antichi abbeveratoi a Roma

Roma è una città ricchissima di acque e di fontane, fontane monumentali famose in tutto il mondo come la Fontana di Trevi, volute dai papi come mostra dell’acqua e lustro del proprio papato, ma anche fontane che per secoli hanno svolto la funzione di abbeveratoio per cavalli e armenti.

Ce ne sono molte in giro per Roma, alcune hanno perso le caratteristiche originarie e sono state abbellite in epoche diverse, altre sono state spostate come questa ora collocata nel giardinetto di Lungotevere Aventino di fronte alla visitatissima chiesa di Santa Maria in Cosmedin e la sua Bocca della Verità. Era un abbeveratoio settecentesco che si trovava poco distante, a piazza Bocca della Verità, come testimoniano foto ottocentesche.

Lungotevere Aventino

Alcuni di questi abbeveratoi vantano artefici eccellenti come la fontana delle Api a piazza Barberini opera del Bernini che le aveva dato la duplice funzione di fontana e abbeveratoio. Le api scolpite sotto la valva della conchiglia derivano dallo stemma della famiglia Barberini.

Lungo la via Nomentana, di fronte alla chiesa di Sant’Agnese c’è ancora una bella fontana, costruita nel 1900 al posto di un antico abbeveratoio sicuramente molto utilizzato in una zona che ancora agli inizi del novecento era aperta campagna; è alimentata dall’acqua Marcia, uno degli antichi acquedotti di Roma che ancora dissetano la città.

Roma, via Nomentana

Un altro abbeveratoio più modesto è nel quartiere di Montesacro dove la campagna e le pecore sono rimaste fino ai nostri giorni. Questo è un normale “nasone”, la fontanella tipica di Roma, che ha però una vaschetta di travertino per il bestiame.

Oggi bestiame in città in genere non ne circola, i cani e i gatti possono trovare da dissetarsi nelle tante fontanelle disseminate in tutta la città, alcune sono state fatte apposta per loro come quella fatta costruire a via Veneto dal proprietario di un noto ristorante. Gli animali più grandi trovano refrigerio in abbeveratoi improvvisati come queste fontane di Villa Borghese.

San Silvestro

Perché il 31 dicembre, ultimo giorno dell’anno, è noto come giorno di San Silvestro? Chi fu San Silvestro?

Silvestro I fu il 33° papa, contemporaneo dell’imperatore Costantino. Sulla sua vita e i suoi miracoli sono note molte leggende, una di queste narra che avrebbe convertito Costantino al Cristianesimo. In realtà Costantino fu il primo imperatore romano che accettò il Cristianesimo e ne gestì il potere per tutto il suo regno impegnandosi a fondo nell’opera di cristianizzazione dello Stato, ma non fu Silvestro a convertirlo.

Silvestro prima della cessazione delle persecuzioni contro i cristiani si era rifugiato in un eremo in cima al Monte Soratte, a circa 40 Km da Roma, dove anticamente si venerava Sorano, divinità sacra alle popolazioni laziali.

Il Monte Soratte con il paese di Sant’Orèste (Rm)

Morto il papa precedente fu richiamato a Roma dove divenne prima vescovo, poi papa. Il suo pontificato durò a lungo, ben 21 anni, morì il 31 dicembre del 335, questo giorno gli fu dedicato già l’anno successivo alla sua morte.

Una curiosa leggenda lo lega di nuovo all’anno solare: si narrava che Silvestro si recò al Foro Romano per cacciarvi un drago che viveva vicino a una palude ed era nutrito dalle vestali. Il drago uccideva i passanti con il suo alito pestilenziale. Silvestro per raggiungerlo dovette scendere 365 scalini, i giorni dell’anno. La vittoria sul drago significava la chiusura della vecchia era dominata dalle religioni pagane e l’inizio di una nuova era nel segno del Cristianesimo.

Il Foro Romano e il Palatino

Il corpo di San Silvestro riposa all’interno della piccola chiesa a lui dedicata, nella centralissima piazza omonima.

Piazza San Silvestro con la chiesa sulla sinistra e il palazzo delle Poste

La chiesa di San Silvestro in capite è antichissima, fu costruita nell’VIII secolo sulle rovine del Tempio del Sole. Si chiama “in capite” perché vi è conservata una reliquia della testa di San Giovanni. La chiesa Fu restaurata più volte, il campanile romanico risale al secolo XII, la facciata è del 1700. Accanto è l’imponente edificio delle Poste del XIX secolo, che fu inizialmente un monastero annesso alla chiesa.

