cime delle montagne alle dune marine.

Al momento di mettermi al scrivere il post mi accorgo però che proprio l’abbondanza di foto costituisce un problema: come faccio a sceglierne tre fra le migliaia che ho scattato? Il criterio non può essere la qualità della foto, perchè oltretutto non sono una fotografa eccezionale, ma molto nella norma.

Cerco allora foto che ho scattato perchè mi aveva colpito la singolarità del soggetto o dell’inquadratura ed alle quali sono affezionata.

La prima foto viene dalla Puglia, passeggiando al tramonto per le strade di Locorotondo, fiancheggiate dalle case candide. Fra tanto candore gli  alberi di cachi spuntano da uno stretto cortile, ostentando sfacciatamente i frutti dal colore acceso.

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Dalla Puglia alla Sardegna; queste querce da sughero sono accanto ai resti del villaggio nuragico Appiu e sono cresciute piegate per la potenza del Maestrale e scorticate dall’intervento dell’uomo, ma conservano una loro forza e dignità.

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La terza foto mi pare la più commovente : l’albero dei panni, scattata a Chefchaouen, nel Rif marocchino, accanto al lavatoio pubblico: i giovani fichi cresciuti vicino al torrente appaiono allegri e compresi nel loro compito di ospitare sui rami, su cui cominciano a spuntare le prime foglie, i panni variopinti stesi ad asciugare.

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la creatività dei nostri viaggi

Ecco un altro appuntamento con “Il senso dei miei viaggi” di Monica Viaggi e baci. Confesso che non ero sicura di partecipare questa volta, perchè durante i miei viaggi non prendo appunti, non disegno, al massimo faccio foto e Monica questo mese vuole che si parli della creatività che viene ispirata da un viaggio. Poi ho pensato a mio figlio Lorenzo, che ha quasi 28 anni ed è un grande viaggiatore, uno che gira sempre con un taccuino in tasca e scrive, scrive scrive.

Quando era piccolo disegnava, disegnava e disegnava. Aveva una particolare predilezione per le torri ed i campanili e più alti erano, meglio era.

Abbiamo viaggiato con i nostri figli fin da quando erano neonati e loro hanno sempre considerato il viaggio come una grande occasione di divertimento. I bambini sono straordinari, il mondo è tutto nuovo per loro e trovano sempre qualcosa da scoprire. A volta poi le emozioni per le scoperte fatte ed i nuovi luoghi visitati sono così intense, che è indispensabile per loro disegnare e fissarle sulla carta.

Durante la nostra visita a Parigi rimase affascinato dalla tour Eiffel, che svettava e si notava da ogni luogo del centro cittadino, anche se dovette scarpinare tutta la giornata prima di arrivare finalmente ai piedi dell’enorme simbolo di Parigi. Ma il desiderio acuito dall’attesa rese più grande la felicità quando finalmente prendemmo l’ascensore per salire fino in cima.

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Il disegno riproduce fedelmente la sua grande emozione del bambino, tanti fuochi artificiali colorati!

Fu così anche per altri monumenti dei nostri viaggi: a Berlino la torre della televisione era una delle più alte d’Europa e giunti all’ultimo piano, la piattaforma girevole del bar permetteva di godere il panorama della città a 360°, stando comodamente seduti a mangiare una fetta di ottima torta! Un’emozione simile non si poteva non disegnare!

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Anche in Italia le torri non mancano, mancano casomai gli ascensori nei nostri splendidi monumenti medioevali. Guadagnarsi però la cima gradino dopo gradino è ugualmente emozionante, soprattutto se finalmente arrivati, ci si affaccia sulla bellissima piazza del Campo, unica al mondo.

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Siamo saliti su torri, campanili e cupole un po’ ovunque andassimo; la torre di Pisa risultò addirittura raddrizzata dal disegno del bambino ed ho ancora in mente la faccia felice di mio figlio quando, saliti sul campanile di san Marco a Venezia, il campanone si mise a suonare!

Viaggiare con i bambini è anche vedere ogni luogo con i loro occhi nuovi e trovare nuove fonti di emozione insieme a loro.

i suoni dei miei viaggi: la canzone popolare africana

Accendendo la radio qualche giorno fa ho riascoltato con piacere “Malaika”, una delle più belle canzoni d’amore africane, cantata in swaili da Miriam Makeba e Harry Belafonte nel 1965.

Ho così ripensato ai miei tanti incontri con la musica africana, durante il periodo in cui lavorammo in Mozambico, all’inizio degli anni ’80 e ho deciso di ricordare quell’esperienza in un secondo articolo per “Il Senso dei miei viaggi” di Monica Viaggi e Baci.