Buon anno nuovo a tutti quelli che mi leggono!

il Tevere e le sue piene

Il rapporto fra Roma e il fiume cui deve la sua origine è stato a volte burrascoso, il Tevere è infatti un fiume a regime torrentizio soggetto a piene che un tempo, fino alla costruzione dei muraglioni del lungotevere nei primi anni del Regno d’Italia, risultavano disastrose e provocavano morti e distruzione. Io ne ho parlato in questo articolo.

Dal 414 a. C. (anno in cui si hanno le prime notizie delle piene del Tevere) al 1937 si contano 90 inondazioni, spesso le cronache narrano di serpenti e dragoni che emergono dalle acque del fiume. La gravità del disastro e l’impressione dei flutti gonfi scatenavano la fantasia popolare.

Dal 1782 si iniziò a segnare il livello raggiunto dal fiume, dal 1821 le misurazioni divennero sistematiche con l’istallazione al porto di Ripetta su un idrometro costituito da lastre di marmo graduate im metri e centimetri. Il porto di Ripetta era uno degli approdi fluviali di Roma, quando fu interrato per far posto ai muraglioni l’idrometro fu spostato sulla parete della chiesa di San Rocco dove è tutt’ora.

Passeggiando per il centro di Roma e facendo un po’ di attenzione, si incontrano sui muri dei palazzi storici numerose lapidi che riportano il livello raggiunto dal fiume in un certo anno.

Questa della foto seguente è la più antica: risale al 1277 e si trova sotto l’Arco de’ Banchi.

A via Tor di Nona è invece la piccola targa che indica il livello raggiunto dal fiume nel dicembre del 1870. Il Parlamento del nuovo Regno si era appena insediato e dovette urgentemente affrontare il problema che minacciava la nuova capitale.

Altre lapidi sparse per il centro ricordano altre piene. A Santa Maria sopra Minerva sono queste risalenti al XV secolo (1422 e 1445), ancora più alto fu però il livello del 1870. La piazza della Minerva è la più bassa del centro di Roma e perciò particolarmente soggetta alle inondazioni, le acque del Tevere ristagnavano poi qui per giorni anche a causa dell’inefficienza della rete fognaria.

Nei pressi questa sempre del 1445.

La popolazione che viveva nei rioni a rischio esondazione era necessariamente sempre all’erta in caso di pioggia, un pluviometro di utilizzo popolare era costituito dal grande foro del ponte Sisto chiamato dai romani l’occhialone. Quando era completamente chiuso dalle acque del fiume la piena era imminente.

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Anche negli ultimi anni il Tevere ha continuato con le sue piene ed anche se i muraglioni costruiti a fine ‘800 salvano il centro storico dalla furia dei flutti le immagini del fiume gonfio d’acqua con le banchine e gli alberi sommersi non cessa di creare impressione.

piena tevere 6
Alluvione del novembre 2011

l’orto botanico di Roma

Alle pendici del colle del Gianicolo, nei giardini del palazzo Riario-Corsini che nel ‘600 ospitò la regina Cristina di Svezia, si estende per 12 ettari l’interessantissimo Orto Botanico di Roma del Dipartimento di Biologia ambientale dell’Università la Sapienza.

Vi si accede da via della Lungara, girando per via Corsini, dove una magnolia centenaria anticipa i patriarchi dell’interno dell’Orto.

A Roma esisteva un orto botanico fin dal XIII secolo per volere dei papi, c’era allora solo un pomarium e un orto dei semplici in cui venivano coltivate le piante medicinali. Ebbe varie collocazioni e solo alla fine del XIX secolo fu sistemato nel luogo attuale.

Il giardino ospita molte importanti collezioni: conifere, juglandacee, rosacee, fagacee, palme, un giardino roccioso caratterizzato da una cascata, un giardino dei semplici; un piccolo lago artificiale che ospita specie ripariali e acquatiche.

Alcune serre ospitano importanti collezioni di piante grasse e succulente di ambienti desertici, soprattutto californiani e messicani. Fra queste numerosi esemplari di piante protette sequestrate dalla Guardia di Finanza nell’ambito delle attività di contrasto alle importazioni illecite. Altre serre ospitano collezioni di orchidee e piante tropicali.

Particolarmente suggestiva è l’antica scalinata dellla fine del 1600 ombreggiata da un imponente platano pluricentenario del XV secolo!

I giganti pluricentenari non mancano certo, questo noce crollò alcuni anni fa per il forte vento, ma non ha cessato di vegetare, il personale sell’Orto ha ricoperto le radici rimaste esposte con zolle di terra e dai suoi rami è cresciuta una selva di nuovi alberi!

Anche questa sequoia è maestosa e continua a crescere sotto il cielo di Roma.

Questo albero curioso è originario dellAmerica meridionale, il suo nome è Celba speciosa. La sua particolarità è qualla di avere il tronco ricoperto di lunghe spine, ma si fa notare per la bellezza dei suoi fiori rosa.

Moltissime sono le piante singolari, esotiche, maestose e bellissime a vedersi, una buona ragione per visitare questo grande parco poco conosciuto ma degno di una visita e magari di una seconda e di una terza in diverse stagioni. Se si è lì per mezzogiorno il cannone del Gianicolo ci tuonerà sulla testa!

150 anni dalla nascita di Trilussa

Quest’anno ricorre il 150° anno dalla nascita di Carlo Alberto Salustri, uno dei più noti poeti romaneschi, conosciuto con lo pseudonimo di Trilussa, anagramma del suo cognome. Nacque infatti a Roma, in via del Babuino, il 26 ottobre del 1871.

A Trastevere, accanto al trafficatissimo lungotevere, di fronte a Ponte Sisto, si apre la piccola piazza Trilussa, qui oltre alla fontana dell’Acqua Paola c’è il monumento al poeta, la scultura di bronzo fu qui collocata nel 1954, è opera dello scultore Lorenzo Ferri.

Trilussa è raffiugurato mentre recita una delle sue poesie. La postura del poeta raffigurato mentre si appoggia ad una lapide fece scatenare lo scontento e l’ironia, tanto che il monumento fu soprannominato “lo sderenato” che a Roma significa sfiancato, fiacco.

Amilcare Pettinelli in un sonetto fa parlare il poeta:

…S’io potessi, sto bronzo der malanno

lo tirerebbe su la commissione.

Io schina storta? E annateve a ripone…

Se po’ sape’ che annate riccontanno?

Sta mossa co’ la destra indò viè fora?

Chi l’ha inventata, a chi è zompata in testa?

Pare che butto “tre” giocanno a mòra”

l’antica via Latina

Porta Latina
Porta Latina

L’antica via Latina collegava Roma con Capua seguendo un tracciato preistorico che attraversava il Lazio meridionale interno e che era stato un percorso di importanza fondamentale per i collegamenti commerciali fra i diversi popoli italici. Fu utilizzata dagli Etruschi per colonizzare la Campania fra i secoli VIII e VI a. C.

I Romani la tracciarono definitivamente durante le guerre sannitiche, dopo aver sconfitto la Lega Latina che volevano così controllare. Costituiva un’alternativa alla via Appia da cui si diramava poco dopo il suo inizio. In epoca imperiale iniziava da Porta Latina, una delle numerose aperture nelle Mura Aureliane. A Casilinum (Capua) si congiungeva con l’Appia.

Ai lati della via furono costruiti edifici, botteghe e tombe monumentali, era inoltre costeggiata da ben sei acquedotti: l’Anio vetus, L’Anio novus, L’Aqua Marcia, Tepula, Claudia, Iulia.

Nel medioevo la via era ancora molto utilizzata; al III miglio nel V secolo il papa Leone Magno fece costruire la basilica di Santo Stefano protomartire che attirava molti pellegrini. Restò in uso fino al XIV secolo, poi fu sostituita nel primo tratto dalla Labicana e dalla via Tuscolana; il tratto successivo fu invece sostituito dalla Casilina.

Nel tardo medioevo era ormai un lembo di campagna romana, con le ampie distese verdi, i resti monumentali degli acquedotti, i casali sparsi, chiese, torri, mulini. Era attraversata dall’Acqua Mariana, un corso d’acqua proveniente dai Colli Albani, la cosiddetta “Marrana” o Marana. Ancora oggi il termine marrana a Roma viene usato per fossi e corsi d’acqua che ancora solcano le periferie.