La musica è parte fondamentale della cultura del popolo mozambicano ed è molto frequente incontrare musicisti di strada che improvvisano un batuque al mercato, utilizzando un vecchio bidone come tamburo. Immancabilmente la gente fa capannello intorno e comincia a ballare, le donne si muovono con tutto il loro fagottello sulla schiena, un paffuto bebè che non se ne stupisce minimamente.

Ma le foto di quest’articolo le facemmo tutte al Festival della Canzone e della Musica Tradizionale di Maputo nel 1980. Non sono foto digitali e la loro qualità lascia molto a desiderare, ma furono scattate da noi da lontano e con gli scarsi mezzi a nostra disposizione; allora in Mozambico non si trovavano neanche le pellicole. Sono però per noi una testimonianza ed un ricordo.

Gli artisti suonavano strumenti musicali ricavati da materiali poveri: zucche, gusci legnosi, gomma di vecchi copertoni, legno, semi. Quasi sempre la musica era accompagnata dalla danza ed era collettiva, perchè importante elemento di coesione del gruppo.

Festival della Canzone e Musica Tradizionale, Maputo 1980

Uno degli strumenti più utilizzato era la mbila, presente in diverse versioni in tutta l’Africa. E’ una sorta di xilofono le cui casse di risonanza sono gusci legnosi, zucche o anche bidoni a seconda della grandezza dello strumento e del suono che deve riprodurre.

Festival della Canzone e Musica Tradizionale, Maputo 1980

 L’intervento più coinvolgente ed applaudito fu però quello di una giovane Miriam Makeba, già famosa anche in America ed Europa, che cantò molti dei suoi successi. Memorabile fu il duetto in cui cantò la sua Pata Pata con il presidente della repubblica mozambicana Samora Machel!

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La cantante sudafricana fu costretta a lasciare la sua terra per il suo impegno contro il regime dell’aparthaid e  continuò sempre a battersi contro le discriminazioni razziali ed ogni tipo di sfruttamento, fino all’ultimo giorno della sua vita, che si concluse qui in Italia, a Castel Volturno, durante un concerto contro la camorra, che aveva ucciso sei africani durante la rivolta contro lo sfruttamento della manodopera straniera, concerto che lei dedicò anche a Roberto Saviano. Fu colpita da infarto, ma nonostante i forti dolori al petto volle continuare ugualmente a cantare. Saviano parlò di lei nello speciale di Rai 3 “Dall’inferno alla bellezza” in cui denunciò il ritardo con cui arrivarono i soccorsi.

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Ciao a tutti io sono Mariasole ho 12 anni sono un'homeschoolers, faccio ginnastica artistica da pochissimo tempo ma mi sono subito appasionata, oltre alla ginnastica artistica ho la passione di creare: lavoretti collane bracciali ecc. ecc. per questo il mio blog si chiama gymnastics creative (G.C.)

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Brevi storie della buonanotte da leggere ai bambini per sognare

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L'entusiasmo non é leggerezza. "L'entusiasmo è per la vita ció che la fame é per il cibo".

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Non Solo Campagna - Il blog di Elena

Il mio mondo, i miei libri, le mie storie

LA MASSAIA CONTEMPORANEA cuoca a domicilio

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Ciao a tutti io sono Mariasole ho 12 anni sono un'homeschoolers, faccio ginnastica artistica da pochissimo tempo ma mi sono subito appasionata, oltre alla ginnastica artistica ho la passione di creare: lavoretti collane bracciali ecc. ecc. per questo il mio blog si chiama gymnastics creative (G.C.)

Nel Mondo del Giardinaggio

Giardinaggio, natura e tanto altro!

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"Fa del cibo nello stesso tempo qualcosa di normale e di straordinario, di quotidiano e di eccezionale, di semplice e di speciale".

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Noi Facciamo Tutto In Casa

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gioielli(e non solo) in ceramica raku,creazioni in maglia e uncinetto e dolcini naturali!

In viaggio con Valentina

Tra vent'anni non sarete delusi dalle cose che avete fatto ma da quelle che non avete fatto. Allora levate l'ancora, abbandonate i porti sicuri, catturate il vento nelle vostre vele. Esplorate. Sognate. Scoprite (Mark Twain)

Dolce & Salato Senza Glutine

La mia cucina è la mia passione... cucinare mi rilassa e adoro cucinare per me, ma soprattutto per la mia famiglia..