Questo paesaggio si è conservato intatto fino al secondo dopoguerra quando l’espansione edilizia della città ha comportato la cementificazione di quello che era campagna e la distruzione dei resti archeologici presenti lungo l’antica via.

Il Parco Archeologico delle Tombe Latine rientra nel Parco regionale dell’Appia Antica e conserva una parte di questo patrimonio archeologico e paesaggistico. Nel 1879 il demanio acquisì una vasta area in cui le indagini archeologiche avevano portato alla luce numerose tombe e la basilica di Santo Stefano.

La grande area del parco è recintata e a ingresso libero, si entra in via Arco di Travertino e ci si trova sulla direttice dell’antica via della quale affiorano tratti del basolato.

Poco oltre l’ingresso diversi sepolcri fra cui il sepolcro Barberini del II secolo d. C., così chiamato dalla nobile famiglia proprietaria del terreno prima dell’acquisizione da parte dello Stato; in realtà luogo sepolcrale della famiglia dei Corneli

La struttura originaria a due piani, più uno interrato, si è conservata bene e si possono osservare le decorazioni architettoniche in cotto che un tempo erano dipinte a vivaci colori.

Un altro sepolcro notevole è quello cosiddetto dei Valeri che si incontra continuando lungo il basolato della via. Anche questo è del II secolo d. C. ma è stato ricostruito nell’ottocento utilizzando parti degli elementi architettonici della struttura antica.

Proseguendo ancora lungo la direttrice della via si incontrano i resti della basilica di Santo Stefano in cui continuano ancora i lavori di scavo.

Il complesso è molto gradevole, tranquillo ed evocativo di quello che doveva essere la campagna romana per tanti secoli ed ancora a fine ottocento. Per accedervi attualmente è necessario il green pass.

monumenti funebri romani e mestieri

I monumenti funerari dell’antica Roma a volte ci parlano dell’attività del defunto che illustrano con i simboli del mestiere immortalati su pietra a sfidare i secoli.

Il monumento funerario fra i più famosi è quello del fornaio Eurisace e di sua moglie Atistia fuori di Porta Maggiore a Roma. Il monumento di tufo rivestito di travertino risale al I secolo a. C. e raffigura le parti più caratteristiche del forno: le cavità circolari probabilmente rappresentano le impastatrici; sul fregio sono scolpite scene della lavorazione del pane. Nel monumento erano anche le statue del fornaio e di sua moglie ora custoditi al Museo Centrale Montemartini.

Meno monumentale ma ugualmente significativa nel suggerire il mestiere del defunto è la lapide sepolcrale di Giulio Elio del I secolo d. C. con le due forme per calzature sul coronamento dell’edicola.

Museo Centrale Montemartini, Roma

Questa lapide invece illustra il mestiere del mosaicista, risale al III secolo d. C e mostra gli scalpellini all’opera sotto la sorveglianza del capofficina.

Antiquarium del Parco Archeologico dell’Appia Antica, Roma

L’ultima lapide non illustra un mestiere ma l’attività intellettuale di Sulpicio Massimo, un giovanissimo poeta vincitore del certamen capitolino del 94 d. C., morto a 11 anni. Sul suo monumento funebre i genitori affranti fecero scolpire per intero il poemetto in greco che gli valse il premio.

Il monumento fu ritrovato accanto alla Porta Salaria, addossato alle mura aureliane.

Museo Centrale Montemartini, Roma

la Cloaca Massima

Lo sbocco della Cloaca massima nel Tevere

La Cloaca Massima è stata la prima opera di drenaggio e fognatura di Roma, inizialmente destinata a raccogliere e canalizzare verso il Tevere le acque che dalle alture scendevano al Foro rendendolo un luogo paludoso e insalubre. La tradizione ne attribuisce la costruzione al re Tarquinio Prisco, come riportato anche da Livio (Storia di Roma dalla sua fondazione, L.I, 56).

Sboccava e sbocca ancora, presso il Ponte Emilio, conosciuto a Roma come Ponte Rotto. Probabilmente al tempo dei Tarquini era un semplice canale di drenaggio, la copertura a volta in blocchi di tufo si fa invece risalire al II secolo a. C.

La volta in tufo della Cloaca Massima, diventata rifugio per i senza casa

Poco più a valle si apre un’altro arco di tufo, più piccolo, è la cloaca del Circo Massimo che convogliava le acque del fosso dell’Acqua Mariana, acquedotto medioevale a cielo aperto del XII secolo che attraversava il Circo Massimo nel quale alimentava perfino un mulino. Dal nome di questo fosso è probabilmente derivato il sostantivo “marana” o “marrana” che ancora oggi denomina i piccoli corsi d’acqua della campagna romana.

Circo Massimo con la torre dei Frangipane accanto alla quale furono trovati i resti di un mulino

il Monte di Pietà di Roma

Il Monte di Pietà è un’Istituzione finanziaria aenza scopo di lucro voluta a partire dal XV secolo dai francescani per sottrarre i meno abbienti dalle spire dell’usura.

Il termine “Monte”, ancora usato in alcuni istituti bancari, sta proprio a ricordare il cumulo di denaro che veniva messo a disposizione da più persone facoltose per sovvenzionare i prestiti ai poveri. Il prestito veniva poi restituito senza pagare interessi, qualsiasi interesser infatti, anche basso si configurava come usura, fortemente condannata dalla Chiesa. Il Monte di Pietà di Roma non fu il primi istituito in Italia, precedentemente erano stati fondati quelli di Ascoli Piceno, Perugia, Orvieto, L’Aquila, Viterbo ed altre città.

Il Monte di Pietà di Roma è attualmente in un palazzo nella piazza omonima, non lontano dalla più famosa Piazza Campo de’ Fiori. Il Pio Istituto del cosiddetto Monte di Pietà fu fondato nel 1539 da papa Paolo III per il prestito di denaro dietro pegno a persone bisognose. Inizialmente era situato in via dei Banchi Vecchi, poi fu spostato in via dei Coronari.

L’iniziativa ebbe molto successo e questa collocazione risultò non più sufficiente, perciò agli inizi del 1600 il Monte di Pietà fu spostato in questo palazzo che era stato della nobile famiglia dei Santacroce.

Negli anni seguenti il palazzo fu ancora ampliato con un nuovo corpo di fabbrica, la direzione dei lavori fu affidata a Carlo Maderno. Il campanile con l’orologio fu eretto nel 1624 da un giovane Francesco Borromini, allievo del Maderno, che figurava come scalpellino e intagliatore di marmo.

Il Monte di Pietà è ancora funzionante, nell’ultimo anno, a causa delle difficoltà in cui si sono trovate molte persone che hanno perso il lavoro a causa della pandemia, nelle ore di apertura si formano lunghe code.

ponte Sisto a Roma

Roma esiste grazie al Tevere e i ponti su questo fiume sono stati fondamentali per congiungere le due sponde fin dalla sua fondazione due millenni e mezzo fa. Hanno fronteggiato per millenni le piene del Tevere e dei suoi affluenti, non sempre con successo, molti di loro sono stati più volte ricostruiti.

Anche il Ponte Sisto non fa eccezione. Fu fatto costruire dagli imperatori romani, forse da Caracalla, l’imperatore Valentiniano lo dece restaurare nel 327 d.C.

Crollò forse per la piena del 589, erano tempi complicati, Roma aveva perso gran parte della popolazione, passarono molti secoli fino a che papa Sisto IV lo fece ricostruire nel 1474, in occasione del Giubileo del 1475, inglobando parte di un arco del manufatto romano. Furono utilizzati per la sua ricostruzione anche materiali tolti dal Colosseo. Costituiva un importante collegamento fra la sponda destra del fiume, dove era anche il Vaticano, e i rioni di Regola e Parione e quindi il resto della città.

Ha quattro arcate di tufo e travertino rivestite di laterizi e modanature in travertino. Il grande foro che contraddistingue la sua costruzione era chiamato dai romani “l’occhialone”, in caso di grandi piogge, quando il livello del fiume si alzava per il popolo serviva da idrometro, perché quando l’acqua del fiume lo chiudeva era imminente un’inondazione.

Attualmente il ponte è solo pedonale, dopo che nel 1998 furono rimosse le passerelle di ghisa poste alla fine dell’800 per allargare la sede stradale, si è così recuperata l’architettura quattrocentesca.

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